mercoledì 30 settembre 2009

Il Papa a Praga

Intervista con Benedetto XVI durante il viaggio da Roma a Praga

La Repubblica Ceca si trova non solo geograficamente, ma anche storicamente nel cuore dell’Europa

E quindi la visita pastorale del Papa è significativa per il continente nel suo insieme, nel suo attuale cammino culturale, spirituale ed eventualmente anche politico, per la costruzione dell’Unione Europea.

In tutti i secoli il territorio della Repubblica Ceca è stato luogo di incontro di culture, soprattutto a cominciare dal secolo IX: da una parte, in Moravia, abbiamo la grande missione dei fratelli Cirillo e Metodio, che da Bisanzio portano cultura la cultura bizantina, ma creano una cultura slava, con i caratteri cirillici e con una liturgia in lingua slava; dall’altra parte, in Boemia, sono le diocesi confinanti di Regensburg e Passau che portano il Vangelo in lingua latina, e nella connessione con la cultura romano latina, si incontrano così le due culture di cui sant’Adalberto, dal 983 Vescovo di Praga, Silvestro II e Ottone III sono in campioni: alla fede non si costringe ma si propone fino al martirio. Certo ogni incontro è difficile,ma anche fecondo. Storicamente si potrebbe facilmente mostrare con questo esempio.

Nel secolo XIII è Carlo IV che crea a Praga la prima università nel Centro Europa. Ogni università, di per sé, è luogo di incontro di culture. In questo caso diventa inoltre un luogo di incontro tra cultura slava e germanofona. Come nel secolo e nei tempi della Riforma, proprio in questo territorio, gli incontri e gli scontri diventano decisi e forti.

Nel secolo scorso, la Repubblica Ceca ha sofferto sotto una dittatura comunista particolarmente rigorosa, ma ha anche avuto una resistenza sia cattolica, sia laica di grandissimo livello. Tipici i testi di Vàclav Havel, del cardinale Vlk, di personalità come il cardinale Tomàsek, che realmente hanno dato all’Europa un messaggio di che cosa sia la libertà verso il vero e verso il bene e quindi verso Dio e di come dobbiamo lavorare nella libertà. Da questo incontro di culture nei secoli, e proprio da questa ultima fase di riflessione, non solo, di sofferenza per un concetto nuovo di libertà e di società libera, escano per noi tanti messaggi importanti, che possono e devono essere fecondi oggi e in futuro per la costruzione dell’Europa. Dobbiamo tutti, nell’attuale cammino culturale, essere molto attenti al messaggio di questo paese che si trova non solo geograficamente, ma storicamente nel cuore dell’Europa.

Quale messaggio, in questa nuova fase storica, i popoli dell’Europa centrale ed orientale offrono a vent’anni dalla caduta dei regimi comunisti?

Questi Paesi hanno sofferto particolarmente sotto la dittatura che aveva mobilitato - per un certo tempo –tutte le energie dell’uomo con un grande obiettivo che sembrava meritevole di ogni impegno. Ma nella sofferenza sono maturati concetti di libertà che sono attuali e che adesso devono essere ancora ulteriormente elaborati e realizzati. Importante un testo di Vaclav Havel che dice: “La dittatura è basata sulla menzogna e se la menzogna andasse superata, se nessuno mentisse più e se venisse alla luce la verità, ci sarebbe anche la libertà”. E così ha elaborato questo nesso inscindibile tra verità e libertà, dove libertà non è libertinismo per la menzogna e per il male, arbitrarietà, ma è connessa e condizionata dai grandi valori della verità e dell’amore, della solidarietà e del bene in generale, anzi di ogni uomo. Questi giudizi sulla speranza per un mondo migliore ritenuto falsamente il vero “regno di Dio” da giustificare la dittatura, questi concetti, queste idee maturate proprio nel tempo della dittatura non possono andare persi, buttati nel cestino della storia: dobbiamo continuamente ritornare ad essi! E nella libertà spesso un po’vuota e senza valori, di nuovo riconoscere che libertà e valori, libertà e bene, libertà e amore, libertà e verità, libertà e Dio vanno sempre insieme: altrimenti si distrugge anche la libertà. Questo è il messaggio di diversi paesi reduci dal comunismo, messaggio che spinge a usare con responsabilità la libertà recuperata, messaggio che deve essere attualizzato in questo momento di secolarismo.

Oggi la Repubblica Ceca culturalmente è un Paese molto secolarizzato e nel quale la Chiesa cattolica è una minoranza: come può contribuire effettivamente al bene comune del Paese?

Normalmente nella storia sono le minoranze creative che determinano il futuro della storia (nella storia della salvezza Dio raggiunge la moltitudine attraverso i pochi, anzi tutti attraverso uno, Cristo). In questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, che non si possono impunemente per l’oggi e per il futuro gettare nel cestino della storia delle idee: se il percorso attuale della cultura europea vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni a – storiche e a ciò che al momento convince e – preoccupata della sua laicità negativa in rapporto alla ricerca del vero, del bene, di Dio e sulle utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole, più pura, ma si scompone e si frantuma. Ciò che la Chiesa tramanda dinamicamente è una realtà molto viva ed attuale. La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di liberà e di pace. Così, può contribuire in diversi settori. Il primo è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno criticamente dell’altro: l’agnostico non può essere contento di non sapere se Dio e quindi la ricerca del vero, del bene, del senso completo della vita esiste o no, ma deve ridestare la ricerca e valutare criticamente la grande eredità delle luci sorte lungo la storia della fede; il cattolico non può accontentarsi di avere fede, ma deve pensarla, argomentarla, rendere ragione cioè essere continuamente alla ricerca di Dio, ancora di più, e nel dialogo con gli altri imparare Dio cioè il vero, il bene, il senso della vita in modo più profondo, più personale. Questo è il primo livello: il grande dialogo intellettuale, etico e umano. Poi, nel settore educativo, la Chiesa ha molto da fare e da dare, per quanto riguarda la formazione: in Italia ormai tutti parlano di emergenza educativa. Ed è un problema ormai comune a tutto l’Occidente che nel tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto, grazie alle conoscenze della scienza e di una politica scientificamente fondata. Se molto si è ottenuto, a livello di formazione etico morale siamo all’emergenza: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità. Un terzo settore oltre che l’amicizia dell’intelligenza è la “Caritas”. La Chiesa, fin dalle origini della evangelizzazione, ha avuto questo come segno della sua identità: quello di venire in aiuto ai poveri, di essere strumento della carità. La Caritas nella Repubblica Ceca fa moltissimo nelle diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche all’umanità sofferente nei diversi continenti, dando così un esempio di responsabilità per gli altri, di solidarietà internazionale, che è anche condizione della pace.

Con l’Enciclica “Caritas in veritate”, che ha avuto un’ampia eco nel mondo, la crisi mondiale recente diventa una di quelle circostanze con cui Dio rende l’umanità più disponibile all’evangelizzazione cioè a riflettere sull’importanza dei valori spirituali e morali per fronteggiare i grandi problemi anche economico – finanziari del futuro. La Chiesa continuerà ad offrire orientamenti superando quel cristianesimo moderno che, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza., restringendo l’orizzonte della sua speranza e non riconoscendo sufficientemente la grandezza del suo compito.

“Sono molto contento – ha affermato il Papa – per questa grande discussione. Era proprio questo lo scopo: incentivare e motivare una discussione su questi problemi, non lasciare andare le cose come sono, ma trovare nuovi modelli per una economia responsabile, sia nei singoli Paesi, sia per la totalità dell’umanità unificata. Mi sembra realmente visibile, oggi, che l’etica non è qualcosa di esteriore all’economia, la quale come una tecnica potrebbe funzionare da sé, ma è principio interiore, vitale dell’economia, la quale non funziona se non si tiene conto dei valori umani della solidarietà, delle responsabilità reciproche e se non integra l’etica nella costruzione dell’economia stessa: è la grande sfida di questo momento. Spero, con l’Enciclica, di aver contribuito a questa sfida”.

Il dibattito in corso è incoraggiante ma occorre continuare a rispondere alle sfide del momento e ad aiutare affinché il senso della responsabilità sia più forte della volontà del profitto, la responsabilità nei riguardi degli altri sia più forte dell’egoismo: in questo senso può accadere un’economia umana anche nel futuro.

Santità, nel corso dell’estate vi è stato il piccolo incidente al polso, ha potuto riprendere la sua attività e lavorare alla seconda parte del suo libro su Gesù, come desiderava?

“Non è ancora pienamente superato, ma vedete che la mano destra è in funzione e l’essenziale posso farlo: posso mangiare e, soprattutto, posso scrivere. Il mio pensiero si sviluppa soprattutto scrivendo; così per me è stata veramente una pena, una scuola di pazienza, non poter scrivere per sei settimane. Tuttavia, ho potuto lavorare, leggere, fare altre cose e sono andato anche un po’ avanti con il libro. Ma ho ancora molto da fare. Penso che, con la bibliografia e tutto quello che segue ancora, “Deo adiuvante”, potrebbe essere terminato nella prossima primavera. Ma questa è una speranza!”. E’ una piccola speranza, ma noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme.

martedì 29 settembre 2009

Credenti credibili

C’è oggi bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili”

“San Venceslao, emblema storico della nobile Nazione ceca, questo grande Santo, che voi amate chiamare “eterno” Principe dei Cechi, ci invita a seguire sempre e fedelmente Cristo, ci invita ad essere santi. Egli stesso è modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli. Ma ci chiediamo: ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si cercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno?

Il secolo passato – e questa vostra Terra ne è stata testimone – ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili. All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere. Chi ha negato e continua a negare Dio (cioè la ricerca del vero e del bene) e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere via facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. Solo chi conserva nel cuore il santo “timore di Dio” ha fiducia nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno. C’è oggi bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili”, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e cercando in ogni momento la volontà divina. (…)Il loro esempio incoraggia chi si dice cristiano ad essere credibile, cioè coerente con in principi e la fede che professa. Non basta infatti apparire buoni e onesti; occorre esserlo realmente. E buono e onesto è colui che non copre con il suo io la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio (attraverso il desiderio del vero e la disponibilità al bene).

Questa è la lezione di vita di san Venceslao, che ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno. Il suo sguardo non si staccò mai da Gesù Cristo, il quale patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Quale docile discepolo del Signore, il giovane sovrano Venceslao si mantenne fedele agli insegnamenti evangelici che gli aveva impartito la santa nonna, la martire Ludmilla. Seguendoli, ancor prima di impegnarsi nel costruire una convivenza pacifica all’interno della Patria e con i Paesi confinanti, si adoperò per propagare la fede cristiana, chiamando sacerdoti e costruendo chiese. Nella prima “narrazione” paleoslava si legge che “soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese” e che “beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava gli uomini, poveri o ricchi che fossero”. Imparò dal Signore ad essere “misericordioso e pietoso” ed animato da spirito evangelico giunse persino a perdonare il fratello, che aveva attentato alla sua vita. Giustamente, pertanto lo invocate come “Erede” della vostra Nazione, e, in un canto a voi ben noto, gli domandate di non permettere che essa perisca” (Benedetto XVI, Omelia, 28 settembre 2009).

Per la convinzione della chiesa cattolica di tutti i tempi la politica appartiene alla sfera della ragione comune a tutti, la ragione naturale restaurata dalla fede. La politica quindi è un lavoro che implica l’uso della ragione e va governata dalle virtù naturali della prudenza, della temperanza, della giustizia, della fortezza animate dalla ricerca del vero cioè di Dio e dall’amore verso ogni uomo. Il campo della politica è il campo della ragione comune, che deve svolgersi nella reciproca comprensione. La politica non si desume solo dalla fede, ma dal rendere ragione della fede, e la distinzione tra la sfera della politica e la sfera della fede appartiene proprio alla tradizione centrale del cristianesimo: la troviamo nella parola di Cristo “Date all’imperatore quanto è dell’imperatore, a Dio quanto è di Dio”. In questo senso lo Stato è uno Stato laico, nel senso positivo.

Ma quando la ragione non ricerca più la verità e si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo senza possibilità di un’etica la fede può illuminare la ragione, può sanare una ragione ammalata, una coscienza comune oscurata. Non nel senso che questo influsso della fede trasferisca il campo della politica dalla ragione alla fede, ma nel senso che restituisce la ragione a se stessa, aiuta la ragione ad essere se stessa, senza alienarla. Ecco perché anche oggi c’è bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili” rendendo ragione come san Venceslao, santi pronti a compiere il proprio dovere con fedeltà, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune a cominciare dai poveri, e ricercando in ogni momento la volontà divina cioè il vero e il bene.

domenica 27 settembre 2009

Ragione ed etica

Il Papa, nel suo ruolo di Pastore, è riconosciuto come voce autorevole per la riflessione etica dell’umanità

Se è vero che alcuni ritengono che le domande sollevate dalla religione, dalla fede e dall’etica non abbiamo posto nell’ambito della ragione pubblica, tale visione non è per nulla evidente. La liberà che è alla base dell’esercizio della ragione – in una università come nella Chiesa – ha uno scopo preciso: essa è diretta alla ricerca della verità ( cioè del vero, del bene, di Dio), e come tale esprime una dimensione propria del Cristianesimo, che non per nulla ha portato alla nascita dell’università. In verità,la sete di conoscenza dell’uomo spinge ogni generazione ad ampliare il concetto di ragione e ad abbeverarsi alle fonti della fede. E’ stata proprio la ricca eredità della sapienza classica, assimilata e posta al servizio del Vangelo, che i primi missionari cristiani hanno portato in queste terre e stabilita come fondamento di un’unità spirituale e culturale che dura fino ad oggi. La medesima convinzione condusse il mio predecessore, Papa Clemente VI, ad istituire nel 1347 questa famosa Università Carlo, che continua ad offrire un importante contributo al più vasto mondo accademico, religioso e culturale europeo.

L’autonomia propria di una università, anzi di qualsiasi istituzione scolastica, trova significato nella capacità di rendersi responsabile di fronte alla verità. Ciononostante, quell’autonomia può essere resa vana in diversi modi. La grande tradizione formativa, aperta al trascendente, che è all’origine delle università in tutta Europa, è stata sistematicamente sovvertita, qui in questa terra e altrove, dalla riduttiva ideologia del materialismo, dalla repressione della religione e dall’oppressione dello spirito umano. Nel 1989, tuttavia, il mondo è stato testimone in maniera drammatica del rovesciamento di una ideologia totalitaria fallita e del trionfo dello spirito umano.

L’anelito per la liberà e la verità è parte inalienabile della nostra comune umanità. Esso non può mai essere eliminato e, come la storia ha dimostrato, può essere negato solo mettendo in pericolo l’umanità stessa. E’ a questo anelito che cercano di rispondere la fede religiosa, le varie arti, la filosofia, la teologia e le altre discipline scientifiche, ciascuna col proprio metodo, sia sul piano di un’attenta riflessione che su quello di una buona prassi…

Se per un verso è passato il periodo di ingerenza derivante dal totalitarismo politico, non è forse vero, dall’altro, che di frequente oggi nel mondo l’esercizio della ragione e la ricerca accademica sono costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici? Cosa potrà accadere se, nell’ansia di mantenere una secolarizzazione radicale, finisse per separarsi dalle radici che le danno vita? Le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre più per riconoscere quello che è vero, nibile e buono” (Benedetto XVI, Incontro con il Mondo Accademico, Castello di Praga 27 settembre 2009).

Per superare la frattura fra scienza e religione Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in continuità promuovono una più piena comprensione della relazione tra fede e ragione, intese come le due ali con le quali lo spirito umano è innalzato alla contemplazione della verità cioè della realtà in tutti i fattori. L’una sostiene l’altra ed ognuna ha il suo proprio ambito di azione, nonostante vi siano quelli che vorrebbero disgiungere l’una dall’altra. Coloro che propongono questa esclusione positivistica del divino dall’universalità della ragione non solo negano quella che è una delle più profonde convinzioni dei credenti: essi finiscono per contrastare proprio quel dialogo delle culture che essi stessi propongono. Una comprensione della ragione sorda al divino, che relega le religioni nel regno delle subculture, è incapace di entrare in quel dialogo delle culture che il nostro mondo ha urgente bisogno. Alla fine, la “fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà” (Caritas in veritate, 9). Questa fiducia nella capacità umana di cercare la verità, di trovare la verità e di vivere secondo la verità portò alla fondazione delle grandi università europee. Certamente noi dobbiamo riaffermare questo oggi per donare al mondo intellettuale il coraggio necessario per lo sviluppo di un futuro di autentico benessere, un futuro veramente degno dell’uomo.

La Speranza

In ascolto della Parola che sola può darci speranza, perché è Parola di Dio

“Il Profeta Isaia (61,1 – 30) si presenta investito della missione di annunciare a tutti gli afflitti e i poveri la liberazione, la consolazione, la gioia. Questo testo Gesù l’ha ripreso e l’ha fatto proprio nella sua predicazione. Anzi, ha detto esplicitamente che la promessa del profeta si è compiuta in Lui (Lc 4,16-21). Si è completamente realizzata quando, morendo in croce e risorgendo da morte, ci ha liberati dalla schiavitù dell’egoismo e del male ( il Male indica la persona di Satana, che si oppone a Dio e che è il seduttore di tutta la terra (Ap 12,) ( Compendio 597), del peccato e della morte. E questo è l’annuncio di salvezza, antico e sempre nuovo, che la Chiesa proclama di generazione in generazione: Cristo crocifisso e risorto, Speranza dell’umanità!

Questa parola di salvezza risuona con forza anche oggi, (ogni volta che conveniamo) nell’Assemblea liturgica. Gesù si rivolge con amore a voi, figli e figlie di questa terra benedetta (Repubblica ceca), nella quale è stato sparso da oltre un millennio il seme del Vangelo. Il vostro Paese, come altre nazioni, sta vivendo una condizione culturale che rappresenta spesso una sfida radicale per la fede e, quindi, anche per la speranza. In effetti, sia la fede che la speranza, nell’epoca moderna, hanno subito come uno “spostamento”, perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico (Spe salvi, 17). Conosciamo tutti che questo progresso è ambiguo: apre possibilità di bene insieme a prospettive negative. Gli sviluppi tecnici ed il miglioramento delle strutture sociali sono importanti e certamente necessari, ma non bastano a garantire il benessere morale della società (ibid., 24). L’uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito. E chi può liberarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? La nostra speranza è dunque Cristo: in Lui, Dio ci ha amato fino all’estremo e ci ha dato la vita in abbondanza (Gv 10,10), quella vita che ogni persona, talora persino inconsapevolmente, anela a possedere.

“Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11, 29 – 30). Possiamo restare indifferenti dinnanzi al suo amore? Qui, come altrove, nei secoli passati tanti si sono sacrificati per ridare dignità ad ogni uomo e libertà ai popoli, trovando nell’adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità. E pure nell’attuale società, dove tante forme di povertà nascono dall’isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un’originaria tragica chiusura dell’uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero; in questo nostro mondo che è alienato “quando si affida a progetti solo umani” (Caritas in veritate, 53), solo Cristo può essere la nostra speranza. Questo è l’annuncio che noi cristiani siamo chiamati a diffondere ogni giorno, con la nostra testimonianza” (Benedetto XVI, Omelia, Domenica 27 settembre 2009).

Dio solo è il fondamento di una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Non certo un idolo, un dio qualsiasi, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita.

Minoranza creativa

La Chiesa, minoranza creativa, unica via verso il futuro

L’amore risplenda in ogni vostra parrocchia e comunità, nelle varie associazioni e movimenti (che sono concretamente la via ecclesiale, umana, sacramentale all’incontro con Cristo). La vostra Chiesa, secondo l’immagine di san Paolo, sia un corpo ben strutturato che ha Cristo come Capo, e nel quale ogni membro agisce in armonia con il tutto. Alimentate l’amore di Cristo con la preghiera e l’ascolto della sua parola; nutritevi di Lui nell’Eucaristia, e siate, con la sua grazia, artefici di unità e di pace in ogni ambiente.

Le vostre comunità cristiane, dopo il lungo inverno della dittatura comunista, 20 anni fa hanno ripreso ad esprimersi liberamente quando il vostro popolo, con gli eventi avviati dalla manifestazione studentesca del 17 novembre 1989, ha riacquistato la propria libertà. Voi avvertite però che anche oggi non è facile vivere e testimoniare il Vangelo. La società reca ancora le ferite causate dall’ideologia atea ed è spesso affascinata dalla moderna mentalità del consumismo edonista, con una pericolosa crisi di valori umani e religiosi e la deriva di un dilagante relativismo etico e culturale. In questo contesto si rende urgente un rinnovato impegno da parte di tutte le componenti ecclesiali per rafforzare i valori spirituali e morali, nella vita della società odierna. So che le vostre comunità sono impegnate su molti fronti, in particolare nell’ambito caritativo con le Caritas. La vostra attività pastorale abbracci con particolare zelo il campo dell’educazione delle nuove generazioni. Le scuole cattoliche promuovano il rispetto dell’uomo, (di ogni uomo); si dedichi attenzione alla pastorale giovanile anche fuori dell’ambito scolastico, senza trascurare le altre categorie di fedeli. Cristo è per tutti! Auspico di cuore una sempre crescente intesa con le istituzioni sia pubbliche che private. La Chiesa – è sempre utile ripeterlo – non domanda privilegi, ma solo di poter operare liberamente al servizio di tutti con spirito evangelico” (Benedetto XVI, Omelia ai Vesperi, 26 settembre 2009).

Benedetto XVI, chiedendo alla Chiesa ceca minoritaria un balzo in avanti, un rinnovato impegno nella missione, ha detto che non basta continuare ad attribuire ogni colpa della situazione attuale ai guasti dell’ateismo di Stato finito con la caduta del Muro di Berlino e da quella “rivoluzione di velluto” che portò il dissidente Vaclav Havel alla presidenza con l’euforia per la ritrovata libertà. Oggi, però, è la domanda che Benedetto XVI fa risuonare nella Sala Spagnola del palazzo presidenziale, di fronte alle autorità civili – bisogna chiedersi “per quale scopo si vive in libertà” e quali sono “i tratti distintivi di questa libertà”.

Il Papa aveva in qualche modo anticipato e sintetizzato tutti i temi del viaggio dialogando con i giornalisti sul volo che lo portava a Praga. “La libertà – ha detto – non è arbitrarietà, libertinismo, ma è connessa e condizionata dai grandi valori della verità, dell’amore e della solidarietà, e del bene generale”. Spetta alla Chiesa mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana così documentata anche nella Repubblica Ceca da tanto patrimonio, da tante radici e a percepire così di nuovo Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. E alla Chiesa divenuta così minoritaria e apparentemente ininfluente, guardata oggi con poca simpatia diversamente dai tempi della dittatura comunista, Benedetto XVI lancia un messaggio inequivocabile: “Normalmente le minoranze creative determinano il futuro e Dio nella storia della salvezza giunge alle moltitudini attraverso i pochi. In questo senso – aggiunge nell’intervista ad alta quota – direi che la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa e ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale e devono essere attualizzati e resi presenti nel dibattito pubblico”. E’ dissolvente il tentativo di una ragione a –storica che tenta di autocostruirsi in modo a - storico pensando di poter impunemente gettare nel cestino della storia delle idee la sapienza della grande tradizione cristiana.

venerdì 25 settembre 2009

Teologia

Chi intende fare teologia non può contare solo sulla sua intelligenza

“Dio, ti prego, voglio conoscerti, voglio amarti e poterti godere. E se in questa vita non sono capace di ciò in misura piena, possa almeno ogni giorno progredire fino a quando giunga alla pienezza” (Proslogion, cap. 14). Questa preghiera di Sant’Anselmo lascia comprendere l’anima mistica di questa grande Santo dell’epoca medioevale, fondatore della teologia scolastica, al quale la tradizione cristiana ha dato il titolo di “Dottore Magnifico” perché coltivò un intenso desiderio di approfondire i Misteri divini, nella piena consapevolezza, però, che il cammino di ricerca di Dio non è mai concluso, almeno su questa terra. La chiarezza e il rigore logico del suo pensiero hanno avuto sempre come fine di “innalzare la mente alla contemplazione di Dio” (Ivi, Proemium).Egli afferma chiaramente che chi intende fare teologia non può contare solo sulla sua intelligenza, ma deve coltivare al tempo stesso una profonda esperienza di fede. L’attività del teologo, secondo san’Anselmo, si sviluppa in tre stadi:

- la fede, dono gratuito di Dio da accogliere con umiltà;

- l’esperienza, che consiste nell’incarnare la parola di Dio nella propria esistenza quotidiana;

- e quindi la vera conoscenza che non è mai frutto di ascettici ragionamenti, bensì di un’intuizione contemplativa.

Restano, in proposito, quanto mai utili anche oggi, per una sana ricerca teologica e per chiunque voglia approfondire le verità della fede, le sue celebri parole: “Non tanto, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non poso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire” (Ivi, 1).

Cari fratelli e sorelle, l’amore per la verità e la costante sete di Dio, che hanno segnato l’intera esistenza di sant’Anselmo, siano uno stimolo per ogni cristiano a ricercare senza mai stancarsi una unione sempre più intima con Cristo, Via, Verità e Vita. Inoltre, lo zelo pieno di coraggio che ha contraddistinto la sua azione pastorale, e che gli ha procurato talora incomprensioni, amarezze e perfino l’esilio, sia un incoraggiamento per i Pastori, per le persone consacrate e per tutti i fedeli ad amare la Chiesa di Cristo, a pregare, a lavorare e soffrire per essa, senza mai abbandonarla o tradirla”. (Benedetto XVI, Udienza Generale, 23 settembre 2009).

Si è celebrato il IX centenario della morte. Nato ad Aosta nel 1033 è noto anche come Anselmo di Bec in Normandia nella cui Abbazia benedettina si fece monaco e Anselmo di Canterbury a motivo della città di cui divenne vescovo. Tre sono le località, lontane tra loro e collocate in tre Nazioni diverse – Italia, Francia, Inghilterra – che si sentono particolarmente legate a lui. Monaco di intensa vita spirituale, eccellente educatore di giovani, teologo con una straordinaria capacità speculativa, saggio uomo di governo e intransigente difensore della libertas Ecclesiae sostenendo con coraggio l’indipendenza del potere spirituale da quello temporale. Difese la Chiesa dalle indebite ingerenze delle autorità politiche, trovando incoraggiamento e appoggio nel Romano Pontefice, al quale Anselmo dimostrò sempre una coraggiosa e cordiale comunione. Anselmo è una delle personalità eminenti del Medioevo, che seppe armonizzare tutte queste qualità grazie a una profonda esperienza mistica, che sempre ebbe a guidarne il pensiero e l’azione. Attraverso di lui la ragione non è stata sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza maturando il coraggio per la verità, senza piegarsi davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità.

Una sola unione matrimoniale

Non esistono coniugi veri di seconda unione, ma solo di prima unione

“Mentre la Chiesa paragona la vita umana con la vita della Santissima Trinità – prima unità di vita nella pluralità delle persone – e non si stanca di insegnare che la famiglia ha il proprio fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio, la coscienza diffusa nel mondo secolarizzato vive nell’incertezza più profonda a tale riguardo, soprattutto da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio.

L’unico fondamento riconosciuto sembra essere il sentimento, o la soggettività individuale, che si esprime nella volontà di convivere. In questa situazione, diminuisce il numero dei matrimoni, poiché nessuno impegna la propria vita con una premessa tanto fragile e incostante, crescono le unioni di fatto e aumentano i divorzi. In questa fragilità si consuma il dramma di tanti bambini privati del sostegno dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono, e si diffonde il disordine sociale.

La Chiesa non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, di fronte alla rovina delle famiglie e alle conseguenze che il divorzio provoca sui figli. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e concreti, vale a dire di genitori determinati e certi che, in modo diverso, concorrono alla loro educazione. Ora è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mutevole, che moltiplica i “padri” e le “madri” e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono “orfani” non siano figli senza genitori, ma figli che ne hanno troppi. Questa situazione, con le inevitabili interferenze e l’incrociarsi di rapporti, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a causa della sua precarietà.

E’ ferma convinzione della Chiesa che i problemi che oggi i genitori incontrano e che debilitano la loro unione, hanno la loro vera soluzione in un ritorno alla solidità della famiglia cristiana, ambito di mutua fiducia, di dono reciproco, di rispetto della libertà e di educazione alla vita sociale. E’ importante ricordare che, “l’amore degli sposi esige, per sua stessa natura, l’unità e l’indissolubilità della comunità di persone che ingloba tutta la loro vita” (CCC n. 1644). In effetti, Gesù ha detto chiaramente: “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10,9), ed ha aggiunto: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11-12).

Con tutta la comprensione che la Chiesa può provare dinnanzi a simili situazioni, non esistono coniugi di seconda unione, ma solo di prima unione; l’altra è una situazione irregolare e pericolosa, che è necessario risolvere, nella fedeltà a Cristo, trovando con l’aiuto di un sacerdote, un cammino possibile per salvare quanti in essa si trovano” (Benedetto XVI, Ai Vescovi della Conferenza episcopale del Brasile (Nordeste I e Nordeste 4), 25 settembre 2009).

I figli per essere istruiti ed educati hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e certi con le virtù della Santa Famiglia: la preghiera, pietra d’angolo di ogni focolare domestico fedele alla propria identità e alla propria missione; la laboriosità, asse di ogni matrimonio maturo e responsabile; il silenzio, fondamento di ogni attività libera ed efficace. In tal modo sacerdoti e centri di pastorale accompagnano le famiglie, affinché non siano illuse e sedotte da certi stili di vita relativistici, che le produzioni cinematografiche e televisive e altri mezzi di informazione promuovono. Quanto efficaci sono le testimonianze di quelle famiglie che traggono la loro energia dalla fonte continua del sacramento del matrimonio; con esse diviene possibile superare la prova anche dura che può presentarsi, saper perdonare un’offesa e passar sopra a tanti limiti e debolezze, accogliere un figlio che soffre o diversamente abile, illuminare la vita dell’altro, anche se debole e disabile, mediante la bellezza dell’amore. E’ solo a partire dal sostegno anche pubblico di tali famiglie che si può ristabilire il tessuto della società

giovedì 24 settembre 2009

Comunione col Papa

Gustare sempre meglio la grazia e la responsabilità tra cattolici della comunione tra loro con il Successore di Pietro

I trenta Vescovi del Consiglio Permanente della Cei chiamato all’esame collegiale di scelte adeguate ai bisogni spirituali e morali del popolo di Dio si sono impegnati con il loro Presidente a non lasciarsi guidare da qualche “piccola finestra” del dettaglio, del pregiudizio o dell’incertezza, “ma dalla grande finestra che Cristo ci ha veramente aperto sull’intera verità, guardiamo il mondo e gli uomini e riconosciamo così che cosa conta veramente nella vita” (Benedetto XVI, Omelia per le Ordinazioni episcopali, 12 settembre 2009). Questa “grande finestra” sull’eterno dona ai Vescovi e a tutti i fedeli di poter impedire qualsiasi ripiegamento, di dilatare la mente e il cuore per continuare con fiducia e stupore la missione stessa del Signore Gesù; nel contempo conduce ad accogliere le sfide inedite della presente epoca. “Guardare insieme da questa “finestra” – Prolusione di Bagnasco - significa servire l’uomo con gli occhi di Dio e ad un tempo gustare sempre meglio la grazia e la responsabilità della nostra comunione con il Successore di Pietro e tra noi”. Perché le nostre comunità possano crescere senza sosta in una fede pensata, che si concepisce nella forma della comunione ecclesiale in riferimento al Magistero dei Vescovi con il Papa, Magistero ascoltato e amato, ritengo utile rifarmi ai punti fondamentali dell’esemplare prolusione del cardinale Bagnasco, spesso ridotta dai mezzi di comunicazione a elementi molto parziali.

Un grandissimo dono alla Chiesa è venuto da Benedetto XVI: la terza enciclica Caritas in veritate

La circostanza esterna che ha suggerito una tale pubblicazione è stato il quarantennale della Populorum progressio di Paolo VI, definita emblematicamente la “Rerum novarum dell’epoca contemporanea” (n. 8). Benedetto XVI, con argomenti preziosi (n. 12), evoca il filo rosso di una indefettibile continuità fin dagli apostoli del magistero pontificio. Alla fine dell’Ottocento, la dottrina sociale cristiana cominciò a costituirsi organicamente come singolare e articolato annuncio sulla vicenda umana per aiutare la stessa a non cadere in “una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – come giudicarla e orientarla” (n.9). Da questa circostanza la preminente guida dello Spirito ha cominciato a far delineare un corpus dottrinale che, attingendo alla continuità dinamica del patrimonio della Tradizione sempre vivo della Chiesa, prende espressione operativa in criteri orientativi della fede vissuta nell’azione morale sociale, restando aperta alle sollecitazioni dei processi storici e componendo “in unità i frammenti in cui spesso la (verità) si ritrova”, secondo la “fedeltà dinamica a una luce ricevuta”(n. 12). Nessuna cesura, avverte il Papa, nessuna categoria di interpretazione spuria possono contrapporre stagioni diverse di dottrina che infatti si presenta come “un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo” (n. 12).

La Caritas in veritate ha cura di rilevare che, al pari di quanto successe con la Rerum novarum, anche per la Populorum progressio è in atto un “processo di attualizzazione” che ha trovato una prima significativa tappa nella enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo rei socialis, la quale in qualche modo anticipò alcuni dei problemi che sarebbero seguiti alla caduta del Muro e dunque alla fine della contrapposizione fra Est ed Ovest. A quella prima esaltante stagione di superamento dei blocchi seguì un fenomeno nuovo, una progressiva “esplosione cioè dell’indipendenza planetaria, ormai comunemente nota come globalizzazione” (n. 33). Il suo carattere niente affatto miracolistico, e all’inizio assai magmatico oltre che ambivalente, fu abbastanza presto chiaro alla Chiesa, che oggi, per l’analisi condotta da Benedetto XVI, chiede a tutti di abbandonare “atteggiamenti fatalistici”, come se “le dinamiche in atto fossero prodotte da forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana” (n. 42). Centrale appare in tutta l’enciclica la riconsiderazione della parola “sviluppo”, che già per Paolo VI rappresenta il “cuore” del messaggio sociale cristiano., il termine che meglio incrocia da una parte le spinte sane dell’umanità di cambiare in meglio il mondo e la storia e dall’altra la Luce di Gesù Cristo che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Potente resta l’idea che, scorgendo le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana, lo sviluppo è vocazione indomita e plenaria dell’uomo, il quale non può non desiderare “di essere di più”, ed è infatti su questa strada che egli, se vuole, incontra la Persona viva di Gesù Cristo come Colui che “rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo” (Gaudium et spes, n. 22). Su questo punto avviene l’innesto più alto tra l’elaborazione montiniana e quella di Benedetto XVI, il quale scrive: “Proprio perché Dio pronuncia il più grande “sì” all’uomo, l’uomo non può fare a meno di aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio sviluppo”. E continua: “La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l’uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo” (n.18), e forse è semplicemente “sviluppo disumanizzato” (n.11). Di qui discende quella che il Papa stesso definisce la “centralità di ogni persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo” (n. 47). E’ la grande rivoluzione cristiana di fronte a chi pone il tutto, la razza, la città, lo stato, la classe, l’economia, la finanza, il potere, la giustizia al centro cui subordinare ogni individuo: centrale è ogni persona e quindi prioritario in rapporto alla giustizia è l’amore nella pregnanza storico – sociale. E allora, da una parte, non sarà inutile notare come da una asserita “centralità” di ogni persona discenda nell’enciclica l’”apertura ad ogni vita” dall’inizio fino al compimento naturale che è “al centro del vero sviluppo” (n. 28), come pure l’esigenza, per gli Stati, “a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna” (n. 44). Dall’altra, bisognerà rilevare che la socialità, e dunque l’etica, non potranno più essere, nella mentalità dei credenti, lasciate in seconda fila rispetto alla politica e all’economia quali opzional marginali, ma deve essere coestesa all’intera attività umana, anche a quella più arditamente complessa. Afferma il Papa: “Per questo, i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non dopo o lateralmente”(n. 37). E altrove avverte: “Occorre adoperarsi non solamente perché nascano settori o segmenti “etici” dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche, e lo siano non per l’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura” (n. 45). In altre parole, chiamata in causa è qui l’intera economia, che deve poter andare “oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso” (n. 38), e in particolare il mondo del lavoro e delle imprese dove sono oggi richiesti “profondi cambiamenti” (n. 40). Non c’è dubbio infatti che si vada dilatando “la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa” e che si stia sempre più diffondendo il convincimento in base al quale “la gestione dell’impresa non può non tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa” stessa (n. 40). Nel contempo, e specularmene, ad ogni lavoratore deve essere offerta “la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso sappia lavorare in proprio” (n. 41). Insomma la priorità della carità sulla giustizia cioè la centralità di ogni persona cioè la carità nella verità è “un’esigenza della stessa ragione economica” (n. 36). Parole severe quindi l’enciclica riserva sul tema della disoccupazione (n. 25), in linea con quello che è da sempre il magistero della Chiesa, della storica rivoluzione cristiana.

Ed è l’intero arco dell’esperienza in re sociali che passa, senza reticenze, sotto la lente della Caritas in veirtate. Il fallimento dell’ideologia tecno scientifica borghese prima, di quella politico proletaria poi spinge anche i cristiani ad una valutazione critica di questo periodo della modernità. Ma anche il cristianesimo moderno, di fronte agli immediati successi della scienza nella progressiva strutturazione politica del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito storico – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Nella Caritas in veritate non c’è aspetto incluso nella dinamica sociale che non venga considerato e, se occorre, ricollocato secondo una visione innovativa e dinamica insieme: “In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle nazioni”. A partire da questo criterio fondamentale, l’enciclica si rivela un testo provvidenziale, che offre una cornice solida entro cui cercare risposte all’altezza dei grandi cambiamenti in atto, in particolare dei cambiamenti esigiti da quella crisi economico – finanziaria che nell’ultimo periodo ha investito il mondo intero. Nel momento stesso infatti in cui sembra farsi strada l’idea che questa crisi non sia poi troppo diversa da quelle che l’hanno preceduta, e per qualcuno si potrà quindi tornare senza più pericoli all’esuberanza del passato, l’enciclica assesta un opportuno scossone, affinché non si diffondano comode o improponibili illusioni imposte dai mezzi di comunicazione. Se, come effettivamente succede, cresce la ricchezza del mondo ma aumentano le disparità, nessuno può ritenersi tranquillo e possono scoppiare conflitti non governabili e distruttivi per tutti. Se continua lo scandalo di un supersviluppo dissipatore a fronte di povertà sempre più desolanti, se le dimensioni gravi e gli effetti deleteri di un’attività finanziaria mal utilizzata quando non speculativa continuano a ricadere sulla fasce più indifese della popolazione mondiale, se la corruzione e l’illegalità non vengono arginate e superate, se i vari protezionismi economici e culturali non sono riconsiderati per la quota di egoismo che racchiudono, se le politiche degli aiuti internazionali non seguono una logica meno auto – referenziale e dunque più efficiente, se i piani di cooperazione intergovernativi non approdano a concrete e verificate realizzazioni, se gli organismi internazionali non recuperano uno scatto di iniziativa, se i poteri pubblici non sapranno rinnovare la loro capacità di presa sui problemi, e se proporzionatamente non crescerà una più sentita partecipazione dei cittadini alla res pubblica, se tutto questo e altro ancora non comincia ad accadere allora davvero questa crisi si sarà dispiegata invano, limitandosi ad impoverire il mondo. Già lo sapevamo, è una crisi di sistema che ha come inceppato gli oliati meccanismi di un’economia inadeguata alle complessità delle sfide attuali, e da essa non si esce – osserva il Papa – senza “riprogettare il nostro cammino”, senza “darci nuove regole” e “trovare nuove forme di impegno”, senza “puntare sulle esperienze positive e rigettare quelle negative”. Deve cioè guadagnare un’evidenza maggiore la consapevolezza che solo “la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto di soluzione della crisi globale” (n. 27). Il che include un “allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa” (n. 31), per “renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche” (n. 33) all’interno di una nuova sintesi umanistica (n.21). Solo se ci poniamo lungo questa strada, la crisi si rivelerà, nella sua durezza, un’”occasione di discernimento e di nuova progettualità” (n. 21). Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo dissolvendo ogni etica umanistica.

A questo riguardo nello scorso mese di luglio si è svolto all’Aquila un’importante riunione dei Paesi del G8 che si è via via allargato coinvolgendo altre nazioni, fino a configurare ipotesi concrete di nuovo governo dell’economia del mondo. Si è trattato di un appuntamento importante, dal quale sono scaturite decisioni che in una certa misura già si collocano su logiche innovative, quali sono suggerite dalla recente enciclica papale. In particolare, citiamo il Fondo annunciato per fronteggiare la grave emergenza alimentare, e che attende di essere ora concretamente partecipato e quindi efficacemente distribuito. “Come Vescovi italiani – ha concluso questo tema il cardinale Presidente -, nel momento stesso in cui ringraziamo con tutto l’affetto il Papa per il dono di questa enciclica, destinata alla Chiesa ma come non mai messa a disposizione all’intelligenza del mondo, non possiamo non incoraggiare queste nuove dinamiche, auspicando che il nostro Paese sia un protagonista avveduto e coraggioso dei nuovi scenari”.

Si sta riscontrando un largo e spontaneo consenso l’iniziativa dell’Anno Sacerdotale

Si tratta di un progetto che anzitutto coinvolge la Chiesa ad intra, e tuttavia sarebbe un errore pensare che anche ogni uomo e ogni donna del nostro tempo, per quanto distratti o estranei alla presenza del sacerdote, non ne siano in qualche modo i destinatari. Non è forse nella memoria delle nostre Chiese la testimonianza di preti che, inviati in situazioni pastorali difficili, in contesti aridi, con una partecipazione esternamente minoritaria, riescono a stabilire con gli abitanti di quelle comunità un piano di comunicazione asimmetrica finché si vuole ma viva, affidabile, perseverante, discreta eppure intraprendente, tale da invertire un declino che sembrava segnato? E non abbiamo forse tutti già chiaro, e così non è già per il nostro popolo, che queste figure di sacerdoti riescono a incidere non tanto per la visione sociologica o l’indotto di costume, quanto per l’intimità della loro vita con il Signore? Noi fermamente crediamo che i giovani di oggi, quale che sia il loro stile di vita e le loro scelte; i ragazzi, per quanto avvolti nelle spire pervasive della cultura mediatica; le famiglie di oggi anche variamente assortite e per quanto remote all’invito della Chiesa; gli anziani soli, i poveri abbandonati a se stessi, gli ammalati, gli arrabbiati con la vita, insomma i soggetti più diversi che vivono tra noi, tutti siano magari inconsapevolmente interessati agli esiti interiori di questo appuntamento. Qui, infatti, sta il punto, come il Santo Padre l’ha esposto nella Lettera indirizzata per l’occasione ai presbiteri di tutto il mondo: l’Anno Sacerdotale “vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo d’oggi”. Parole semplici o, se si vuole, piane, che fanno appello però in maniera determinante alla qualità e al contenuto dell’autocoscienza che ogni sacerdote deve avere di sé: non ci può essere infatti una vita di dono senza un soggetto adeguato che la guida e la gestisca, senza cioè la coscienza della propria chiamata originaria e dell’incontro sorgivo continuo con il Chiamante sempre presente.

Ma si può – come ha ricordato il Papa nell’Omelia del 19 giugno –ben illustrare l’Anno Sacerdotale a partire da una frase del Santo Curato d’Ars: “Il Sacerdote è l’amore del cuore di Gesù e il Papa commenta: “Come non ricordare con commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del ministero sacerdotale? Il cuore di Dio freme di compassione…si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità”. E descrive con parole semplici un incandescente profilo di questi amici di Dio che sono indispensabili agli uomini. Invita ad annotare “il metodo pastorale” di San Giovanni Maria Vianney, e dal metodo pastorale ossia dalla sua concreta testimonianza risalire al senso della grandezza e dello stupore, scorgere come coincidono persona e missione, misurare il senso sconfinato della responsabilità, l’aprirsi ad un inconfondibile dialogo di salvezza con i fedeli laici, l’accendere con la presenza davanti all’Eucaristia un circolo virtuoso che può ribaltare un intero contesto pastorale, individuare preventivamente i rischi di intorpidimento dell’anima, un vivere originalmente in mezzo al popolo i consigli evangelici , insomma un lasciar intuire e rimpiangere in quanti lo vorranno il fascino dell’amore misericordioso.

Non c’è chi non veda infatti oggi un’occasione propizia per sbalzare al meglio la figura del presbitero, rilanciarne il ruolo e la missione magari a fronte di qualche stanchezza, stringere relazioni presbiterali forse in qualche caso un po’ spente, rinvigorire il rapporto confidente con il Vescovo, promuovere finalmente il laicato senza per questo trascurare i sacerdoti.

Un argomento di indubbia importanza è il nichilismo

Ne ha parlato nell’Angelus di domenica 9 agosto, parlando di Ediht Stein e di Massimiliano Kolbe, martiri uccisi ad Auschwitz, nei lager che, “come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre in terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte”. E continuava: “Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti. I santi…ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra umanesimo ateo e umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale”. “Ebbene – ha notato il card. Bagnasco nella Prolusione – con qualche rammarico abbiamo notato come su queste parole sia sorto subito un evidente fraintendimento, quasi che per il Papa l’umanesimo non cristiano sia automaticamente nichilista e che il nichilismo porti invariabilmente ai lager. Il suo discorso era naturalmente assai meno semplicistico, come si può facilmente evincere da una lettura serena dell’intero suo testo. Il cristianesimo non esclude ciò che è il portato di vita di ciascuno, ossia che ci possono essere persone non credenti capaci di una loro moralità forte, estranee alla tentazione nichilista. Ma bisogna fare attenzione per non edulcorare mai questo ospite inquietante del nostro tempo. Il nichilismo è paragonabile ad una qualsiasi posizione filosofica. Se la sua sostanza, sempre identica a se stessa, è il nulla, il non senso, esso si manifesta sotto varie espressioni – dallo scetticismo esistenziale al libertarismo – che però non devono mai trarre in inganno, trattandosi sempre di un avversario terribilmente serio, mai da trattare con dilettantismo. Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti, e tuttavia mi sembrano utili due osservazioni.

- La prima: se Dio non c’è, e tutto dunque manca di fondamento, diventa arduo se non impossibile giustificare la differenza qualitativa e irriducibile dell’uomo rispetto al resto della natura, e diventa ugualmente arduo se non impossibile riconoscere la liberyà intesa in senso proprio, come facoltà squisitamente umana, sottratta alla causalità. Vi è un discutere, talora, che lascia interdetti: bisognerebbe evitare che il gusto dell’azzardo intellettuale porti a tagliare il ramo stesso sul quale ci si trova a disquisire.

- Seconda osservazione: se, come esige il nichilismo, anche solo parlare di principi è considerata una deriva liberticida ed autoritaria e si ritiene lesivo dell’intelligenza qualsiasi riferimento ad un bene oggettivo che preceda le nostre scelte, allora davvero educare diventa un’impresa impossibile. Nonostante gli esiti di estraniazione e smarrimento cui è pervenuta una parte non irrilevante della nostra società, in particolare della popolazione giovanile, si ha come l’impressione che siano troppo pochi coloro che accettano di fare effettivamente i conti con questo tarlo inesorabile che polverizza ogni voglia di futuro. E per converso siano ancora troppi i maestri che lusingano i giovani indicando un “dio sbagliato”. Si ambienta in un simile contesto culturale l’invio che Papa Benedetto ha rivolto ai sacerdoti di Aosta: “Dio! Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente”. Questa non è, come qualcuno potrebbe pensare, un’apologetica scontata: parlare di Dio è aprire, spalancare la vita a tutte le sue positive virtualità, nessuna esclusa: offrire la bussola per non smarrire gli orizzonti dell’essere; rivelare “l’insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l’orientamento dove andare” (ibid.). Mai dimenticarlo: l’uomo rischia di non scoprirsi veramente libero fino a quando non comprende la verità di essere stato libero da un Altro, più grande di lui. Ma qui cominciamo ad avventurarci in quel grande tema dell’emergenza educativa che sarà il centro del nostro prossimo piano pastorale”.

La Chiesa ha lo sguardo fisso su Gesù; da Lui, e dalle sue sorprese divine, è incantata e innamorata, finalizzata nel suo esistere

La ragione d’essere e di operare della Chiesa è l’impegno apostolico perché le anime, l’io di ogni uomo, come è originariamente il suo desiderio di vedere Dio, il Donatore divino del suo essere dono, incontri la Persona del Signore, senta il suo amore, lo veicoli, viva la vita con Lui, e – insieme ai fratelli – partecipi alla costruzione di una società vera e giusta. I sacerdoti, nelle parrocchie come in ogni altro ufficio, mai danno per scontata la fede nella presenza del Risorto, del Dio con noi, attraverso la mediazione sacramentale della Chiesa e quindi dell’orizzonte della vita veramente vita, della speranza affidabile e si dedicano incessantemente perché l’incontro con il Signore accada continuamente. Però “C’è oggi – ha osservato Benedetto XVI alla Diocesi di Roma – il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E’ sempre forte – continuava – la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene” (Omelia del Corpus Domini, 11 giugno 2009). Su questo fronte urge oggi un esame di coscienza continuo da condurre per l’impegno di fedeltà e di amore dovuto a Cristo Gesù. “L’essere noi – Prolusione -, in Italia, una Chiesa di popolo che tale si conserva con i suoi connotati e sue proprie caratteristiche, nonostante il processo di cristianizzazione in atto in tutto l’Occidente, non comporta certo alcuna attenuazione delle esigenze che si presentano a chi vuole seguire il Signore, il quale “non si accontenta di una appartenenza superficiale e formale, non gli è sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita al suo pensare e al suo volere …che comporta difficoltà e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente” (Angelus , 23 agosto 2009). Vorremmo che le nostre comunità crescessero senza sosta in una fede pensata, che si concepisce nella forma della comunione ecclesiale in riferimento al Magistero ascoltato e amato. Una fede per ciò stesso capace di dare a tutti ragione della speranza cristiana (1 Pt 3,15), affrontando le sfide antropologiche che caratterizzano questa stagione e che chiedono ai cattolici di essere presenti e propositivi grazie ad una ragione illuminata dalla fede. La Chiesa, quando parla di temi antropologici, lo fa non per invadere campi di competenza altrui, o ancor meno per distogliersi dal proprio Signore, ma per il dovere di trarre le conseguenze necessarie dal mistero di Cristo, che rivela all’uomo le sue reali dimensioni, esattamente come insegna il concilio Vaticano II. L’etica evangelica non è una gabbia che si vuole imporre alla libertà, ma la via della vera umanizzazione, della vera liberazione (GS 22). Essa è intrinseca alla fede proprio perché una fede che non diventi pratica coerente resta fuori della vita. La Chiesa offre questo servizio con la passione che nasce dall’amore verso Dio e verso l’umanità, senza arroganza o pregiudizio.

Inoltre, siamo ben coscienti che gli altri, guardandoci, hanno il diritto di ricevere da noi, dal tessuto della nostra vita comunitaria, (un di più di umanità), una testimonianza genuinamente cristiana. E anche quando tra noi i punti di vista possono essere legittimamente diversi, non possiamo comportarci in maniera triste, come quelli che non hanno speranza (1 Tess 4,13). Come non ricordare l’ammonimento del Papa, a proposito di certi atteggiamenti, confrontati con quelli dei Galati: c’è un “mordere e divorare” che esiste “anche oggi nella Chiesa come espressione di una liberà mal interpretata” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica, 10 marzo 2009)? Più di recente ha puntualizzato: “Le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune (…). La prudenza esige la ragione umile, disciplinata, vigilante, che non si lasci abbagliare da pregiudizi: non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità – anche la verità “scomoda” (Omelia per le Ordinazioni episcopali). All’Angelus di domenica 20 settembre incalzava ancora: “Ai nostri giorni, forse per certe dinamiche proprie della società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. (…). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace”.

martedì 22 settembre 2009

Vescovo e sacerdoti

Per il Vescovo è paterna responsabilità custodire e promuovere l’identità sacerdotale

“Nell’Esortazione postsinodale Pastores gregis, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ebbe ad osservare che il gesto del sacerdote, quando pone le proprie mani nelle mani del Vescovo nel giorno dell’ordinazione presbiterale, impegna entrambi: il sacerdote e il Vescovo. Il novello presbitero sceglie di affidarsi al Vescovo e, a parte sua, il Vescovo si impegna a custodire queste mani (n. 47). A ben vedere questa reciprocità è un compito solenne che si configura per il Vescovo come paterna responsabilità nel custodire e promuovere l’identità sacerdotale dei presbiteri affidati alle proprie cure pastorali, un’identità che vediamo oggi purtroppo messa a dura prova dalla crescente secolarizzazione. Il Vescovo dunque – prosegue la Pastores gregis“cercherà sempre di agire coi suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li accoglie, li corregge, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico” (n. 47).

In modo speciale, il Vescovo è chiamato ad alimentare nei sacerdoti la vita, per favorire i essi l’armonia tra la preghiera e l’apostolato, guardando all’esempio di Gesù e degli Apostoli, che Egli chiamò innanzitutto perché “stessero con Lui” (Mc 3,14).

Condizione indispensabile perché produca frutti di bene è infatti che il sacerdote resti unito al Signore; sta qui il segreto della fecondità del suo ministero: soltanto se incorporato a Cristo, vera Vite, porta frutto. La missione di un presbitero e, a maggior ragione quella di un Vescovo, comporta oggi una mole di lavoro che tende ad assorbirlo continuamente e totalmente. Le difficoltà aumentano e le incombenze vanno moltiplicandosi, anche perché si è posti di fronte a realtà nuove ed accresciute esigenze pastorali. Tuttavia, l’attenzione ai problemi di ogni giorno e le iniziative tese a condurre gli uomini sulla via di Dio non devono mai distrarci dall’unione intima e personale con Cristo. L’essere a disposizione della gente non deve diminuire o offuscare la nostra disponibilità verso il Signore. Il tempo che il sacerdote e il Vescovo consacrano a Dio nella preghiera è sempre meglio impiegato, perché la preghiera è l’anima dell’attività pastorale, la “linfa” che ad essa infonde forza, è il sostegno nei momenti di incertezza e di scoraggiamento e la sorgente inesauribile di fervore missionario e di amore fraterno verso tutti” (Benedetto XVI, Partecipanti all’incontro pe ri nuovi Vescovi, 21 settembre 2009).

Come sacerdoti siamo sempre consapevoli e certi della nostra identità se constatiamo un continuo incremento della nostra persona. L’alternativa a questo continuo incremento del proprio io è il ritrovarsi vecchi e vuoti, anche solo dopo qualche anno di ordinazione. Questo è quello che ci giochiamo se al centro della vita sacerdotale non c’è l’Eucaristia cioè l’incontro quotidiano con Lui crocefisso risorto, consapevoli del gesto reale con cui Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine, singolarmente e come umanità, si rende presente, con cui io sono coinvolto personalmente con Lui attraverso questa fede professata, celebrata, vissuta che esalta la mia capacità conoscitiva personale, adegua l’acume del mio sguardo umano su chi ho davanti: la grazia è una Presenza, è questa contemporaneità di Cristo che mi assimila a Lui, mi fa amare con il suo amore tutti e tutto. La celebrazione eucaristica illumina tutta la giornata pastorale, imprimendo la sua grazia e il suo influsso spirituale sui momenti tristi e gioiosi, agitati e riposanti, di azione e contemplazione. Un modo privilegiato di prolungare nella giornata la misteriosa azione santificante dell’Eucaristia è la attenta, gioiosa preghiera della Liturgia delle Ore, come pure l’adorazione eucaristica, la lectio divina e l’innamorata preghiera contemplativa del Rosario. Così rimane vivo il desiderio continuo della verità del proprio e altrui essere dono del Donatore divino e la disponibilità all’amore gratuito: amici dell’intelligenza e dei poveri.