domenica 21 giugno 2009

Cirillo e Metodio

Cirillo e Metodio costituiscono un esempio di ciò che oggi si indica col termine “inculturazione”

“Traducendo la liturgia nella lingua slava, i due fratelli nel sangue e nella fede, Cirillo e Metodio, guadagnarono una grande simpatia presso il popolo.

Questo, però, suscitò nei loro confronti l’ostilità del clero franco, che era arrivato in precedenza in Moravia e considerava il territorio come appartenente alla propria giurisdizione ecclesiale. Per giustificarsi, nell’867 i due fratelli si recarono a Roma. Durante il viaggio si fermarono a Venezia, dove ebbe luogo un’animata discussione con i sostenitori della cosiddetta “eresia trilingue”: costoro ritenevano che vi fossero solo tre lingue in cui si poteva lecitamente lodare Dio: l’ebraica, la greca e la latina. Ovviamente, a ciò i due fratelli si opposero con forza. A Roma Cirillo e Metodio furono ricevuti da Papa Adriano II, che andò loro incontro in processione per accogliere le reliquie di san Clemente. Il Papa aveva anche compreso la grande importanza della loro eccezionale missione. Dalla metà del primo millennio infatti, gli slavi si erano installati numerosissimi in quei territori posti tra le due parti dell’Impero Romano, l’orientale e l’occidentale, che erano già in tensione tra loro. Il Papa intuì che i popoli slavi avrebbero potuto giocare il ruolo di ponte, contribuendo così a conservare l’unione fra i cristiani dell’una e dell’altra parte dell’impero. Egli quindi non esitò ad approvare la missione dei due Fratelli nella Grande Moravia, accogliendo e approvando l’uso della lingua slava nella liturgia.

In effetti, Cirillo e Metodio costituiscono un esempio classico di ciò che oggi si indica col termine “inculturazione”: ogni popolo deve calare nella propria lingua il messaggio rivelato ed esprimere la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio. Questo suppone un lavoro di “traduzione” molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata. Di ciò i due santi Fratelli hanno lasciato una testimonianza quanto mai significativa, alla quale la Chiesa guarda anche oggi per trarne ispirazione ed orientamento” (Bendetto XVI, Udienza Generale,17 giugno 2009).

Le comuni radici delle nazioni europee

In un messaggio di Giovanni Paolo II al Vescovo di Verona, Giuseppe Amari, del 2 aprile 1983 sottolinea l’importanza della celebrazione del millesimo anniversario della consacrazione episcopale di Sant’Adalbetro, Vescovo di Praga, avvenuta a Verona nel 983.

E coglieva in questo avvenimento una ricorrenza estremamente significativa per mettere in luce il legame tra le Nazioni dell’Occidente e dell’Oriente Europeo nella fede cristiana, base di un’unica cultura e civiltà.

Sant’Adalberto, infatti, è di origine slava: il suo nome di Battesimo era “Vojtech”, che significa “consolazione dell’esercito”, e sotto questo nome è soprattutto conosciuto presso gli Slavi. La sua prima formazione dipese dalla spiritualità cirillo – metodiana, irradiata nella Boemia della confinante Grande Moravia. Successivamente, a tale spiritualità si congiunse, nella sua persona, quella occidentale, rappresentata al suo tempo da l movimento cluniacense, facente capo a san Benedetto.

“Si tratta – come ebbe a dire Giovanni Paolo II il 6 novembre 1981 al Colloquio internazionale su “Le comuni radici cristiane delle Nazioni europee – in certo senso di “due forme di cultura diverse, ma allo stesso tempo profondamente complementari: la cultura benedettina, “più logica e razionale”; quella dei due Santi Fratelli greci, “più mistica e intuitiva”. Entrambe hanno concorso e tuttora concorrono, in forza di tale mutua complementarietà, al mantenimento e al rafforzamento dell’unità spirituale e culturale dell’Europa. Già nell’Omelia che pronunziai a Gniezno, il 3 giugno 1979, non potei non attestare pubblicamente la riconoscenza che tutti i popoli slavi, e la mia patria in particolare, debbono al Santo vescovo e Martire boemo Adalberto. Infatti proprio a Gniezno ricevettero una prima accoglienza le sue reliquie…Nella medesima Omelia, aggiunsi: ‘Questo Papa porta in sé stesso l’eredità di Adalberto”. Si tratta dunque di un Santo molto caro e noto al centro Europa, e la cui celebrazione solenne, oggi a Verona, Città di tradizionali rapporti intereuropei, potrà indubbiamente servire a ritrovare le antiche comuni sorgenti, affinché la “consapevolezza di questa comune ricchezza, diventata su strade diverse patrimonio delle singole società del Continente europeo, aiuti le generazioni di ogni Nazione e nella pace, non cessando di rendere i servizi necessari al bene comune di tutta l’umanità e al futuro dell’uomo su tutta la terra” (Lettera Apostolica “Egregiae virtutis, 31 Dicembre 1981 con cui Giovanni Paolo II dichiarava compatroni di Europa con san Benedetto Cirillo e Metodio).

“L’esempio di Sant’Adalbetro si presenta quindi oggi più che mai valido in un’Europa che, pur conservando il tesoro inestimabile della Verità cristiana, vede tuttavia sorgere nel proprio seno, in varie forme, i fermenti di dissoluzione propri di quel pensiero pagano che era stato superato dalla novità del Vangelo, grazie all’opera generosa – diciamo pure – eroica dei primi missionari, trai quali appunto Cirillo e Metodio e il santo Patrono di Praga.

“Oggi, sul loro esempio, occorre riproporre il medesimo messaggio, in forme certo adatte agli uomini del nostro tempo;e mostrare come il Cristianesimo non è un’esperienza storica superata da nuove forme di redenzione umana, ma è, resta e sarà sempre la “novità” per eccellenza, al di là di tutti i ritrovati che l’uomo, con le sole sue forze, saprà escogitare nel corso della storia.

“Se cediamo alla tentazione di lasciare il Cristianesimo per “ideologie” di questo mondo, pensando di trovarle più “avanzate” o più efficaci, in realtà non andiamo avanti, ma torniamo indietro. Questo dovrebbe insegnarci la recente storia europea, nella quale si può constatare che l’acconsentire a quella tentazione non è stato senza rapporto con le catastrofi nelle quali essa è precipitata, sperimentando forme di barbarie sconosciute agli stessi antici pagani.

“L’esempio di Sant’Adalberto e degli altri grandi fondatori dell’Europa cristiana ci incoraggia a cercare e a trovare una nuova inculturazione cioè ‘una piattaforma d’incontro tra le varie tensioni e le varie correnti di pensiero, per evitare ulteriori tragedie e soprattutto per dare all’uomo, al “singolo” che cammina per vari sentieri verso la Casa del Padre, il significato e la direzione dell’esistenza’ (Ibid., n.3)”.

Questa lucida argomentazione di Giovanni Paolo II sull’urgenza di una nuova inculturazione in rapporto alla tecnoscienza si apre oggi anche al fenomeno travolgente del meticciato per il peso dell’immigrazione. Siccome credere è conoscere, pastoralemnte per la nuova evangelizzazione, urgono anche teologi che sappiano assumere dalla cultura di questo ambiente elementi che permettano di mettere meglio in luce l’uno e l’altro aspetto della fede. Un tale compito è certamente arduo e comporta dei rischi, ma è in se stesso legittimo e va incoraggiato. Questo suppone un lavoro di “traduzione” molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata, trasmessa ed interpretata nella Chiesa sotto l’autorità del Magistero, ed accolta con fede.

Anno sacerdotale

“Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”

Si è aperto, venerdì 19 giugno nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù con i Vespri presieduti dal Santo Padre nella Basilica di San Pietro, l’Anno Sacerdotale.

Benedetto XVI l’ha indetto in occasione dei 150 anni (+ 1859) della morte del Santo Curato d’Ars, che proclamerà patrono non solo dei parroci ma di tutti i sacerdoti del mondo.

Il tema scelto per l’Anno Sacerdotale è “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”: anche dimenticato, trascurato e perfino tradito Cristo risorto che con il dono dello Spirito li ha consacrati ad agire in sua persona per sempre e quindi non li dimentica, non li trascura e soprattutto non li tradisce, anche tradito dando la possibilità fino al momento terminale della vita di riconoscere il peccato, convertirsi, lasciarsi riconciliare e ricominciare. Contemplando questo amore senza limiti, fino al perdono non può non emergere la spinta soprannaturale alla fedeltà di ogni sacerdote che il carattere segna per sempre. “In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato…” (Dalla lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale, 16 giugno 2009).

Benedetto XVI, sempre nella Lettera, esortando i sacerdoti ad assimilarsi a Cristo nel suo “nuovo stile di vita” seguendo i tre consigli evangelici di povertà, castità, obbedienza, come la “via regolare della santificazione cristiana” da praticare secondo il proprio stato, fa questa constatazione: “Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai nostri giorni nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. ‘Lo Spirito nei suoi doni è multiforme…Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate…ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo’ (Benedetto XVI, Omelia di Pentecoste, 3 giugno 2006). A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: ‘Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza ’ (N. 9). Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire ‘un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo ’. Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed effettiva (N. 74). Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo”(Lettera). La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano. Così dopo il deserto provocato dalla secolarizzazione della rivoluzione borghese francese nella piccola parrocchia di Ars di 230 anime è avvenuto con la realizzazione del tipo tridentino di sacerdote, anticipatore profetico di quello del Vaticano II facendo il connubio tra l’”abitare” in Chiesa e “il fatto che il Santo Curato seppe “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Provvidence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui. Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano ‘ per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza ’ (Rm 12,10). E’ da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa…Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme riconoscere i segni dei tempi ’(Presbyterorum ordinis 9)”.

Sempre nella Lettera Benedetto XVI dicendo che tra i 408.024 sacerdoti nel mondo ci sono “splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore di Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti…gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento …Ci sono, purtroppo, anche situazioni, ma abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. E’ il mondo a trarne motivo di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio”.

“Perfino – Omelia dei Vesperi del 19 giugno – le nostre carenze, i nostri limiti e debolezze devono ricondurci (alla fedeltà) del Cuore di Gesù. Se infatti è vero che i peccatori, contemplandoLo, devono apprendere da Lui il necessario “dolore dei peccati” che li riconduca al Padre, questo vale ancor più per i sacri ministri. Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si tramutano in “ladri delle pecore” (Gv, 10,1ss), o perché le deviano con le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte? Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare”.

Quando i confessionali non sono vuoti da una parte e dall’altra Egli, che agisce attraverso il sacerdote disponibile (il Curato fino a 16 ore al giorno), non si arrende dinnanzi all’ingratitudine e nemmeno davanti al rifiuto del popolo che si è scelto: attraverso i pochi per i molti e attraverso i molti per tutti; anzi con infinita misericordia, invia continuamente nel mondo l’unigenito suo Figlio moro e risorto attraverso la via umana della sua Chiesa, dei suoi preti in particolare perché prenda su di sé il destino dell’amore distrutto; perché sconfiggendo il potere del male e della morte, possa restituire dignità di figli agli esseri umani resi schiavi dal peccato.

Durante l’Anno sacerdotale è prevista la pubblicazione di un “Direttorio per i Confessori e Direttori spirituali” e di “una raccolta di testi del Sommo Pontefice sui temi essenziali della vita e della missione sacerdotale nell’epoca attuale”.

L’obiettivo di questo Anno è, secondo quanto ha affermato il Santo padre nell’udienza ai membri della Congregazione per il clero riuniti in Plenaria lo scorso marzo, “far percepire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea” (udienza del 16 marzo 2009).

Ma la Lettera di Benedetto XVI va letta, pregata, ruminata. Può essere utile avere alcuni cenni biografici di San Giovanni Maria Vianney che nasce a Dardilly, presso Lione, in Francia, nel 1786. Fin da piccolo si racconta di lui che amasse la solitudine e fosse particolarmente timorato di Dio. Sono anni difficili quelli di fine Settecento, peggio certamente degli attuali. La borghese rivoluzione francese non permette a nessuno di pregare Dio in pubblico: è il secolarismo originario radicale che poi si è diffuso. E così i genitori di Giovanni Maria lo portano ad ascoltare Messa in un granaio fuori città. La pena per i preti sorpresi a celebrare Messa è la ghigliottina. Nonostante il clima anticlericale, nonostante vi fossero pesanti minacce verso i sacerdoti, Giovanni Maria fa propria nel cuore la crescente volontà di dedicarsi interamente a Dio nel sacerdozio. Vuole, insomma, rispondere positivamente alla vocazione. A diciassette anni riesce a seguire gli studi, seppure con scarsi risultati. Le difficoltà divengono insormontabili quando si tratta di affrontare, in seminario, gli studi di filosofia e di teologia. Ma Giovanni Maria non demorde, accetta ogni umiliazione, e a Grenoble, nel 1815, a ventinove anni, viene finalmente ordinato sacerdote.

Diviene parroco di Ars per circa quarantadue anni e il suo ascendente è ancora vivo nella parrocchia che ha santificato con il suo apostolato. Là fa rifiorire mirabilmente con l’efficace predicazione, con la mortificazione, la preghiera, la carità. Numerose solo le anime che si rivolgono a lui, che trascorre ore e ore in confessionale. E’ ammirabile nella devozione a Maria con il titolo di concepita senza peccato, al Rosario, all’Eucaristia.

Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, come pure dalle infestazioni diaboliche, nel 1859 termina i suoi giorni nell’abbraccio del Signore.

Riviviamolo come ce lo fa rivivere la Lettera di Benedetto XVI.

lunedì 15 giugno 2009

Legge naturale

Oggi la Chiesa cattolica invoca la legge naturale in quattro contesti principali

In primo luogo, dinnanzi al dilagare di una cultura che limita la razionalità alle scienze positive e abbandona al relativismo la vita morale, insiste sulla capacità naturale che hanno gli uomini di cogliere con la ragione “il messaggio etico contenuto nell’essere” (Benedetto XVI) e di conoscere nelle loro grandi linee le norme fondamentali di un agire giusto conforme alla loro natura e alla loro dignità. La legge naturale risponde così all’esigenza di fondare sulla ragione i diritti dell’uomo erende possibile un dialogo interculturale e interreligioso in grado di favorire la pace universale e di evitare lo “scontro di civiltà”.

In secondo luogo, dinnanzi all’individualismo relativista, il quale ritiene che ogni individuo sia la fonte dei propri valori e che la società risulti da un puro contratto stipulato tra individui che scelgono di fissarne essi stessi tutte le norme, ricorda il carattere non convenzionale ma naturale e oggettivo delle norme fondamentali che regolano la vita sociale e politica. In particolare, la forma democratica di governo è intrinsecamente legata a valori etici stabili, che hanno la fonte nelle esigenze della legge naturale e quindi non dipendono dalle fluttuazioni del consenso di una maggioranza aritmetica.

In terso luogo, dinanzi a un laicismo aggressivo che vuole escludere i credenti dal pubblico dibattito, la Chiesa fa notare che gli interventi dei cristiani nella vita pubblica, su argomenti che riguardano la legge naturale (difesa dei diritti degli oppressi, giustizia nelle relazioni internazionali, difesa della vita e della famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione…), non sono per sé di natura confessionale, ma derivano dalla cura che ogni cittadino deve avere per il bene comune della società.

In quarto luogo, dinanzi alle minacce di abuso di potere, e anche di totalitarismo, che il positivismo giuridico nasconde e che certe ideologie trasmettono, la chiesa ricorda che le leggi civili non obbligano in coscienza quando sono in contraddizione con la legge naturale, e chiede il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, come pure il dovere della disobbedienza in nome dell’obbedienza a una legge più alta. Il riferimento alle legge naturale non solo non produce il conformismo, ma garantisce la libertà personale e difende gli emarginati e gli oppressi da strutture sociali dimentiche del bene comune” (Commissione Teologica Internazionale, Alla ricerca di un’etica universale: Nuovo sguardo sulla legge naturale, n. 35).

Oggi la Chiesa nella evangelizzazione invoca un nuovo sguardo sulla legge naturale

Nel numero 20 dell’Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandidi Paolo VI c’è un appello:”Occorre evangelizzare, non maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici, la cultura e le culture degli uomini, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione Gaudium et spes(n. 50), partendo sempre da ogni persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio…La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre”. Ma esistono valori morali oggettivi in grado di unire gli uomini e di procurare ad essi pace e felicità? Quali sono? Come riconoscerli? Come attuarli nella vita di ogni persona e delle comunità? Quali interrogativi di sempre intorno al bene e al male oggi sono più urgenti che mai per non evangelizzare in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, e nella misura in cui gli uomini hanno preso maggiormente coscienza di formare una sola comunità mondiale? Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità di ogni uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della ricerca del vero, del bene, di Dio cioè della verità e quindi della legge naturale. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. C’è il rischio di una radicale riduzione dell’uomo, considerato tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale e quindi l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio di legge naturale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana sulla legge, sul diritto naturale che fondano la rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero e urgente dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa e di legge naturale (la regola d’oro: non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te) è fortemente presente, oltre a non rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione di ogni vita.. Perciò questa cultura in frattura con il vangelo è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di un nuovo sguardo sulla legge naturale. I grandi problemi che si pongono gli esseri umani hanno ormai una dimensione internazionale, planetaria, poiché lo sviluppo delle tecniche di comunicazione favorisce una crescente interazione tra le persone, le società e le culture. Un avvenimento locale può avere una risonanza planetaria quasi immediata. Emerge così la consapevolezza di una solidarietà globale, che trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Questa si traduce in una responsabilità planetaria. Così il problema ecologico, della protezione dell’ambiente, delle risorse e del lima è divenuto una preoccupazione pressante, che interpella l’umanità e la cui soluzione va ampiamente oltre gli ambiti nazionali. Anche le minacce che il terrorismo, il crimine organizzato e le nuove forme di violenza e di oppressione fanno pesare sulle società una dimensione planetaria. I rapidi sviluppi delle biotecnologie, che a volte minacciano la stessa identità dell’essere umano (manipolazioni genetiche, clonazioni…), reclamano urgentemente una riflessione etica e politica di ampiezza universale attraverso la costante testimonianza dei rappresentanti delle religioni e delle tradizioni spirituali che vogliono vivere alla luce delle verità ultime e del bene assoluto. Tutti contribuiscono, ciascuno a modo suo e con una sua fondazione, e con un reciproco scambio, a promuovere la pace, un ordine politico più giusto, il senso della comune responsabilità, un’equa ripartizione delle ricchezze di fronte a milioni di affamati, il rispetto dell’ambiente, la dignità di ogni persona umana e i suoi diritti fondamentali. Tuttavia questi sforzi possonoavere successo soltanto se le buone intenzioni si fondano su un valido accordo di base circa i beni e i valori che rappresentano le aspirazioni più profonde di ogni essere umano, a titolo individuale e comunitario. Soltanto il riconoscimento e la promozione di questi valori etici possono contribuire alla costruzione di un mondo più umano.

La ricerca di questo linguaggio etico comune riguarda tutti gli uomini

Per i cristiani, si accorda misteriosamente con l’opera del Verbo di Dio, “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), e con l’opera dello Spirito Santo che fa nascere nei cuori “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22-23), un programma meraviglioso di legge naturale sulla base comune a tante tradizioni con la regola d’oro “non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te”. La comunità dei cristiani, con le utili luci sorte lungo la sua storia di fede, condivide “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” e “perciò si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia”, non può quindi sottrarsi assolutamente a tale comune responsabilità. Illuminati dal Vangelo, impegnati in un dialogo paziente e rispettoso con tutti gli uomini di buona volontà, i cristiani partecipano alla ricerca comune dei valori umani da promuovere: “Quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil4,8). Essi sanno che Gesù Cristo, “nostra pace” (Ef 2,14), che ha riconciliato tutti gli uomini con Dio per mezzo della croce cioè del suo amore anche ai nemici, è il principio di unità più profondo verso il quale il genere umano non può non convergere.

La grazia dello Spirito Santo costituisce l’elemento principale del Vangelo. La predicazione della Chiesa, la celebrazione dei sacramenti, le disposizioni prese dalla Chiesa per favorire tra i suoi membri lo sviluppo della vita nello Spirito cioè nell’Amore sono totalmente riferite alla crescita di ogni persona, di ogni credente nella santità dell’amore verso tutti e verso tutto. Con la nuova Legge, che è una legge essenzialmente interiore ad ogni io, “la legge perfetta, la legge della libertà nella verità” (Gc 1,25), il desiderio di autonomia e di libertà nella verità che è presente nell’anima, nell’io, biblicamente nel cuore di ogni uomo raggiunge qui la perfetta realizzazione. Dal più intimo di ogni persona e delle persone tra loro, dove Cristo risorto è presente e che il dono del Suo Spirito trasforma, nasce l’agire morale cristiano. Ma questa libertà è al servizio dell’amore per tutti e per tutto: “Voi fratelli, infatti, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga un pretesto per la carne; mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13).

La nuova Legge del Vangelo include, assume e porta a compimento le esigenze della legge naturale. Gli orientamenti della legge naturale non sono dunque istanze normative esterne rispetto alla nuova Legge. Sono una parte costitutiva di questa, anche se seconda e ordinata all’elemento principale, che è la grazia di Cristo. Perciò è alla luce della ragione illuminata ormai dalla fede viva che ogni uomo riconosce meglio gli orientamenti della legge naturale, che gli indicano la via del pieno sviluppo della sua umanità. Così, la legge naturale, da una parte, mantiene “un legame fondamentale con la nuova legge dello Spirito di vita in Cristo Gesù e, d’altra parte, offre un’ampia base di dialogo con le personedi altro orientamento o di altra formazione, in vista della ricerca del bene comune cioè di ogni uomo”.

La Chiesa cattolica, consapevole della necessità per gli uomini di ricercare in comune le regole di un vivere insieme nella giustizia e nella pace, desidera condividere con le religioni, le sapienze e le filosofie del nostro tempo, le risorse del concetto di legge naturale. Chiamiamo legge naturale il fondamento di un’etica universale che cerchiamo di ricavare dall’osservazione e dalla riflessione sulla nostra comune natura umana. Essa è la legge morale iscritta nel cuore di ogni uomo e di cui l’umanità prende sempre più coscienza via via che avanza nella storia. Questa legge non ha niente di statico nella sua espressione; non consiste in una lista di precetti definitivi e immutabili. E’ una fonte di ispirazione che zampilla sempre nella ricerca di un fondamento obiettivo a un’etica universale.

La nostra convinzione di fede è che Cristo rivela non solo chi è Dio, Padre di tutti e che vuole tutti salvi ma rivela la pienezza dell’umano realizzandola pienamente nella sua persona. Ma tale rivelazione che interpella l’intelligenza, per quanto specifica, raggiunge e conferma elementi già presenti nel pensiero razionale delle sapienze dell’umanità. Il concetto di legge naturale è dunque anzitutto filosofico e, come tale, consente un dialogo che, nel rispetto delle convinzioni religiose di ciascuno, fa appello a quello che c’è di universalmente umano in ogni essere umano. Uno scambio sul piano della ragione è possibile quando si tratta di sperimentare e di dire ciò che è comune a tutti gli uomini dotati di ragione e di stabilire le esigenze della vita in società.

La scoperta della legge naturale risponde alla ricerca di una umanità che da sempre si sforza di darsi regole per la vita morale e per la vita in società. Questa vita in società riguarda un arco di relazioni che vadalla cellula familiare fino alle relazioni internazionali, passano per la vita economica, la società civile, la comunità politica. Per poter essere riconosciute da tutti gli uomini e in tutte le culture, le norme di comportamento in società devono avere la loro fonte nella stessa persona umana, nei suoi bisogni e nelle sue inclinazioni originarie (verità, giustizia, bontà, felicità). Tali norme elaborate con la riflessione e sostenute dal diritto, possono così essere interiorizzate da tutti, con un linguaggio etico comune inseparabile da un’esperienza di conversione, con la quale le persone e le comunità si allontanano dalle forze che cercano di imprigionare l’essere umano nell’indifferenza o lo spingono ainnalzare muri contro l’altro o contro lo straniero. Il cuore di pietra – freddo, inerte e indifferente alla sorte del prossimo e del genere umano – deve trasformarsi, sotto l’azione dello Spirito, in un cuore di carne, sensibile ai richiami della saggezza, alla compassione, al desiderio della pace e della speranza per tutti. Questa conversione è la condizione di un vero dialogo.

Dopo il dramma della seconda guerra mondiale, le nazioni di tutto il mondo hanno saputoriconoscere una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: urge che l’avvenimento si ripeta

Questa dichiarazione suggerisce implicitamente che la fonte dei diritti umani inalienabili si trova a monte di ogni scelta positiva cioè nella originaria dignità di ogni persona. E fin da Giovanni de Vittoria e della scuola spagnola del XVI secolo, all’inizio quindi dell’epoca moderna, non sono mancati i tentativi per definire un’etica universale, valida allora anche per indios d’America. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la comunità delle nazioni, traendo le conseguenze delle strette complicità che il totalitarismo aveva mantenuto con il puro positivismo giuridico, ha definito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) alcuni diritti inalienabili di ogni persona umana, diritti che trascendono le leggi positive degli Stati e devono servire come riferimento e norma. Tali diritti non sono semplicemente concessi dal legislatore o maturati democraticamente quantitativamente: essi sono dichiarati, cioè la loro esistenza oggettiva, anteriore alla decisione del legislatore, è resa manifesta. Derivano infatti dal “riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana” (Preambolo). La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo costituisce uno dei più bei successi della storia umana. Essa “rimane una delle espressioni più alte della coscienza umana del nostro tempo” (Benedetto XVI all’Onu) e offre una solida base per lapromozione di un mondo più giusto. Tuttavia i risultati non sono sempre stati all’altezza delle speranze. Separata dal fondamento trascendente e dal senso morale dei valori che trascendono gli interessi particolari, la moltiplicazione delle procedure e delle regolamentazioni giuridiche conduce soltanto ad un affossamento, che in definitiva serve soltanto gli interessi dei più forti. Soprattutto si manifesta una tendenza a reinterpretare i diritti dell’uomo separandoli dalla dimensione etica e razionale, che costituisce il loro fondamento e il loro fine, a profitto di un puro legalismo utilitarista.

Per spiegare il fondamento etico dei diritti dell’uomo, alcuni hanno cercato di elaborare un’”etica mondiale” nell’ambito di una dialogo tra le culture e le religioni. L’”etica mondiale” indica l’insieme dei valori obbligatori fondamentali che da secoli formano il tesoro dell’esperienza umana. Essa si ritrova in tutte le tradizioni religiose e filosofiche. Tale progetto, degno di interesse, è espressione del bisogno attuale di un’etica che abbia validità universale e globale. Ma la ricerca puramente induttiva, sul modello parlamentare, di un consenso minimo già esistente può soddisfare le esigenze di fondare il diritto sull’assoluto? Inoltre, taleetica minima non conduce forse a relativizzare le esigenze etiche forti di ogni religione o sapienza particolare?

Sollecitata fin dal 2006 da Papa Benedetto XVI la Commissione teologica Internazionale oggi offre un contributo proponendo un fondamento razionabilmente giustificabile invitando gli esperti e i portavoce delle grandi tradizioni religiose, sapienziali e filosofiche dell’umanità a procedere a un lavoro analogo a partire dalle loro fonti, per giungere a un riconoscimento comune di norme morali universali fondate su un comune approccio razionale della realtà. Questo lavoro è necessario e drammaticamente urgente. “Dobbiamo arrivare – conclude la Commissione – a dirci, al di là delle nostre convinzioni religiose e della diversità dei nostri presupposti culturali, quali sono i valori fondamentali per la nostra comune umanità, in cooperazione pacifica fra tutte le componenti della famiglia umana”.

Sacerdoti ed Eucaristia

Da sacerdoti essere, divenire, Eucaristia per la salvezza del mondo!

“Mi rivolgo particolarmente a voi, cari sacerdoti, che Cristo ha scelto perché insieme a Luipossiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo. Solo dall’unione con Gesù potete trarre quella fecondità spirituale che è generatrice di speranza nel vostro ministero pastorale. Ricorda san Leone Magno che “la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo” (Sermo 12,De Passione 3,7,Pl 54). Sequesto è vero per ogni cristiano, lo è a maggior ragione per noi sacerdoti.

Essere, divenire Eucaristia! Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché nell’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza. Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri di Cristo e testimoni della sua gioia. E’ ciò che i fedeli attendono dal sacerdote: l’esempio di una autentica devozione per l’Eucaristia; amano vederlo trascorrere lunghe pause dinnanzi a Gesù come faceva il santo Curato d’Ars, che ricorderemo in modo particolare durante l’ormai imminente Anno Sacerdotale” ( Benedetto XVI, Omelia del Corpus Domini, 11 giugno 2009).

Con la Parola e l’Eucaristia Dio ci plasma progressivamente come suo popolo, corpo di Cristocioè Chiesa

“Questo è il mio corpo, queste è il mio sangue”: queste parole, che Gesù pronunciò nell’Ultima Cena,vengono ripetute, insieme all’invocazione dello Spirito del Risorto, ogni volta che si riattualizza l’atto scarificale della Croce cioè la Messa e quindi si rinnova il Sacrificio eucaristico. Esse ci conducono idealmente nel Cenacolo, ci fanno rivivere il clima spirituale, sacramentalmente reale, di quella notte quando, celebrando la Pasqua con i suoi, il Signore nel mistero cioè nel sacramento anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce. L’istituzione dell’Eucaristia ci appare così come anticipazione e accettazione da parte di Gesù del donare la vita lasciandosi uccidere in Croce, trasformandolo così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita da risorti, ci libera dal peccato e ci salva. Scrive in proposito sant’Efrem Siro: “Durante la cena Gesù immolò se stesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri” (Inno sulla crocifissione, 3,1).

“Questo è il mio sangue”. Chiaro il riferimento al linguaggio sacrificale di Israele. Gesù, però, presenta se stesso come il vero e definitivo sacrificio, nel quale si realizza l’espiazione dei peccati che, nei riti simbolici dell’Antico Testamento, non era mai stata totalmente compiuta. A questa espressione ne seguono altre due molto significative. Innanzitutto, Gesù Cristo dice che il suo sangue cioè la sua vita “è versato per molti” con un comprensibile riferimento ai canti del Servo di Dio, che si trovano nel libro di Isaia (cap. 55). Conl’aggiunta – sangue dell’alleanza” -, Gesù rende inoltre manifesto che, grazie alla sua morte, si realizza la profezia della nuova alleanza fondata sulla fedeltà e sull’amore infinito del Figlio fattosi uomo, una alleanza perciò più forte di tutti i peccati dell’umanità per cui nel percorso di ogni vita mai il male definisce chi lo commette: fino al termine resta la possibilità di riconoscerlo, pentirsi, lasciarsi perdonare, ricominciare di nuovo e questo è Vangelo. Si tratta di un grande mistero, certamente il mistero dell’unica nostra salvezza, che trova nella risurrezione cioè nella presenza ecclesiale continua del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza affidabile. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta ed intima unione con Dio, che è davvero per tutti e per tutto più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena, istituendo sia il rito sacrificale della Messa e sia chi poteva farlo agendo in sua persona, egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. L’antica alleanza era stata sancita sul Sinai come anticipo significativo con un rito sacrificale di animali e il popolo eletto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, aveva promesso di eseguire tutti i comandamenti dati dal Signore (Es 24,3). In verità, Israele sin da subito, con la costruzione del vitello d’oro, si mostrò incapace di mantenersi fedele a questa promessa e così al patto intervenuto, che anzi in seguito trasgredì molto spesso, adattando al suo cuore di pietra la Legge che avrebbe dovuto rendergli evidente la via della vita scritta nel suo cuore. Ma il Signore, però, mai venne meno alla sua promessa e, attraverso i profeti, tenta e ritenta, come fa nel percorso di ogni io umano, di richiamare, far rivivere la dimensione misericordiosa dell’alleanza, ed annunciò che ne avrebbe scritta una nuova nei cuori dei suoi fedeli ( Ger 31,33), trasformandoli, ricreandoli con il dono dello Spirito (Ez 36, 25 – 27) dono del Risorto che è una esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie continuamente le catene del peccato e della morte, inaugurando una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge continuamente un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. E fu durante l’Ultima Cena, istituendo il rito sacrificale e il sacerdozio ministeriale, che strinse con i suoi discepoli e con tutta l’umanità questa nuova alleanza, confermandola non con sacrifici dianimali come avveniva in passato, bensì con il dono della propria vita in Croce, con il proprio sangue, divenuto “sangue della nuova alleanza” che trasforma, fa rinascere nella nuova vita: il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento: “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fin dal Battesimo di morte e di risurrezione, la formula del rito scarificale del Risorto dentro il tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale di ogni Domenica. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nell’incontro con Lui almeno ogni Domenica perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo (epiclesi) opera nel pane e nel vino e in chi si ciba rendendoli corpo di Cristo cioè Chiesa: divenire eucaristia cioè donne e uomini nuovi per poter essere veri testimoni della vita da risorti e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in quelle comunità particolari di uomini, in quei territori parrocchiali entro i quali viviamo.

Gesù è mediatore di una alleanza nuova. Lo è diventato grazie al suo sangue cioè grazie al dono di se stesso, vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote istituendo il rito sacrificale cioè la Messa dove continuamente offre se stesso, sotto l’impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l’intera umanità. Il rito scarificale dell’Eucaristia riattualizzando e rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio e tra di noi.

Per sapere, pensare e quindi vedere, credere a grande mistero occorre l’ascolto della Parola di Dio nella preghiera e scrutando le Scritture, specialmente con la pratica della lectio divina, cioè della lettura meditata e adorante della Bibbia con cui Dio, anche in una pluralità di culture, plasma progressivamente come “suo” popolo, come l’unico suo Corpo chi abitualmente partecipa alla duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. “Nutriti di Cristo, noi (della Diocesi di Roma) – ha affermato Benedetto XVI –suoi discepoli, riceviamo la missione di essere “l’anima” di questa nostra città, fermento di rinnovamento, pane “spezzato” per tutti, soprattutto per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. Diventiamo testimoni del suo amore”.

Non bisogna dare per scontata la fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia

“C’è oggi il rischio - ha osservato Benedetto XVI - di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E’ sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene”.

E ai partecipanti della Plenaria della Congregazione per il Clero il 16 marzo 2009 Benedetto XVI ha detto: “La consapevolezza dei radicali cambiamenti sociali degli ultimi decenni deve muovere le migliori energie ecclesiali a curare la formazione dei candidati al ministero”.

Gli ha fatto eco Monsignor Bruguès, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica e vicepresidente della pontificia opera delle vocazioni sacerdotali e membro della commissione per la formazione dei candidati al sacerdozio, in una relazione ai rettori convenuti a Roma. “La secolarizzazionerappresenta un processo storico molto antico, poiché è nato in Francia a metà del secolo XVIII, prima di estendersi all’insieme delle società moderne. Tuttavia la secolarizzazione della società varia molto da un paese all’altro. In Francia e Belgio, per esempio, essa tende a bandire i segni della appartenenza religiosa alla sfera pubblica e a riportare la fede nella sfera privata. Si osserva la stessa tendenza, ma meno forte, in Spagna, in Portogallo e in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, invece, la secolarizzazione si armonizza facilmente con l’espressione pubblica delle convinzioni religiose…Da una decina d’anni a questa parte è emerso tra gli specialisti un dibattito molto interessante. Sembrava, fino ad allora, che si dovesse dare per scontato che la secolarizzazione all’europea costituisse la regola e il modello, mentre quella di tipo americano costituisse l’eccezione. Ora invece sono numerosi coloro i quali – Jurgen Habermas per esempio – pensano che è vero l’opposto e che anche nell’Europa post – moderna le religioni svolgeranno un nuovo ruolo sociale”.

Ricominciare dal Catechismo

“Qualunque sia la forma che ha assunto – ha proseguito il Segretario della Congregazione per l’educazione cattolica -, la secolarizzazione ha provocato nei nostri paesi un crollo della cultura cristiana. I giovani che si presentano nei nostri seminari non conoscono più niente o quasi della dottrina cattolica, della storia della Chiesa e dei suoi costumi. Questa in cultura generalizzata ci obbliga a effettuare delle revisioni importanti nella pratica seguita fino ad ora. Ne menziono due.

- Per prima cosa, mi sembra indispensabile prevedere per questi giovani un periodo – un anno o più – di formazione iniziale, di “recupero”, di tipo catechetico e culturale al tempo stesso. I programmi possono essere concepiti in modo diverso, in funzione dei bisogni specifici di ciascun paese. Personalmente penso ad un intero anno dedicato all’assimilazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che si presenta come un compendio molto completo.

- In secondo luogo occorrerebbe rivedere i nostri programmi di formazione. I giovani che entrano in seminario sanno di non sapere. Sono umili e desiderosi di assimilare il messaggio della Chiesa. Si può lavorare con loro veramente bene. La loro mancanza di cultura ha questo di positivo: non si portano più dietro i pregiudizi negativi dei loro fratelli maggiori. E’ una fortuna. Ci troviamo quindi a costruire su una “tabula rasa”. Ecco perché sono a favore di una formazione teologica sintetica, organica e che punta all’essenziale. Questo implica, da parte degli insegnanti e dei formatori, la rinuncia a una formazione iniziale contrassegnata da uno spirito critico – come era stato il caso della mia generazione, per la quale la scoperta della Bibbia e della dottrina è stata contaminata da uno spirito di critica sistematico – e alla tentazione di una specializzazione troppo precoce: precisamente perché manca a questi giovani il background culturale necessario”.

Due generazioni, due modelli di Chiesa

“L’impatto con la secolarizzazione delle nostre società ha trasformato profondamente le nostre Chiese. Potremmo avanzare l’ipotesi che siamo passati da una Chiesa di “appartenenza”, nella quale la fede era data dal gruppo di nascita, a una Chiesa di “convinzione”, in cui la fede si definisce come una scelta personale e coraggiosa, spesso in opposizione al gruppo di origine…I nostri seminaristi, come i nostri giovani sacerdoti, appartengono anch’essi a questa Chiesa di “convinzione”. Non vengono più dalle campagne, quanto piuttosto dalle città, soprattutto dalle città universitarie. Sono cresciuti spesso in famiglie divise o “scoppiate”, il che lascia in loro tracce di ferite e, talvolta, una sorta d’immaturità affettiva. L’ambiente sociale di appartenenza non li sostiene più: hanno scelto di essere sacerdoti per convinzione e hanno rinunciato, per questo fatto, ad ogni ambizione . A questo titolo, hanno diritto a tutta la nostra stima. La difficoltà sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione supera dunque la cornice di un semplice conflitto generazionale. La mia generazione, insisto, ha identificato l’apertura al mondo col convertirsi alla secolarizzazione, nei confronti della quale ha esperimentato un certo fascino. I più giovani, invece, sono sì nati nella secolarizzazione, che rappresenta il loro ambiente naturale, e l’hanno assimilata con il latte della nutrice: ma cercano innanzitutto di prendere le distanze da essa, e rivendicano la loro identità e le loro differenze”.

Accomodamento col mondo o contestazione?

“Esiste ormai nelle Chiese europee, e forse anche nella Chiesa americana, una linea di divisione, talora di frattura, tra una corrente di “composizione” e una corrente di “contestazione”.

- La prima ci porta a osservare che esistono nella secolarizzazione dei valori a forte matrice cristiana, come l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, la responsabilità, e che deve essere possibile venire a patti con tale corrente e individuare dei campi di cooperazione.

- La seconda corrente, al contrario, invita a prendere le distanze. Ritiene che le differenze o le opposizioni, soprattutto nel campo etico, diventerebbero sempre più marcate. Propone dunque un modello alternativo al modello dominante, e accetta di sostenere il ruolo di una minoranza contestatrice.

La prima corrente è risultata predominante nel dopo concilio; ha fornito la matrice ideologica delle interpretazioni del Vaticano II che si sono imposte alla fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo. Le cose si sono invertite a partire dagli anni Ottanta, soprattutto – ma non esclusivamente – sotto l’influenza di Giovanni Paolo II. La corrente della “composizione” è invecchiata, ma i suoi adepti detengono ancora delle posizioni chiave nella Chiesa. La corrente del modello alternativo si è rinforzata considerevolmente, ma non è ancora diventata dominante: Così si spiegherebbero le tensioni del momento in numerose Chiese del nostro continente”.

La università cattoliche oggi si distribuiscono secondo questa linea di divisione e lo stesso nei riguardi della fisionomia tipica di coloro che bussano alla porta dei seminari e delle case religiose.

“I candidati della prima tendenza – sempre il Segretario –sono diventati sempre più rari, con grandedispiacere dei sacerdoti delle generazioni più anziane. I candidati della seconda tendenza sono diventati oggi più numerosi dei primi, ma esitano a varcare la soglia dei nostri seminari, perché spesso non vi trovano ciò che cercano. Essi sono portatori di una preoccupazione di identità ( con un certo disprezzo vengono qualificati come “identitari”): identità cristiana – in che cosa ci dobbiamo distinguere da coloro che non condividono la nostra fede? – e identità del sacerdote.. Come fare armonia tra gli educatori, che appartengono spesso alla prima corrente, e i giovani che si identificano con la seconda? Gli educatori continueranno ad aggrapparsi a criteri di ammissione e di selezione che risalgono ai loro tempi, ma non corrispondo più alle aspirazioni dei più giovani? Mi è stato raccontato il caso di un seminario francese nel quale le adorazioni del Santissimo Sacramento erano state bandite da una buona ventina d’anni, perché giudicate troppo devozionali: i nuovi seminaristi hanno dovuto battersi parecchi anni perché fossero ripristinate, mentre alcuni docenti hanno preferito dare le dimissioni davanti a ciò che giudicavano come un “ritorno al passato”; cedendo alle richieste dei più giovani, avevano l’impressione di rinnegare ciò per cui si erano battuti per tutta la vita”.

“Comprendo – ha concluso il Segretario nell’intervento ai Rettori dei Seminari – le difficoltà che incontrate nel vostro ministero di rettori di seminari. Più che il passaggio da una generazione ad un altra, dovete assicurare armoniosamente il passaggio da una interpretazione del Concilio Vaticano II ad un’altra, e forse da un modello ecclesiale ad un altro. La vostra posizione è delicata, ma è assolutamente essenziale per la Chiesa”.