venerdì 30 ottobre 2009

Il servizio della cultura nel continente digitale

La Chiesa esercita una “diaconia della cultura” nell’odierno “continente digitale”

Anche un osservatore poco attento può facilmente costatare che nel nostro tempo, grazie proprio alle più moderne tecnologie, è in atto una vera e propria rivoluzione nell’ambito delle comunicazioni sociali, di cui la Chiesa va prendendo sempre più responsabile consapevolezza. Tali tecnologie, infatti, rendono possibile una comunicazione veloce e pervasiva, con una condivisione ampia di idee e di opinioni; facilitano l’acquisizione di informazioni e notizie in maniera capillare e accessibile a tutti. Il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali segue da tempo questa sorprendente e veloce evoluzione dei media, facendo tesoro degli interventi del magistero della Chiesa. Vorrei qui ricordare, in particolare, due Istruzioni Pastorali: la Communio et Progressio del Papa Paolo VI e la Aetatis Novae voluta da Giovanni Paolo II. Due autorevoli documenti dei miei venerati Predecessori, che hanno favorito e promosso nella Chiesa un’ampia sensibilizzazione su queste tematiche. Inoltre, i grandi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi vent’anni hanno sollecitato e continuano a sollecitare un’attenta analisi sulla presenza e sull’azione della Chiesa in tale campo. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II nell’Enciclica Redemptoris missio (1990) ricordava che “l’impegno nei mass media, non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso”. Ed aggiungeva: “Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa ‘nuova cultura’ creata dalla comunicazione moderna “ (n. 37). In effetti, la cultura moderna scaturisce, ancor prima che dai contenuti, dal dato stesso dell’esistenza di nuovi modi di comunicare che utilizzano linguaggi nuovi, si servono di nuove tecniche e creano nuovi atteggiamenti psicologici. Tutto questo costituisce una sfida per la Chiesa chiamata ad annunciare il Vangelo agli uomini del terzo millennio mantenendone inalterato il contenuto, ma rendendolo comprensibile grazie anche a strumenti e modalità consoni alla mentalità e alle culture di oggi.

(…) Il carattere multimediale e la interattività strutturale dei singoli nuovi media, ha, in un certo modo, diminuito la specificità di ognuno di essi, generando gradualmente una sorta di sistema globale di comunicazione, per cui, pur mantenendo ciascun mezzo il proprio peculiare carattere, l’evoluzione attuale del mondo della comunicazione obbliga sempre più a parlare di un’unica forma comunicativa, che fa sintesi delle diverse voci o le pone in stretta connessione…Vorrei cogliere l’occasione per invitare quanti nella Chiesa operano nell’ambito della comunicazione ed hanno responsabilità di guida pastorale a saper raccogliere le sfide che pongono all’evangelizzazione queste nuove tecnologie.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest’anno, sottolineando l’importanza che rivestono le nuove tecnologie, ho incoraggiato i responsabili dei processi comunicativi ad ogni livello, a promuovere una cultura del rispetto per la dignità e il valore di ogni persona umana, un dialogo radicato nella ricerca sincera della verità, dell’amicizia non fine a se stessa, ma capace di sviluppare i doni di ciascuno per metterli a servizio della comunità umana. In tal modo la Chiesa esercita quella che potremmo definire una “diaconia della cultura” nell’odierno “continente digitale”, percorrendone le strade per annunciare il Vangelo, la sola Parola , la sola che può salvare l’uomo” (Benedetto XVI, Alla Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, 29 ottobre 2009).

Il Papa ha ricordato che al Consiglio delle Comunicazioni Sociali tocca approfondire ogni elemento della nuova cultura dei media, a iniziare dagli aspetti etici, ed esercitare un servizio di orientamento e di guida per aiutare le Chiese particolari a cogliere l’importanza della comunicazione, che rappresenta ormai un punto fermo ed irrinunciabile di ogni piano pastorale Proprio le caratteristiche dei nuovi mezzi rendono, peraltro, possibile, anche su larga scala e nella dimensione globalizzata che essa ha assunto, un’azione di consultazione, di condivisione e di coordinamento che, oltre ad incrementare un’efficace diffusione del messaggio evangelico, evita talvolta un’inutile dispersione di forze e di risorse. Per i credenti – ha concluso il Papa – la necessaria valorizzazione delle nuove tecnologie medianiche va sempre però sostenuta da una costante visione di fede, sapendo che, al di là dei mezzi che utilizzano, l’efficacia dell’annuncio del Vangelo dipende in primo luogo dall’azione dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e il cammino dell’umanità.

giovedì 29 ottobre 2009

Sacra Scrittura

In questo mondo secolarizzato la Sacra Scrittura non è solo l’anima della teologia ma pure fonte della spiritualità e del vigore della fede di tutti i credenti in Cristo

“La ricorrenza del centenario (dalla nascita del Pontificio Istituto Biblico) costituisce un traguardo e al tempo stesso un punto di partenza. Arricchiti dell’esperienza del passato, proseguite il vostro cammino con rinnovato impegno, consapevoli del servizio alla Chiesa che vi è richiesto, quello cioè di avvicinare la Bibbia alla vita del Popolo di Dio, perché sappia affrontare in maniera adeguata le inedite sfide che i tempi moderni pongono alla nuova evangelizzazione. Comune auspicio è che la Sacra Scrittura diventi in questo mondo secolarizzato non solo l’anima della teologia, bensì pure la fonte della spiritualità e del vigore della fede di tutti i credenti in Cristo. Il Pontificio Istituto Biblico continui, pertanto, a crescere come centro ecclesiale di studio di alta qualità nell’ambito della ricerca biblica, avvalendosi delle metodologie critiche moderne e in collaborazione con gli specialisti in dogmatica e in altre aree teologiche: assicuri un’accurata formazione ai futuri professori di Sacra Scrittura perché avvalendosi delle lingue bibliche e delle diverse metodologie esegetiche, possano accedere direttamente ai testi biblici.

La Costituzione dogmatica Dei Verbum, a tale riguardo, ha sottolineato la legittimità e la necessità del metodo storico – critico, riconducendolo a tre elementi essenziali:

- l’attenzione ai generi letterari;

- lo studio del contesto storico;

- l’esame di ciò che si usa chiamare Sitz im Leben.

Questo perché il presupposto fondamentale sul quale riposa la comprensione teologica della Bibbia è l’unità della Scrittura, ed a tale presupposto corrisponde come cammino metodologico l’analogia della fede, cioè la comprensione dei singoli testi a partire dall’insieme. Il testo conciliare aggiunge una ulteriore indicazione metodologica. Essendo la Scrittura una cosa sola a partire dall’unico popolo di Dio, che ne è stato il portatore attraverso la storia, conseguentemente leggere la Scrittura come un’unità significa leggerla a partire dal Popolo di Dio, dalla Chiesa come dal suo luogo vitale e ritenere la fede della Chiesa come la vera chiave d’interpretazione. Se l’esegesi vuole essere anche teologia, deve riconoscere che la fede della Chiesa è quella forma di “simpatia” senza la quale la Bibbia resta un libro sigillato: spetta alla Chiesa, nei suoi organismi istituzionali, la parola decisiva nell’interpretazione della Scrittura. E’ alla Chiesa, infatti, che è affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta e trasmessa, esercitando la sua autorità nel nome di Gesù Cristo” (Benedetto XVI, Discorso ai Docenti, agli Studenti e al personale del Pontificio Istituto Biblico, 26 ottobre 2009).

Benedetto XVI torna spesso sulla “Verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo” partendo dalla convinzione che “al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa verità” (La mia vita, pp. 92 – 93).

Questa crisi ha una duplice dimensione.

- la sfiducia riguardo alla possibilità, per l’uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine cioè sul senso di ogni vita e della storia

- e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo.

Teologia

La teologia, autentica sapienza del cuore, orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti

“Il Sinodo dei Vescovi dell’anno scorso sulla “Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” ha richiamato l’importanza dell’approccio spirituale alle Sacre Scritture. A tale scopo, è utile far tesoro della teologia monastica, un’interrotta esegesi biblica, come pure delle opere composte dai suoi rappresentanti, preziosi commentari ascetici ai libri della Bibbia. Alla preparazione letteraria la teologia scolastica univa dunque quella spirituale. Era cioè consapevole che una lettura puramente teorica e profana non basta: per entrare nel cuore della Sacra Scrittura, la si deve leggere nello spirito in cui fu scritta. La preparazione letteraria era necessaria per conoscere l’esatto significato delle parole e facilitare la comprensione del testo, affinando la sensibilità grammaticale e filologica. Caratteristiche della teologia monastica: l’amore delle parole e il desiderio di Dio. In effetti, il desiderio di conoscere e di amare Dio, che ci viene incontro attraverso la sua Parola da accogliere, meditare e praticare conduce a cercare di approfondire i testi biblici in tutte le loro dimensioni. Vi è poi un’altra attitudine sulla quale insistono coloro che praticano la teologia monastica, e cioè un intimo atteggiamento orante, che deve precedere, accompagnare e completare lo studio della Sacra Scrittura. Poiché, in ultima analisi, la teologia monastica è ascolto della Parola di Dio, non si può non purificare il cuore per accoglierla e, soprattutto, non si può non accenderlo di fervore per incontrare il Signore. La teologia diventa pertanto meditazione, preghiera, canto di lode e spinge a una sincera conversione. Non pochi rappresentanti della teologia monastica sono giunti, per questa via, ai più alti traguardi dell’esperienza mistica, e costituiscono un invito anche per noi a nutrire la nostra esistenza della Parola di Dio, ad esempio, mediante un ascolto più attento delle letture e del Vangelo specialmente nella Messa domenicale. E’ importante inoltre riservare un certo tempo ogni giorno alla meditazione della Bibbia, perché la Parola di Dio sia lampada che illumina il nostro cammino quotidiano sulla terra.

La teologia scolastica, invece, era praticata nelle scholae, sorte accanto alle cattedrali dell’epoca, per la preparazione del clero, o attorno a un maestro di teologia e ai suoi discepoli, per formare dei professionisti della cultura, in un’epoca in cui il sapere era sempre più apprezzato. Nel metodo degli scolastici era centrale la quaestio, cioè il problema che si pone al lettore nell’affrontare le parole della Scrittura e della Tradizione…la teologia aggiunge la dimensione della ragione alla parola di Dio e così crea una fede più profonda, più personale e quindi più concreta nella vita dell’uomo….La teologia scolastica mirava a presentare l’unità e l’armonia della Rivelazione cristiana con un metodo, detto appunto “scolastico”, della scuola, che concede fiducia alla ragione umana: la grammatica e la filologia sono al servizio del sapere teologico, ma lo è ancora di più la logica, cioè quella disciplina che studia il “funzionamento” del ragionamento umano, in modo che appaia evidente la verità della proposizione…La teologia scolastica, facendo eco all’invito della Prima Lettera di Pietro, ci stimola ad essere sempre pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi (3,1%). Sentire le domande come nostre ed essere capaci anche di dare una risposta. Ci ricorda che tra fede e ragione esiste una naturale amicizia, fondata nell’ordine stesso della creazione. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio scrive: “La fede e la ragione sono come due ali, con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità” (Benedetto XVI, Udienza Generale,28 ottobre 2009).

Si inserisce qui l’e..e della Tradizione cattolica tra teologia monastica e scolastica: la fede è aperta allo sforzo di comprensione da parte della ragione; la ragione, a sua volta, riconosce che la fede non la mortifica, anzi la sospinge verso orizzonti più ampi ed elevati. Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia quando sono entrambe animate dalla ricerca dell’intima unione con Dio. Quando l’amore vivifica la dimensione orante della teologia, la conoscenza, acquisita dalla ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà, accolta con stupore e gratitudine: in una parola, la conoscenza cresce solo se ama la verità. L’amore diventa intelligenza e la teologia, autentica sapienza del cuore, orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti.

domenica 25 ottobre 2009

Ebrei

Qual è il senso esatto “non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”?

“Non c’è, nel modo assoluto, alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. A tale riguardo la Conferenza Episcopale Italiana ribadisce che non è intenzione della Chiesa Cattolica operare attivamente per la conversione degli ebrei”.

Benedetto XVI nel discorso tenuto nella sinagoga di Colonia disse: “Incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo”. Benedetto XVI sottolineava che tale dialogo, ovviamente, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti e neppure minimizzarle, soprattutto quella espressa al n. 5 della Redemptoris missino “La salvezza non può venire che da Gesù Cristo”. Ma “anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di fede, ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci e amarci a vicenda”.La Chiesa si rivolge ad ogni io umano nel pieno rispetto della sua libertà: la missione non coarta la libertà, ma piuttosto la favorisce. La Chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza” (Redemtoris missio n. 39).

Ma proprio dal punto di vista teologico la Chiesa non può operare attivamente allo stesso modo per la conversione dei non cristiani, dei Musulmani, degli altri in rapporto agli Ebrei. “La Chiesa trae sostentamento dalla radice di quel buon albero di olivo, il popolo di Israele, su cui sono stati innestati i rami di olivo selvatico dei Gentili (Romani 11, 17-24). Fin dai primi giorni del cristianesimo, la nostra identità e ogni aspetto della nostra vita e del nostro culto sono intimamente legati all’antica religione dei nostri padri nella fede. La storia bimillenaria del rapporto fra l’ebraismo e la Chiesa ha attraversato molte diverse fasi, alcune delle quali dolorose da ricordare. Ora che possiamo incontrarci in spirito di riconciliazione, non dobbiamo permettere alle difficoltà passate di trattenerci dal porgerci reciprocamente la mano dell’amicizia. Infatti, quale famiglia non è mai stata attraversata da tensioni di un tipo o dell’altro? La Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate è stata una pietra miliare lungo il cammino verso la riconciliazione e ha chiaramente evidenziato i principi che hanno governato da allora l’atteggiamento della Chiesa nelle relazioni fra cristiani ed ebrei. La Chiesa è profondamente e irrevocabilmente impegnata a rifiutare ogni forma di antisemitismo e a continuare a costruire relazioni buone e durature fra le nostre due comunità…L’odio e il disprezzo per uomini, donne e bambini manifestati nella Shoah sono stati un crimine contro Dio e contro l’umanità. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, in particolare a quanti appartengono alla tradizione delle Sacre Scritture, secondo le quali ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio (Genesi 1,26-27). E’ ovvio che qualsiasi negazione o minimizzazione di questo terribile crimine è intollerabile e del tutto inaccettabile” (Benedetto XVI, Discorso del 12 febbraio 2009).

Benedetto XVI indicava una pista per il futuro del dialogo ebraico – cristiano proprio sul versante della riflessione teologico – spirituale non possibile con gli altri non cristiani: “Il nostro ricco patrimonio comune e il nostro rapporto fraterno ispirato a crescente fiducia ci obbligano a dare insieme una testimonianza ancora più concorde, collaborando sul piano pratico per la difesa e promozione dei diritti dell’uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo. Il Decalogo (Es 20; Dt 5) è per noi patrimonio e impegno comune “(19 agosto 2005). Le “Dieci Parole” possono essere considerate come il miglior riassunto dell’intera Torah e, insieme, come messaggio etico di perenne valore anche per la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità. Il dialogo di papa Ratzinger con il rabbino Jacob Neusner (19 aprile 2008) ha riportato in posizione centrale, accanto alla Scrittura, alla storia e ai Comandamenti, la persona e il mistero di Gesù in rapporto a Israele e alla Torah. E sempre Benedetto XVI il 16 gennaio 2006, nell’incontro con il Rabbino capo di Roma aggiungeva: “In Cristo noi partecipiamo della vostra stessa eredità dei Padri, per servire l’Onnipotente ‘sotto uno stesso giogo’ (Sofonia 3,9), innestati sull’unico tronco santo del Popolo di Dio. Ciò rende noi cristiani consapevoli che, insieme con voi, abbiamo la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà, nella santità e nell’amore”.

Così un ebreo ha commentato l’intervento della Cei: “ Se i cristiani vogliono pregare per la mia salvezza, in realtà devo dire Grazie: è gentile da parte loro…L’atteggiamento della Chiesa, pronta a proporre ma a non mai imporre, è recente. La storia fra giudei e cristiani è stata ben diversa per secoli. C’è una memoria storica vera e dolente del Giudeo messo a fuoco e torturato, espulso, umiliato per la sua fedeltà alla Alleanza eterna con Dio. E’ quella memoria che rende gli ebrei un po’ sospettosi e molto traumatizzati dal Cristiano che li chiama ad abbandonare la loro fede e diventare Cristiani. Alla luce di una tale situazione e guardando alla realtà storica, non è ipocrisia per la Chiesa dire: “lasciamoli in pace”.

mercoledì 21 ottobre 2009

Bernardo

Si può cercare meglio e trovare più facilmente Dio con la preghiera che con la discussione

“Vorrei soffermarmi solo su due aspetti della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesùinsiste Bernardo dinnanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è “miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore”. Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, “scorre come il miele”. Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca – l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno.”Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù”. Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!

In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. “O Santa Madre, - egli esclama – veramente una spada ha trapassato la tua anima!....A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio”. Bernardo non ha dubbi: “per Mariam ad Iesum”, attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del “Dottore mellifluo” la sublime preghiera a Maria: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’eterno consiglio,…” (Paradiso 33,vv.1ss)….Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. “ Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice – pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare: se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta…” (Benedetto, Udienza Generale, 21 ottobre 2009).

Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancora oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio “con la preghiera che con la discussione”. La figura più vera del teologo, del catechista e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.

Europa

L’ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell’Unione Europe

“Lei, signor Ambasciatore ( Il Signor Yves Gazzo, Capo della Delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede), ha appena definito l’Unione Europea come “un’area di pace e di stabilità che riunisce ventisette Stati con gli stessi valori fondamentali”. E’ una felice definizione. E’ tuttavia giusto osservare che l’Unione Europea non si è dotata di questi valori, ma che sono stati piuttosto questi valori condivisi a farla nascere e a essere la forza di gravità che ha attirato verso il nucleo dei Paesi fondatori le diverse nazioni che hanno successivamente aderito ad essa, nel corso del tempo. Questi valori sono il frutto di una lunga e tortuosa storia nella quale, nessuno lo può negare, il cristianesimo ha svolto un ruolo di primo piano. La pari dignità di tutti gli esseri umani, la libertà d’atto di fede alla radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune, lo sviluppo umano – intellettuale, sociale ed economico – in quanto vocazione divina (Caritas in veritate, nn. 16 – 19) e il senso della storia che ne deriva, sono altrettanti elementi centrali della Rivelazione cristiana che continuano a modellare la civiltà europea.

Quando la Chiesa ricorda le radici cristiane dell’Europa, non è alla ricerca di uno statuto privilegiato per se stessa. Essa vuole fare opera di memoria storica ricordando in primo luogo una verità – sempre più passata sotto silenzio – ossia l’ispirazione decisamente cristiana dei Padri Fondatori dell’Unione Europea. A livello più profondo, essa desidera mostrare anche che la base dei valori proviene soprattutto dall’eredità cristiana che continua ancora oggi ad alimentarla.

Questi valori comuni non costituiscono un aggregato anarchico o aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, storicamente, a partire da una visione antropologica precisa. Può l’Europa omettere il principio organico originale di questi valori che hanno rivelato all’uomo allo stesso tempo la sua eminente dignità e il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni e gli altri? O ancora, questi valori non rischiano di essere strumentalizzati da individui e da gruppi di pressione desiderosi di far valere interessi particolari a detrimento di un progetto collettivo ambizioso – che gli europei attendono – che si preoccupi del bene comune degli abitanti del Continente e del mondo intero? Questo rischio è già recepito e denunciato da numerosi osservatori che appartengono a orizzonti diversi. E’ importante che l’Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi, pezzo dopo pezzo. Il suo slancio originale non deve essere soffocato dall’individualismo e dall’utilitarismo” (Benedetto XVI,Al Capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede, 19 ottobre 2009).

Benedetto XVI ha affermato che le risorse intellettuali, culturali ed economiche del continente continueranno a recare frutto se continueranno ad essere fecondate dalla visione trascendente di ogni persona umana (da dove viene? Dove è destinata?) che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea. Questa tradizione umanista, nella quale si riconoscono tante famiglie del pensiero a volte molto diverso, rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione. Si tratta principalmente

- della ricerca del giusto e delicato equilibrio fra efficienza economica e le esigenze sociali,

- della salvaguardia dell’ambiente

- e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal concepimento fino alla morte naturale,

- alla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna.

L’Europa sarà realmente se stessa solo se saprà conservare l’originalità che ha fatto la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, nel futuro, uno degli attori principali nella promozione dello sviluppo integrale delle persone, che la Chiesa cattolica considera come l’unica via in grado di porre rimedio agli squilibri presenti nel nostro mondo provocati dalla riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità, anzi un capovolgimento della stessa cultura moderna, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza.

lunedì 19 ottobre 2009

Bagnasco

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, interviene su alcuni problemi

Il Corriere della Sera di Domenica 18 ottobre riporta un’intervista del Presidente della Cei Angelo Bagnasco su alcune questioni dibattute.

Il caso Boffo, direttore di Avvenire, e la presunta mancanza di sintonia tra Cei e Segreteria di Stato

Personalmente non vedo in atto degni scontri nella Chiesa, tanto meno tra la Cei e la Santa Sede. So piuttosto che c’è una sorta di divisione dei compiti che corrisponde alla diversa fisionomia delle due realtà che assolvono a compiti asimmetrici, essendo noi solo una espressione locale a differenza dell’altra che ha invece una vocazione universale.

La Cei, come del resto ogni Conferenza episcopale del mondo, ha come compito, secondo le indicazioni esplicite della lettera apostolica Apostolos suos, al numero 15,la promozione e la tutela della fede e dei costumi, la traduzione dei libri liturgici, la promozione e la formazione delle vocazioni sacerdotali, la messa a punto dei sussidi per la catechesi, la promozione e la tutela delle università cattoliche e di altre istituzioni educative, l’impegno ecumenico, i rapporti con le autorità civili, la difesa della vita umana, della pace, dei diritti umani, anche perché vengano tutelati dalla legislazione civile, la promozione della giustizia sociale, l’uso dei mezzi di comunicazione sociale’. Differente e decisamente con un respiro più internazionale è il lavoro della Santa Sede che si fa carico sul piano diplomatico dei rapporti con i singoli Stati”.

Non esiste una Chiesa dell’era Ruini e oggi una Chiesa dell’era Bagnasco

Come ebbe modo di scrivergli personalmente lo stesso Benedetto XVI il 23 marzo 2007, alla fine del suo mandato, il cardinale Ruini ‘ha guidato i vescovi italiani in una fase delicata e cruciale della storia del popolo italiano ’ e ‘con tenacia e coraggio ’ ha così ‘reso un servizio non solo al Popolo di Dio ma all’intera Nazione italiana ’. La stagione del mio predecessore va interpretata però non semplicemente come una vicenda legata alla sua persona, ma come una fedele interpretazione della linea di Giovanni Paolo II prima e poi di Benedetto XVI.

Non esiste una Chiesa dell’era Ruini e oggi una Chiesa dell’era Bagnasco perché la Chiesa anzitutto appartiene solo a Gesù Cristo e, nel caso specifico, la Chiesa che è in Italia intende essere vicina al magistero del Papa, di cui tradurre le istanze nel nostro contesto. Questa a me pare la prospettiva da privilegiare: senza operare riduzioni troppo personalistiche e lasciando emergere che se una linea c’è è quella che si lascia ispirare dalla vicinanza non solo geografica con il Santo Padre”.

La Chiesa non è conosciuta realmente per quello che è e quello che fa

“La Chiesa non è conosciuta realmente per quello che pensa e per quello che fa. Spesso si va avanti per luoghi comuni, rieditando interpretazioni superate dalla storia. Ad esempio, continuare a presentarci sempre come parte politica e non invece come una istanza religiosa e culturale che ha tutto il diritto di entrare nei dibattiti pubblici che hanno a che fare con l’uomo e con la società, è riduttivo. Così come perpetuare pregiudizi di vario genere che tendono a fare una caricatura delle nostre posizioni piuttosto che cercare di porsi in dialogo con esse è ugualmente riduttivo. Penso che anche oggi, come in ogni epoca storica, la Chiesa sia portatrice di una visione della vita alternativa e spesso in controtendenza che non vuole imporre: chiede solo di essere lasciata libera di proporla, nella ferma convinzione di contribuire al bene comune”-

La scelta del nuovo Direttore di Avvenire è vicina

“La scelta è vicina, trattandosi di una persona che deve incarnare il sentire cattolico dentro le trame delle vicende quotidiane, con uno sguardo capace di far emergere la realtà ancor prima delle sue interpretazioni.

E’ una illazione ( che ci siano candidati considerati graditi alla Segreteria di Stato guardati con sospetto dalla Cei) che non gode del conforto della realtà. I rapporti sono improntati a grande stima, affetto e collaborazione, nel rispetto delle responsabilità asimmetriche di cui ciascuno si fa carico per il bene della Chiesa, del Paese e del mondo”.

Il problema dell’immigrazione non può essere risolto nel chiuso del nostro Paese

“Perché si tratta di un fenomeno globale che esige una risposta concertata. Penso che l’Europa non possa rinnegare le sue radici cristiane che ne hanno fatto storicamente una terra di passaggio e di progressiva integrazione, attraverso una politica che sappia rigorosamente tenere insieme il principio dell’accoglienza e quello della legalità. La storia è lì per ricordarci, casomai la memoria fosse svanita, che neanche in epoche molto più statiche e lontane, il mondo è sempre stato attraversato dalle persone e dalle merci. Perché proprio quando il mondo si è fatto ancora più piccolo dovremmo bloccare questo processo di sempre?”.

“Deriva mediatica” che altera le parole di Benedetto XVI

“Si preferisce talvolta una lettura parziale che tende a distorcere il messaggio evangelico perché appaia e risuoni come incoerente e anacronistico, e la Chiesa venga dipinta come animata solo dalla volontà ‘di alzare muri e scavare fossati ’, soprattutto in materia di etica. In realtà, a ben guardare, dietro ogni ‘no’ della Chiesa c’è sempre e ancor prima unsì’, ben più grande e impegnativo”.

Si vuole imporre per legge la nutrizione e l’idratazione forzata, ma non è forse la coscienza il luogo ultimo delle decisioni etiche?

“La coscienza retta e formata resta sempre l’ultima frontiera davanti a cui arrestarsi, ma solo una visione individualistica potrebbe ridurla a soliloquio. In realtà nessuna decisione è umana se vissuta nell’isolamento e non aperta la confronto con gli altri e, prima ancora, con la verità delle cose. E’ innegabile che il momento della prova estrema è oggi vissuto sempre più in solitudine, ma questo è più l’effetto di un degrado umano che non la prova della nostra civiltà”.

La Chiesa non è contro nessuno, tanto meno contro le persone, di qualsiasi orientamento sessuale esse siano

La violenza e l’aggressione sono sempre gratuite e inaccettabili. La Chiesa ritiene poi che la sessualità sia l’incontro tra persone di sesso diverso in un contesto stabile e fecondo. Si può non condividere questa lettura del dato antropologico, ma la Chiesa non può venire meno a questo che è un dato non solo religioso o culturale, ma profondamente naturale, e che essa propone a tutti senza discriminare nessuno”.

L’ora di religione islamica nelle scuole italiane?

“L’ora di religione cattolica, nelle scuole di Stato, si giustifica in base all’articolo 9 del Concordato, in quanto essa è parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. Pertanto, la conoscenza del fatto religioso cattolico è condizione indispensabile per la comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e responsabile. Non si configura, quindi, come un catechismo confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola. Non mi pare che l’ora di religione ipotizzata corrisponda a questa ragionevole e riconosciuta motivazione”.

Il cardinale Martini afferma: “Io ritengo che la Chiesa debba intervenire poco e solo quando è veramente necessario”

“Credo che il problema non sia il molto o il poco intervenire sulla scena pubblica, pur apprezzando personalmente una certa sobrietà sia nel parlare che nello scrivere. Penso che il criterio vero sia l’uomo e il suo destino: specie quando è messo in crisi, la Chiesa, che dell’uomo è amica e alleata, non può tacere. Sarebbe peccato di omissione. Essa è inviata ad annunciare a tutti la grande speranza che è il Signore Gesù”.

domenica 18 ottobre 2009

Cibo

L’accesso al cibo, più che un bisogno elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli

“La crisi attuale, che attraversa senza distinzione l’insieme dei settori dell’economia, colpisce particolarmente in maniera grave il mondo agricolo, dove la situazione diventa drammatica. Questa crisi chiede ai Governi e alle diverse componenti della Comunità internazionale ad operare scelte determinanti ed efficaci.

Garantire a persone e popoli la possibilità di sconfiggere il flagello della fame significa assicurare loro un accesso concreto a un’adeguata e sana alimentazione. Si tratta in effetti, di una concreta manifestazione del diritto alla vita, che, pur solennemente proclamato, resta troppo spesso lontano da una piena attuazione.

Il tema scelto quest’anno dalla FAO per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione è “Raggiungere la sicurezza alimentare in temi di crisi”. Esso invita a considerare il lavoro agricolo come elemento fondamentale della sicurezza alimentare e, quindi, come una componente integrale dell’attività economica. Per tale motivo, l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di investimenti e di risorse. Questo tema richiama il fatto e fa comprendere che i beni della creazione sono limitati per loro natura: essi richiedono, pertanto, atteggiamenti responsabili e capaci di favorire la sicurezza alimentare, pensando anche a quella delle generazioni future. Una profonda solidarietà e una lungimirante fraternità sono dunque necessari.

Il conseguimento di questi obiettivi richiede una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare. Obbliga la Comunità internazionale e le sue Istituzioni a intervenire in maniera più adeguata e più determinata. Auspico che tale intervento possa favorire una cooperazione che appoggi metodi di coltivazione propri di ogni area ed eviti un uso sconsiderato delle risorse naturali. Auspico, inoltre, che tale cooperazione salvaguardi i valori propri del mondo rurale e i fondamentali diritti dei lavoratori della terra. Mettendo da parte privilegi, profitti e comodità, questi obiettivi potranno essere realizzati a vantaggio di uomini, donne, bambini, famiglie e comunità che vivono nelle aree più povere del pianeta e sono, dunque, più vulnerabili. L’esperienza dimostra che le soluzioni tecniche, pur avanzate, mancano di efficacia se non si riferiscono alla persona, principale protagonista che, nella sua dimensione spirituale e materiale, è origine e fine di ogni attività. L’accesso al cibo, più che un bisogno elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. Potrà diventare una realtà, e quindi una sicurezza, se sarà garantito un adeguato sviluppo in tutte le diverse regioni.

In particolare, il dramma della fame potrà essere sconfitto solo “Eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio – economiche maggiormente accessibili a livello locale” (Caritas in veritate, n. 27). (Benedetto XVI, Messaggio al Signor Jacques Diouf, Direttore Generale della F.A.O., In Occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16, ottobre, 2009).

Anche Gesù nella fase terrena si è rapportato all’io umano in tutti fattori e quindi ha anche sfamato e continua a farlo da risorto attraverso la via umana del suo Corpo che è la Chiesa che continua l’Incarnazione e lo fa a tutto campo, sul piano del pensiero e dell’azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. La forte unità e continuità che si è realizzata nella Chiesa fin dai primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione anche oggi nell’attuale contesto globalizzato di crisi: il Signore, alla luce della Caritas in veritate, ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni del nostro tempo, per l’Evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi.

venerdì 16 ottobre 2009

Sacramenti aperti

Per i sacramenti molto aperti con le persone ai margini della Chiesa del nostro tempo

Quando ero più giovane ero piuttosto severo. Dicevo: i sacramenti sono i sacramenti della fede, e quindi dove la fede non c’è, dove non c’è prassi di fede, anche il sacramento non può essere conferito. E poi ho sempre discusso quando ero arcivescovo di Monaco con i miei parroci: anche qui vi erano due fazioni, una severa e una larga. E anch’io nel corso del tempo ho capito che dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era molto aperto anche con le persone ai margini dell’Israele di quel tempo, era un Signore della misericordia, troppo aperto – secondo molte autorità ufficiali – con i peccatori, accogliendoli o lasciandosi accogliere da loro nelle loro cene, attraendoli a sé nella sua comunione.

Quindi io direi sostanzialmente che i sacramenti sono naturalmente sacramenti della fede: dove non ci fosse nessun elemento di fede, dove la prima comunione fosse soltanto una festa con un grande pranzo, bei vestiti, bei doni, allora non sarebbe più un sacramento della fede. Ma, d’altra parte, se possiamo vedere ancora una piccola fiamma di desiderio della comunione nella Chiesa, un desiderio anche di questi bambini che vogliono entrare in comunione con Gesù, mi sembra che sia giusto essere piuttosto larghi. Naturalmente, certo, deve essere un aspetto della nostra catechesi far capire che la comunione, la prima comunione, non è un fatto “puntuale”, ma esige una continuità di amicizia con Gesù, un cammino con Gesù. Io so che i bambini spesso avrebbero intenzione e desiderio di andare la domenica a messa, ma i genitori non rendono possibile questo desiderio. Se vediamo che i bambini lo vogliono, che hanno il desiderio di andare, mi sembra sia quasi un sacramento di desiderio, il “voto” di una partecipazione alla messa domenicale. In questo senso dovremmo naturalmente fare il possibile nel contesto della preparazione ai sacramenti, per arrivare anche ai genitori e – diciamo – così svegliare anche in loro la sensibilità per il cammino che fanno i bambini. Dovrebbero aiutare i loro genitori a seguire il proprio desiderio di entrare in amicizia con Gesù, che è forma della vita, del futuro. Se i genitori hanno il desiderio che i loro bambini possano fare la prima comunione,questo loro desiderio piuttosto sociale dovrebbe allargarsi in un desiderio religioso, per render possibile un cammino con Gesù.

Direi quindi che, nel contesto della catechesi dei bambini, sempre il lavoro con i genitori è molto importante. E proprio questa è una delle occasioni di incontrarsi con i genitori, rendendo presente la vita della fede anche agli adulti, perché dai bambini – mi sembra – possono reimparare loro stessi la fede e capire che questa grande solennità ha senso soltanto, ed è vera e autentica soltanto, se si realizza nel contesto di un cammino con Gesù, nel contesto di una vita di fede. Quindi convincere un po’, tramite i bambini, i genitori della necessità di un cammino preparatorio, che si mostra nella partecipazione ai misteri e comincia a far amare questi misteri. Direi che questa è certamente una risposta abbastanza insufficiente, ma la pedagogia della fede è sempre un cammino e noi dobbiamo accettare le situazioni di oggi, ma anche aprirle a un di più, perché non rimanga alla fine solo qualche ricordo esteriore di cose, ma sia veramente toccato il cuore. Nel momento nel quale veniamo convinti, il cuore è toccato, ha sentito un po’ l’amore di Gesù, ha provato un po’ il desiderio di muoversi in questa linea e in questa direzione. In quel momento, mi sembra, possiamo dire di aver fatto una vera catechesi. Il senso proprio della catechesi, infatti, dovrebbe essere questo: portare la fiamma dell’amore di Gesù, anche se piccola, ai cuori dei bambini e tramite i bambini ai loro genitori, aprendo così di nuovo i luoghi della fede nel nostro tempo” (Benedetto XVI,Incontro con il clero della diocesi di Bressanone, 6 agosto 2008).

Nell’arcidiocesi di Buenos Aires tutti i sacerdoti sono invitati pastoralmente a rendere più semplice possibile il ricevere il battesimo evitando pretese che aumentano la cristianizzazione. Il solo fatto di chiedere il battesimo per sé o per i propri figli “è già un frutto della grazia di Dio”. I parroci si attengono alle indicazioni date dai vescovi della regione pastorale di Buenos Aures, che rispettano tutte le condizioni richiamate dal Codice di diritto canonico, secondo il criterio-base espresso nell’ultimo canone: la legge suprema è la salvezza delle anime. Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi descriveva il “fervore apostolico” come “la dolce e confortante gioia dell’Evangelizzare…Se il Figlio è venuto, ciò è stato precisamente per rivelarci, mediante la sua parola e la sua vita, i sentieri ordinari della salvezza”. E l’Incarnazione continua attraverso i sentieri della che sono il battesimo e gli altri sacramenti.

giovedì 15 ottobre 2009

Lo Spirito Santo

Solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto e poi attuarlo

“Abbiamo dato inizio ora al nostro incontro sinodale (il Sinodo dei vescovi per l’Africa) invocando lo Spirito Santo e sapendo bene che noi non possiamo in questo momento realizzare quanto c’è da fare per la Chiesa e per il mondo: solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto e poi attuarlo…

Noi preghiamo che la Pentecoste non sia solo un avvenimento del passato, il primo inizio della Chiesa, ma sia oggi, anzi adesso…Preghiamo che il Signore adesso realizzi l’effusione del suo Spirito e ricrei di nuovo la sua Chiesa e il mondo. Ci ricordiamo che gli apostoli dopo l’Ascensione non hanno iniziato – come forse sarebbe stato normale – a organizzare, a creare la Chiesa futura. Hanno aspettato l’azione di Dio, hanno aspettato lo Spirito Santo. Hanno compreso che la Chiesa non si può fare, che non è il prodotto della nostra organizzazione: la Chiesa deve nascere dallo Spirito Santo. Come il Signore stesso è stato concepito ed è nato dallo Spirito Santo, così anche la Chiesa (dove l’Incarnazione continua)deve essere sempre concepita e nascere dallo Spirito Santo. Solo con questo atto creativo di Dio noi possiamo entrare nell’attività di Dio, nell’azione divina e collaborare con Lui. In questo senso, anche tutto il nostro lavoro al Sinodo è un collaborare con lo Spirito Santo, con la forza di Dio che ci previene. E sempre dobbiamo di nuovo implorare il compiersi di questa iniziativa divina, nella quale noi possiamo essere collaboratori di Dio e contribuire a far sì che di nuovo nasca e cresca la sua Chiesa…

E’ importante che il cristianesimo non sia una somma di idee, una filosofia, una teologia, ma un modo di vivere, il cristianesimo è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità se è carità. Possiamo dire che anche logos e caritas vanno insieme. Il nostro Dio è, da una parte, logos, ragione eterna. Ma questa ragione è anche amore, non è fredda matematica che costruisce l’universo, non è un demiurgo; questa ragione eterna è fuoco, è carità. In noi stessi (nel nostro io)dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità. E così trasformati dalla carità diventare, come dicono i Padri greci, divinizzati. Direi che nello sviluppo del mondo abbiamo questo percorso in salita, dalle prime realtà create fino alla creatura uomo. Ma questa scala non è ancora finita. L’uomo dovrebbe essere divinizzato e così realizzarsi. L’unità della creatura e del Creatore: questo è il vero sviluppo, arrivare con la grazia di Dio a questa apertura. La nostra essenza viene trasformata nella carità. Se parliamo di questo sviluppo pensiamo sempre anche a questa ultima meta, dove Dio vuole arrivare con noi…La carità non è qualcosa di individuale, ma universale e concreta.. Dobbiamo tendere a questa unificazione di universalità e concretezza, dobbiamo aprire realmente questi confini tra tribù, etnie, religioni all’universalità dell’amore di Dio. E questo non in teoria, ma nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria. “Preghiamo – ha concluso Benedetto XVI – affinché possiamo conoscere, conoscere diventi credere e credere diventi amare, azione. Preghiamo il Signore affinché ci dono lo Spirito Santo, susciti una nuova Pentecoste, ci aiuti a essere i suoi servitori in questa ora del mondo” (Benedetto XVI, a braccio questa meditazione all’Ora Terza che ha aperto il Sinodo dei Vescovi per l’Africa, lunedì 5 ottobre).

In un Sinodo sono importanti le analisi empiriche, è importante che si conosca la realtà di questo mondo alla luce della ragione. Tuttavia queste analisi orizzontali, fatte con tanta esattezza e competenza, sono insufficienti. Non indicano i veri problemi perché non li collocano nella luce di Dio, di una conoscenza vera che è sempre un avvenimento, un incontro, una relazione tra l’io umano, singolarmente e con tutta l’umanità, e Dio Se non vediamo che alla radice vi è il mistero di Dio, le cose del mondo vanno male perché la relazione con Dio non è ordinata. E se la prima relazione, quella fondante, non è corretta, tutte le altre relazioni con quanto vi può essere di bene, fondamentalmente non funzionano. Perciò tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non andiamo fino a questo punto, se non consideriamo il mondo nella luce di Dio, se non scopriamo che alla radice delle ingiustizie. Della corruzione, sta un cuore non retto, sta una chiusura verso Dio e, pertanto, una falsificazione della relazione essenziale che è il fondamento di tutte le altre.

Delicatezza

Sublime esempio della delicatezza a cui conduce la carità cristiana

“Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’”intimo del cuore” da quanti si annoverano “tra i membri del corpo di Cristo”. E aggiungeva: “Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo”, ovunque esse si producano. Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: “In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra di essi -, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana” (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189). Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono “uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi” (ibid., p. 267) e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: “Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato…Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte…Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria”. Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine e mediare” ( Benedetto XVI, Udienza Generale, 14 ottobre 2009).

Queste caratteristiche della carità sono un’esigenza anche del nostro tempo, segnato da ritmo frenetico, dove non rari sono in pastori e fedeli gli episodi di intolleranza e incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Soleva dire : “Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele”. E questo atteggiamento in lui affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel qual già si prefigura la Risurrezione. E’la preghiera tutta tesa alla contemplazione del volto glorioso di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nell’ideale monastico che consiste nell’”aderire tenacemente a Cristo”, in una vita contraddistinta dalla “umiltà”, dalla laboriosità come pure da un clima di silenziosa e costante lode a Dio con la lettura, la meditazione e l’orazione personale. In questo modo tutta la vita risulta pervasa di amore profondo per Dio e di amore, amicizia per gli altri, un amore che si esprime nella sincera apertura al prossimo. Nel perdono e nella ricerca della pace. Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Era persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come aratro per “spargere nella carta il seme del Verbo”. Oggi oltre alla carta, con il digitale e internet le possibilità si sono allargate.

giovedì 8 ottobre 2009

Riforma

Ogni riforma va fatta dentro la Chiesa e mai contro la Chiesa

“La luminosa figura di san Giovanni Leonardi invita i sacerdoti in primo luogo, e tutti i cristiani, a tendere costantemente alla “misura alta della vita cristiana” che è la santità, ciascuno naturalmente secondo il proprio stato. Soltanto infatti dalla fedeltà a Cristo può scaturire l’autentico rinnovamento ecclesiale. In quegli anni, nel passaggio culturale e sociale tra il secolo XVI e il secolo XVIII, cominciarono a delinearsi le premesse della futura cultura contemporanea, caratterizzata da una indebita scissione tra fede e ragione, che ha prodotto tra i suoi effetti negativi la marginalizzazione di Dio, con l’illusione di una possibile e totale autonomia dell’uomo che sceglie di vivere “come se Dio non ci fosse”. E’ la crisi del pensiero moderno, che più volte ho avuto modo di evidenziare e che approda spesso in forme di relativismo. Giovanni Leonardi intuì quale fosse la medicina per questi mali spirituali e la sintetizzò nell’espressione: “Cristo innanzitutto”, Cristo al centro del cuore, al centro della storia e del cosmo. E di Cristo – afferma con forza – l’umanità ha estremo bisogno, perché Lui è la nostra “misura”. Non c’è ambiente che non possa essere toccato dalla sua forza; non c’è male che non trovi in Lui rimedio, non c’è problema che in Lui non si risolva. “O Cristo o niente”! Ecco la sua ricetta per ogni tipo di riforma spirituale e sociale.

C’è un altro aspetto della spiritualità di san Giovanni Leonardi che mi piace sottolineare. In più circostanze ebbe a ribadire che l’incontro vivo con Cristo si realizza nella Chiesa, santa ma fragile, radicata nella storia e nel suo divenire a volte oscuro, dove grano zizzania crescono insieme (Mt 13,30), ma tuttavia sempre Sacramento di salvezza. Avendo lucida consapevolezza che la Chiesa è il campo di Dio (Mt 13,24), non si scandalizzò delle sue umane debolezze. Per contrastare la zizzania scelse di essere buon grano: decise, cioè, di amare Cristo nella Chiesa e di contribuire a renderla sempre più segno trasparente di Lui. Con grande realismo vide la Chiesa, la sua fragilità umana, ma anche il suo essere “campo di Dio”, lo strumento di Dio per la salvezza dell’umanità. Non solo. Per amore di Cristo lavorò alacremente per purificare la Chiesa, per renderla più bella e più santa. Capì che ogni riforma va fatta dentro la Chiesa e mai contro la Chiesa. In questo, san Giovanni Leonardi è stato veramente straordinario e il suo esempio resta sempre attuale. Ogni riforma interessa certamente le strutture, ma in primo luogo deve incidere nel cuore die credenti. Soltanto i santi, uomini e donne che si lasciano guidare dallo Spirito divino, pronti a compiere scelte radicali e coraggiose alla luce del Vangelo, rinnovano la Chiesa e contribuiscono, in maniera determinante, a costruire un mondo migliore” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 ottobre 2009).

San Giovanni Leonardi, nato a Lucca nel 1541, a 17 anni fu iscritto dal padre ad un regolare corso di spezieria, allo scopo di farne un farmacista, anzi uno speziale, come allora si diceva. Ma dopo matura riflessione decise di avviarsi al sacerdozio. Fu ordinato sacerdote e il giorno dell’Epifania del 1572 celebrò la prima Messa. Tuttavia non abbandonò la passione per la farmacopea, perché nel connubio di fede e ragione, scienza, sentiva che la mediazione professionale di farmacista gli avrebbe permesso di realizzare appieno la sua vocazione, quella di trasmettere agli uomini, mediante una vita santa, “la medicina di Dio”, che è l’avvenimento dell’incontro con Gesù Cristo crocifisso e risorto, “misura di tutte le cose”.

In quegli anni, nel passaggio culturale e sociale tra il secolo XVI e il secolo XVII, cominciarono a delinearsi le premesse drammatiche della futura e attuale cultura contemporanea, caratterizzata da una indebita scissione tra fede e ragione, tra fede e scienza, che ha prodotto tra i suoi effetti negativi la marginalizzazione di Dio e quindi del senso, della verità della vita, con l’illusione di una possibile e totale autonomia dell’uomo il quale sceglie di vivere “come se Dio non ci fosse”, non ci fosse cioè risposta alle domande originarie in ogni io da dove vengo e dove vado. In quel periodo molte furono le apparizioni della Madonna e di alcune la Chiesa ne ha riconosciuto esplicitamente l’origine soprannaturale. Accanto alla centralità del volto di Cristo, san Giovanni fissò lo sguardo di mediazione sul volto materno di Maria. Colei che elesse Patrona del suo Ordine, fu per lui maestra, sorella, madre, ed egli esperimentò la sua costante protezione. “L’esempio e l’intercessione di questo “affascinante uomo di Dio” – ha concluso Benedetto XVI – siano, particolarmente in questo Anno Sacerdotale, richiamo e incoraggiamento per i sacerdoti e per tutti i cristiani a vivere con passione ed entusiasmo la propria vocazione”.

lunedì 5 ottobre 2009

Africa

L’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza

“Con la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, la Chiesa può certamente dare in Africa un grande contributo a tutta la società, che purtroppo conosce in vari Paesi povertà, ingiustizie, violenze e guerre. La vocazione della Chiesa, comunità di persone riconciliate con Dio e tra di loro, è quella di essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici ed anche religiosi, all’interno delle singole nazioni e in tutto il continente. La riconciliazione, dono di Dio che gli uomini devono implorare ed accogliere, è fondamento stabile su cui costruire la pace, condizione indispensabile per l’autentico progresso degli uomini e della società, secondo il progetto di giustizia voluto da Dio. Aperta alla grazia redentrice del Signore risorto, l’Africa sarà così illuminata sempre più dalla sua luce e, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, diventerà una benedizione per la Chiesa universale, apportando un contributo proprio e qualificato all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno…

Ma anche questo “polmone”può ammalarsi. E al momento almeno due pericolose patologie lo stanno intaccando: anzitutto, una malattia già diffusa nel mondo occidentale, cioè il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista.

Senza entrare nel merito della genesi di tali mali dello spirito, rimane tuttavia indiscutibile che il cosiddetto “primo” mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato.

Ma, proprio in questa prospettiva, va segnalato un secondo “virus” che potrebbe colpire anche l’Africa, cioè il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici. Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, ma l’intolleranza e la violenza…

Rimane naturalmente valido ed attuale il compito primario dell’evangelizzazione, anzi di una nuova evangelizzazione che tenga conto dei rapidi mutamenti sociali di questa nostra epoca e del fenomeno della globalizzazione mondiale.

Altrettanto si deve dire della scelta pastorale di edificare la Chiesa come famiglia di Dio. In tale grande scia si pone la seconda Assemblea, che ha per tema: “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. ‘Voi siete il sale della terra…voi siete la luce del mondo ‘” (Mt 5,13.14) (Benedetto XVI,Omelia per l’Apertura della II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, 04-10-2009).

Negli ultimi anni la Chiesa Cattolica in Africa ha conosciuto un grande dinamismo e l’Assise sinodale è l’occasione per ringraziare il Signore. E poiché la crescita della Comunità ecclesiale in tutti i campi comporta anche sfide ad intra e ad extra, il Sinodo è momento propizio per ripensare l’attività pastorale e rinnovare lo slancio di evangelizzazione Per diventare luce del mondo e sale della terra occorre puntare sempre più alla “misura alta” della vita cristiana, cioè alla santità. As essere santi sono chiamati i Pastori e tutti membri della comunità ecclesiale; i fedeli laici sono chiamati a diffondere il profumo della santità nella famiglia fondata sull’indissolubile matrimonio tra uomo e donna, icona dell’Amore trinitario e sacramento dell’unione di Cristo con la Chiesa, nei luoghi del lavoro, nella scuola e in ogni altro ambito sociale e politico. “Possa - la preghiera del Papa – la Chiesa in Africa essere sempre la famiglia di autentici discepoli di Cristo, dove la differenza tra etnie diventi motivo e stimolo per un reciproco arricchimento umano e spirituale”.