L'Amministrazione Trump pro libertà  di culto

Può sembrare strano che proprio nel Paese simbolo delle libertà, gli Stati Uniti d'America, debba essere un ordine esecutivo del presidente Trump a difendere gli studenti dei campus universitari, affinché non vengano calpestati i diritti di alcuni affinché valga per tutti il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello che garantisce la libertà di culto, di parola, di stampa, di associazione e di riunione. Eppure gli Usa, oggi, sono arrivati a questo punto. L'anarchia, specie se anti-religiosa, non regna sovrana solo nelle strade con violenze e disordini di matrice marxista più che "tollerata" dagli amministratori democratici, ma si cela anche – più silenziosa, benché non meno letale – nelle pieghe di vere e proprie discriminazioni sociali.

Mauro Faverzani in "Corrispondenza Romana" 17 settembre 2020

L'Amministrazione Trump pro libertà di culto

 Può sembrare strano che proprio nel Paese simbolo delle libertà, gli Stati Uniti d'America, debba essere un ordine esecutivo del presidente Trump a difendere gli studenti dei campus universitari, affinché non vengano calpestati i diritti di alcuni ed affinché valga per tutti il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello che garantisce la libertà di culto, di parola, di stampa, di associazione e di riunione. Eppure gli Usa, oggi, sono arrivati a questo punto. L'anarchia, specie se anti-religiosa, non regna sovrana solo nelle strade con violenze e disordini di matrice marxista più che "tollerata" dagli amministratori democratici, ma si cela anche – più silenziosa, benché non meno letale – nelle pieghe di vere e proprie discriminazioni sociali.


Per questo lo scorso 9 settembre il Dipartimento Usa per l'Educazione ha emesso il regolamento applicativo della disposizione presidenziale, che dovrà essere scrupolosamente rispettato da tutte le istituzioni pubbliche, beneficiarie di fondi federali. A «nessuna organizzazione studentesca a carattere confessionale dovranno essere negati i diritti, i benefici od i privilegi concessi alle altre organizzazioni studentesche». Come purtroppo è più volte accaduto, di recente: alcune associazioni sono state letteralmente cancellate da diversi atenei, ad esempio, perché accusate di richiedere – comprensibilmente – a quanti volessero aderirvi lo stesso credo, i medesimi valori, nonché la disponibilità ad un apostolato attivo e missionario.


Negli Stati Uniti del 2020 accadono anche queste cose: nello Iowa, ad esempio. E, per evitarle, devono essere scritte nuove regole. Codificandole per legge. Per evitare nuove forme di «apartheid», che non hanno niente a che vedere con la razza, bensì con la religione.


Le istituzioni, che dovessero essere dichiarate inadempienti in tribunale, rischierebbero di perdere i soldi pubblici, presenti e futuri. Parità di trattamento è una «conditio sine qua non» anche per l'accesso a borse di studio ed ai contributi per le tasse studentesche. Viceversa il regolamento chiarisce una volta per tutte come le istituzioni, gestite da organizzazioni religiose, non debbano sottostare al titolo IX ovvero alla legge federale sui diritti civili del 1972 contro le cosiddette discriminazioni di «genere» per accedere ai programmi di'istruzione, che ricevono assistenza finanziaria governativa.


Ma la Scuola non è l'unico fronte aperto, a tutela della libertà di credo. Anche il mondo del lavoro è a rischio. A forte rischio. L'arcidiocesi di Indianapolis, ad esempio, è stata citata in giudizio in quanto titolare della Cathedral High School, che l'anno scorso ha licenziato un docente, dopo che questi ha contratto le "nozze" gay con un altro uomo. Una scelta evidentemente in contrasto con i valori religiosi dell'istituto, in cui insegnava. Da qui la decisione, bocciata in primo grado dal tribunale, che ha imposto all'istituto di cambiare i propri regolamenti interni. Ma l'arcidiocesi non si è arresa, non ha accettato la sentenza ed ha presentato ricorso alla Corte Suprema, per far valere le proprie ragioni. E non da sola. Poiché ha ricevuto pieno appoggio niente meno che dal Dipartimento di Giustizia americano in questa battaglia legale. Con questa motivazione: «Gli Stati Uniti ritengono di interesse sostanziale tutelare la libertà religiosa. I datori di lavoro, quando Ordini o associazioni religiose, hanno il diritto di assumere nei posti-chiave solo persone, il cui credo e la cui condotta siano coerenti coi loro precetti ed i loro valori ed il governo non può in alcun modo interferire con l'autonomia di tali enti».


Tutto bene? Paradossalmente sì sul fronte "laico". Ma l'assurdo, l'inconcepibile, l'inammissibile è che, negli Usa, se da una parte lo Stato tende a tutelare la libertà religiosa, dall'altra vi sono realtà cattoliche – o sedicenti tali -, che contribuiscono a minarla. È accaduto a Sherwood, nell'Oregon: qui una clinica cattolica, almeno tale sulla carta, la Providence Medical Group, ha licenziato una propria dipendente, Megan Kreft, perché oppostasi, in quanto di fede cattolica, ad alcune procedure mediche come contraccezione, sterilizzazione, aborto, suicidio assistito, servizi per Lgbtq, viceversa incredibilmente "tollerate" (ed eseguite) dal suo datore di lavoro. Inoltre, ha lamentato d'esser stata penalizzata, per il fatto d'essersi vista negare la frequenza ad un corso di metodi naturali, ritenuto non rilevante per il suo lavoro, benché parte della formazione continua obbligatoria.


Kreft ha sporto reclamo all'Ufficio per i Diritti Civili del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, affinché non si verifichino più violazioni ed abusi di questo tipo. Ma, è evidente, la battaglia continua. E quel che più addolora è il fatto, in questo caos totale di valori di non esser più sicuri nemmeno di trovarsi davvero nel campo giusto, nel fronte "amico"… (Mauro Faverzani)



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