domenica 30 agosto 2009

Il sacerdote

Il sacerdote nella Chiesa e per la Chiesa

“Il sacerdozio, poiché ha in Cristo la sua radice, è, per sua natura, nella Chiesa e per la Chiesa. La fede cristiana infatti non è qualcosa di puramente spirituale e interiore e la nostra stessa relazione con Cristo non è soltanto soggettiva e privata. E’ invece una relazione del tutto concreta ed ecclesiale. A sua volta, il sacerdozio ministeriale ha un rapporto costitutivo con il corpo di Cristo, nella sua duplice e inseparabile dimensione di Eucaristia e di Chiesa, di corpo eucaristico e di corpo ecclesiale. Perciò il nostro ministero è amoris officium (Sant’Agostino), è l’ufficio del buon pastore, che offre la vita per le pecore (Gv, 14 – 15). Nel mistero eucaristico Cristo si dona sempre di nuovo e proprio nell’Eucaristia noi impariamo l’amore di Cristo e quindi l’amore per la Chiesa.

La Messa: centro della vita del sacerdote

Cari fratelli nel sacerdozio, ripeto con voi le indimenticabili parole di Giovanni Paolo II: “La Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni mia giornata”. E questa dovrebbe essere una parola che ognuno di noi può personalmente dire come parola sua: La Santa Messa è in modo assoluto il centro della mia vita e di ogni giornata. Nello stesso modo, l’ubbidienza a Cristo, che corregge la disubbidienza di Adamo, si concretizza nell’ubbidienza ecclesiale, che per il sacerdote è, nella pratica quotidiana, anzitutto ubbidienza al suo Vescovo. Nella Chiesa però l’ubbidienza non è qualcosa di formalistico; è ubbidienza a colui che è a sua volta ubbidiente e impersona il Cristo ubbidiente. Tutto ciò non vanifica e nemmeno attenua le esigenze concrete dell’ubbidienza, ma assicura la sua profondità teologale e il suo respiro cattolico: nel Vescovo ubbidiamo a Cristo e alla Chiesa intera, che egli rappresenta in quel luogo.

Partecipi della missione di Cristo

Gesù Cristo è stato mandato dal Padre, nella potenza dello Spirito, per la salvezza dell’intera famiglia umana e noi sacerdoti, attraverso la grazia del sacramento, siamo resi partecipi di questa missione. Come scrive l’Apostolo Paolo, “Dio…ha affidato a noi il ministero della riconciliazione…Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5,18-20). Così San Paolo descrive la nostra missione di sacerdoti. Perciò, nell’omelia che ha preceduto il Conclave, ho parlato di una “santa inquietudine” che deve animarci, l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, di offrire a tutti quella salvezza che, sola, rimane in eterno” (Al Clero di Roma, 13 maggio 2005).

Farsi tutto in tutti

“Cari fratelli sacerdoti, Cristo risorto ci chiama ad essere suoi testimoni e ci dona la forza del suo Spirito, per esserlo davvero. E’ necessario dunque stare con Lui (Mc 3,14; At 1,21-23). Come nella prima descrizione del “munus apostolicum”, in Marco 3, è descritto quanto il Signore pensava che dovrebbe essere il significato di un apostolo: stare con Lui ed essere disponibile alla missione. Le due cose vanno insieme e solo stando insieme con Lui siamo anche e sempre in movimento con il Vangelo verso gli altri. Quindi è essenziale stare con Lui e così si anima l’inquietudine e ci si rende capaci di portare la forza e la gioia della fede agli altri, di dare testimonianza con tutta la nostra vita e non solo con qualche parola. Valgono per noi le parole dell’Apostolo Paolo: “Non è…per me un vanto predicare il Vangelo: è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!...Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero…mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,16-22). Queste parole che sono l’autoritratto dell’apostolo ci danno i ritratto di ogni sacerdote. Questo “farsi tutto a tutti” si esprime nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia.

L’intima comunione con Cristo

Il farsi tutto a tutti” si esprime nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia. Naturalmente una tale vicinanza e dedizione ha per ciascuno di voi, di noi, un costo personale; significa tempo, preoccupazioni, dispendio di energie. Conosco questa vostra fatica quotidiana e voglio ringraziarvi, da parte del Signore. Ma vorrei anche aiutarvi, in quanto posso, a non cedere sotto questa fatica. Per poter resistere, e anzi crescere, come persone e come sacerdoti, è fondamentale anzitutto l’intima comunione con Cristo, il cui cibo era fare la volontà del Padre (Gv 4,34): tutto ciò che facciamo, lo facciamo in comunione con Lui e ritroviamo così sempre di nuovo l’unità della nostra vita in tante dispersioni favorite dalle diverse occupazioni di ogni giorno. Dal Signore Gesù Cristo che ha sacrificato se stesso per fare la volontà del Padre, impariamo l’arte dell’ascesi sacerdotale, che anche oggi è necessaria. Essa non va collocata accanto all’azione pastorale, come un peso aggiuntivo che rende ancora più gravosa la nostra giornata. Al contrario, nell’azione stessa dobbiamo imparare a superarci, a lasciare e donare la nostra vita.

Alla presenza di Dio nella preghiera

Cari sacerdoti: perché la nostra azione sia in se stessa la nostra ascesi e il nostro donarsi non rimanga solo un desiderio, abbiamo senza dubbio bisogno di momenti per ritemprare le nostre energie anche fisiche, e soprattutto per pregare e meditare, rientrando nella nostra interiorità e trovando dentro di noi il Signore. Perciò il tempo per stare alla presenza di Dio nella preghiera è una vera priorità pastorale, in ultima analisi la più importante. Ce lo ha mostrato nel modo più concreto e luminoso Giovanni Paolo II, in ogni circostanza della sua vita e del suo ministero. Cari sacerdoti, non sottolineeremo mai abbastanza quanto la nostra personale risposta alla chiamata alla santità sia fondamentale e decisiva. E’ questa la condizione non solo perché il nostro personale apostolato sia fruttuoso ma anche, e più ampiamente, perché il volto della Chiesa rifletta la luce di Cristo (LG 1), inducendo gli uomini a riconoscere e ad adorare il Signore. La supplica dell’Apostolo Paolo a lasciarsi riconciliare con Dio (2 Cor 5,20) dobbiamo accoglierla anzitutto in noi stessi, chiedendo al Signore con cuore sincero e con animo determinato e coraggioso di allontanare da noi tutto ciò che ci separa da Lui ed è in contrasto con la missione che abbiamo ricevuto. Il Signore, siamo sicuri, è misericordioso e saprà esaudirci” (Al Clero di Roma, 13 maggio 2005).

giovedì 27 agosto 2009

L'uomo e l'ambiente naturale

La natura non è né un tabù intoccabile, né si può abusarne

“Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, verso le generazioni future e l’umanità intera. Se la natura, e per primo l’essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio, che l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni – materiali e immateriali –nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l’uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o , al contrario, per abusarne. Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di Dio” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 48).

La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (Rm 1,20) e del suo amore per l’umanità, E’ destinata ad essere “ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi (Ef 1,9 – 10; Col 1,19 – 20). Anch’essa, quindi, è una “vocazione” cioè dono prezioso del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, dandoci i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso” (Eraclito), bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci cioè una “vocazione” affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gn 2,15). Ma bisogna anche sottolineare che è contrario al vero sviluppo come “vocazione” considerare la natura più importante della stessa persona umana. Questa posizione induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo: dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, non può derivare la salvezza dell’uomo. Peraltro bisogna anche rifiutare la posizione contraria, che mira alla completa tecnicizzazione, perché l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera continua del Creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario. Oggi molti danni allo sviluppo provengono proprio da queste concezioni distorte.

Ridurre completamente la natura ad un insieme di dati di fatto finisce per essere fonte di violenza nei confronti dell’ambiente e addirittura per motivare azioni irrispettose verso la natura dell’uomo. Questa, in quanto costituita non solo di materia ma anche di spirito e, come tale, essendo ricca di significati e di fini trascendenti da raggiungere, ha un carattere normativo anche per la cultura. L’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta orienta mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale. I progetti per uno sviluppo umano integrale non possono pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono essere improntati a solidarietà e a giustizia intergenerazionali, tenendo conto di molteplici ambiti: l’ecologico, il giuridico, l’economico, il politico, il culturale.

Chi è Chiesa?

Ma chi è Chiesa?

“La Chiesa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio ad una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l’Eucaristia.

E infine, la Chiesa è anche di più che il Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte.

Di essa fan parte tutti i Santi, a partire da Abele e da Abramo e da tutti i testimoni della speranza di cui racconta l’Antico Testamento, passando attraverso Maria, la Madre del Signore, e i suoi apostoli, attraverso Thomas Becket e Tommaso Moro, per giungere fino a Massimiliano Kolbe, a Edih Stein, a Piergiorgo Frassati. Di essa fan parte tutti gli sconosciuti e i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio; di essa fanno parte gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi, il cui cuore si protende sperando e amando Cristo, “l’autore e perfezionatore della fede”, come lo chiama la lettera agli Ebrei” (12,2) (Ratzinger Benedetto XVI, Meeting 1990).

Con l’appartenenza a vissuti fraterni di comunione ecclesiale autorevolmente guidata, anche piccoli di numero, veniamo a far parte di una grande famiglia nel tempo e nello spazio e tutto passa attraverso il perdono del Padre in Cristo nello Spirito Santo e la sua realizzazione attraverso la via della penitenza e della sequela ed è in primo luogo il centro del tutto personale di ogni rinnovamento. Ma proprio perché il perdono concerne ogni persona nel suo nucleo più intimo, esso è in grado di accogliere in unità, ed è il centro del rinnovamento della comunità. Se infatti vengono tolte da me la polvere e la sporcizia, che rendono irriconoscibile in me l’immagine della relazione trinitaria, allora in tal modo divengo davvero anche simile all’altro, il quale è anche lui immagine di Dio, e soprattutto io divengo simile a Cristo, che è l’immagine di Dio senza limite alcuno, il modello secondo il quale noi tutti siamo stati creati. Io vengo strappato dal mio isolamento e sono accolto in una nuova comunità – soggetto; il mio “io” è inserito nell’”io” di Cristo e così unito a quello di tutti i miei fratelli. Solamente a partire da questa profondità di rinnovamento e di relazione del singolo nasce la Chiesa, accade quella comunità fraterna concreta che unisce e sostiene in vita e in morte. Solo quando prendiamo coscienza di tutto ciò, vediamo la Chiesa nel suo giusto ordine di grandezza.

Non solo le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essadi umanità, che non ci abbandonano nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco. ci atteniamo! Essi traducono il divino nell’umano anche quando è provato, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri veri maestri

Qui noi tocchiamo qualcosa di molto importante. Una visione del mondo che non può dare un senso anche al dolore e renderlo prezioso non serve a niente. Essa fallisce proprio là dove fa la sua comparsa la questione centrale dell’esistenza. Coloro che sul dolore non hanno nient’altro da dire se non che si deve combatterlo, ci ingannano. Certamente bisogna fare di tutto per alleviare il dolore di tanti innocenti e per limitare la sofferenza. Ma una vita umana senza dolore non c’è, e chi non è capace di accettare il dolore attraverso una fraternità, si sottrae a quelle purificazioni che solo fanno diventare maturi. Nella comunione ecclesiale con Cristo il dolore diventa pieno di significato, non solo per me stesso, come processo di purificazione, ma anche al di là di me stesso esso è utile per il tutto. E la vita veramente vita da risorti con il Risorto va al di là della nostra esistenza biologica. Dove non c’è più motivo per cui vale la pena morire, là anche la vita non val più la pena.

mercoledì 26 agosto 2009

Perdono

La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono reale ed efficace

“Non è certamente un caso che nelle tre tappe decisive del formarsi della Chiesa, raccontate dai Vangeli, la remissione dei peccati giochi un ruolo essenziale.

- C’è in primo luogo la consegna delle chiavi a Pietro. La potestà a lui conferita di legare e sciogliere, di aprire e chiudere, di cui si parla, è, nel suo nucleo, incarico di lasciar entrare, di accogliere in casa, di perdonare (Mt 16,19).

- La stessa cosa si trova di nuovo nell’Ultima Cena, che inaugura la nuova comunità a partire dal corpo di Cristo e nel corpo di Cristo. Essa diviene visibile per il fatto che il Signore versa il suo sangue “per i molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28).

- Infine il Risorto, nella sua prima apparizione agli Undici, fonda la comunione della sua pace nel fatto che egli dona loro la potestà di perdonare (Gv 20, 19 – 23). La Chiesa non è una comunità di coloro che “non hanno bisogno del medico”, bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri” (Ratzinger Benedetto XVI, Meeting di Rimini 1990).

Se leggiamo con attenzione il Nuovo testamento, scopriamo che il perdono non ha niente in sé di magico; esso però non è nemmeno un far finta di dimenticare, non è “un fare come se non”, non è “buonismo” ma invece un processo di cambiamento del tutto reale, quale lo Scultore divino lo compie.

Il togliere la colpa rimuove davvero qualcosa; l’avvento del perdono in noi si mostra nel sopraggiungere della penitenza. Il perdono è in tal senso un processo attivo e passivo: la potente parola creatrice di Dio su di noi per la consapevolezza del peccato, il dolore, l’impegno del cambiamento e diventa così un attivo trasformarsi. Perdono e penitenza, grazia e propria personale conversione non sono in contraddizione, ma sono invece due facce dell’unico e medesimo evento. Questa fusione di attività e passività esprime la forma essenziale dell’esistenza umana. Infatti tutto il nostro creare, progredire comincia con l’essere creati, con il nostro partecipare all’attività creatrice e ricreatrice di Dio che possiede un volto umano, che ci ama, come singolo e come umanità, fino al perdono: il nucleo della crisi spirituale del nostro tempo ha le sue radici nell’oscurarsi della grazia del perdono, dei confessionali vuoti da una parte e dall’altra.

C’è oggi anche un aspetto positivo del presente: la dimensione morale, etica a livello globale, comincia nuovamente a poco a poco a venir tenuta in onore. Si riconosce, anzi con l’emergenza educativa e la crisi finanziaria è divenuto evidente, che ogni progresso tecnico - scientifico ed economico è discutibile e ultimamente distruttivo, se ad esso non corrisponde una crescita morale ed etica a livello globale. Si riconosce che non c’è riforma dell’uomo e giustizia sociale dell’umanità senza un rinnovamento morale ed etico. Ma l’invocazione di moralità e di eticità rimane alla fine senza energia, poiché i parametri si nascondono in una fitta nebbia di discussioni. In effetti l’uomo non può sopportare la pura e semplice morale, non può vivere di essa: essa diviene per lui una “legge”, che provoca il desiderio di contraddirla e genera il peccato a livello personale, il delitto a livello sociale. Perciò là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto e non vi si crede, non ci si confessa la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai verificarsi per non cadere nella nevrosi.

Si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dal senso di colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Si punta a far sì che non ci sia più alcun senso di colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro sentono che questo non è vero, che il peccato c’è. La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è l’espiazione.

martedì 25 agosto 2009

Una Chiesa più divina

Solo una Chiesa sempre più divina è anche veramente umana

“Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana. Essa è ridotta al livello di ciò che è plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni e opinioni. L’opinione sostituisce la fede. Ed effettivamente, nelle formule di fede coniate da sé che io conosco, il significato dell’espressione “credo” non va mai al di là del significato “noi pensiamo” (“noi siamo Chiesa”). La Chiesa fatta da sé ha alla fine il sapore del “se stessi”, che agli altri “se stessi” non è mai gradito e ben presto rivela la propria piccolezza. Essa si è ritirata nell’ambito dell’empirico, e così si è dissolta anche come ideale sognato” (Ratzinger Benedetto XVI, Meeting di Rimini 1990).

Il modello guida per la continua e dinamica riforma ecclesiale non è l’attivista, colui che vuole costruire tutto da sé cioè il contrario di colui che ammira, che tramanda in continuità dinamica. Egli restringe l’ambito della propria ragione all’empiricamente verificabile, come oggi predomina nella cultura della tecnoscienza e perde così di vista la ricerca del vero, del bene, di Dio, soprattutto di quel Dio che possiede un volto umano cioè del Mistero. Quanto più nella Chiesa si buttano nel cestino le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e si estende l’ambito delle cose decise da sé e fatte da sé, tanto più angusta essa diventa per noi tutti. In essa la dimensione grande, liberante, non è costituita da ciò che noi stessi facciamo, ma da quello che a noi tutti è donato in continuità o Tradizione. Quello che non proviene dal nostro volere e inventare, bensì è un precederci nell’essere dono, un venire a noi di ciò che è inimmaginabile, di ciò che “è più grande del nostro cuore” e verso cui ogni cuore tende. L’essenza della vera riforma, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la “nostra” Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla con una liturgia che sorge sul posto, in una data situazione, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della vera libertà.

San Bonaventura spiega l’essenza della riforma nella Chiesa come il cammino attraverso il quale l’uomo diviene autenticamente se stesso nel suo essere dono del Donatore divino, prendendo lo spunto dal paragone con l’intagliatore di immagini, cioè con lo scultore. Lo scultore non fa qualcosa ma elimina, toglie ciò che è inautentico e così emerge la figura preziosa. Così anche l’uomo, affinché risponda in Lui l’immagine trinitaria di Dio, accoglie quella purificazione delle sue relazioni che oscurano l’aspetto autentico del suo essere dono.

Certo la Chiesa avrà sempre bisogno di nuove strutture umane di sostegno, di poter parlare e operare ad ogni epoca storica. Tali istituzioni ecclesiastiche, con le loro configurazioni giuridiche, lungi dall’essere qualcosa di cattivo, sono al contrario, in un certo grado semplicemente necessarie e indispensabili. Ma esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Riforma è sempre nuovamente un togliere via affinché divenga visibile il volto della Sposa e insieme con esso il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente in essa e attraverso essa per tutti e per tutto.

Nella Chiesa l’atmosfera diventa angusta e soffocante se i portatori del ministero dimenticano che il Sacramento non è una spartizione democratica del potere, ma è invece espropriazione di se stessi in favore di Colui, nella persona del quale devono agire e parlare.

Quanto più apparati noi costruiamo, siano anche i più moderni, tanto meno c’è spazio per lo Spirito, per i nuovi carismi, tanto meno c’è spazio per l’agire mai totalmente prevedibile e teorizzabile del Signore, e tanto meno c’è libertà, creatività vera. Sotto questo punto di vista urge nella Chiesa a tutti i livelli un esame di coscienza senza riserve.

Avvenimento

Amore e Verità sono interdipendenti

“La tematica del Meeting 2009 verte sulla conoscenza che è sempre un avvenimento. “Avvenimento” è una parola con cui don Giussani ha tentato di riesprimere la natura stessa del cristianesimo, che per lui è un “incontro”, e cioè un dato esperienziale di conoscenza e di comunione. Proprio dall’accostamento tra le parole “avvenimento” e “incontro” è possibile percepire meglio il messaggio del Meeting. La riflessione gnoseologica ed epistemologica contemporanea ha portato alla luce il ruolo determinante del soggetto della conoscenza nell’atto stesso del conoscere. Contrariamente ai presupposti del “dogma” positivista della pura obiettività, il principio di indeterminazione di Heisenberg ha reso evidente come ciò sia vero perfino nelle scienze naturali: anche in queste discipline, il cui “oggetto” sembra essere regolato da invariabili leggi di natura, la prospettiva dell’osservatore è un fattore che condiziona e determina il risultato dell’esperimento scientifico, e quindi della conoscenza scientifica come tale. La pura obiettività risulta perciò pura astrazione, espressione di una gnoseologia inadeguata e irrealistica.

Ma se ciò è vero per le scienze naturali, lo è tanto più per quegli “oggetti” di conoscenza che a loro volta sono strutturalmente legati alla libertà degli uomini, alle loro scelte e alle loro diversità. Pensiamo alle scienze storiche, che si basano su testimonianze nelle quali convergono, come fattori influenzanti del loro modo di comunicare la realtà che trasmettono, le visioni del mondo di chi le ha composte e le loro convinzioni, a loro volta legate a quelle del loro tempo, le loro situazioni personali, le scelte con cui essi si sono posti in rapporto alla realtà che descrivono, la loro levatura morale, le loro capacità e il loro ingegno, la loro cultura. Lo studioso che accosta il suo oggetto dovrà dunque sceverare tutto ciò, per comprendere e valutare il significato e la portata del messaggio veicolato in un contesto d’insieme, agendo come se si trovasse di fronte a una persona che non conosce ancora bene, ma che gli sta raccontando qualcosa che ritiene comunque importante conoscere. La conseguenza più rilevante di tale situazione è che la conoscenza non può essere descritta come la registrazione di uno spettatore distaccato. Anzi il coinvolgimento con l’oggetto conosciuto da parte del soggetto conoscente è conditio sine qua non della conoscenza stessa. E pertanto, non il distacco e l’assenza di coinvolgimento sono l’ideale da rincorrere, peraltro invano, nella ricerca di una conoscenza “obiettiva”, bensì un coinvolgimento adeguato con l’oggetto, un coinvolgimento atto a far giungere a chi interpreta la conoscenza il suo specifico messaggio” (Messaggio del Card. Segretario di Stato Arcisio Bertone, a nome del Santo Padre Benedetto XVI, in Occasione della 30° Edizione del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, 23 – 29 agosto 2009).

Ecco perché la conoscenza può essere un “avvenimento”. Essa “avviene” come un vero e proprio “incontro” tra un soggetto e un oggetto. Che tale incontro sia necessario perché si possa parlare di conoscenza ci fa allora guardare a soggetto e oggetto non come a due grandezze che si possano reciprocamente mantenere ad una indifferente distanza al fine di preservarne la purezza; essi sono al contrario due realtà vive che si influenzano reciprocamente proprio quando vengono in contatto.

E l’onestà intellettuale di colui che conosce sta in quella somma arte di “ospitare l’oggetto” in modo che esso possa rivelare si stesso quale veramente è cioè in tutti i fattori, anche se in questa tensione al tutto, alla verità non in modo integrale ed esaustivo. E l’accoglienza dell’oggetto senza accentuarne qualche fattore a scapito di qualche altro, la disponibilità all’ascolto che caratterizza il soggetto conoscente come vero amante della verità cioè della realtà in tutti i fattori, si può descrivere come una sorta di “simpatia” per l’oggetto. C’è qui, come molto del pensiero medioevale ci ha trasmesso, una particolare forza conoscitiva propria dell’amore. “Amare” significa “voler conoscere” e il desiderio e la ricerca della conoscenza sono una spinta interna dell’amore come tale. A ben vedere, dunque, ciò stabilisce un rapporto ineliminabile tra amore e verità. Ogni conoscenza vera presuppone per sua natura una certa “conformazione” di soggetto e oggetto: un’intuizione fondamentale, già condensata nell’antico assioma empedlocheo, secondo il quale “il simile conosce il simile”. L’evangelista Giovanni lo richiama implicitamente, laddove scrive che quando Dio “ si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1 Gv 3,1).

Esiste conoscenza più necessaria all’uomo di quella del suo Creatore, del Donatore del proprio e altrui essere dono come di tutto il mondo che lo circonda?

Dio nel suo unico essere divino è essenzialmente relazione, Padre, Figlio e Spirito Santo e ogni essere dono a sua immagine e somiglianza può conoscere nel suo spirito solo in relazione, in rapporto con il Donatore divino di se stesso, degli altri e con tutto il mondo che lo circonda: fondamentale è ciò che è descritto con la parola “incontro”, “avvenimento che accade”; “stupore”. Si comprende allora perché i Padri della Chiesa abbiano insistito sul bisogno di mantenere pura l’apertura originaria di ogni io umano alla realtà in tutti i fattori cioè alla verità che rende liberi, di purificare l’occhio dell’anima nella ricerca del vero, del bene per giungere a vedere Dio, il Donatore divino del proprio e altrui essere dono e di ogni essere dono che viene all’esistenza, rifacendosi alla beatitudine evangelica: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). La razionalità di ogni uomo cioè l’apertura originaria di ogni io umano alla realtà in tutti fattori cioè alla verità per raggiungere il proprio fine, che è la conoscenza del vero, del bene, del Donatore di ogni essere e quindi scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana percependo così quel Dio che possiede un volto umano e che è la Ragione personale di tutto ciò che esiste, avviene solo grazie a un cuore purificato e sinceramente libero, amante del vero che ricerca, della Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

giovedì 20 agosto 2009

Alla ricerca di Dio

Alla ricerca di Dio e quindi di noi stessi

“I Magi (non erano sicuramente né maghi intenzionati a impossessarsi di Dio e del mondo, né astronomi nel significato che oggi la scienza dà a questo termine, né astrologi desiderosi di sondare i misteri del futuro e di vendere la conoscenza che se ne può trarre) erano persone che andavano in cerca di qualcosa di più, andavano in cerca della vera luce che indica la strada sulla quale dobbiamo camminare nella nostra vita. Erano persone convinte che la firma di Dio è riportata nella creazione e che noi dobbiamo (e possiamo) tentare di decifrarla. Che a noi è dato di trovare le tracce di Dio e farci guidare da esse per arrivare alla vera vita.

Non erano dunque avventurieri come i circumnavigatori del globo dell’era moderna, che volevano ottenere nuove conoscenze sul mondo e crearsi in tal modo una fama. E neppure c’era in loro quella curiosità tipica della scienza, che invia razzi nel cosmo per strappargli i suoi segreti più reconditi. Il loro sguardo arrivava molto più lontano. Erano persone che andavano alla ricerca di Dio e quindi andavano alla ricerca di se stesse. Erano sulle tracce di Abramo, che aveva acconsentito a che la voce di Dio lo chiamasse e per amor suo si era fatto pellegrino. Erano persone dal cuore irrequieto, alle quali non bastava la carta geografica e il puro e semplice sapere erudito, che cercavano invece l’autentica saggezza che insegnasse loro come si deve vivere, come si fa ad essere uomini” (Ratzinger Benedetto XVI, Omelia per l’Epifania 1944 presso la Chiesa di Berchtesgaden).

Ciò che ci permette di comprendere meglio la caratteristica di quegli uomini misteriosi, che per noi documentano anche oggi la Parola di Dio, è il modo opposto al loro di concepire la vita che trovarono a Gerusalemme.

Prima di tutto Erode interessato al bambino ma non per adorarlo, come afferma ipocraticamente, bensì per eliminarlo. Erode è l’icona di ogni uomo di potere che nell’altro riesce a vedere soltanto il rivale. Considera anche Dio rivale, anzi il rivale più pericoloso, che vorrebbe togliere agli uomini lo spazio vitale e la volontà individuale e non vuole riconoscere loro la possibilità di disporre di sé come meglio credono. Perciò per lui Dio deve essere eliminato e quindi ogni persona ridotta a semplice pedina nel gioco di potere che lui, Erode, sta tramando. Urge chiederci se, consapevolmente o meno, ci sia qualcosa di Erode in noi, se non consideriamo Dio un rivale nella nostra vita, un rivale che pone dei limiti di volere e di fare quello che ci piacerebbe e che riduce la possibilità di disporre la vita a nostro totale piacimento. E così ci sentiamo profondamente e continuamente irritati e scontenti di tutti e di tutto. Possiamo trovare una rappacificazione e una via d’uscita soltanto se cessiamo di sentirci dio a noi stessi, ossessionati quindi dall’idea di rivalità e se riconosciamo che l’amore onnipotente non ci toglie niente, non ci minaccia, non ci costringe perché ogni rapporto costretto non è più un rapporto d’amore che ci rende felici e Dio è amore che ci fa felici.

Gli abitanti di Gerusalemme erano persone come noi, tra loro c’erano buoni e cattivi. A loro bastavano le preoccupazioni, le fatiche e le piccole gioie della vita di tutti i giorni, non avevano tempo e forze per guardare più in alto, alla vita veramente vita cioè alla grande speranza. Anche a noi succede spesso di affogare nel tran tran quotidiano e di non voler aspirare alla speranza affidabile, al cammino che conduce a Dio.

Infine gli eruditi, i teologi, gli specialisti della Sacra Scrittura che sanno tutto su di essa, che ne conoscono ogni possibile interpretazione, che sono in grado di citare a memoria ogni passo e che pertanto sono davvero l’aiuto a chi si mette in ricerca. Ma, come osserva Agostino, sono guide per gli altri. Indicano la via, ma restano fermi. In fondo per essi la Scrittura era soltanto un atlante per la loro curiosità, una quantità di concetti da passare al vaglio, sui quali discutere e ottenere spazio sui mass media di allora.

Non siamo anche noi tentati di ritenere la Sacra Scrittura, i contenuti della fede che la Chiesa ci fa conoscere con il Compendio, più un oggetto di discussione che una via che conduce alla grande speranza, alla vita veramente vita?

mercoledì 19 agosto 2009

Liturgia

Laddove si manipola sempre più la liturgia i credenti la abbandonano e con essa la Chiesa

“Dio agisce per mezzo del Cristo nella liturgia della Chiesa. Il puro istante storico è così trasceso di nuovo ed entra nell’azione divino – umana permanente della redenzione. In questa Cristo è il vero soggetto, l’opera del Cristo, ma in essa Egli attira a sé la storia, precisamente in questa azione che è il luogo della nostra salvezza. Noi non possiamo agire che per mezzo Suo e con Lui. Da noi stessi non possiamo costruire la nostra via verso Dio. Questa via non è percorribile, eccetto il caso che Dio stesso si faccia la via. E una volta per sempre: le vie dell’uomo non pervengono accanto a Dio sono delle non vie.

Nella liturgia della Chiesa il Logos stesso ci parla e non solo parla: viene con il Suo corpo, la Sua anima, la Sua carne, il Suo sangue, la Sua divinità, la Sua umanità per unirci a Lui, per fare di noi “un solo corpo”. Nella liturgia cristiana tutta la storia della salvezza, anzi tutta la storia della ricerca umana di Dio, è presente, viene assunta e portata a compimento. La liturgia cristiana è una liturgia cosmica – abbraccia la creazione intera che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8,19)” (Ratzinger Benedetto XVI, Conferenza nel monastero di Fontgombault, 2001).

Trento non si ingannò, si appoggiò sul solido fondamento della Tradizione della Chiesa. Rimane un criterio affidabile. Ma noi oggi, alla luce del Vaticano II, possiamo e dobbiamo comprenderlo in modo più profondo, attingendo alle ricchezze più copiose della testimonianza biblica e della fede della Chiesa di tutti i tempi: Vi sono autentici segni di speranza che questa comprensione rinnovata e approfondita di Trento possa, in particolare tramite la mediazione delle Chiese d’Oriente, essere resa accessibile ai cristiani protestanti.

Ma una esigenza dovrebbe essere sempre più chiara. La liturgia non deve diventare terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. In questi ultimi tempi congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica, spesso passando anche a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo.

La nostra partecipazione, di tutto il popolo che conviene è certamente necessaria, ma come mezzo per inserirsi umilmente nello spirito della liturgia e per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo. La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, che del resto è varia e cangiante. Essa è la Rivelazione accolta nella fede e nella preghiera e di conseguenza la sua norma è la fede della Chiesa, nella quale la Rivelazione è accolta. Le forme che si danno alla liturgia possono variare in relazione ai luoghi e ai tempi, così come i riti sono diversi. Essenziale è il legame con la Chiesa che, a sua volta, è vincolata dalla fede nel Signore. L’obbedienza della fede garantisce l’unità della liturgia, oltre la frontiera dei luoghi e dei tempi e così ci lascia sperimentare l’unità della Chiesa, della Chiesa come patria del cuore.

Infine, l’essenza della liturgia è riassunta nella preghiera trasmessa da san Paolo (1 Cor 16,22) e dalla Didaché (10,6) Maranà tha – il Signore viene – vieni Signore!. Nella liturgia si compie già ora la parusia, ma questo avviene protendendoci verso il Signore che viene e precisamente insegnandoci ad invocare “Vieni Signore Gesù”. Ed essa ci fa sempre percepire ancora oggi la sua risposta e ce ne fa provare la realtà, la verità: si, vengo presto (Ap 22,17 – 20).

martedì 18 agosto 2009

Progresso

L’essere uomo ricomincia da capo in ogni essere umano

“Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione dell’uomo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone.

Conseguenza di quanto detto è che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione; non è mai compito semplicemente concluso. Ogni generazione, tuttavia, deve recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l’uso retto della liberà umana e diano così, sempre nei limiti umani, una certa garanzia per il futuro. In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano” (Benedetto XVI, Spe salvi, nn. 24 – 25).

Dopo la caduta delle grandi ideologie che hanno mobilitato – per un certo tempo - tante energie in alternativa alla speranza cristiana oggi i miti politici sono presentati in modo meno chiaro, ma esistono anche oggi forme di mitizzazione di valori reali che appaiono credibili, proprio per il fatto che si ancorano ad autentici valori, ma appunto per questo sono pericolosi, per il fatto che unilateralizzano questi valori in un modo che si può definire mitico. Oggi tre valori sono dominanti nella coscienza comune cioè il progresso, la scienza, la libertà, la cui unilateralizzazione mitica rappresenta allo stesso tempo un pericolo per la ragione morale.

Innanzitutto il progresso si estende al rapporto dell’uomo con il mondo materiale ma non dà luogo in quanto tale – come il marxismo e il liberalismo avevano insegnato – all’uomo nuovo, alla nuova società. L’uomo come uomo resta uguale nelle situazioni primitive come in quelle tecnicamente sviluppate e non cresce il livello semplicemente per il fatto che ha imparato ad adoperare strumenti meglio sviluppati. Un progresso addizionabile è possibile in campo materiale non nella consapevolezza etica e della decisione morale. L’essere uomo ricomincia da capo in ogni essere umano. Perciò non può esistere la definitivamente nuova progredita e sana società, nella quale non solo hanno sperato le grandi ideologie, ma che diviene sempre più – dopo che, per la drammatica frattura tra Vangelo e cultura, la speranza affidabile della vita veramente vita nell’al di là è stata demolita - l’obiettivo generale da tutti sperato.

Una società definitivamente sana presupporrebbe la fine della libertà Poiché però l’uomo rimane sempre libero, ricomincia a ogni generazione, pertanto si deve anche di nuovo operare per la forma giusta di società nelle sempre nuove condizioni di vita. L’ambito della politica pertanto è il presente e non il futuro – il futuro solo nella misura in cui la politica odierna cerca di creare forme di diritto e di pace che possano valere anche domani e invitare corrispondenti riforme, che riprendano e continuino ciò che si è raggiunto. Ma non possiamo garantirlo. La speranza biblica del futuro, del Regno di Dio è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà girono per giorno, senza perdere lo slancio di progredire, in un mondo che per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo non dalla politica ma da Dio: la vita che è “veramente vita”.

lunedì 17 agosto 2009

Fede, ragione e politica

Il campo della politica è il campo della ragione comune

A firma del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Ratzinger, e del Segretario, Tarcisio Bertone, il 24 novembre 2002 è uscita la Nota Dottrinale circa “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”. Il 9 aprile del 2003 il Cardinale Prefetto è intervenuto al Convegno “L’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” organizzato dalla Pontificia Università della Santa Croce. Da esso traiamo la posizione di fondo che riguarda immediatamente i cattolici – perché solo questi hanno una relazione di fede con la Santa Sede – ma che vuol far pensare naturalmente tutti.

Per la convinzione della chiesa cattolica di tutti i tempi la politica appartiene alla sfera della ragione, la ragione comune a tutti, la ragione naturale. La politica quindi è un lavoro che implica l’uso della ragione e va governata dalle virtù naturali della prudenza, della temperanza, della giustizia, della fortezza

Il campo della politica è il campo della ragione comune, che deve svolgersi nella reciproca comprensione e che deve comportare anche l’illuminazione della ragione e quindi implica l’esclusione di due posizioni.

- Esclude innanzitutto la teologizzazione della politica, che diventerebbe ideologizzazione della fede. La politica infatti non si desume dalla fede, ma dalla ragione, e la distinzione tra la sfera della politica e la sfera della fede appartiene proprio alla tradizione centrale del cristianesimo: la troviamo nella parola di Cristo “Date all’imperatore quanto è dell’imperatore, a Dio quanto è di Dio”. In questo senso lo Stato è uno Stato laico, nel senso positivo.

- La giusta profanità o anche la laicità positiva che esclude l’idea di una teocrazia, di una politica determinata dal dettato della fede, esclude d’altra parte, anche un positivismo ed empirismo che è una mutilazione della ragione. Secondo questa posizione la ragione sarebbe capace di percepire solo le cose materiali, empiriche, verificabili o falsificabili con metodi empirici, con maggioranze democratiche anche per valori veritativi. Quindi la ragione sarebbe cieca per quanto riguarda i valori morali e non potrebbe giudicarli, perché rientrerebbero nella sfera della soggettività e non in quella dell’oggettività di una ragione limitata al verificabile,all’empirico, a maggioranze e quindi positivista: che cosa è bene e che cosa è male sarebbero solo opinioni soggettive. Una tale mutilazione della ragione che si limita al constatabile, all’empirico, al verificabile e al falsificabile secondo metodi democraticamente quantitativi, distrugge la politica e la riduce a un’opzione puramente tecnica che dovrebbe seguire semplicemente le correnti più forti del momento, sottomettendosi al transitorio ed anche ad un dettato irrazionale. La ragione, alla fine, sipiega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo senza possibilità di un’etica.

Ed è qui che subentra un certo legame tra fede e politica cioè tra fede e ragione: la fede cioè può illuminare la ragione, può sanare, guarire una ragione ammalata, una coscienza comune oscurata. Non nel senso che questo influsso della fede trasferisce il campo della politica dalla ragione alla fede, ma nel senso che restituisce la ragione a se stessa, aiuta la ragione ad essere se stessa, senza alienarla.

Allora le indicazioni della Nota ai politici cattolici, riguardo ai valori che sono da difendere anche contro maggioranze di un momento, non vogliono essere una intromissione nella politica da parte della gerarchia. Ma vogliono essere un necessario aiuto alla ragione in modo che soprattutto i politici credenti possano nella discussione politica aiutare a far crescere una evidenza comune e così ad una presenza reale e concreta dei valori che devono governare ognuno,credente e non credente, nella politica.

Pane del Cielo

Ci chiama a Lui nel sacramento dell’Eucaristia per formare insieme la Chiesa

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6,51). Non si può non restare colpiti da questa corrispondenza che ruota intorno al simbolo del “cielo”: Maria è stata “assunta” nel luogo dal quale suo Figlio era “disceso”. Naturalmente questo linguaggio, che è biblico, esprime in termini figurati qualcosa che non entra mai completamente nel mondo dei nostri concetti e delle nostre immagini. Ma fermiamoci un momento a riflettere! Gesù si presenta come il “pane vivo”, cioè il nutrimento che contiene la vita stessa di Dio ed è in grado di comunicarla a chi mangia di Lui, il vero nutrimento che dà la vita, nutre realmente in profondità. Gesù dice: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Ebbene, da chi il Figlio di Dio ha preso questa sua “carne”, la sua umanità concreta terrena? L’ha presa dalla Vergine Maria. Dio ha assunto da Lei il corpo umano per entrare nella nostra condizione mortale. A sua volta, alla fine dell’esistenza terrena, il corpo della Vergine è stato assunto in cielo da parte di Dio e fatto entrare nella condizione celeste.

E’ una sorta di scambio, in cui Dio ha sempre la piena iniziativa, ma come abbiamo visto in altre occasioni, in un certo senso, ha anche bisogno di Maria, del “sì” della creatura, della sua carne, della sua esistenza concreta, per preparare la materia del suo sacrificio: il corpo e il sangue, da offrire sulla Croce quale strumento di vita eterna e, nel sacramento dell’Eucaristia, quale cibo e bevanda spirituali. Ciò che è accaduto in Maria, vale in altri modi, ma realmente, anche per ogni uomo e ogni donna, perché ad ognuno di noi Dio chiede di accoglierLo, di mettergli a disposizione il nostro cuore e il nostro corpo, la nostra intera esistenza, la nostra carne – dice la Bibbia -, perché Egli possa abitare nel mondo. Ci chiama a unirci a Lui nel sacramento dell’Eucaristia, Pane spezzato per la vita del mondo, per formar insieme la Chiesa, il suo corpo mistico” (Benedetto XVI, Angelus, 16 agosto 2009).

Se noi diciamo sì, come Maria, anzi nella misura stessa di questo nostro “sì”, avviene anche per noi e in noi questo misterioso scambio: veniamo assunti nella divinità di Colui che ha assunto la nostra umanità. L’Eucaristia è il mezzo, lo strumento di questo reciproco trasformarsi, che ha sempre Dio come fine e come attore principale: Lui è il Capo e noi le membra, Lui la Vite e noi i tralci. Chi mangia di questo Pane e vive in comunione con Gesù lasciandosi trasformare da Lui e in Lui, è salvato dalla morte eterna: certamente muore come tutti, partecipando anche al mistero della passione e della croce di Cristo, ma non è più schiavo della morte, e risorgerà nell’ultimo giorno, per godere la festa eterna con Maria e con tutti i Santi.

Questo mistero, questa festa di Dio incomincia quaggiù. Il Cristo ha assunto da Maria il corpo umano unendosi in qualche modo con ogni uomo e poi è risuscitato “in Spirito Santo”. Questa nuova presenza di Cristo nella storia, nel Sacramento, nella Parola, nella vita della Chiesa, nel cuore di ogni uomo che sotto l’azione del Suo Spirito lo accoglie nella Chiesa, è l’espressione, ma anche l’inizio dell’Avvento definitivo del Cristo che prenderà possesso di tutto in tutto. Ciò significa che il cristianesimo è di per sé movimento perché va incontro ad un Signore risuscitato che è salito al Cielo e ritornerà. E’ questa la ragione per la quale il cristianesimo porta in sé sempre la struttura di speranza. L’Eucaristia è sempre stata concepita movimento da parte nostra verso il Signore che viene. Essa incorpora pure tutta la Chiesa, incominciando pienamente dalla Donna eucaristica, Maria.

La tesi secondo la quale la fine dell’Apocalisse ponga termine ad ogni profezia, ad ogni movimento per la sola istituzione racchiude un malinteso. Anzitutto dietro a questa tesi può esserci il concetto che il carismatico, il profeta, che è essenzialmente finalizzato ad una dimensione di speranza, non abbia più ragione di essere, proprio perché ormai c’è il Cristo e la speranza si basa solo sulla sua presenza istituzionale. Questo è un errore, perché il Cristo è venuto nella carne, poi risuscitato si fa presente “in Spirito Santo” e quindi la dimensione carismatica è coessenziale alla dimensione istituzionale.

Questa nuova presenza di Cristo nella storia, nel Sacramento, nella Parola, nella vita della Chiesa, nel cuore di ogni uomo, nei carismi è l’espressione, ma anche l’inizio dell’Avvento definitivo del Cristo che prenderà possesso di tutto e in tutto ed è questa la speranza affidabile di vita veramente vita, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino e dare senso anche a piccoli rinnmovamenti. Ciò significa che il cristianesimo è di per sé anche movimento perché va incontro ad un Signore risuscitato che è salito al Cielo e ritornerà anche visibilmente tutto in tutti e in tutto. E’ questa la ragione per la quale il cristianesimo porta in sé sempre con la dimensione istituzionale la struttura di movimento, di speranza affidabile. L’Eucaristia è sempre stata concepita come movimento da parte nostra verso il Signore che viene: vieni, Signore Gesù. Essa incorpora pure tutta la Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

- Il concetto che il cristianesimo sia una presenza già del tutto completa e non porti in sé alcuna struttura di movimento, di speranza è il primo errore che va rigettato. Il Nuovo testamento ha già in sé una struttura di movimento, di speranza che è un po’ cambiata in rapporto all’Antico Testamento, ma che è pur sempre una struttura di movimento, di speranza. Essere vigilanti su possibili carismi dello Spirito, servitore della speranza è essenziale per la fede del nuovo popolo di Dio.

- Il secondo malinteso è costituito da una comprensione intellettualistica e riduttiva della Rivelazione che viene considerata come un tesoro di verità rivelate assolutamente complete a cui non si può aggiungere nulla. L’autentico avvenimento della Rivelazione cioè dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo all’inizio dell’esser cristiani e di ogni testimonianza e che dà un nuovo orizzonte e una direzione decisiva, consiste nel fatto che noi veniamo invitati a questo “faccia a faccia” con Dio iniziato con Mosè, pienamente realizzato da Gesù già nella sua fase terrena. La Rivelazione è essenzialmente l’avvenimento di un Dio trinitario che si dona a noi, che costruisce con noi la storia e che ci riunisce fraternamente e raccoglie tutti insieme. Si tratta di un incontro che ha in sé una dimensione comunicativa e una struttura cognitiva di memoria e di avvenimento. Certo essa implica anche il riconoscimento delle verità rivelate che l’istituzione perenne propone oggi con il Catechismo e il suo Compendio. Se si accetta la Rivelazione sotto questo punto di vista, si può dire che la Rivelazione ha raggiunto il suo scopo con il Cristo, secondo la bella espressione di san Giovanni della Croce, quando Dio che possiede un volto umano ha parlato personalmente, non vi è nulla da aggiungere. Non si può dire nulla oltre il Logos, la Parola. Egli è in mezzo a noi in modo completo e lo stesso Dio trinitario non può più darci, né dirci qualcosa più di Sé stesso. Quanto a noi, non ci resta che penetrare, giorno dopo giorno, circostanza dopo circostanza, questo mistero della fede, proprio perché noi cristiani abbiamo ricevuto questo dono totale di sé che Dio ci ha fatto con il suo Verbo fatto carne.

Ciò si ricollega alla struttura della speranza nella quale sono coessenziali istituzione e carisma. La venuta di Cristo è l’inizio di una conoscenza sempre più profonda per ogni singolo e per la Chiesa nel suo insieme e di una graduale scoperta di ciò che il Verbo ci ha donato attraverso la continuità dinamica della Tradizione. Così si è aperto un nuovo modo di introdurre ogni uomo nella Verità tutta intera, come dice Gesù nel Vangelo di San Giovanni, dove parla della discesa dello Spirito Santo. La cristologia pneumatologica dell’ultimo discorso di addio di Gesù nel Vangelo di san Giovanni è molto importante, dato che Cristo spiega che la sua fase terrena in carne biologica non era che un primo passo fondamentale. La vera venuta del Cristo, come ricorda san Paolo, si realizza al momento in cui Lui non è più legato alla vita biologica e quindi a un luogo fisso o a un corpo fisico, ma nella nuova e definitiva vita, la vita veramente vita come Risuscitato nello Spirito, vita nuova non solo di Lui, ma per ciascuno di noi, per tutta la famiglia umana, per tutta la storia e l’universo, capace di andare da tutti gli uomini di tutti i tempi, per introdurli nella verità in modo sempre più profondo e divenire tutto in tutti e in tutto. Questa cristologia pneumatologica determina il tempo della Chiesa, cioè il tempo in cui il Cristo viene a noi attraverso il dono di ciò che di più intimo c’è in Lui cioè in Spirito e quindi l’elemento profetico, carismatico come elemento di speranza e di attualizzazione del dono di Dio, non può mancare né venir mai meno. In Paolo è particolarmente evidente che il suo apostolato, essendo un apostolato universale rivolto a tutto il mondo pagano, comprende in modo accentuato questa dimensione profetica di movimento. Grazie al suo incontro con il Cristo Risorto, San Paolo ha potuto penetrare nel mistero della Risurrezione e nella profondità del Vangelo penetrando in tutti i fatti e i detti della fase terrena accolti fedelmente dagli apostoli. Grazie all’avvenimento del suo incontro con il Cristo egli ha potuto capire in modo nuovo la sua Parola, mettendo in evidenza l’aspetto di speranza e facendo valere la sua capacità di discernimento.

Maria Assunta

In Maria assunta in cielo un segno di consolazione e di sicura speranza

“La vita dell’uomo sulla terra è un cammino che si svolge costantemente, nella tensione della lotta tra il drago e la donna, tra il bene e il male. E’ questa la situazione della storia umana: è come un viaggio in un mare spesso burrascoso; Maria è la stella, che ci guida verso il Figlio suo Gesù, sole sorto sopra le tenebre della storia e ci dona la speranza di cui abbiamo bisogno: la speranza che possiamo vincere, che Dio ha vinto e che, con il Battesimo, siamo entrati in questa vittoria. Non soccombiamo definitivamente: Dio ci aiuta, ci guida.

Questa è la speranza: questa presenza del Signore in noi, che diventa visibile in Maria assunta in cielo. “In Lei hai fatto risplendere per il tuo popolo pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza” (Benedetto XVI, Omelia nella solennità dell’Assunta, 15 agosto 2009).

Nella solennità dell’Assunta contempliamo il ruolo della Beata Vergine Maria nella storia della salvezza. Maria in maniera unica è profondamente legata ai più grandi misteri della fede,

- al mistero della Trinità Divina. Secondo il piano nascosto nell’intimo della Trinità è stata destinata quale Madre del Figlio di Dio, di quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme.

- Fu scelta come Sposa dello Spirito Santo, la terza divina Persona; da Lui ha concepito il Figlio e per questo dallo Spirito Santo è mediatrice di tutte le grazie nella Chiesa e attraverso la Chiesa.

Per questo la fede professata e celebrata nell’Immacolata Concezione, nell’Annunciazione, nella Divina Maternità e nell’Assunzione sono tappe fondamentali della fede vissuta e pregata, intimamente connesse tra loro, con cui la Chiesa nella fede esalta non solo il glorioso destino della Madre di Dio, ma nelle sue tappe leggiamo anche la storia di ogni uomo e dell’umanità nel suo insieme.

Il mistero della Concezione di Maria richiama la prima pagina della vicenda umana, indicandoci che, nel disegno divino della creazione, l’uomo avrebbe dovuto avere la purezza e la bellezza dell’Immacolata, perché da Dio viene solo il bene. Quel disegno compromesso, ma non distrutto dal peccato, attraverso l’Incarnazione del fIglio di Dio è annunciato e realizzato in Maria, ricomposto e restituito alla libera accettazione di ogni uomo nella fede.

Nell’Assunzione di Maria, contempliamo, infine, ciò che siamo chiamati a raggiungere nella sequela di Cristo Signore e nell’obbedienza alla sua Parola, termine del nostro cammino sulla terra.

La tappa ultima del pellegrinaggio terreno della Madre di Dio ci invita a guardare al modo con cui Ella ha percorso il suo cammino verso la meta della gloriosa eternità. Tutta la vita è un’ascensione, tutta la vita è meditazione, obbedienza, fiducia e speranza, anche nelle oscurità; e tutta la vita è “fretta”: Dio è sempre la priorità e nient’altro deve creare fretta nella nostra esistenza. L’Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, di ogni uomo, della famiglia umana, è un cammino alla sequela, all’assimilazione a Gesù Cristo, un cammino che ha una meta precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio perché il Padre “ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli in Cristo Gesù” (Ef 2,6).

Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo fondamentalmente già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già cominciato e realizzato nel Battesimo. In noi l’unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta come segno per tutti di sicura speranza e di consolazione.

Amare il più possibile nella realtà in tutti i fattori cioè nella verità

L’uomo, che originariamente, naturalmente, essenzialmente è chiamato a collaborare con Dio, corre il rischio di porsi in opposizione a lui. Questa opposizione è un’aggressione alla natura dell’uomo. Essa sfigura il vero volto dell’uomo cioè l’immagine di Dio poiché distoglie l’uomo da Dio e lo rivolge verso se stesso ed erige fra gli uomini la tirannia dell’egoismo. Cristo cioè Dio che possiede un volto umano e che ci ha amato sino alla fine ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, ha compiuto il superamento di questo contrasto, la sua trasformazione in comunione: l’ubbidienza di Gesù, il suo morire a se stesso, diviene il vero esodo, che libera l’uomo dal suo decadimento interiore conducendolo all’unità con l’amore di Dio, come vediamo pienamente realizzato in Maria.

Il crocifisso diviene così la vivente “icona dell’amore”; proprio nel crocifisso, nel suo volto scorticato e percosso, l’uomo diventa nuovamente trasparenza di Dio, l’immagine di Dio Amore torna a rilucere. Così la luce dell’amore divino riposa proprio sulle persone sofferenti, nelle quali lo splendore della creazione si è esteriormente oscurato; perché esse in modo particolare sono simili al Cristo crocifisso, all’icona dell’amore, si sono accostate in una particolare comunanza a colui, che solo è la stessa immagine di Dio.

Possiamo estendere a loro la parola, che Tertulliano ha formulato in riferimento a Cristo: “Per misero che possa essere stato il suo corpo…, esso sarà sempre il mio Cristo…” (Adv. Marc. III, 17,2). Per grande che sia la loro sofferenza, per quanto sfigurati e offuscati possano essere nella loro esistenza umana – essi saranno sempre i figli prediletti di nostro Signore, ne saranno sempre in modo particolare l’immagine da amare con preferenza. Fondandosi sulla tensione fra nascondimento e futura manifestazione dell’immagine di Dio, di cui l’Assunta è sicura speranza e consolazione, possiamo del resto applicare alla nostra questione la parola della prima Lettera di Giovanni: “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (3,2).

Noi amiamo tutti gli esseri umani, ma soprattutto nei sofferenti, nei disabili mentali, ciò che essi saranno e ciò che essi in realtà già sono fin d’ora. Già fin d’ora essi sono figli di Dio – ad immagine di Cristo, anche se non è ancora manifesto ciò che essi diverranno come Maria. Cristo nella croce si è definitivamente assimilato ai più poveri, ai più indifesi, ai più sofferenti, ai più abbandonati, ai più disprezzati. E fra questi, vi sono coloro la cui anima razionale non arriva ad esprimersi perfettamente per mezzo di cervello infermo o malato, di ferite psichiche come se, per una ragione o per un’altra, la materia resistesse ad essere assunta da parte dello spirito. Qui Gesù rivela l’essenziale dell’umanità, ciò che ne è il vero compimento, non l’intelligenza, né la bellezza, ancor meno la ricchezza o il piacere, ma la capacità di amare e di acconsentire liberamente cioè amorosamente alla volontà del Padre, per sconcertante che essa possa apparire.

Ma la passione di Gesù sfocia nella risurrezione. Il Cristo risuscitato è il punto culminante della storia di ogni uomo e di tutta la famiglia umana, l’Adamo Glorioso verso il quale tendeva già il primo Adamo, l’Adamo “terreno”. Così manifesta il fine del progetto divino già pienamente realizzato in Maria Assunta: ogni uomo è in cammino dal primo al secondo Adamo. Nessuno di noi nella fase terrena è pienamente se stesso. Ciascuno deve diventarlo, come il grano di frumento che deve morire per portare frutto, come il Cristo risuscitato è infinitamente fecondo perché si è infinitamente donato fino a lasciarsi uccidere per noi, anche per chi lo crocifiggeva. Una delle grandi gioie del nostro paradiso sarà senza dubbio scoprire le meraviglie che l’amore avrà operato in noi, e che l’amore avrà operato in ciascuno dei nostri fratelli e sorelle diversamente abili o depressi, e nei più colpiti, nei più sofferenti fra di essi, mentre noi non comprendevamo neppure come l’amore era possibile da parte loro, mentre il loro amore rimaneva nascosto nel mistero di Dio. Sì, una delle nostre gioie sarà di scoprire i nostri fratelli e sorelle in tutto lo splendore della loro umanità, in tutto lo splendore di immagini di Dio come in Maria.

La Chiesa crede, fin da oggi, a questo splendore futuro che celebra nell’Assunta come segno di speranza affidabile e di consolazione. La Chiesa vuol essere attenta e sottolineare anche il minimo segno che già lo lasci intravedere. Perché nell’al di là, ciascuno di noi brillerà tanto più quanto più si sarà lascito assimilare a Cristo, nel contesto e con le possibilità che gli sono date. Ecco il fondamento della testimonianza dell’amore della Chiesa soprattutto per le persone mentalmente sofferenti oggi in crescita. La Chiesa le ama. Essa non ha verso di loro solo la “predilezione” naturale della madre per i più sofferenti dei suoi figli. Essa non resta ammirata solo davanti a ciò che saranno, ma a ciò che già sono: immagini di Cristo. Immagini di Cristo da onorare, da rispettare, da aiutare nella misura del possibile, certamente, ma soprattutto, immagini di Cristo portatrici di un messaggio essenziale sulla verità di ogni uomo comunque ridotto. Un messaggio che nell’attuale secolarizzazione tendiamo troppo a dimenticare: il nostro valore davanti a Dio non dipende né dall’intelligenza, né dalla stabilità del carattere, né dalla salute che ci permettono molteplici attività di generosità. Questi aspetti potrebbero, oggi idolatrati, sparire in ogni momento. Il nostro valore davanti a Dio dipende solamente dalla scelta che avremo fatto di amare il più possibile, di amare il più possibile nella verità.

Dire che Dio ci ha creati a sua immagine, significa dire che egli ha voluto che ciascuno di noi manifesti, nel suo essere dono unico e irripetibile, un aspetto del suo splendore infinito, che egli ha un progetto su ciascuno di noi, che ciascuno di noi ha una vocazione cioè è destinato a entrare, per un itinerario che gli è proprio, nell’eternità beata di cui Maria è segno di speranza affidabile e di consolazione.

La dignità di ogni uomo comunque ridotto non è qualcosa che si impone ai nostri occhi o agli occhi delle comunicazioni sociali, non è misurabile né qualificabile, essa sfugge ai parametri della ragione scientifica e tecnica; ma la nostra civiltà dell’amore nella verità, il nostro umanesimo cristiano, non hanno fatto progressi se non nella misura in cui questa dignità è stata più universalmente e più pienamente riconosciuta a sempre più persone. Ogni ritorno indietro in questo movimento di espansione, ogni ideologia o azione politica che estromettesse alcuni esseri umani dalla categoria di coloro che meritano rispetto, segnerebbero un ritorno verso la barbarie. E noi sappiamo che sfortunatamente la minaccia della nostra barbarie pende sempre più non solo negli aborti e nell’eutanasia ma su nostri fratelli e sorelle che soffrono di una limitazione o di una malattia mentale o di ferite psichiche. Uno dei compiti dell’amore nella verità è di far riconoscere, rispettare e promuovere pienamente la loro umanità, la loro dignità e la loro vocazione di creature ad immagine e somiglianza di Dio, destinate a vivere eternamente.