venerdì 17 aprile 2009

Materialismo e relativismo‏

Capovolgimento del punto di partenza della modernità per la nuova ondata di illuminismo e laicismo

Per recuperare oggi la centralità di ogni uomo e della sua libertà proprie della modernità emerge un grande è inutilmente nascosto bisogno della speranza che proviene dalla fede cristiana e dalle tradizioni religiose e morali dell’umanità

“Predomina in Occidente quella cultura che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di via. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si giunge così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, (della modernità), che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà.. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le condizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza” (Benedetto XVI, Convegno Ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006).

Per evangelizzare nell’attuale panorama culturale, già Paolo VI al n. 20 dell’Esortazione Apostolica “Evangelii nuntiandi” diceva: “Occorre evangelizzare, non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici, la cultura e le culture degli uomini, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione “Gaudium et spes” (n.50), partendo sempre dalla persona (dall’io) e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio…La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre”.
Ecco l’importanza per la nuova evangelizzazione assumere dall’attuale panorama culturale elementi che permettano di mettere meglio in luce l’uno e l’altro aspetto dei misteri della fede, della speranza, dell’amore cioè i pilastri del cristianesimo anche per recuperare la centralità di ogni persona, di ogni io umano e della sua libertà proprie della modernità originaria.
In un articolo di Giandomenico Mucci S.J. della Civiltà Cattolica del 4 aprile 2009, dal titolo significativo Laicità e Futuro, presenta due articoli di Remo Bodei Le tre faglie del pensiero in Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2008,7 e La crisi della laicità in un mondo senza futuro, in La Repubblica 27 maggio 2008, 1 e 33. E’ un professore alla University of California di Los Angeles, un laico che si distingue da altri laici per la buona conoscenza del pensiero cristiano e per il rispetto con cui ne scrive, pur non condividendo o non praticando la fede cristiana. Evidenzia anche con chiarezza l’insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa e di un’etica troppo individualista: in concreto in un momento segnato dallo sviluppo delle scienze della vita e dell’informatica descrive il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà, rischio avvertito in modo maggioritario in America, non così in Europa.

Tre elementi di novità
Padre Mucci rileva che Bodei individua, nell’attuale panorama culturale, tre elementi di novità: le biotecnologie che generano quella nuova branca della morale che è la bioetica; il ritorno delle religioni nell’ambito pubblico con il suo impatto nella politica; il diverso atteggiamento nei confronti della storia e del futuro.
- Il primo elemento è evidente per tutti. Le biotecnologie hanno modificato le scienze della vita. E questo ormai lo avverte anche l’uomo comune. Sono cambiati i parametri che da secoli interpretavano la vita quotidiana. Le biotecnologie obbligano a rivedere, per esempio, i concetti, che sembravano acquisiti per sempre, di persona e di identità personale, le norme etiche e giuridiche, gli stessi eventi e sentimenti primordiali, quali il concepimento, la nascita, il matrimonio, la paternità e la maternità, la malattia e la morte. Viviamo in un tempo in cui sarebbe valido solo ciò che è esperimentabile e calcolabile senza alcuna sensibilità per la verità o ricerca del vero, del bene e di Dio e quindi a scorgere le luci sorte lungo la storia della fede cristiana sulla centralità di ogni persona e della sua libertà e certi esperimenti neuro scientifici inducono a una radicale riduzione di naturalità ed emozioni, provocando una visione minimalista delle radici dell’etica e il rischio di considerare l’uomo un semplice prodotto della natura e come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trottato come ogni altro animale, capovolgendo il punto di partenza della cultura moderna cioè la rivendicazione della centralità di ogni persona e della sua libertà.
- Secondo Bodei, è inoltre in atto uno svuotamento dei valori tradizionalmente veicolati dalla politica riconducendo l’etica entro i confini del materialismo, del relativismo e dell’utilitarismo per cui la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo: ed è un fenomeno, questo, che restituisce alle religioni il ruolo di protagoniste. La crisi del senso originario di ogni vita cioè del naturale senso religioso originario in ogni io è stato il canale attraverso il quale è passata l’idea che le democrazie, essendo per metodo loro relativiste, non possono guidarsi e giustificarsi da sole e ad esse sono quindi necessarie le tradizioni religiose e morali storiche. Queste, elevate a donatrici di senso, influiscono perfino nel modo di intendere i processi spontanei del corpo che per sé sarebbero oggetto descrittivo delle scienze della vita e automatismi privi di coscienza. Invece, le religioni li vedono come opere di Dio sulle quali non ha autorità l’uomo.
- Di qui l’interesse della Chiese cristiane per il tema della vita. E in esse ci sono teologie più aperte al dialogo con le scienze che danno il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità e altri settori, altre teologie che ritengono inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia comune tra la nostra ragione soggettiva che ha creato lo strumento della matematica cioè il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici per leggere il libro della natura scritto in linguaggio matematico e la ragione oggettivata nella natura. Così proprio la riflessione sulla sviluppo delle scienze ci riporterebbe al “disegno intelligente”, al Logos creatore, alla biopolitica con lo scopo di orientare Stati e opinione pubblica sulle complesse questioni dell’embrione, della procreazione assistita, delle staminali, dell’omosessualità e dell’eutanasia cioè dei valori non democraticamente negoziabili. Così viene capovolta la tendenza a dare il primato alla irrazionalità, al caso e alla necessità e a ricondurre al Logos creatore anche la nostra intelligenza e la nostra libertà recuperando la centralità di ogni persona in rapporto alla democrazia, alla politica, allo Stato.

Come trovare la Luce che illumina la storia e la via verso il futuro?
Per il laico Bodei la vita degli uomini dipende da potenze inconsce che agiscono senza il consenso degli uomini e ne segnano, però, il destino. La storia umana sarebbe un lungo e progressivo processo di emancipazione da queste potenze. In particolare, la modernità, non quella originariamente cristiana del Da Vittoria, ma quella illuminista e laicista, senza alcuna sensibilità per la verità per la ricerca del vero, del bene, di Dio, si è caratterizzata per il protagonismo assoluto della coscienza individuale categorizzante (Kant) inteso come tentativo dell’uomo di controllare la storia sottraendola sia al benefico della Provvidenza di Dio e sia al malefico del demonio: un progetto attuato con la filosofia, con le scienze e la tecnica e con la politica rivoluzionaria. Ma dopo il proclamato “fallimento” di alcuni esperimenti totalizzanti borghesi del 1789 e quindi in alternativa marxisti rispuntano i dubbi sui poteri salvifici della politica e della storia in generale. La discrezione del primo sistema politico del mondo ufficialmente basato sull’ateismo di stato contribuisce a trascinare nel discredito anche le concezioni condivise dei suoi avversari laici di ieri: la fiducia nell’esistenza di una storia innervata di tensione progettuale umana. La fiducia laica che esista una logica, magari in parte nascosta, ma tutta interna, immanente agli eventi senza alcun riferimento al Logos creatore, rischia di apparire a molti, rispetto all’emancipazione terrena della modernità illuminista, altrettanto mitologica dei disegni in precedenza attribuiti alla Provvidenza.
Ora, nel post-moderno, dato che la storia sembra non possedere più attendibili punti di riferimento, l’esperienza individuale tende a de – storicizzarsi, ad appiattire ogni evento sul piano di una temporalità priva di spessore e di direzione. Si sviluppa una ragione a- storica e la sapienza delle grandi tradizioni religiose e umanistiche si pensa di poter impunemente gettarle nel cestino della storia. Il disincanto è completo. Per il Bodei, si radicano in questa temperie sia la crisi del laicismo e della politica sia il nuovo interventismo delle religioni nell’ambito pubblico. Se la storia non mostra più quella direttrice che, tra Ottocento e Novecento, aveva indotto miliardi di uomini e credere al progresso, al regno della libertà, alla società senza classi, vuol dire che è illusorio pensare a un futuro collettivo, al di fuori e al di sopra delle proprie aspettative private.
Il futuro, dunque, senza più percepire anche a livello pubblico Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare al via, non è più programmabile, è incerto e può anche far paura. Si di esso si proiettano, infatti, gli spettri dell’esaurimento delle risorse, del riscaldamento globale, della fame di proporzioni inimmaginabili, del terrorismo, della guerra nucleare. Assottigliandosi attese e speranze sul futuro, la gente si concentra sul presente, provocando la più grave emergenza educativa nella storia e comincia a riparlare del futuro che sta nelle mani di Dio. Si aggiunga a tutto questo l’evidenza di essere schiacciati dal presente, che è poi il quotidiano, di non poter vedere dinanzi a sé paradisi terrestri, di vedere la propria identità personale in balia di meccanismi impersonali, ed ecco, dice il Bodei, che ritorna la fede in Dio e nell’anima immortale. Ed ecco la Chiesa, sempre secondo il Bodei laico, che prontamente profitta della crisi per sostituire alla storia e ai suoi miraggi in frantumi l’idea di una natura umana immutabile e del diritto naturale. “Tutti cercano nel messaggio cristiano un antidoto al disorientamento e alla sollecitudine degli individui e vi constatano il permanere di una speranza che - a differenza di quella propagandata dal terreno “dio che ha fallito” – la storia non può falsificare”.

Due problemi
Secondo Padre Mucci a questo punto, il Bodei, sottolinea due problemi, uno per la società laica, uno per la Chiesa. “Il fatto è che la democrazia non può prescindere, senza negare se stessa, dal “relativismo etico” di cui la si accusa (che è in realtà un valore assoluto, quello della mutua compatibilità tra tutti i valori). Al pari dell’idea di “ragione” elaborata dalla cultura occidentale greca - ebraica- cristiana in duemila cinquecento anni, esso fa parte ormai, per così dire, delle acquisizioni evolutive del suo codice genetico. La democrazia moderna bandisce dalla sfera pubblica l’assolutismo delle fedi religiose, ponendo la sordina dell’esperienza privata ai valori supremi per cui vale la pena immolarsi. Si capisce perfettamente come il pericolo rappresentato dall’intreccio di democrazia e “relativismo etico” sia grave tanto per la Chiesa cattolica, quanto per qualsiasi altra organizzazione o ideologia che si fondi su certezze ritenute intimamente rocciose e in scalfibili cioè valide e vincolanti per se stesse: hegeliano Stato etico, partito etico, chiese e sette religiose”. Indizio non lieve della crisi del laicismo, “allentando la sua precedente presa sulla coscienza dei singoli, la politica le (alla Chiesa cattolica) abbandona infatti, con complicità delega, la rappresentanza dei principali valori etici”.
Tuttavia, la situazione storico culturale che ha generato la crisi della società laica ha effetti non rassicuranti neppure per la Chiesa. Questa, “finché ha combattuto in maniera frontale le dottrine comuniste – dichiaratamente atee e intimamente dogmatiche, laddove avevano assunto la natura di catechismo alternativo – il suo compito è stato paradossalmente meno arduo. Il nemico, chiaro e ben individuato, e il terreno dello scontro, aspro ma commensurabile, mostravano una collisione aperta tra fedi e valori vistosamente inconciliabili. Più insidioso, “subdolo” e senza volto si presenta l’attuale, riluttante avversario. Sradicare ideologie corazzate di forza è stato duro, ma invertire la rotta delle trasformazioni antropologiche introdotte dalle libertà civili o del connesso benessere sarà presumibilmente ancora più difficile. La parziale autonomia conquistata dagli individui dopo secoli di autoritarismo e di compressione degli istinti, dei bisogni e dei desideri, ha creato, in alcune zone privilegiate del pianeta, un senso di gelosa libertà che si manifesta in forma di rigetto di ogni imposizione dall’alto. L’ampliamento dei consumi e il miglioramento degli standard di vita vengono pertanto avvertiti come scarsamente negoziabili sia dal singolo che dai suoi referenti politici”. In questo panorama si comprende l’attuale reazione alla Chiesa cattolica, al Papa in particolare.

Due rilievi di Padre Mucci all’argomentazione di Remo Bodei
Si trova nel Bodei quella dottrina liberale che intende la laicità come esclusione dalla vita concreta di qualsiasi riferimento, di qualsiasi radice ad argomenti diversi dalla sola ragione, come sono quelli ispirati non solo dalla fede religiosa ma anche dal senso religioso naturale, originario, dal senso della vita, da riservarsi solo nell’ambito privato. Ideologicamente si esclude, perciò, la possibilità di integrare questa dottrina liberale con la visione cattolica di fede e ragione sul fondamento naturale del senso religioso, del senso di ogni vita, del creato, come le due ali, ugualmente necessarie, con le quali ogni spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità, del bene, di Dio. Qui si inserisce, invece, quella cultura liberale laica che si rifà alle radici cristiane nel connubio fra cristiani per fede e cristiani per cultura, come propone Marcello Pera. Si ritiene invece, per Bodei, che gli interessi di un Paese debbano coincidere con l’etica laica di sola ragione, che sarebbe l’unico fondamento possibile di una democrazia che oggi ammette un ventaglio di idee, scelte e comportamenti. La libertà e la responsabilità del cittadino che agisce nella vita pubblica per la ricerca del bene comune devono esercitarsi all’interno di criteri “laici” che regolano l’ambito pubblico. In Italia, sembra proibito pensare ciò che invece è pacifico negli Stati Uniti, che cioè la religione possa diventare una componente ineliminabile, se non fondativa, della modernità che pone al centro ogni persona e la sua libertà.
Dietro la posizione del Bodei e di altri c’è il convincimento che il relativismo etico sia necessario alla democrazia in quanto l’unica alternativa all’integralismo religioso. Perciò il Bodei parla del relativismo come di un valore assoluto. Ma occorre tener presente che espressioni indubitabili di democrazia come le Carte costituzionali e le Dichiarazioni di diritti umani sono chiaramente contrarie al relativismo etico che esclude ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come costitutivo essenziale della democrazia, non si dà laicità se non per opposizione al fatto religioso e la laicità è definibile soltanto in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto senza ragioni di riconoscere l’eventuale rilevanza sociale del fatto religioso senza poter instaurare un vero dialogo con altre culture, nelle quali al dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita.

martedì 14 aprile 2009

Urbi et Orbi

Gesù è risorto perché Egli stesso viva sempre in noi

“La risurrezione di Cristo è la nostra speranza” (Agostino, Sermo 261,1). Con questa affermazione, il grande Vescovo spiegava ai suoi fedeli che Gesù è risorto perché noi, pur destinati alla morte, non disperassimo, pensando che con la morte la vita sia totalmente finita; Cristo è risorto per darci speranza.
In effetti, una delle domande che più angustiano l’esistenza dell’uomo è proprio questa: che cosa c’è dopo la morte? A quest’enigma la solennità odierna ci permette di rispondere che la morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. E questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, bensì su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso. Gesù è risorto perché anche noi, credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna. Quest’annuncio sta nel cuore del messaggio evangelico. Lo dichiara con vigore san Paolo: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede”. E aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,14.19). Dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna” (Benedetto XVI, Messaggio Pasquale, 12 aprile 2009).

La risurrezione non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall’Uomo Gesù Cristo mediante la sua “pasqua”, il suo “passaggio”, che ha aperto una “nuova via” tra la terra e il Cielo (Eb 10,20). Non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico e irripetibile: Gesù di Nazareth, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba. Infatti all’alba del primo giorno dopo il sabato, Pietro e Giovanni hanno trovato la tomba vuota. Maddalena e le altre donne hanno incontrato Gesù risorto; lo hanno riconosciuto anche i due discepoli di Emmaus allo spezzare il pane; il Risorto è apparso a Pietro e agli Apostoli la sera nel Cenacolo riconoscendolo sostenuti dalla precedente esperienza con il momento della sua fase terrena. Con l’apparizione a Paolo sulla via di Damasco essi sono i testimoni fondamentali prescelti da Dio. Il Risorto è apparso altre volte a Paolo, a molti altri discepoli in Galilea e in tutta la tradizione della Chiesa.
Il sapere, il pensare e quindi il vedere, con il dono del Suo Spirito, attraverso l’annuncio della risurrezione il Signore illumina le zone buie in cui viviamo. Terribile l’attuale materialismo e di conseguenza il nichilismo, quella visione del mondo che non sa più trascendere ciò che è sperimentalmente constatabile, e ripiega sconsolata in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell’esistenza umana. E’ un fatto che se Cristo non fosse risorto, il “vuoto” sarebbe destinato ad avere il sopravvento. Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è scampo per l’uomo e ogni speranza rimane una illusione, non certo quella speranza affidabile, offerta dalla redenzione, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ecco la fecondità del prorompere con vigore da parte di testimoni l’annuncio della risurrezione del Signore. E’ l’unica risposta alla ricorrente domanda degli scettici, riportata anche dal libro del Qoèlet: “C’è forse qualcosa di cui si possa dire: /Ecco, questa è una novità?” (Qo 1,10). Sì, rispondiamo. Nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato – Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. Questa è la novità! Una novità che cambia l’esistenza di chi l’accoglie, come avvenne nei santi. Così ad esempio è accaduto a Paolo. Accanito persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco incontrò Cristo risorto e fu da Lui “conquistato”. Con Pietro e gli Apostoli è uno dei testimoni scelti da Dio per le apparizioni fondamentali della tradizione apostolica del popolo di Dio e non avendo avuto esperienza con il Gesù nella fase terrena ascoltò il racconto dalle colonne, Pietro Giacomo e Giovanni che con gli altri Apostoli compresero completamente, alla luce dell’incontro con il Risorto, che Gesù era già in tutti i momenti della fase terrena, il Messia e il Kyrios. Così avvenne in Paolo quel che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). “Guardiamo - - è l’invito di Benedetto XVI per questi ultimi mesi dell’anno paolino – a questo grande evangelizzatore del mondo di allora. Il suo insegnamento e il suo esempio ci stimolino a ricercare il Signore Gesù. Ci incoraggino a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l’umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione. Ormai sono vere e reali le parole del Salmo: “Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno” (139 (138),12). Non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio. Addirittura il regno stesso della morte è stato liberato, perché negli “inferi” è arrivato il Verbo della vita, sospinto dal soffio dello Spirito, (lo Spirito intimo a lui Risorto)”.
Se è vero che la morte non ha più potere sull’uomo e sul mondo, tuttavia rimangono ancora troppi segni del suo vecchio dominio. Se mediante la Pasqua, Cristo ha estirpato la radice del male, ha però bisogno di uomini e donne che in ogni tempo e luogo lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le stesse sue armi: le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.“La risurrezione di Cristo è la nostra speranza! – Benedetto XVI a conclusione del suo messaggio – Questo la Chiesa proclama oggi con gioia: annuncia la speranza, che Dio ha reso salda e invincibile risuscitando Gesù Cristo dai morti; comunica la speranza, che essa porta nel cuore e vuole condividere con tutti, in ogni luogo, specialmente là dove i cristiani soffrono persecuzione a causa della loro fede e del loro impegno per la giustizia e la pace; invoca la speranza capace di suscitare il coraggio del bene anche e soprattutto quando costa. Oggi la Chiesa canta “il giorno che ha fatto il Signore” ed invita alla gioia. Oggi la Chiesa prega, invoca Maria, Stella della Speranza, perché guidi l’umanità verso il porto sicuro della salvezza che è il Cuore di Cristo, la Vittima pasquale, l’Agnello che “ha redento il mondo”, l’Innocente che “ha riconciliato noi peccatori con il Padre”. A Lui, Re vittorioso, a Lui crocifisso e risorto, noi gridiamo con gioia il nostro Alleluia!”.

Veglia pasquale

Come comprendere, pensare, quindi vedere e perciò credere al fatto della risurrezione avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono testimoni e non certo creatori?

“San Marco ci racconta nel suo Vangelo che i discepoli, scendendo dal monte della Trasfigurazione, discutevano tra di loro su che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (Mc 9,10). Prima il Signore aveva annunciato loro la passione. Ma ora si domandavano che cosa potesse essere inteso con il termine “risurrezione”. Non succede forse la stessa cosa anche a noi? Il Natale, la nascita del Bambino divino ci è in qualche modo immediatamente comprensibile. Possiamo amare il Bambino, possiamo immaginare la notte di Betlemme, la gioia di Maria, la gioia di san Giuseppe e dei pastori e il giubilo degli angeli (come tutte le parole e i fatti divino –umani cioè i misteri della fase terrena della vita di Gesù che sacramentalmente la Chiesa continuamente riattualizza nella sua liturgia). Ma risurrezione – che cosa è? Non entra nell’ambito delle nostre esperienze, e così il messaggio spesso rimane, in qualche misura incompreso, una cosa del passato. La Chiesa cerca di condurci alla sua comprensione, traducendo questo avvenimento misterioso nel linguaggio dei simboli nei quali possiamo in qualche modo contemplare questo avvenimento sconvolgente. Nella Veglia Pasquale ci indica il significato di questo giorno soprattutto mediante tre simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo – l’alleluia” (Benedetto XVI, Omelia della veglia nella Notte Santa, 11 aprile 2009).

Sepolcro vuoto e apparizioni per l’esplosione di Luce e di Amore che illumina la storia ed aiuta a trovare, chi lo incontra tra i Suoi, la via verso il futuro
All’avvenimento della resurrezione di Gesù Cristo appartiene anche l’automanifestazione del risorto all’interno della storia e nei riguardi della storia stessa dell’uomo e dell’intero universo. La risurrezione di Gesù Cristo ha luogo anche come “apparizione” non davanti a tutto il popolo ma a testimoni scelti da Dio: sia quelli fondanti la Tradizione apostolica cioè Pietro e gli Apostoli con lui, Paolo per quella sulla via di Damasco e sia quelle apparizioni di aiuto come alla donne, ad altri discepoli e per Paolo quelle successive alla via di Damasco e quindi di tutta la Tradizione quando consta della soprannaturalità a giudizio dei successori degli apostoli.
Una tale pretesa di accertabilità storica come fatto avvenuto nella storia e come punto di arrivo nella storia dell’uomo e dell’universo, sollevata dalla resurrezione di Gesù Cristo, avviene già con il sepolcro vuoto. Questo infatti rappresenta una silenziosa ma al tempo stesso eloquente irruzione dell’avvenimento nella storia nella sua fase terrena. I racconti dei vangeli, molto vari e disarmonici di fronte ad un avvenimento comunque incredibile e inaspettato, lasciano emergere comunque due considerazioni:
- prima di tutto la convinzione che il sepolcro vuoto è un fatto, una convinzione che al massimo può essere messa in dubbio in base a dicerie ed argomentazioni di pretesa razionalistica di chi riduce ideologiamente la razionalità a verifica empirica;
- inoltre però – e questa è la seconda convinzione che si può trarre dai racconti – questo sepolcro vuoto non viene citato come dimostrazione, bensì come rinvio al fatto della risurrezione, e questo proprio per chi sente raccontare il fatto dalla bocca dell’angelo, cioè dal messaggero di Dio o come Giovanni, attento osservatore della posizione del lenzuolo e delle bende, arriva, sotto l’azione dello Spirito del risorto, a capire, a pensare e quindi a vedere, a credere.
Il sepolcro vuoto, come giustamente è stato notato pone sulla strada su cui il Risorto dà testimonianza di se stesso. Ma esso serve come segnale stradale. Con il sepolcro vuoto ha inizio l’affermazione incerta e l’assenso silenzioso dell’avvenimento.
Ciò che invece nel Nuovo testamento ha un interesse fondamentale è un altro fatto storicamente accertabile: è l’apparizione del risorto a dei testimoni, soprattutto a quelli prescelti da Dio: Pietro con gli Apostoli che lo avevano seguito nella fase terrena del Suo ministero e ne coglievano continuità come identità e discontinuità come modalità. Il concetto decisivo “egli apparve”, sta ad indicare: si è lasciato vedere, si è offerto allo sguardo, si è fatto visibile e sperimentabile. Per questo si è potuto anche dire:”Dio volle che apparisse non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti” (At 10,40), o anche: “Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti” (Gv 21,14; 21,1). Da parte dei testimoni allora si può dire: “Abbiamo visto” e di questo “vedere” si parla molte volte e in molti modi (ad es. in Mc 16,7; Mt 28,7; Gv 20,18.2 e altrove). Paolo formula anche in altro modo l’apparire del risorto ed esaltato nell’avvenimento dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo attraverso la testimonianza di credenti, dando alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Egli parla di “rivelazione” o anche di “svelamento” di Gesù Cristo. Ma rivelazione implica per lui la manifestazione di un mistero divino attraverso l’infusione di ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito, lo Spirito del Risorto glorificato, cioè di un fatto nascosto e inaccessibile all’esperienza umana, come caparra dello svelamento futuro e definitivo. Come pegno di ragionevolezza e accertabilità storica l’apostolo ha dunque compreso ciò che è stato sperimentato da testimoni prima di lui e quindi da lui stesso. Così l’apostolo distingue pure questo mostrarsi in visione del risorto alle colonne cioè a Pietro, Giacomo e Giovanni, questo vedere, da ogni altra sua rivelazione o visione che egli non pone a fondamento del proprio annuncio. E’ anche del tutto cosciente che l’apparizione del risorto alla propria persona sulla via di Damasco, menzionata nella prima Lettera ai Corinti (1 Cor 15,8), è l’ultima delle fondamentali apparizioni e rivelazioni che fondano la fede nel Risorto nel Suo corpo che è la Chiesa. Anche gli Atti degli apostoli accettano tale differenziazione tra quella avvenuta sulla via di Damasco e le altre.
La singolarità dell’apparizione del risorto si rispecchia allora nel modo tutto particolare in cui essa avviene. Il risorto appare e si sottrae, e coloro che lo vedono non possono trattenerlo, neppure con il loro sguardo. Luca ha presentato questo fatto in modo descrittivo: “Allora si aprirono loro – cioè ai discepoli di Emmaus – gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista” (Lc 24,31). Questo fatto è oggetto di maggior riflessione teologica in Giovanni il quale intende tutta quanta l’opera divino - umana di Gesù nella sua fase terrena, compresa la passione, la crocifissione, la sepoltura, a partire dalla esaltazione considerata come venuta che è sempre nello stesso tempo commiato. Maria Maddalena alla fine vede il risorto, che, sulla via che porta al Padre, non deve essere trattenuto nella fase terrena e come è apparso così scompare. Il risorto sempre presente è sempre contemporaneamente assente: non è quello che fino allora hanno conosciuto, eppure lo è come lo testimonia Tommaso.
I concetti di “apparizione” e di “visione” iniziano ad un altro fattore. Egli è “apparso”, significa anche una automanifestazione del risorto nella sua parola e nei suoi segni, nel volto dei suoi. E sapere, pensare, vedere e quindi credere indica pure l’esperienza corrispondente. Resurrezione in quanto irruzione nella storia del divino, è anche incontro con la Persona di Gesù Cristo all’inizio di ogni essere cristiano e di ogni testimonianza. Incontro, quale appare dalla pagina paolina, significa ingresso del Crocifisso risorto in noi, tale per cui siamo trasformati realmente in Lui, viviamo in Lui e di Lui. Perché un incontro del genere possa accadere, il Crocifisso risorto infonde nell’uomo ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito, che fa accadere l’incontro dell’io con il Verbo incarnato, crocifisso e risorto presente nel Suo Corpo che è la Chiesa. Questo incontro, che accade attraverso i testimoni, da persona a persona, proviene dal Risorto. L’incontro che si esprime in Parola e attraverso mediazioni “materiali” come i segni sacramentali, l’Eucaristia in particolare, attraverso volti umani molto “carnali” che possono colpirci per la bellezza, emozionarci per la sensibilità, suscitare ammirazione per le capacità o misericordia per le situazioni di peccato, di povertà, di miseria è tutto puro dono: per grazia sono quello che sono anche se la grazia in me non è stata resa vana, dice Paolo. E l’esperienza di questo Risorto è puro accogliere.
Tuttavia l’avvenimento della risurrezione e delle apparizioni del risorto è ancor più di largo respiro e affonda le sue radici nella storia. La rivelazione del risorto entra nella parola dei testimoni non certo creatori. Anche il risorto si consegna, ma ora non più alla morte, bensì alla parola di Dio che riattualizza tutti i fatti e i detti della sua fase terrena, come Colui che è vivo, che vive nascosto in Dio. Così Paolo parla in un brano della lettera ai Galati, ma non solo in quel passo, del fatto che Dio ha deciso “di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Gal 1,15).
Anche nei Vangeli, senza dubbio in un modo tutto diverso, si può riconoscere il fatto che il risorto, nella sua apparizione, si offre immediatamente nella parola di coloro che lo hanno visto, come ad esempio nell’entusiastico grido dei discepoli raccolti insieme: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34). Va notato che questo non è il grido di gente qualsiasi ma di “testimoni scelti da Dio” (At 10,41), i quali, sostenuti dalla precedente esperienza di rapporti con il Gesù della fase terrena (per Paolo, che non ha questa precedente esperienza di rapporti con Gesù nella fase terrena c’è il racconto delle colonne, Pietro, Giacomo e Giovanni), possono ampliare la testimonianza del risorto fino a comprendere la testimonianza del Gesù nella fase terrena, che in modo nascosto era già il Messia e il Kyrios (At 1,21s.; 13,30s.). La parola, nella quale si manifesta il Risorto, è la parola di una tradizione esclusiva.
Ma è anche la parola dell’avvenimento che travolge e attira a sé i testimoni. E’ la parola di testimoni che hanno reagito a tale incontro con il Risorto prima di tutto con sgomento, paura, misconoscimento, dubbio, incredulità, ma che sostenuti dalla sua autoproclamazione sono stati travolti e coinvolti nell’evento.
Ma essa è anche parola di mandato, di missione, di incarico. Fin dall’inizio non è una parola liberamente scelta, in modo autonomo e indipendente, per una sorta di entusiasmo individuale, ma una parola di missione.. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni”. Per questo lo Spirito, la forza rivelatrice del Risorto, è nuovamente operante. “Siamo testimoni noi e lo Spirito santo”. Il Risorto si lascia diffondere nello Spirito e una volta esaltato lo infonde a sua volta. Come Giovanni non si stanca di sottolineare, il Risorto ritorna continuamente nello Spirito. “Se Cristo non è risuscitato allora è vana la nostra predicazione” dice Paolo (1 Cor 15,14). E’ vana poiché sarebbe soltanto un ricordo storico e in essa non parlerebbe e agirebbe sacramentalmente per lo Spirito Gesù vivente cioè il Risorto, il Signore. Se Gesù non è Risorto dai morti, continuamente presente nell’attualizzazione liturgica della Chiesa come Parola di Dio, come Parola del Signore il riferimento biblico non è più Parola di Dio che opera ciò che dice e nessuno deve piegare le sue ginocchia davanti a Lui. Ma allora anche la struttura sacramentale del Battesimo, dell’Ordine, del Banchetto eucaristico sarebbero vuote cerimonie, ricordi senza senso, e i carismi diventerebbero un vano e fatuo entusiasmo. Allora non vi sarebbe più alcuna differenza tra un apostolo e un genio, e la Chiesa edificata dal Risorto _ “su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18) – sarebbe un tiaso come quello degli antichi o qualcosa di simile alla comunità di Qumram, e le porte degli inferi già da molto tempo avrebbero prevalso contro di essa. Allora non ci sarebbero più ministeri, perché non vi sarebbe più potere divino, mandato e missione da parte del Risorto, ma solo una gerarchia ben ordinata di funzioni. Insomma, come grida san Paolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto (come buon esempio) in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,19) ( per queste argomentazioni mi sono rifatto a Heinrich Schlier, il Mistero pasquale pp. 46-50). Ma Cristo è risorto, la risurrezione è un fatto avvenuto nella storia, di cui Pietro e gli Apostoli, Paolo sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena come in Lazzaro; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio fino alla fine dei tempi. E la Chiesa cerca di condurci alla sua comprensione, traducendo questo avvenimento misterioso nel linguaggio dei simboli nei quali possiamo in qualche modo contemplare questo evento sconvolgente. Nella veglia pasquale ci indica il significato di questo giorno mediante tre simboli: la luce, l’acqua e il canto nuovo – l’alleluia.

C’è innanzitutto la luce e perché Cristo è Luce?
La creazione di Dio, che nella liturgia riattualizziamo come Parola di Dio attraverso il racconto biblico, comincia con la parola: “Sia la luce!” (Gn 1,3). Dove c’è la luce, nasce la vita, il caos si trasforma in cosmo. Nel messaggio biblico, la luce è l’immagine più immediata di Dio che possiede un volto umano, Gesù Cristo, la Persona, la Ragione per cui il Padre attraverso lo Spirito tutto ha creato, redento e ha pensato e voluto ciascuno di noi predestinandoci a figli adottivi: Egli è interamente Luminosità, Vita, Verità, Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Nella Veglia Pasquale la Chiesa legge il racconto della creazione come profezia. Nella risurrezione si verifica in modo più sublime ciò che il testo della creazione descrive come l’inizio di tutte le cose: il Padre ci ha scelti, pensati e voluti in Cristo, Ragione di tutta la creazione e dice nuovamente: “Sia la luce!”. La risurrezione di Gesù è un’eruzione di luce e di amore. La morte è superata, il sepolcro spalancato. Il Risorto stesso è Luce, la Luce del mondo. Con la risurrezione il giorno di Dio entra nelle notti della storia come si presenta la fase terrena della nostra vita dal concepimento alla morte, a cui con il battesimo siamo morti al morire della sola fase terrena per risorgere, vivere una nuova vita perché a partire dal fatto della risurrezione, la luce di Dio si diffonde nel mondo e nella storia. Si fa giorno. Solo questa Luce – Gesù Cristo – è la luce vera, più del fenomeno fisico della luce. Egli è la Luce pura: Dio stesso, che fa nascere una nuova creazione in mezzo a quella antica, trasforma il caos in cosmo..
Nell’Antico Testamento, la Torah era considerata come la luce proveniente da Dio per il mondo e per gli uomini. Essa separa nella creazione la luce dalle tenebre, cioè il bene dal male. Indica ad ogni uomo la via giusta per vivere veramente. Gli indica il bene, gli mostra la verità e lo conduce verso l’amore, che è il suo contenuto più profondo. Essa è “lampada” per i passi e “luce” sul cammino (Salmo 119, 105). I cristiani, poi, sapevano: In Cristo è presente, incarnata in una Persona divino – umana, la Torach, la Parola di Dio è presente in Lui come Persona e lasciarsi assimilare a Lui è realizzare la Torach con le beatitudini. La Parola di Dio cioè il Verbo incarnato è la vera Luce di cui ha bisogno ogni uomo per cogliere chi è, da dove viene e a che cosa è destinato, e la via, la fede vissuta per giungervi. Questa Parola è presente, incarnata in Lui, nel Figlio. Il Salmo 119 aveva paragonato la Torah al sole che, sorgendo, manifesta la gloria di Dio visibilmente in tutto il mondo. I cristiani capiscono in profondità: sì, nella risurrezione il Figlio di Dio è sorto come Luce sul mondo. Cristo è la grande Luce dalla quale proviene ogni vita. Egli ci fa conoscere la gloria di Dio da un confine all’altro della terra. Egli ci indica la strada. Egli è il giorno di Dio che ora, crescendo, si diffonde per tutta la terra. Adesso, vivendo con Lui e per Lui, possiamo vivere nella luce.
Nella Veglia Pasquale, la Chiesa rappresenta il mistero di luce del Cristo nel segno del cero pasquale, la cui fiamma è insieme luce e calore. Il simbolismo della luce è connesso con quello del fuoco: luminosità e calore, luminosità ed energia di trasformazione contenuta nel fuoco – verità e amore vanno insieme. Il cero pasquale arde e con ciò si consuma: croce e risurrezione sono inseparabili. Dalla croce, dall’autodonazione del Figlio nasce la luce, viene la vera luminosità nel mondo. Al cero pasquale noi tutti accendiamo le nostre candele, soprattutto quelle dei neobattezzati, ai quali in questo Sacramento la luce di Cristo viene calata nel profondo del cuore. La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di Cristo. Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la luce!”. Il battezzando viene introdotto entro la luce di Cristo. Cristo divide ora la luce dalle tenebre. In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo a capire. Quando una volta Cristo vide la gente che era convenuta ad ascoltarlo e aspettava da Lui un orientamento, ne sentì compassione, perché erano pecore senza pastore (Mc 6,34). In mezzo alle correnti contrastanti del loro tempo non sapevano dove rivolgersi. Quanta compassione Egli deve sentire anche del nostro tempo – a causa di tutti i grandi discorsi dietro i quali si nasconde in realtà un grande disorientamento. Dove dobbiamo andare? Quali sono i valori, secondo cui possiamo regolarci? I valori secondo cui possiamo educare i giovani, senza dare loro delle norme che forse non resisteranno o esigere cose che forse non devono essere loro imposte? Egli è la Luce. La candela battesimale è il simbolo dell’illuminazione che nel Battesimo ci viene donata. Così in quest’opera anche san Paolo ci parla in modo immediato. Nella Lettera ai Filippesi dice che, in mezzo a una generazione tortuosa e stravolta, i cristiani dovrebbero risplendere come astri nel mondo (Fil 2,15). “Preghiamo il Signore – ha concluso Benedetto XVI la lettura di questo primo simbolo della risurrezione – che il piccolo lume della candela, che Egli ha acceso in noi, la luce delicata della sua parola e del suo amore in mezzo alle confusioni di questo tempo non si spenga in noi, ma diventi sempre più grande e più luminosa. Affinché siamo con Lui persone del giorno, astri per il nostro tempo”.

Il secondo simbolo della Veglia Pasquale – la notte del Battesimo – è l’acqua
Essa appare nella Sacra Scrittura, e quindi nella struttura interiore del Sacramento del Battesimo, in due significati opposti. C’è da una parte il mare che appare come il potere antagonista della vita sulla terra, come la sua continua minaccia, alla quale Dio, però, ha posto un limite. Per questo l’Apocalisse dice del mondo nuovo di Dio che lì il mare non ci sarà più (21,1). E’ l’elemento della morte. E così diventa la rappresentazione simbolica della morte in croce di Gesù: Cristo disceso nel mare, nelle acque della morte come Israele nel Mar Rosso. Risorto dalla morte, Egli ci dona la vita veramente vita. Ciò significa che il Battesimo non è solo un lavacro, ma una nuova nascita: con Cristo quasi discendiamo nel mare della morte, per risalire come creature nuove.
L’altro modo in cui incontriamo l’acqua è come sorgente fresca, che dona la vita, o anche il grande fiume da cui proviene la vita. Secondo l’ordinamento primitivo della Chiesa, il battesimo doveva essere amministrato con acqua sorgiva fresca. Senza acqua non c’è vita. Colpisce quale importanza abbiano nella Sacra Scrittura i pozzi. Essi sono luoghi dove scaturisce la vita. Presso il pozzo di Giacobbe, Cristo annuncia alla Samaritana il pozzo nuovo, l’acqua della vita vera. Egli si manifesta a lei come il nuovo Giacobbe, quello definitivo, che apre all’umanità il pozzo che essa attende: quell’acqua che dona la vita che non si esaurisce mai (Gv 4, 5 – 15). San Giovanni ci racconta che un soldato con una lancia colpì il fianco di Gesù e che dal fianco aperto – dal suo cuore trafitto – uscì sangue e acqua (Gv 19,34). La Chiesa antica ne ha visto un simbolo per il battesimo e l’Eucaristia che derivano dal cuore trafitto di Gesù. Nella morte Gesù è divenuto Egli stesso la sorgente. Il profeta Ezechiele in una visione aveva visto il tempio nuovo dal quale scaturisce una sorgente che diventa un grande fiume che dona la vita (Ez 47, 1 – 12) – in una Terra che sempre soffriva la siccità e la mancanza d’acqua, questa era una grande visione di speranza. La cristianità degli inizi capì: in Cristo questa visione si è realizzata. Egli è il vero, il vivente Tempio di Dio. E Lui è la sorgente di acqua viva. Da Lui sgorga il grande fiume che nel Battesimo fruttifica e rinnova il mondo: il grande fiume di acqua viva, il suo Vangelo che rende feconda la terra. In un discorso durante la Festa delle capanne, Gesù ha però profetizzato una cosa ancora più grande: “Chi crede in me…dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7,38). Nel Battesimo il Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva. Noi tutti conosciamo persone simili che ci lasciano in qualche modo rinfrescati e rinnovati; persone che sono come una fonte di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo necessariamente pensare ai grandi come Agostino, Francesco d’Assisi, Tersa d’Avila, Madre Teresa di Calcutta e così via, persone attraverso le quali veramente fiumi di acqua viva sono entrati nella storia. Grazie a Dio, le troviamo continuamente anche nel nostro quotidiano: persone che sono una sorgente. Certo conosciamo anche il contrario: persone dalle quali promana un atmosfera come da uno stagno con acqua stantia o addirittura avvelenata.

Il terzo grande simbolo è di natura tutta particolare; esso coinvolge l’uomo stesso. E’ il cantare il canto nuovo – l’alleluia
Quando un uomo sperimenta una grande gioia, non può tenerla per sé. Deve esprimerla, trasmetterla. Ma che cosa succede quando l’uomo viene toccato dalla luce della risurrezione e in questo modo viene a contatto con la Vita stessa, con la Verità e con l’Amore? Di ciò egli non può semplicemente parlare soltanto. Il parlare non basta più. Egli deve cantare. La prima menzione del cantare nella Bibbia, la troviamo dopo la traversata del mar Rosso. Israele si è sollevato dalla schiavitù. E’ salito dalle profondità minacciose del mare. E’ come rinato. Vive ed è libero. La Bibbia descrive la reazione del popolo a questo grande evento del salvamento con la frase: “Il popolo credette nel Signore e in Mosé suo servo” (Ex 14,31). Ne segue poi la seconda reazione che, con una specie di necessità interiore, emerge dalla prima: “Allora Mosé e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore…” Nella Veglia Pasquale, anno per anno, noi cristiani intoniamo dopo la terza lettura questo canto, lo cantiamo come il nostro canto, perché anche noi mediante la potenza di Dio siamo stati tirati fuori dall’acqua e liberati alla vita vera. Per la storia del canto di Mosé dopo la liberazione di Israele dall’Egitto e dopo la risalita dal Mar Rosso, c’è un parallelismo sorprendente nell’Apocalisse di san Giovanni. Prima dell’inizio degli ultimi sette flagelli imposti alla terra, appare al veggente qualcosa “come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro che avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno cetre divine e cantano il canto di Mosé, il servo di Dio, e il canto dell’Agnello…” (Ap 15,2s). Con questa immagine è descritta la situazione dei discepoli di Gesù Cristo in tutti i tempi, la situazione della Chiesa nella storia di questo mondo. Considerata umanamente, essa è in se stessa contraddittoria. Da una parte, la comunità si trova nell’Esodo, in mezzo al Mar Rosso. In un mare che, paradossalmente, è insieme ghiaccio e fuoco. E non deve forse la chiesa, per così dire, camminare sempre sul mare, attraverso il fuoco e il freddo? Umanamente parlando essa dovrebbe affondare. Ma, mentre cammina ancora in mezzo a questo Mar Rosso, essa canta – intona il canto dei giusti: il canto di Mosé e dell’Agnello, in cui si accordano l’Antica e la Nuova Alleanza. Mentre, tutto sommato, dovrebbe affondare, la Chiesa canta il canto di ringraziamento dei salvati. Essa sta sulle acque di morte della storia e tuttavia è già risorta. Cantando essa si aggrappa alla mano del Signore, che la tiene al di sopra delle acque. Ed essa sa che con ciò è sollevata fuori dalla forza di gravità della morte e del male – una forza dalla quale altrimenti non ci sarebbe via di scampo – sollevata e attirata dentro la nuova forza di gravità di Dio, della verità e dell’amore. Al momento si trova tra i due campi gravitazionali. “Ma – conclude Benedetto XVI – da quando Cristo è risorto, la gravitazione dell’amore e più forte di quella dell’odio; la forza di gravità della vita è più forte di quella della morte. Non è forse questa veramente la situazione della Chiesa di tutti i tempi? Sempre c’è l’impressione che essa debba affondare, e sempre è già salvata. San Paolo ha illustrato questa situazione con le parole: “Siamo…come moribondi, e invece viviamo” (2 Cor 6,9). La mano salvifica del Signore ci sorregge, e così possiamo cantare già ora il canto dei salvati, il canto nuovo dei risorti: alleluia. Amen”.

In Cena Domini

E’ stato “oggi” che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue

“Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola “oggi”,sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. E’ stato “oggi” Che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo “oggi”. Il nostro oggi viene a contatto con il suo oggi di allora. Egli fa questo adesso. Con la parola “oggi”, la Liturgia della chiesa vuole indurci a porre grande attenzione interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha formulato” per una catechesi sulla fede eucaristica professata, pregata, celebrata e vissuta. ( Benedetto XVI, Omelia nella “Cena del Signore”, 9 aprile 2009).

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale e il Comandamento nuovo della carità lasciatoci da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel cenacolo, alla vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. “Il Signore Gesù – egli scrive, all’inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso – nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo “Questo è il calice della nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente come nelle apparizioni a Pietro, ai dodici, a Paolo, col suo corpo dato e con il suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta non solo ad un suo popolo ma a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale che consegna alla Sua Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri, struttura sacramentale dell’Ordine oltre il Battesimo, i suoi dodici discepoli e quanti proseguiranno lo stesso ministero nel corso dei secoli per il suo regno che si fa presente là dovunque Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge con il dono del Suo Spirito con una prassi di vita caratterizzata dall’amore fraternamente reciproco tra i battezzati, ancora di più tra gli ordinati, e dall’attenzione, dall’essere prossimi a tutti i poveri e sofferenti.

Nel racconto dell’istituzione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, della struttura sacramentale del Sacerdozio ministeriale, del Comandamento nuovo del suo amore che ci raggiunge, c’è un pronome relativo: qui pridie.
Questo “qui” aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “…diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. In questo modo, il racconto dell’istituzione è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole “rese grazie con la preghiera di benedizione”.

Rese grazie con la preghiera di benedizione
Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare in due termini eucharistìa ed eulogìa. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui benedetto e trasformato. La Liturgia romana ha ragione nell’interpretare il nostro pregare in questo momento sacro mediante le parole: “offriamo”, “supplichiamo”, “chiediamo di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto questo si nasconde nella parola “eucaristia”.

La Chiesa guarda alle mani e agli occhi del Signore
C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone Romano. La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole vederlo presente, osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire vederlo, sapendolo e pensandolo, attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani che ha lasciato, per amore, inchiodare alla Croce e che per sempre, risorto, porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire per liberaci in continuità dal peccato e da chi tenta di farci soccombere nella tentazione, liberarci soprattutto dalla morte. Ora, con la struttura sacramentale dell’Ordine che specifica la modalità con cui vivere per vocazione quella battesimale, siamo incaricati noi ministri di fare per il sacerdozio comune a tutti i fedeli, missionariamente per tutta la famiglia umana ciò che Egli ha fatto: prendere nelle sue mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione. Come ministri noi preghiamo il Signore che le nostre mani servano sempre più a portare salvezza e liberazione, a portare benedizione, a rendere presente la sua bontà e il suo amore cioè il suo regno che non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai: è èpresnete là dove Egli è amato e dove eucaristicamente il suo amore ci raggiunge.
Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17,1), il canone prende le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente….”.Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore, la nostra anima, il nostro io al Tu di alleanza personale con Dio. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose della fase terrena cioè dal concepimento fino al momento terminale della vita, ad orientarci nella preghiera verso l’origine e la destinazione della nostra vita di creature cioè verso Dio Creatore e Redentore e così risollevarci verso la vita veramente vita, la vita già partecipe fin dal Battesimo della risurrezione, partecipe della speranza veramente affidabile che penetra continuamente nella nostra fase terrena, la trasforma e la attira a sé. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire puri cioè senza idolatrie della fase terrena, pur importante come dono, i nostri occhi, affinché non accolgano e lascino entrare in noi, diventino schiavi di “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza di bene. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro io. Ma nella preghiera chiediamo soprattutto per avere, come finestre dell’anima, del cuore, dell’io, occhi desiderosi della verità del nostro e altrui essere dono dle Donatore divino, come di tutto il mondo che ci circonda e disponibili che il suo amore ci raggiunga cioè capaci di vedere la presenza di quel Dio che possiede un volto umano attraverso i volti dei suoi, che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Preghiamo affinché possiamo guardare il mondo con occhi di luce e di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi per incontraLo, con il dono del Suo Spirito, nella via umana alla Verità e alla Vita che è la Comunione ecclesiale e che sono in attesa di quella nostra parola che attualizza qui e ora la Sua e di quella nostra azione sacramentale che agisce nel rito eucaristico in Persona di Lui capo del suo Corpo che è la Chiesa.

Il Signore spezza il pane e lo distribuisce ai discepoli

Benedicendo, il Signore stesso, attraverso l’azione ministeriale del presbitero, spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa di ognuno dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita, per il desiderio della verità e per la disponibilità all’amore. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa una partecipazione divina, di amore divino alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il condividere si crea comunione fraterna, ecclesiale. Nel pane spezzato, il Signore attraverso il suo ministro, distribuisce se stesso rendendo figli nel Figlio e quindi fratelli. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche al farsi dono di amore fino a lasciarsi uccidere. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane per la vita del mondo” (Gv 6,51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno per cristificare da risorti tutta la fase terrena dalla nascita al momento terminale è la comunione con Dio che possiede un volto umano crocifisso e risorto, l’alleanza di ogni io e dell’umanità nel suo insieme con il Tu divino. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma la sostanza del pane nella sostanza di Lui crocifisso risorto, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, questa assimilazione a Lui per divenire sempre più figli nel Figlio è un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte e porta avanti una nuova dimensione della vita e della realtà iniziata con la risurrezione del Gesù di Nazaret, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente ogni momento della fase terrena, la trasforma e la attira progressivamente a sé, affinché diventi un mondo di risurrezione cioè un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono continuamente inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato.

L’intima natura dell’Eucaristia è agape, è amore reso corporeo
Spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola “agape” i significati di Eucaristia cioè desiderio di verità e disponibilità all’amore si compenetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare, uccidere come pane vivo per liberarci dal peccato, dal rischio di soccombere nella tentazione e dalla morte, con l’invito a lasciarci continuamente riconciliare con il Padre finché il peccato ritorna. Nel pane distribuito riconosciamo sacramentalmente nella modalità sostanziale il mistero cioè il divino . attraverso la via umana del chicco di grano, che muore e porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà sino alla fine del mondo cioè al compimento della storia della salvezza in cieli nuovi e terra nuova. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica cioè una fede solo ritualmente celebrata nell’orizzonte di una fede professata. E’ completa solo, se l’agape liturgica diventa amore cioè fede vissuta e pregata nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose distinte diventano un tutt’uno – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale, rituale e il culto dell’amore nei confronti non solo dei fratelli nella fede, ma anche nei confronti del prossimo cioè di ogni uomo che incontriamo comunque ridotto e che Dio ama fino al perdono.

Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino
Dopo questa catechesi non solo mistagocita cioè della fede professata e celebrata ma anche vissuta e pregata Benedetto XVI propone: “Chiediamo in quest’ora al Signore la grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo (e l’attirarlo a sé). Dopo il pane, Gesù prende il calice, che il Signore dà ai discepoli, come “praeclarus calix” (come calice glorioso), alludendo con ciò al salmo 23 (22), quel Salmo che parla di Dio come Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici…Il mio calice trabocca” . calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì. Il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è arrivata l’”ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione, (nell’amore) di Dio sino alla morte, (sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme).Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel canone della Chiesa, il mistero solenne cioè della realtà divino - umana delle nozze si cela sotto l’espressione “novum Testamentum”. Questo calice è il nuovo Testamento – “la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice in 1 Cor 11,25. Il canone Romano aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprimere l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità, (di Cristo con il Suo Corpo che è la Chiesa). Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due pari uguali, ma mero dono del suo amore. Egli superando ogni distanza, ci rende veramente “patner” (consanguinei) e si realizza il mistero nuziale dell’amore”: un ingresso di Cristo in noi, tale per cui siamo trasformati in Lui, viviamo in Lui e di Lui.
Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così in comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I pater diventano in qualche modo “fratelli della stessa carne e delle stesse ossa”. L’alleanza opera un’insieme di pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, oggi qui e ora? Dio, Il Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo che si è dato definitivamente a noi nell’incarnazione del Figlio, stabilisce con ogni singolo e con l’umanità nel suo insieme una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra sé e noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato per amore siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è il suo amore che ci raggiunge, nel quale la vita divina e quella umana sono divenute una cosa sola. “Preghiamo il Signore – ha concluso Benedetto XVI – affinché comprendiamo sempre più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi della sua pace e così anche in comunione gli uni e gli altri. Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel cenacolo, Cristo dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona, del suo io. Ma può farlo? E’ ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di fronte a loro? La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi toglie la vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo…” (Gv 10,18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera decisione. In quell’ora, (in quell’”oggi” del Cenacolo) anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là, in quell’oggi si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre (in ogni oggi della celebrazione eucaristica).Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pénetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici strumenti della tua pace. Amen”.

lunedì 6 aprile 2009

La fede a rischio

Nel nostro tempo in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi

“La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: “Tu…conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Nel nostro tempo in cui vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma quel Dio che ha parlato sul Sinai (l’Io sono cioè l’Essere che esiste da se stesso, tutto in atto, fondamento dell’atto d’essere di ogni ente che viene all’esistenza, come hanno argomentato i filosofi dell’interrogarsi greco); a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (Gv 13,1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce riveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre più.
Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessita che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni egli altri, per andare insieme, pur nella loro diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come amore “sino alla fine”(per ogni singolo e per l’umanità nel suo insieme) deve dare testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, 10 marzo 2009).

Per approfondire questo passaggio centrale sulla situazione, e quindi sull’indirizzo pastorale, sulla missione della Chiesa Cattolica oggi come Benedetto XVI la propone all’episcopato può essere utile rifarci a una monumentale intervista dell’allora cardinale Joseph Ratzinger rilasciata il 3 ottobre 2003 al giornale cattolico “Die Tagespost” in rapporto immediatamente alla situazione della Chiesa in Germania, ma estensibile, con accentuazioni diverse, a tutta la Chiesa di fronte al mondo d’oggi.

I caratteri distintivi dell’attuale crisi di fede
La fede di ogni singolo credente, dato il carattere non spettacolare, non costrittivo con cui Dio, che è amore, si rapporta sempre con ogni essere intelligente e libero – un rapporto spettacolare, costretto non è più un rapporto di amore – ha sempre avuto le sue difficoltà e i suoi problemi, i suoi limiti e le sue dimensioni. Su questo non possiamo meravigliarci. Ma nella situazione spirituale di base nel mondo contemporaneo è avvenuto qualcosa di diverso dal passato. Fino all’illuminismo, e anche oltre, era comune, condivisa, questa certezza: il mondo in relazione d’origine e di destinazione a Dio era trasparente, era in qualche modo evidente che ogni essere dono rimanda al Donatore divino, ad un’unica intelligenza, al Logos creatore, fonte della corrispondenza fra nostra intelligenza soggettiva e quella oggettiva della natura: era condiviso e quindi cultura che il mondo stesso con tutto ciò che contiene – il creato con la sua ricchezza, ragionevolezza e bellezza – rispecchi uno Spirito creatore, riconducendo ad esso la nostra intelligenza e la nostra libertà vincendo la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità. E da tutti questi spiragli scaturiva l’evidenza di fondo che Dio stesso parla a noi nella Bibbia, che in essa Egli ci ha rivelato il suo volto, il suo Tu, il suo amore per ogni uomo e finalmente Dio ci viene incontro nella via umana del volto di Cristo, con tutte le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana nella via verso il futuro. Mentre allora vi era, per così dire, un presupposto comune per aderire in qualche modo alla fede cioè l’originario senso religioso – con tutti i limiti e le debolezze umane – e occorreva, per non credere, realmente una consapevole ribellione contro il senso della vita cioè il senso religioso che illumina la storia, dopo l’illuminismo culturalmente è tutto cambiato: oggi l’immagine del mondo come essere dono del Donatore divino è esattamente capovolta. Tutto, così sembra, viene spiegato materialmente; l’ipotesi di Dio, come disse già Laplace alla domanda di Napoleone “ e Dio nel tuo progetto scientifico e tecnico di progresso dove lo collochi?”, non è più necessario; tutto viene spiegato tramite fattori materiali. Così Dio è stato sempre più escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui è diventata sempre più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo, con un autentico capovolgimento del punto di partenza della modernità, una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. L’etica viene ricondotta entro i confini della dittatura del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con tutte le tradizioni religiose dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa, soprattutto nell’islamismo, è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura, che tende alla globalizzazione, è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza.
L’Evoluzione è diventata la nuova divinità. Non vi è alcuna transizione in cui si debba ricorrere a un essere creatore – al contrario: l’introduzione di questo si rivela ostile ad ogni certezza scientifica ed è pertanto qualcosa di insostenibile.
Parimenti, ci è stata strappata di mano la Bibbia nella sua origine divina ridotta come un prodotto la cui origine può essere spiegata con metodi storico – critici, che in ogni passo riflette situazioni storiche e che non ci dice proprio ciò che credevamo di poter trarre da essa, ma che deve essere stato tutt’altra cosa: i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo a motivo della sfiducia riguardo alla possibilità, per ogni uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine. In una tale situazione generale, dove la nuova autorità – che viene ritenuta “scienza” – interviene e dice l’ultima parola e dove perfino la cosiddetta divulgazione scientifica si dichiara da se stessa “scienza”, è molto più difficile conservare il concetto di Dio nettamente distinto dalla natura, dal mondo che Egli ha liberamente creato con una chiara distinzione tra “fisica” e “metafisica” e soprattutto il Dio biblico che ama l’uomo, che entra nella nostra storia, che dà vita ad una autentica storia di amore con Israele, suo popolo per illuminare tutte le genti e poi al Dio dal volto umano di Gesù Cristo che dilata questa storia di amore e di salvezza all’intera umanità nella croce del proprio Figlio per rialzare ogni uomo e salvarlo e chiamarlo a quell’unione di amore con lui che culmina nell’Eucaristia, sapendo, pensando e quindi vedendo nel Suo corpo, nella Sua Chiesa la viva comunità di fede nella sua presenza e nella sua azione. Anche in questo orizzonte secolarizzato la fede come dono è sempre possibile ma esige un impegno molto più grande e il coraggio di resistere a certezze solo apparenti che portano alla disperazione. Il senso religioso originario e quindi il cammino naturale verso Dio è oscurato e il riconoscere il suo farsi dono di salvezza, di speranza veramente affidabile, diventa molto più difficile.
Nei primi tempi di questa ondata di drammatica frattura fra senso religioso, Vangelo, etica e cultura per cui “Dio non c’entra con la vita” (ateismo) la Chiesa ha sopportato anche le espressioni di fede più deboli, meno pensate, meno divenienti cultura: era come una patria spirituale, come luogo di appartenenza, come istituzione che propone regole e precetti, ma che accompagna anche attraverso la vita. Sembra che oggi la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento richiedendo la priorità che sta al di sopra di tutte: rendere consapevoli della presenza di Dio in questo mondo e di aprire ad ogni io umano che fin dall’origine lo desidera l’accesso a Dio, non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio ricercato dai filosofi e che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (Gv 13,1) per ogni singolo e per l’umanità nel suo insieme.

La crisi della Chiesa è l’aspetto più concreto di questa crisi di coscienza religiosa, del senso della vita e di fede, di Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro
La Chiesa rischia di non essere colta e accolta per quello che in continuità è cioè la comunità vivente, che deriva in continuità o tradizione del Popolo di Dio da Cristo stesso e attualizza sacramentalmente in ogni luogo e tempo, con il dono del Suo Spirito, la Sua Parola e nell’incontro con ogni uomo la Sua azione di liberazione dal demonio, dal peccato e dalla morte, garante dell’intelligenza della Parola di Dio, donando in vissuti fraterni di comunione il pensiero cristiano, una dimora spirituale e la certezza, la chiarezza e la bellezza della fede cattolica che possono rendere luminosa la vita dell’uomo anche oggi! Oggi il riferimento alla Chiesa rischia di apparire come una comunità fra tante altre: vi sono molte chiese, direbbe qualcuno, e sarebbe umanamente sconveniente ritenere la propria migliore dove addirittura sussiste la vera religione, Gesù Cristo luce del mondo e della storia. Già culturalmente e politicamente una forma umana di cortesia spinge e relativizzare la propria, e lo stesso vale per le altre. Si tratterebbe pertanto di casuali aggregati sociali, peraltro inevitabili, ma che non ci garantiscono più di essere veramente a casa: pensarlo e dirlo nell’attuale dittatura del relativismo è addirittura impertinenza, offensivo. Questa disgregazione della pretesa verità di Gesù Cristo, quindi della coscienza ecclesiale cattolica, che naturalmente dipende anche da tutte le imposizioni secolarizzate dell’odierna situazione spirituale e ne rappresenta la concreta applicazione, è sicuramente una delle cause principali per cui la Parola di Dio nella sua originaria documentazione biblica non giunge più a noi attualizzata cioè con una autorità divina che produce quello che dice, ma tutt’al più diciamo: c’è qualcosa di bello, di utile in essa, ma devo cercarvi da solo ciò che ritengo giusto. Il pericolo, quando non c’è consapevolezza, è molto serio. Si rischia di ridurre la Chiesa cattolica in una religione di unità cristiana nella quale gli ordinamenti che escludono celebrazioni eucaristiche in comune, con la parte evangelica, luterana per esempio, possono essere effettivamente superati e, stando a certi fatti in Germania e altrove, sono già stati superati. Anche fra i cattolici la coscienza risulta parecchio relativizzata. Culturalmente sono spinti a non ritenere che l’appartenenza alla Chiesa Cattolica sia per loro la garanzia della verità che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Risulta per lo meno sfocata la visione sacramentale, di mediazione ecclesiale della presenza del Risorto, di Dio tra i suoi missionariamente, apostolicamente per tutti e per tutto.
Per evangelici e cattolici è grave che si releghi nella soggettività quanto si riteneva prima fondante la propria identità e con ciò venga relativizzata la fede sia nel sacramento e sia nella sua forma esteriore. Sia da parte cattolica che protestante si impone ecumenicamente una considerazione di fondo su ciò che è il sacramento, come celebrarlo giustamente, quali sono le condizioni e come l’unità deve essere vera unità e non una “riduzione” che finisce per degradare lo stesso sacramento. Ecco perché offrono fiducia cattolici che organizzando cattolici dichiarano di essere fedeli al Papa e al magistero straordinario e ordinario attraverso il Catechismo e il suo Compendio con cui attualizzare il fondamento biblico e mantenere la loro fede cattolica. Questo immediatamente produce divisione nelle parrocchie, tra gruppi e movimenti, ed è spesso causa di cambiamento di parrocchia di alcuni fedeli o del loro definitivo abbandono della Chiesa. E può accadere quello che Paolo descrive nel brano di Galati 5,13-15: “Che la libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni e gli altri!”. Queste frasi possono essere in parte esagerazioni retoriche. Ma purtroppo l’ideologia che dissolve il dialogo e quindi questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di libertà mal interpretata. E’ forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo sempre di nuovo imparare la priorità suprema: l’amore?

Tale distacco interno alla Chiesa è uno dei più urgenti problemi del nostro tempo: non siamo giunti ancora ad averlo seriamente sotto controllo
Noi ci occupiamo di ecumenismo e intanto dimentichiamo che la Chiesa nel suo interno si è spaccata e che tale spaccatura penetra fin dentro le famiglie, le comunità, i movimenti. Occorre la consapevolezza dell’autentico fondamento comune di fede, speranza, amore come lo propone il Catechismo e il suo Compendio, l’unico fondamento che può veramente reggere, poiché non è stato inventato da noi stessi né da un comitato, né da nessun altro, ma proviene dalla sorgente: è la fede stessa della Chiesa. Ciò che noi vi aggiungiamo è fatto da noi stessi e conseguentemente non può unirci. Ciò che va al di là della comune e continua professione ecclesiale della tradizione del popolo di Dio appartiene allo spazio della libertà, che noi dobbiamo imparare a prendere in modo differenziato: esiste una fede della Chiesa che non è una fissazione autoritaria, bensì l’eredità lasciata da Gesù Cristo alla sua Chiesa.
Se dunque l’impegno faticoso per l’autentico fondamento comune della fede, della speranza e dell’amore costituisce in questo momento ( e, in forme diverse, sempre) la vera priorità della Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto del papa di una mano tesa ai seguaci di Lefebvre abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel suo contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze e impegnarci per lo scioglimento di irrigidimenti, così da dare spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile verso l’autentico fondamento comune. “Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità – il Papa ai Vescovi – nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi? Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in questa occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismo ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di amore (a tutta la tradizione non solo fino al 1962 ma al Concilio e al magistero del post-Concilio) di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori…E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura (come Kung che afferma “essenza cattiva” la Tradizione fino al 1962 e buona solo quella dal Concilio con una ermeneutica di discontinuità)? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto di tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.

La liturgia con la riforma dal 1970 si è creata dei problemi perché si sono cambiate troppo presto delle esteriorità senza prepararle ed elaborarle dall’interno in fedeltà alla Sacrosanctum Concilium nella continuità della Tradizione del Popolo di Dio
Si parla sempre più spesso, quindi, di “riforma” della riforma liturgica dopo il Concilio. Che cosa aspettarci o sperare nei prossimi anni? Quali cambiamenti? In nessun caso bisognerebbe ricominciare a introdurre cambiamenti esteriori non ancora preparati interiormente alla luce anche della Sacrosanctum Concilium e del magistero post- conciliare come l’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis.
Innanzitutto va valutata criticamente l’idea che la liturgia sia propriamente la manifestazione della comunità. Ciò è stato sottolineato fortemente, ideologicamente, in discontinuità con la Tradizione in questi anni: la comunità come soggetto della liturgia. Questo significava, pertanto, che la comunità decide come celebrare se stessa. Si sono quindi formati settori che hanno messo in pratica tutto ciò creando spaccature tra i fedeli. Altri non vi hanno partecipato e questo non è piaciuto ai primi. Ci troveremo d’accordo su forma ordinaria e straordinaria dello stesso rito cattolico, come il Motu proprio di Benedetto XVI offre, solo quando smetteremo di considerarla come l’elemento formante della comunità e di pensare di dover soprattutto “impegnare” noi stessi e di rappresentarci in essa. Dobbiamo di nuovo imparare a capire che essa nella sua continuità dinamica fino ad oggi, ai vari luoghi della tradizione del popolo di Dio ci introduce nella professione di fede professata, celebrata, vissuta, pregata del corpo della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi, nella quale il Signore ci offre se stesso per essere ieri, oggi e sempre, assimilati a Lui. Una liturgia senza l’autentico comune accordo ecclesiale di fede non esiste. Quando si cerca di renderla interessante – Dio sa con quali idee – ma non si presuppone in ciò la fede, e quando viene ristretta soltanto alla comunità particolare e locale e non viene vista, invece, come incontro col Signore ieri, oggi e sempre nella grande comunità della Chiesa universale che si estende in continuità nel tempo e nello spazio, la liturgia cade in rovina. Pertanto non si capisce perché si debba andare avanti su questa strada, su questa tendenza senza una “riforma” della riforma. Sono necessarie delle correzioni interiori prima di porre mano a cose esteriori come gli impazienti richiedono rinnovando gli atteggiamenti negativi con cui si è realizzata la prima riforma. “Se ora – dice il cardinale Ratzinger nell’intervista – si ricomincia a inventare nell’esteriore, non prevedo nulla di buono- Dobbiamo arrivare ad una nuova educazione liturgica, in cui si divenga consapevoli che la liturgia appartiene in continuità dinamica a tutta la Chiesa, che in essa ogni comunità particolare e locale si unisce con la Chiesa universale, con Cielo e Terra, che ciò inoltre rappresenta la garanzia che il Signore viene e succede qualcosa che non può accadere in nessun luogo, in nessun intrattenimento e in nessun spettacolo. Solo quando noi volgiamo di nuovo lo sguardo su queste cose più grandi può sorgere una vera unità interiore (sul comune fondamento della fede professata, celebrata, vissuta, pregata) e ci si può anche interrogare sulle migliori forme dei riti esteriori. Prima, però, deve crescere una comprensione interiore della liturgia, che ci unisce (diacronicamente e sincronicamente) gli uni con gli altri. Nella liturgia non dobbiamo di volta in volta rappresentare le nostre invenzioni, non dobbiamo introdurre ciò che abbiamo inventato, bensì ciò che ci viene rivelato”.

Disagio di molti fedeli cattolici nei confronti dei responsabili della Chiesa: molti Vescovi sarebbero da troppo tempo spettatori di abusi, di errati comportamenti disciplinari oppure dell’estendersi di pericolose dottrine teologiche. Come pastoralmente farvi fronte?
In questo lamento generale cosa c’è di falso, di insufficiente, di non educativo? “Credo – Ratzinger nell’intervista – che una grande preoccupazione dei Vescovi – e lo posso confermare per esperienza personale – sia stata e sia quella di mantenere uniti i fedeli nella gran confusione dei tempi, non creare quindi insicurezze che in pubbliche discussioni mettano in contrasto i fedeli e turbino la pace nella Chiesa. Bisognava e bisogna pertanto chiedersi sempre in senso relativo: l’abuso, il comportamento scorretto, l’insegnamento deviante è così grave che io debba espormi al chiasso della pubblica opinione come anche a tutte le insicurezze che ne potrebbero sorgere, oppure debbo tentare di risolvere il caso il più possibile con calma o anche tollerare ciò che in sé è inaccettabile, onde evitare più gravi lacerazioni? La decisione da prendere era ed è comunque sempre difficile.
Vorrei però dire che la nostra tendenza – anch’io pensavo così – era orientata a dare valore prioritario al rimanere uniti, all’evitare le pubbliche conflittualità e le ferite laceranti che ne derivano. In relazione a questo si è sottovalutato l’effetto di altre cose. Si è presto detto: quel libro lo leggono forse duemila persone – che significa questo di fronte a tutta la comunità dei fedeli, la maggior parte dei quali non ne capisce niente? Ora, solo accentuandone l’attenzione, verrebbero inflitte delle ferite che colpirebbero tutti. Allora si è taciuto.
Così, però, si è sottovalutato il fatto che ogni velenosità tollerata lascia del veleno dietro di sé, continua la sua azione nefasta e, alla fine, porta con sé un grave pericolo per la fede della Chiesa, perché subentra la convinzione: nella chiesa si può dire questo e quello, tutto trova posto. Allora la fede perde la sua concretezza e la sua evidenza.
Certo è stato sottovalutato nella sua gravità l’impegno di mantenere limpida la fede e, come tale, di presentarla quale il massimo dei beni; questo non soltanto in Germania, ma dovunque abbia avuto luogo questo dibattito sul corretto comportamento dei pastori.
Si tratta dell’effetto a lungo termine di tali iniezioni di veleno. Ne deriva l’impressione che la fede (professata, celebrata, vissuta, pregata) non fosse così importante, per quanto poco se ne sapesse di preciso. Non voglio incolpare nessuno dei singoli,ma in una specie in una specie di esame di coscienza, dovremmo intenderci nuovamente sulla priorità della fede e renderci consapevoli degli effetti a lungo termine di tali errori.
Dobbiamo imparare a vedere più chiaramente che la quiete pura e semplice non è il primo dovere del cristiano e che la fede può diventare debole e falsa, se non ha più alcun contenuto”.

Come valutare la preferenza romana di nominare dei Vescovi concilianti che potessero entrare come mediatori e moderatori anziché candidati scelti per la loro adesione alla fede senza compromessi, per il loro coraggio di testimonianza e le loro convinzioni chiaramente espresse?
La nomina da Roma non cade direttamente dal cielo, ma risulta da un sondaggio condotto nel popolo di Dio, fra i vescovi e i sacerdoti, per vedere quali figure emergano nella comunità di fede, degne di fiducia ed in grado di svolgere una funzione educatrice di guida. Pertanto, la partecipazione della Chiesa locale alla scelta dei Vescovi è molto più forte di quanto generalmente si immagini. Roma, non ha nessun interesse a imporre quasi d’autorità chicchessia al popolo di Dio, ma deve essere qualcuno che venga poi accettato dallo stesso popolo e riconosciuto come pastore e guida. Dio che è amore non costringe mai perché ogni rapporto costretto non è un rapporto di amore. Sembra, però, che tra l’e di una fede senza compromessi e l’e della capacità di consenso sia stato questo a prevalere e di conseguenza non si sia sufficientemente calcolata la capacità di dirigere e di discutere, il coraggio di affrontare resistenze e contestazioni, posizioni unilaterali e irrigidimenti, restringimenti per far spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile per l’insieme. Ogni generazione ha il suo tipo di Vescovo.
Immediatamente dopo Il Concilio furono cercati proprio i Vescovi che volevano e potevano introdurre i cambiamenti ora conclusi e ciò in parte è avvenuto anche troppo in fretta. A causa di questi rapidi cambiamenti si giunse in molte comunità a quella frattura fra la tradizione fino al 1962 e quella avviata con il Concilio. Così si dovette, alla fine, cercare dei conciliatori fra una interpretazione di discontinuità e dei riformatori in continuità dinamica. Una terza via di mediazione non è reale ma ideologica, politica. E non a caso venne allora con insistenza in primo piano l’espressione “il vescovo è pontifex” – il vescovo è uno che costruisce ponti, che riunisce insieme. Per quanto riguarda i problemi che ne sono derivati, oggi dobbiamo ancor più fortemente ricordare che il pontifex non deve costruire ponti solo per riunire i singoli fedeli, ma ancor più per condurre a Dio, per rendere consapevoli della presenza di Dio in questo mondo e per aprire ad ogni uomo l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul monte Sinai; a quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme e quindi a quella grande comunità della Chiesa che lo rende possibile. Dovremmo ricordare che il termine pontifex è derivato dal mondo pagano – poi fu certamente adattato al mondo cristiano -, ma che la Bibbia ci propone più intensamente la figura del pastore. Secondo la tradizione biblica il pastore precede, educa alla fede, alla speranza, all’amore il gregge. Egli indica la via umana alla Verità e alla Vita cioè alla presenza di Cristo risorto da seguire, stabilisce anche dei criteri ed è pronto a opporsi a forze contrarie, ai lupi. E’ il coraggio di sostenere contestazioni, il coraggio di intervenire anche senza il politicamente corretto rispetto alla fede: deve essere oggi un criterio decisivo per ogni Vescovo, in comunione con tutti i Vescovi e con il Papa. Ma rimane sempre ovvio che egli deve anche aiutare il suo gregge a riconoscersi nell’unità e ad accordarsi comunitariamente con lui come buon educatore capace anche di non badare a diverse cose non buone e premurarsi di condurre fuori dalle strettezze, da irrigidimenti e posizioni unilaterali facendo spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile per l’insieme.

La Chiesa con il suo ministero pastorale è abilitata all’annuncio e non all’insegnamento della teologia scientifica. Ma il ministero dell’annuncio si impone anche per la teologia. Come valutare quello che è avvenuto il 6 gennaio 1989, ossia la dichiarazione dei docenti cattolici di teologia contro il magistero romano?
Gesù ha effettuato l’emancipazione dei semplici, ha rivendicato anche per loro la facoltà di essere, nel vero senso della parola, “filosofi”; vale a dire, di comprendere ciò che è proprio e peculiare di ogni uomo altrettanto bene quanto lo comprendono i dotti; anzi meglio dei dotti. Le parole di Gesì sulla stoltezza dei sapienti e sulla sapienza dei piccoli (Mt 11,25) hanno proprio questo scopo:fondare il cristianesimo come religione popolare, come una religione in cui non vive un sistema a due classi. L’annuncio della predicazione insegna in maniera vincolante; questa è la sua natura. La predicazione intende dire ad ogni uomo ciò che egli è alla luce dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo, il nuovo orizzonte di vita che Egli dà e ciò per cui egli può vivere e morire. Ma come potrebbe la Chiesa assicurare la direzione decisiva in maniera vincolante, se questo insegnamento non è vincolante per la scienza teologica, per i teologi? Scrittura e magistero nella tradizione viva del Popolo di Dio attualizza la Parola di Dio e in questo senso la fede dei semplici non è una teologia calata dall’alto sulla massa dei fedeli: l’annuncio è il criterio della teologia e non la teologia scientifica il criterio dell’annuncio. Le grandi realtà concernenti la natura umana vengono colte in una percezione semplice, che è fondamentalmente consentita a tutti e che non può mai essere del tutto superata nella riflessione scientifica. La tendenza a collocarsi, nella “accademizzazione” unilaterale della teologia, ad essere semplicemente una scienza come le altre, puramente intellettuale, e ad elevare a supremo criterio la sua coerenza autoreferenziale senza la relazione con il ministero normativo dell’annuncio la dissolve come scienza della fede. Se avviene questo allora la teologia corre il pericolo di perdere le sue radici interiori, ossia la vita spirituale, il dialogo con Dio, la fede che essa porta e che soprattutto apre gli occhi sulla realtà, e di diventare una disciplina accademica senza frutti spirituali. La teologia deve rimanere un organo vivente della Chiesa, in cui è essenziale riflettere sulle ragioni della fede e rimane appunto vivente solo se trova spazio nel popolo di Dio che attualizza la Parola di Dio sul fondamento della Scrittura e del Magistero.
Ci sono giovani teologi che oggi portano avanti dei lavori veramente positivi e godono di un buon prestigio. Ci vuole però del tempo perché un’opera diventi così nota che anche la figura dell’autore risulti al pubblico nella sua giusta dimensione. Siamo vissuti troppo a lungo all’ombra dei grandi nomi, tanto che gli altri non sono riusciti ad imprimersi nella nostra mente. Balthasar, Guardini, Rahner sono naturalmente figure eccezionali, quali pochi è dato di incontrare in un secolo. “Però – Ratzinger nell’intervista – sono contento che nella nuova generazione vi sia un bel numero di studiosi, dai quali possiamo aspettarci del buono”.

Oggi il problema dell’esegesi storico-critica è naturalmente enorme
Già da più di cento anni scuote la Chiesa, non solo quella cattolica per la sfiducia riguardo alla possibilità per l’uomo di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine e per i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo. Anche per le comunità ecclesiali protestanti è un grosso problema. E’ molto significativo che nel protestantesimo si siano formate le comunità fondamentaliste, che contrastano tali tendenze al dissolvimento e hanno voluto recuperare integralmente la fede attraverso il rifiuto del metodo storico – critico. Il fatto che crescano le comunità fondamentaliste, che abbiano successo mondiale, mentre la corrente principale dell’esegesi in Germania, che nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nel sepolcro e quindi la Risurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica, versano in crisi di sopravvivenza: tutto questo ci mostra le dimensioni del problema. Sotto molti aspetti noi cattolici stiamo meglio. Per i protestanti, che non hanno voluto accettare la corrente esegetica, è rimasto effettivamente solo il ritirarsi sulla canonizzazione della testualità biblica e dichiararla intoccabile. La Chiesa cattolica ha, per così dire, uno spazio più ampio, nel senso che è la stessa Chiesa vivente lo spazio di fede, spazio che pone dei limiti, che però, d’altra parte,permette un’ampia possibilità di variazioni. Una semplice condanna globale dell’esegesi storico – critica sarebbe un errore, perché dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha fondamento. Da essa abbiamo imparato incredibilmente molte cose. La Bibbia risulta più viva, se si tiene conto dell’esegesi con tutti i suoi risultati: la formazione della Bibbia, il suo procedere, la sua interna unità nello sviluppo, eccetera. Dunque: da una parte la moderna esegesi ci ha dato molto, ma essa diventa distruttiva se ci si sottomette semplicemente a tutte le sue ipotesi e si eleva ad unico criterio la sua presunta scientificità: dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia. Si è rivelata poi particolarmente devastante quando, senza adeguata assimilazione, si è voluto accogliere nella catechesi la corrente ipotesi dominante come l’ultima voce della scienza biblica. E’ stato un grave errore di questi ultimi quindici anni l’aver identificato ogni volta come “scienza” l’ultima esegesi presentata con grande pubblicità e l’aver guardato a tale scienza come un’autorità assoluta, che sola poteva valere, mentre, come il Catechismo e il suo Compendio la presentano, la certezza della fede completa della Chiesa, la chiarezza e la bellezza della fede cattolica che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi, non veniva attribuita più alcuna autorità. Di conseguenza la catechesi e la predicazione del Vangelo sono andate frammentandosi, o si sono portate avanti ancora le forme tradizionali ma con scarsa convinzione, non da testimoni entusiasti ed entusiasmanti, sicché ognuno poteva ritenere che si nutrissero dei dubbi in proposito, oppure si sono subito spacciati degli apparenti risultati come sicuri dati scientifici.
In realtà, invece, la storia dell’esegesi è al tempo stesso un cimitero di ipotesi, che rappresentano più il corrispondente spirito del tempo che la vera voce della Bibbia, l’attualità di Dio che parla. Chi vi costruisce troppo in fretta, avventatamente, e ritiene questo pura scienza, finisce in un naufragio, in cui trova forse qualche tavola di salvataggio – ma può anche andare presto a fondo. Dobbiamo arrivare a un quadro ben preciso – questo è un combattimento ora di nuovo in pieno corso: l’esegesi storico - critica è il sostegno dell’interpretazione biblica, che ci permette conoscenze essenziali della rivelazione storica e come tale va rispettata, ma deve anche essere criticata, poiché proprio i giovani esegeti odierni mostrano quanta incredibile filosofia si nasconda nella loro esegesi non canonica.
Ciò che sembra rispecchiare fatti concreti e passa per voce della scienza è in realtà espressione di un determinato concetto del mondo, secondo il quale, ad esempio, non può esserci resurrezione dalla morte accertabile storicamente oppure Gesù non può aver parlato in tale e tale modo, oppure altre cose. Al giorno d’oggi, proprio fra i giovani esegeti vi è la tendenza a relativizzare l’esegesi storica, la quale mantiene il suo significato ma da parte sua reca in sé dei presupposti filosofici che devono essere criticati. Questo modo di interpretare il senso della Bibbia, perciò, deve essere integrato mediante altre forme, anzitutto attraverso la continuità dei grandi credenti, che per una via completamente diversa sono giunti fino al vero nucleo interiore della Bibbia, mentre la scienza apparentemente illuminatrice, che ricerca solo fatti concreti, è rimasta molto in superficie e non si è spinta fino alla base interna, sulla quale l’intera Bibbia si muove e si raccoglie. Dobbiamo di nuovo riconoscere che la fede dei credenti è un modo autentico di vedere e di conoscere e giunge così a una maggiore concordanza. Due cose sono importanti:
- rimanere scettici nei confronti di tutto ciò che si propone come “scienza”
- e soprattutto riporre fiducia nella fede della Chiesa, che rimane l’effettiva costante e ci mostra l’autentico Gesù, Verità e Vita salvifica anche alla ragione del nostro tempo.
Il Gesù che ci offrono i vangeli è sempre il vero Gesù, non deformato dal Kerigma originario. Tutte le altre sono costruzioni frammentarie, in cui si rispecchia più lo spirito del tempo che non le origini. Tutto ciò è stato analizzato anche da studi esegetici: quanto spesso le diverse figure di Gesù non sono un dato di scienza, ma piuttosto ciò che un certo individuo o un certo tempo ha ritenuto come risultato scientifico.

Ma oggi dove sono i luoghi di ripresa della fede nella Chiesa mondiale, dove risulta visibile questo risveglio all’inizio del terzo millennio, di cui ha parlato la “Novo millennio ineunte” dopo l’Anno santo 2000?
Anzitutto vi è una grande differenza fra emisfero nord del mondo e quello sud. Certamente non è ideale la situazione della Chiesa nel sud – Africa, Sudamerica, Asia.. Vi è tutta una serie di difficoltà e anche gravi problemi, tuttavia si incontra una primitiva gioia di credere e una vivacità della Chiesa, che va crescendo, invece di diluire. In essa si distingue bene l’autentico difensore dell’uomo e la presenza di un’istanza dall’alto, del Signore appunto, il solo che, in qualche modo, può difendere dai poteri e dalla violenza che infuriano nella politica. A questo riguardo, dobbiamo per prima cosa tenere presente l’accennata divisione del pianeta.
Ma anche nella metà occidentale del mondo vi sono risvegli incoraggianti, sia nelle Chiese locali che nei movimenti spirituali. Nelle Chiese locali si riscontra in parte una grande riscoperta dell’Eucaristia, dell’adorazione eucaristica, del Sacramento, soprattutto dell’amore verso la madre Chiesa, verso la lettura delle Sacre Scritture, verso una vita secondo il vangelo, nuove vocazioni religiose e così via. Poi ci sono i movimenti che hanno i loro problemi, ma rappresentano sempre un risveglio, in cui la gioia di credere emerge sotto diverse colorazioni e intanto devono imparare a incontrarsi e completarsi a vicenda. Vi è molto di vivamente positivo nella fede cristiana. La consapevolezza che quanto ci hanno portato i movimenti del ’68, il postmoderno e l’Illuminismo non è sufficiente per vivere la troviamo proprio nella giovane generazione: molti con gioia semplice e sincera, ritornano di nuovo al cuore della fede e della Chiesa vivente.

In un prevedibile futuro cattolici e luterani si troveranno insieme all’altare?
Ratzinger conclude la sua intervista rispondendo a questa domanda: “Umanamente parlando, direi di no.
Un primo motivo è anzitutto la divisione interna delle stesse comunità evangeliche. Pensiamo solo al luteranesimo tedesco, dove si incontrano persone con una fede profonda, di formazione ecclesiale, ma anche un’ala liberale che, in ultima analisi, considera la fede come una scelta individuale e fa quindi scomparire quasi completamente la comunità ecclesiale. Ma anche prescindendo da queste spaccature in ambiente evangelico, sono ancora persistenti delle diversità fondamentali fra le comunità sorte dalla Riforma del sedicesimo secolo e la Chiesa cattolica: Se penso anche solo al foglio ufficiale della chiesa evangelica in germania, vi trovo due cose che indicano una profonda lacerazione. In un punto viene detto che fondamentalmente ogni cristiano può presiedere l’Eucaristia. Oltre il Battesimo non esiste nella Chiesa evangelica alcun’altra struttura sacramentale. Ciò significa che nell’ufficio episcopale e sacerdotale viene rifiutata la successione derivante dagli Apostoli, che però già nel Vangelo risulta costitutiva per la formazione della Chiesa. In tale contesto viene coinvolta la formazione del canone neotestamentario – i “testi” del nuovo Testamento. Il canone non si è certo formato da solo. Ha dovuto essere riconosciuto. Per questo, però, era necessaria un’autorità legittimata a decidere. Questa autorità potrà essere solo quella apostolica, che era presente nel magistero della successione. Canone, scrittura e successione apostolica, come magistero episcopale, sono inscindibili.
Il secondo punto del foglio, che mi ha meravigliato, è questo: vengono indicate le parti essenziali nella celebrazione della Santa Cena. Ma non vi è traccia dell’Eucaristia, dell’anaphora, o preghiera di consacrazione, che non fu inventata dalla Chiesa ma deriva direttamente dalla preghiera di Gesù – la grande preghiera di benedizione della tradizione giudaica – e, insieme all’offerta del pane e del vino, rappresenta la fondamentale offerta del Signore. Grazie a questa offerta noi preghiamo nella preghiera e con la preghiera di Gesù, che si compie sulla croce, il sacrificio di Cristo è reso attuale e l’Eucaristia è ben più di una semplice cena. Per questo la visione cattolica sulla Chiesa e l’Eucaristia è chiaramente molto lontana da tutto ciò che viene detto nel dépliant dell’EKD.
Dietro poi vi è il problema centrale della “sola scriptura”. Jungle, docente a Tubinga, lo riassume nella formula “lo stesso canone è la successione apostolica”. Ma da dove lo conosciamo? Chi ce lo spiega? Ognuno per conto suo? Oppure gli esperti? Allora la nostra fede poggia solo su ipotesi che non valgono né per la vita né per la morte. Se la Chiesa non ha nessuna voce, se essa non può dire nulla con autorità sulle ultime interrogazioni della fede, allora non esiste nessuna fede comunitaria.
Allora si potrebbe cancellare la parola “Chiesa”, perché una chiesa che non ci garantisce una fede comune non è nessuna chiesa. Pertanto la questione di fondo sulla Chiesa e sulla Scrittura è ancora presente e non ha ricevuto risposta. Tutto ciò non esclude tuttavia che i veri credenti si possano incontrare in un profondo avvicinamento, come io stesso con compiacenza mi sento di riferire”.