giovedì 28 gennaio 2010

Politica

La speranza di una nuova generazione di italiani e di cattolici per l’agire politico nella carità nella verità a livello sociale

Martedì 26 gennaio i Vescovi italiani hanno analizzato il “sogno” di una nuova generazione di politici cattolici, in riferimento a quanto ha affermato nella sua prolusione di lunedì 25 gennaio il loro Presidente, il Cardinale Angelo Bagnasco, che ha presentato alcun caratteristiche che dovrebbero avere sia coloro che sono già attualmente impegnati e sia in vista di una nuova generazione soprattutto di giovani. Associazioni e Movimenti hanno accolto questo input che offriamo:

“Mi avvio alla conclusione ( della prolusione al Consiglio Permanente), confidando un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro di essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico.

So che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Cresce l’urgenza di uomini e donne capaci, con l’aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera che dispiega meglio il progetto di Dio, sull’umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l’ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell’esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza. Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà – la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e da una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta… - formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica (Caritas in veritate, n. 15)”.

La politica è propriamente “prendersi cura, da una parte, e avvalersi dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale che in tal modo prende forma di polis, di città” (Caritasin veritate, n. 7). Quindi il dovere politico è per tutti: secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. E’ questa la via istituzionalepossiamo dire anche politica - della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis” (ibidem).

L’orizzonte di questa attività politica doverosa per ogni cristiano pur in modalità diverse – e che, ovviamente, non si riduce all’azione dei partiti – è insieme altissimo ed entusiasmante,necessario, maturante pur rischioso: si tratta infatti di una vera “testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno. L’azione di ogni uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio…così da dare forma di unità e di pace alla città dell’uomo, e renderla in qualche misura anticipazione e prefiguratrice della città senza barriere di Dio” (ibidem).

Rinnovamento della Chiesa

San Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui

Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia, il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente ad una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe -, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di san Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”.

Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa di quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali.

Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocefisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo.

Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada.

E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio.

Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento…

Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli Apostoli inviati in missione -, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco.

Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 27 gennaio 2010).

Alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico.

Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità.

E anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.

E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un uovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l’Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l’Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.

martedì 26 gennaio 2010

Testimonianza di unità

Ogni testimonianza di unità nasce dall’incontro col Risorto, si nutre del rapporto costante di Lui, è animata dall’amore profondo verso di Lui

“Il Cristo risorto appare ai discepoli di Emmaus, li conforta, vince il loro timore, i loro dubbi, si fa loro commensale e apre il cuore all’intelligenza delle Scritture. Ricordando quanto doveva accadere e che costituirà il nucleo centrale dell’annuncio cristiano. Gesù afferma: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47).

Questi sono gli eventi dei quali renderanno testimonianza innanzitutto i discepoli della prima ora e, in seguito, i credenti in Cristo di ogni tempo e di ogni luogo. E’ importante, però, sottolineare che questa testimonianza, allora come oggi, nasce dall’incontro col Risorto, si nutre del rapporto costante con Lui, è animata dall’amore profondo verso di Lui. Solo chi ha fatto esperienza di sentire il Cristo presente e vivo – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io”! (Lc 24,39) -, di sedersi a mensa con Lui, di ascoltarlo perché faccia ardere il cuore, può essere suo testimone! Per questo, Gesù promette ai discepoli e a ciascuno di noi una potente assistenza dall’alto, una nuova presenza, quella dello Spirito Santo, dono del Cristo risorto, che ci guida alla verità tutta intera: “Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49), dice agli Undici e a noi. Gli Undici spenderanno tutta la vita per annunciare la buona notizia della morte e risurrezione del Signore e quasi tutti sigilleranno la loro testimonianza con il sangue del martirio, seme fecondo che ha prodotto un raccolto abbondante.

La scelta del tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno, l’invito, cioè ad una testimonianza comune del Cristo risorto secondo il mandato che Egli ha affidato ai discepoli, è legata al ricordo del centesimo anniversario della Conferenza missionaria di Edimburgo in Scozia, che viene considerata da molti come un evento determinante per la nascita del movimento ecumenico moderno. Nell’estate del 1910, nella capitale scozzese si incontrarono oltre mille missionari, appartenenti a diversi rami del Protestantesimo e dell’anglicanesimo, a cui si unì un ospite ortodosso, per riflettere insieme sulla necessità di giungere all’unità per annunciare credibilmente il Vangelo di Gesù Cristo.

Infatti proprio il desiderio di annunciare agli altri il Cristo e di portare al mondo il suo messaggio di riconciliazione che fa esperimentare la contraddizione della divisione dei cristiani. Come potranno, infatti, gli increduli accogliere l’annuncio del Vangelo se i cristiani, sebbene si richiamino tutti al medesimo Cristo, sono in disaccordo tra di loro?

Del resto, come sappiamo, lo stesso Maestro, al termine dell’Ultima Cena, aveva pregato il Padre per i suoi discepoli: “Che tutti siano una sola cosa…perché il mondo creda” (Gv 17,21). La comunione e l’unità dei discepoli di Cristo è, dunque, condizione particolarmente importante per una maggiore credibilità ed efficacia della loro testimonianza.

Ad un secolo di distanza dall’evento di Edimburgo, l’intuizione di quei coraggiosi precursori è ancora attualissima. In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia.

Non mancano, purtroppo questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio cristiano che possiamo annunciare tutti assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità di ogni persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni” (Benedetto XVI, Omelia dei secondi Vespri nella Conversione di san Paolo, 25 gennaio 2010).

L’impegno per l’unità dei cristiani non è compito solo di alcuni, né attività accessoria per la vita della Chiesa. Ciascuno è chiamato a dare il suo apporto per compiere quei passi che portino verso la comunione piena di tutti i discepoli di Cristo, senza mai dimenticare che essa è innanzitutto dono di Dio da invocare costantemente. Infatti la forza che promuove l’unità e la missione sgorga dall’incontro fecondo e appassionante col Risorto, come è avvenuto per san Paolo sulla via di Damasco e per gli Undici e gli altri discepoli riuniti a Gerusalemme. Anche la presenza continua della Vergine Maria, Madre della Chiesa, presenza richiamata anche da apparizioni o presunte tali, è un contributo perché si realizzi il desiderio del Suo Figlio: “Che tutti siano una cosa sola…perché il mondo creda” (Gv 17,21).

sabato 23 gennaio 2010

Testimoni

La fecondità evangelica di una testimonianza comune a Cristo

“Il tema proposto in questa Settimana (2010) per la meditazione e la preghiera è: l’esigenza di una testimonianza comune a Cristo. Il breve testo proposto come tema “Di questo voi siete testimoni” è da leggere nel contesto dell’intero capitolo 24 del Vangelo secondo Luca. Ricordiamo brevemente il contenuto di questo capitolo. Prima le donne si recano al sepolcro, vedono i segni della Risurrezione di Gesù e annunciano quanto hanno visto agli Apostoli e agli altri discepoli (v. 8); poi lo stesso Risorto appare ai discepoli di Emmaus lungo il cammino, appare a Simon Pietro e successivamente agli “Undici e agli altri che erano con loro” (v. 33). Egli apre la mente alla comprensione delle Scritture circa la sua Morte redentrice e la sua Risurrezione, affermando che “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (v. 47). Ai discepoli che si trovano “riuniti” insieme e che sono stati testimoni della sua missione, il Signore Risorto promette il dono dello Spirito santo (v. 49), affinché insieme lo testimonino a tutti i popoli. Da tale imperativo – “Di tutto ciò”, di questo voi siete testimoni (Lc 24,48) -, che è stato il tema di questa Settimana per l’unità dei cristiani, nascono per noi due domande.

- La prima: cosa è “tutto ciò”?

- La seconda: come possiamo noi essere testimoni di “tutto ciò”?

Se vediamo il contesto del capitolo, “tutto ciò” vuol dire innanzitutto

- la Croce e la Risurrezione: i discepoli hanno visto la crocifissione del Signore, vedono il Risorto e così cominciano a capire tutte le Scritture che parlano del mistero della Passione e del dono della Risurrezione.

- “Tutto ciò” quindi è il mistero di Cristo, del Figlio di Dio fattosi uomo, morto per noi e risorto, vivo per sempre e così garanzia della nostra vita eterna.

Ma conoscendo Cristo – questo è il punto essenziale – conosciamo il volto di Dio. Cristo è soprattutto la rivelazione di Dio. In tutti i tempi, gli uomini percepiscono l’esistenza di Dio, un Dio unico, ma che è lontano e non si mostra.. In Cristo questo Dio si mostra, il Dio lontano diventa vicino. “Tutto ciò” è quindi, soprattutto col mistero di Cristo, Dio che si è fatto vicino a noi. Ciò implica un’altra dimensione: Cristo non è mai solo; Egli è venuto in mezzo a noi, è morto solo, ma è risorto per attirare tutti a sé. Cristo, come dice la Scrittura, si crea un corpo, riunisce tutta l’umanità nella sua realtà della vita immortale. E così, in Cristo che riunisce l’umanità, conosciamo il futuro dell’umanità: la vita eterna. Tutto ciò, quindi, è molto semplice, in ultima istanza: conosciamo Dio conoscendo Cristo, il suo corpo, il mistero della Chiesa e la promessa della vita eterna.

Veniamo ora alla seconda domanda. Come possiamo noi essere testimoni di “tutto ciò”? Possiamo essere testimoni solo conoscendo Cristo e, conoscendo Cristo, anche conoscendo Dio. Ma conoscere Cristo implica certamente una dimensione intellettuale – imparare quanto conosciamo da Cristo – ma è sempre molto di più che un processo intellettuale: è un processo esistenziale, è un processo dell’apertura del mio io, della mia trasformazione dalla presenza e dalla forza di Cristo, e così è anche un processo di apertura a tutti gli altri che devono essere testimoni solo se Cristo lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Incontrandolo realmente nella nostra vita di fede diventiamo testimoni e possiamo così contribuire alla novità del mondo, alla vita eterna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dà una indicazione anche per il contenuto di “tutto ciò”. La Chiesa ha riunito e riassunto l’essenziale di quanto il Signore ci ha donato nella Rivelazione, nel “Simbolo detto niceno - costantinopolitano, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381) (CCC, n. 195). IL Catechismo precisa che questo Simbolo “è tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell’Oriente e dell’Occidente” (ibid.). In questo Simbolo quindi si trovano le verità di fede che i cristiani possono professare e testimoniare insieme, affinché il mondo creda, manifestando, con il desiderio e l’impegno di superare le divergenze esistenti, la volontà di camminare verso la piena comunione, l’unità del Corpo di Cristo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 20 gennaio 2010).

A livello ecumenico due fondamentali per l’unità tra cristiani sono il comune incontro con Cristo e nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società offrire agli uomini la certezza della fede completa della Chiesa come il Compendio e il Catechismo della Chiesa Cattolica ce la presenta.

Ogni persona umana realizza se stessa solamente nell’incontro con Cristo: mente e desiderio di ogni io umano sono stati forgiati in funzione di Lui: per conoscere il Cristo abbiamo ricevuto il pensiero; per correre verso di Lui il desiderio, e la memoria per portarlo in noi., in tutto il nostro vissuto. Come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, da via umana all’incontro con Dio cioè con la Verità e la Vita, analogamente in modo non dissimile il “noi umano” della Chiesa. Incontro significa ingresso di Cristo in noi, tale per cui siamo trasformati in Lui, viviamo in Lui e di Lui come la vite e i tralci, come la comunione coniugale, la mutua in abitazione. Perché un incontro del genere possa accadere, il Risorto, il Vivente infonde nell’io umano che prega ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito. E’ Lui, lo Spirito, che realizza l’incontro e quindi l’unità fra tutti coloro che lo incontrano. La chiarezza e la bellezza, il di più di umanità che rende ragionevole, dicibile e comprensibile da tutti la fede nell’incontro, sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi. Questo in particolare se viene presentata da testimoni entusiasti ed entusiasmanti!.

martedì 19 gennaio 2010

Decalogo

La centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità

“La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o ‘Libri di Santità’ – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. E’ scrutando il suo stesso mistero (cioè la via umana alla Verità e alla Vita) che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola (CCC, 839). “A differenza della altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla Rivelazione di Dio nell’Antica Alleanza. E’ al popolo ebraico che appartengono l’’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne ’ (Rm 9, 4-5) perché i ‘doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’ (Ibidem.).

Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune:

- innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraici ‘livello della loro stessa identità ’spirituale e che offre ai Cristiani l’opportunità di promuovere ‘un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento’ (Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 2001, pp. 12 e 55);

- la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità;

- l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella ‘cura del creato ’ affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente ( Gn 2, 15).

In particolare il decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizi e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e sul male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.

1. Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire insieme.

2. Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sorpruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono calpestati la dignità, la liberà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.

3. Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

Come insegna Mosè nella Shemà (Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumo nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale Regola impegna Ebrei e Cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia (Aboth 1,2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni girono nella speranza” (

Qualche volta si presentano le Beatitudini come l’antitesi neotestamentaria al Decalogo, come, per così dire, l’etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell’Antico Testamento, degli Ebrei. Questa interpretazione, alla luce del Magistero, fraintende completamente il senso della parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (Mt 10,19; Lc 16,17); il Discorso della Montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5,17s).

Solo la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità può rendere possibile una risposta all’urgenza attuale più forte nella globalizzazione: poter instaurare un vero dialogo tra tutte le tradizioni religiose e morali dell’umanità, fra tutte le culture nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, come pure la tensione per poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della vita di tutti. Ecco perché di fronte a questo grande codice etico dell’umanità nel rapporto con gli ebrei non si può dimenticare che i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.

Sviluppo

La crescita morale e spirituale di ogni persona umana al centro dell’azione politica

“La crisi che ha investito l’economia mondiale ha offerto la possibilità di ripensare il modello di crescita perseguito in questi ultimi anni. Nell’Enciclica Caritas in veritate ho ricordato che lo sviluppo umano per essere autentico deve riguardare l’uomo nella sua totalità e deve realizzarsi nella carità e nella verità. Ogni persona umana, infatti, è al centro dell’azione politica e la sua crescita morale e spirituale deve essere la prima preoccupazione di coloro che sono stati chiamati ad amministrare la comunità civile. E’ fondamentale che quanti hanno ricevuto dalla fiducia dei cittadini l’alta responsabilità di governare le istituzioni avvertano prioritaria l’esigenza di perseguire costantemente il bene comune, che “non è un bene ricercato per se stesso, ma per ogni persona che fa parte della comunità sociale e che solo in essa può realmente e più efficacemente conseguire il suo bene” (Caritas in veritate, 7). Affinché ciò avvenga, è opportuno che nelle sedi istituzionali si cerchi di favorire una sana dialettica perché quanto più le decisioni e i provvedimenti saranno condivisi tanto più essi permetteranno un efficace sviluppo per gli abitanti dei territori amministrati.

In tale contesto, desidero esprimere apprezzamento per gli sforzi compiuti da codeste Amministrazioni per venire incontro alle fasce più deboli ed emarginate della società, in vista della promozione di una convivenza più giusta e solidale. Al riguardo, vorrei invitarvi a porre ogni cura perché la centralità di ogni persona umana e la famiglia costituiscano il principio ispiratore di ogni vostra scelta…E’ opportuno che siano previste quelle strutture che favoriscono i processi di socializzazione, evitando così che sorga e si incrementi la chiusura nell’individualismo e l’attenzione esclusiva ai propri interessi, dannose per ogni convivenza umana. Rispettando le competenze delle autorità civili, la Chiesa è lieta di offrire il proprio contributo perché in questi quartieri ci sia una vita sociale degna dell’uomo…in particolare per quanto concerne la contribuzione dei nuovi complessi parrocchiali, che, oltre ad essere punti di riferimento per la vita cristiana, svolgono una fondamentale funzione educativa e sociale…Al riguardo mi piace ricordare che in alcuni quartieri, le comunità ecclesiali, consapevoli che l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo umano (ibid., 28), hanno realizzato gli “oratori dei piccoli”…Confido che una sempre più feconda sinergia fra le diverse istituzioni permetta il sorgere nelle zone periferiche, come anche nel resto della città, di analoghe strutture che aiutino i giovani nel loro compito educativo. Auspico, altresì, che possano essere adottati anche ulteriori provvedimenti in favore delle famiglie, in particolare di quelle numerose, in modo che l’intera città goda dell’insostituibile funzione di questa fondamentale istituzione, prima e indispensabile cellula della società.

All’interno della promozione del bene comune, l’educazione delle nuove generazioni, che costituiscono il futuro della nostra Regione, rappresenta la preoccupazione predominante che gli Amministratori della cosa pubblica condividono con la Chiesa e con tutte le organizzazioni formative…E’ davanti agli occhi di tutti la necessità e l’urgenza di aiutare i giovani a progettare la vita sui valori autentici, che fanno riferimento ad una visione “alta” dell’uomo e che si trovano nel patrimonio religioso e culturale cristiano una delle sue espressioni più sublimi…A tale scopo, la Chiesa chiede collaborazione di tutti, in particolare di quanti operano nella scuola, per educare ad una visione alta dell’amore e della sessualità umana. Desidero, a tal proposito, invitare tutti a comprendere che, nel pronunciare i suoi no, la Chiesa in realtà dice alla vita, all’amore vissuto nella verità del dono di sé all’altro, all’amore che si apre alla vita e non si chiude in una visione narcisistica della coppia. Essa è convinta che soltanto tale scelte possano condurre ad un modello di vita, nel quale la felicità è un bene condiviso. Su questi temi, come su quelli della famiglia fondata sul matrimonio e sul rispetto della vita dal concepimento fino al termine naturale, la comunità ecclesiale non può che essere fedele alla verità “che,sola, è garanzia di liberà e della possibilità di sviluppo umano integrale” (Ibid., 9) (Benedetto XVI, Agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, 14 gennaio 2010).

In un mondo che, in ultima analisi, non è riducibile a matematica empiricamente verificabile, bensì amore, il minimo capace di amare e di essere amato diventa massimo; quel più piccolo che è capace di amare, diventa il più grande; il particolare concreto prevale sull’universale astratto; ogni persona, l’essere dono unico e irripetibile del Donatore divino è irreiterabile, è al tempo stesso il supremo e definitivo, lo scopo cui tutto subordinare. In una simile ampiezza di visione della rivoluzione cristiana ogni persona non è semplicemente un individuo, un esemplare riprodotto attraverso la divisione dell’idea nella materia, bensì proprio ‘persona umana’ ad immagine della persona divina del Figlio, figlia nel Figlio. Il pensiero greco e gran parte delle ideologie moderne liberali e marxiste, hanno interpretato i molti esseri singoli, anche i singoli esseri umani, sempre e unicamente come individui, come numeri, quindi secondari: l’essere autentico sarebbe l’uno e l’universale, l’umanità, la città, la classe, la razza, la nazione, la collettività, la maggioranza. Il cristiano, invece, vede in ogni essere umano concreto non un individuo, un numero, bensì una persona unica e irripetibile, sempre fine e mai riducibile a mezzo per altri o per altro. In questo passaggio dall’individuo alla persona sta tutta la tensione della transizione dall’antichità al cristianesimo, dal platonismo anche delle ideologie moderne alla fede. Ogni essere determinato non è affatto secondario: in quanto minimo è massimo; in quanto unico e irripetibile cioè persona è una realtà suprema e autentica, rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà propria della cultura moderna e della democrazia, messa in crisi oggi da chi considera ogni individuo un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile nella tecnoscienza di essere trattato come ogni altro animale.

sabato 16 gennaio 2010

Congregazione della fede

La dignità di ogni persona, creata in Cristo e per Cristo, è un punto fermo nell’annuncio del Vangelo nell’evangelizzazione

“Anzitutto, desidero sottolineare come la Vostra Congregazione partecipi al ministero di unità, che è affidato, in special modo, al Sommo Pontefice, mediante il suo impegno per la fedeltà dottrinale L’unità è infatti primariamente unità di fede, sostenuta dal sacro deposito, di cui il Successore di Pietro è il primo custode e difensore. Confermare i fratelli nella fede, tenendoli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto costituisce per colui che siede sulla Cattedra di Pietro il primo e fondamentale compito conferitogli da Gesù. E’ un inderogabile servizio dal quale dipende l’efficacia dell’azione evangelizzatrice della Chiesa fino alla fine dei secoli.

Il Vescovo di Roma, della cui potestas docendi partecipa la Vostra Congregazione, è tenuto costantemente a proclamare: “Dominus Iesus” – “Gesù è il Signore”. La potestas docendi, infatti, comporta l’obbedienza alla fede, affinché la Verità che è Cristo continui a risplendere nella sua grandezza e a risuonare per tutti gli uomini nella sua integrità e purezza, così che vi sia un unico gregge, radunato attorno all’unico Pastore.

Il Raggiungimento della comune testimonianza di fede di tutti i cristiani costituisce pertanto la priorità della Chiesa in ogni tempo, al fine di condurre tutti gli uomini all’incontro con Dio. In questo spirito confido in particolare nell’impegno del Dicastero perché vengano superati i problemi dottrinali che ancora permangono per il raggiungimento della piena comunione con la Chiesa da parte della Fraternità S.Pio X.

Desidero inoltre rallegrarmi per l’impegno a favore della piena integrazione di gruppi di fedeli e di singoli, già appartenenti all’Anglicanesimo, nella vita della Chiesa Cattolica, secondo quanto stabilito nella Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus. La fedele adesione di questi gruppi alla verità ricevuta da Cristo e proposta dal Magistero della Chiesa non è in alcun modo contraria al movimento ecumenico, ma mostra, invece, il suo ultimo scopo che consiste nel giungere alla piena e visibile comunione dei discepoli del Signore.

Nel prezioso servizio che rendete al Vicario di Cristo, mi preme ricordare anche come la Congregazione per la Dottrina della Fede nel settembre 2008 ha pubblicato l’Istruzione Dignitas personae su alcune questioni di bioetica.Dopo l’Enciclica Evangelium vitae del servo di Dio Giovanni Paolo II nel marzo del 1995, questo documento dottrinale, centrato sul tema della dignità di ogni persona, creata in Cristo e per Cristo, rappresenta un nuovo punto fermo nell’annuncio del Vangelo, in piena continuità con l’Istruzione Donum vitae, pubblicata da codesto Dicastero nel febbraio del 1987.

In temi tanto delicati ed attuali, quali quelli riguardanti la procreazione e le nuove proposte terapeutiche che comportano la manipolazione dell’embrione e del patrimonio genetico umano, l’Istruzione ha ricordato che “il valore della scienza biomedica si misura con il riferimento sia al rispetto incondizionato dovuto ad ogni essere umano, in tutti i momenti della sua esistenza, sia alla tutela della specificità degli atti personali che trasmettono la vita” (Dignitas personae, 10).In tal modo il Magistero della Chiesa intende offrire il proprio contributo alla formazione della coscienza non solo dei credenti, ma di quanti cercano la verità e intendono dare ascolto ad argomentazioni che vengono dalla fede ma anche dalla stessa ragione. La Chiesa, nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge infatti alla luce sia della ragione che della fede, in quanto è sua convinzione che “ciò che è umano non soltanto è accolto e rispettato dalla fede, ma da essa è anche purificato, innalzato e perfezionato” (Ibid. n. 7).

Vi sono, infatti, determinati contenuti della rivelazione cristiana che gettano luce sulle problematiche bioetiche: il valore della vita umana, la dimensione relazionale e sociale della persona, la connessione tra l’aspetto unitivo e quello procreativo della sessualità, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Questi contenuti, scritti nel cuore di ogni uomo, sono comprensibili razionalmente come elementi della legge morale naturale e possono riscuotere accoglienza anche da coloro che non si riconoscono nella fede cristiana.

La legge morale naturale non è esclusivamente o prevalentemente confessionale, anche se la Rivelazione cristiana e il comportamento dell’uomo nel mistero di Cristo ne illumina e sviluppa in pienezza la dottrina. Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, essa “indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale” (n. 1955). Fondata nella stessa natura umana e accessibile ad ogni creatura razionale, la legge morale naturale costituisce così la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini che cercano la verità e, più in generale, con la società civile e secolare. Questa legge, iscritta nel cuore di ogni uomo, tocca uno dei modi essenziali della stessa riflessione sul diritto e interpella ugualmente la coscienza e la responsabilità dei legislatori” (Benedetto XVI, Ai Partecipanti dell’Assemblea Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 15 gennaio 2010).

Cristo è venuto per salvare l’uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall’inizio, hanno avuto una dimensione, una valenza anche pubblica. Nei rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (Mt 22,21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica. La Chiesa come educatrice nel cammino verso la verità anche quando non è ancora condivisa, non è e non intende essere un agente politico pur con un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico purificando la ragione e aiutandola ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale argomenta a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto la propria responsabilità.

mercoledì 13 gennaio 2010

Mendicanti

Gli Ordini Mendicanti, maestri con la parola e testimoni con l’esempio

“Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo.

Tale consolante realtà, che in ogni generazione cioè nascono santi e portano la creatività del rinnovamento, accompagna costantemente la storia della Chiesa in mezzo alle tristezze e agli aspetti negativi del suo cammino.

Vediamo, infatti, secolo per secolo, nascere anche le forze della riforma e del rinnovamento, perché la novità di Dio è inesorabile e dà sempre nuova forza per andare avanti. Così accade anche nel secolo tredicesimo, con la nascita e lo straordinario sviluppo degli Ordini Mendicanti ¨ un modello di rinnovamento in una nuova epoca storica. Essi furono chiamati così per la loro caratteristica di “mendicare”, di ricorrere, cioè, umilmente al sostegno economico della gente per vivere il voto di povertà e svolgere la propria missione evangelizzatrice.

Degli Ordini Mendicanti che sorsero in quel periodo, i più noti e più importanti sono i Frati Minori e i frati Predicatori, conosciuti come Francescano e Domenicano. Essi sono così chiamati dal nome dei loro Fondatori, rispettivamente Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman. Questi due grandi santi ebbero la capacità di leggere con intelligenza “i segni dei tempi”, intuendo sfide che doveva affrontare la Chiesa del loro tempo.

Una prima sfida era rappresentata dall’espansione di vari gruppi e movimenti di fedeli che, sebbene ispirati da un legittimo desiderio di autentica vita cristiana, si ponevano spesso al di fuori della comunione ecclesiale. Erano in profonda opposizione alla Chiesa ricca e bella che si era sviluppata proprio con la fioritura del monachesimo. In recenti Catechesi mi sono soffermato sulla comunità monastica di Cluny, che aveva sempre più attirato giovani e quindi forze vitali, come pure beni e ricchezze. Si era così sviluppata, logicamente, in un primo momento, una Chiesa ricca di proprietà e anche di immobili.

Contro questa Chiesa si contrappose l’idea che Cristo venne in terra povero e che la vera Chiesa avrebbe dovuto essere proprio la Chiesa dei poveri; il desiderio di una vera autenticità cristiana si oppose così alla realtà della Chiesa empirica. Si trattava dei cosiddetti movimenti pauperistici del Medioevo.

Essi contestavano aspramente il modo di vivere dei sacerdoti e dei monaci del tempo, accusati di aver tradito il Vangelo e di non praticare la povertà come i primi cristiani, e questi movimenti contrapposero al ministero dei Vescovi una propria “gerarchia parallela”. Inoltre, per giustificare le proprie scelte, diffusero dottrine incompatibili con la fede cattolica.

I Francescani e i Domenicani, sulla scia dei loro Fondatori, mostrarono, invece, che era possibile vivere la povertà evangelica, la verità del Vangelo come tale, senza separarsi dalla Chiesa; mostrarono che la Chiesa rimane il vero autentico luogo del Vangelo e della Scrittura. Anzi, Domenico e Francesco trassero proprio dall’intima comunione con la Chiesa e con il papato la forza della loro testimonianza…

Anche oggi non mancano simili iniziative: i movimenti, che partono realmente dalla novità del Vangelo e lo vivono con radicalità nell’oggi, mettendosi nelle mani di Dio, per servire il prossimo. Il mondo, come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, ascolta volentieri i maestri, quando sono anche testimoni. E’ questa una lezione da non dimenticare mai nell’opera di diffusione del Vangelo: vivere per primi ciò che si annuncia, essere specchio della carità divina.

Francescani e Domenicani furono testimoni, ma anche maestri. Infatti, un’altra esigenza diffusa nella loro epoca era quella dell’istruzione religiosa. Non pochi fedeli laici, che abitavano nelle città in via di grande espansione, desideravano praticare una vita cristiana spiritualmente intensa. Cercavano quindi di approfondire la conoscenza della fede e di essere guidati nell’arduo, ma entusiasmante cammino della santità. Gli Ordini Mendicanti seppero felicemente venire incontro anche a questa necessità: l’annuncio del Vangelo nella semplicità e nella sua profondità e grandezza era uno scopo, forse lo scopo principale di questo movimento…L’importanza degli Ordini Mendicanti crebbe così tanto nel Medioevo che Istituzioni laicali, come le organizzazioni del lavoro, le antiche corporazioni e le stesse autorità civili, ricorrevano spesso alla consulenza spirituale dei Membri di tali Ordini per la stesura dei loro regolamenti e, a volte, per la soluzione dei contrasti interni ed esterni.

I Francescani e i Domenicani diventarono gli animatori spirituali della città medioevale. Con grande intuito, essi misero in atto una strategia pastorale adatta alle trasformazioni della società…

Un’altra grande sfida era rappresentata dalle trasformazioni culturali in atto in quel periodo…Minori e predicatori non esitarono ad assumere anche questo impegno e, come studenti e professori, entrarono nelle università più famose del tempo ed eressero centri di studi, produssero testi di grande valore, diedero vita a vere e proprie scuole di pensiero, furono protagonisti della teologia scolastica nel suo periodo migliore, incisero significativamente nello sviluppo del pensiero. I più grandi pensatori, san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura, erano mendicanti, operando proprio con questo dinamismo della nuova evangelizzazione, che ha rinnovato il coraggio del pensiero, del dialogo tra ragione e fede. Anche oggi c’è una “carità della e nella verità”, una “carità intellettuale” da esercitare, per illuminare intelligenze e coniugare la fede con la cultura” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 13 gennaio 2010).

Benedetto XVI vede accadere, nel contesto culturale e nella situazione storica del XII e XIII secolo, quello che è avvenuto alle origini con la grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano, attraverso una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti.. Questa rimane la strada maestra anche per l’evangelizzazione oggi.

martedì 12 gennaio 2010

Ecologia, laicità positiva, libertà di religione

Tre leve per qualificare in meglio il mondo: ecologia, laicità positiva, libertà di religione

Come ogni anno papa Benedetto XI, lunedì 11 gennaio, ha rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il suo discorso sullo stato del mondo. Punti salienti: ecologia della natura, soprattutto dell’uomo, laicità positiva, libertà di religione.

1. Ecologia della natura, ma soprattutto dell’uomo

Vent’anni fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo continente, si è potuta avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondato sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà di ogni persona e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria. La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad una esigenza estetica, ma anzitutto ad una esigenza morale, perché la natura esprime una disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio” (…).

“Se si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? E’ nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato” (…)

“Le creature sono differenti le uni dalle altre e possono essere protette, o al contrario messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio, ad alcuni paesi europei o del continente americano. “Se togli la libertà, togli la dignità”, come disse san Colombano. Tuttavia, la liberà non può essere assoluta, perché l’uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l’uomo il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, il desiderio, ma deve consistere, piuttosto nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore”.

2.Laicità positiva

Un secondo messaggio è rivolto principalmente all’Europa e all’Occidente. Rivendica il ruolo pubblico della Chiesa. Ecco in che senso:

“Le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni paesi occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. E’ chiaro che se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina la ‘ecologia umana ’ e, rifiutano, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita.

“Urge, pertanto, definire, una laicità positiva, che, aperta su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo ‘aperto, trasparente e regolare ’ (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità”.

3. Libertà di religione

Infine un terzo messaggio di rivendicazione della liberà di religione e di denuncia della situazioni nelle quali tale libertà è conculcata. Benedetto XVI cita alcuni casi drammatici che vedono come vittime i cristiani: Iraq, Pakistan, Egitto, Medio Oriente. Dell’Islam non si fa parola, ma in tutti i casi citati gli aggressori sono musulmani.

“Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i cittadini dell’Iraq ad oltre passare la divisione, la tentazione della violenza e l’intolleranza per costruire insieme l’avvenire del loro paese. Anche la comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana. Domando che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro paese. Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale. (…)

“Le gravi violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a tale esodo, invito le autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei menzionare i cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin nell’esercizio della loro liberà religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. E per offrire loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede che ho convocato, per l’autunno prossimo, l’assemblea speciale del sino dei vescovi sul Medio Oriente”.