giovedì 28 maggio 2009

La Chiesa e lo Spirito Santo

La Chiesa è una comunione, una comunione di persone che, per l’azione dello Spirito Santo, formano il Popolo di Dio, che è al tempo stesso il Corpo di Cristo

“Il Concilio Vaticano II, volendo trasmettere pura e integra la dottrina della Chiesa maturata nel corso di duemila anni, ha dato di essa “una più meditata definizione”, illustrandone anzitutto la natura misterica, cioè di “realtà imbevuta di divina presenza, e perciò sempre capace di nuove e più profonde considerazioni” (Paolo VI, Discorso di apertura della seconda sessione, 29 settembre 1963). Orbene, la Chiesa, che ha origine nel Dio trinitario, è un mistero di comunione. In quanto comunione, la Chiesa non è una realtà soltanto spirituale, ma vive nella storia, per così dire, in carne e ossa. Il Concilio Vaticano II la descrive “come un sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). E l’essenza del sacramento è proprio che si tocca nel visibile l’invisibile, che il visibile toccabile apre la porta a Dio stesso. La Chiesa, abbiamo detto, è una comunione, una comunione di persone che, per l’azione dello Spirito Santo, formano il Popolo di Dio, che è al tempo stesso il Corpo di Cristo.

Riflettiamo un po’ su queste due parole – chiave:

- Il concetto di “Popolo di Dio” è nato e si è sviluppato nell’Antico Testamento: per entrare nella realtà della storia umana, Dio ha eletto un popolo determinato, il popolo di Israele, perché sia il suo popolo. L’intenzione di questa scelta particolare è di arrivare, per il tramite di pochi, ai molti, e dai molti a tutti. L’intenzione di questa scelta particolare, dell’elezione particolare è l’universalità. Per il tramite di questo Popolo, Dio entra realmente in modo concreto nella storia. E questa apertura all’universalità si è realizzata nella croce e nella risurrezione di Cristo. Nella croce Cristo, così dice san Paolo, ha abbattuto il muro di separazione.

- Dandoci il suo Corpo, Egli ci riunisce in questo suo Corpo per fare di noi una cosa sola. Nella comunione del “Corpo di Cristo” tutti diventiamo un solo popolo, il Popolo di Dio, dove – per citare di nuovo san Paolo – tutti sono una cosa sola e non c’è più distinzione, differenza, tra greco e giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro, scita, schiavo, ebreo, ma Cristo è tutto in tutti. Ha abbattuto il muro della distinzione di popoli, di razze, di culture: tutti siamo uniti in Cristo.

Così vediamo che i due concetti – “Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” – si completano e formano insieme il concetto neotestamentario di Chiesa. E mentre “Popolo di Dio” esprime la continuità della storia della Chiesa, “Corpo di Cristo” esprime l’universalità inaugurata nella croce e nella risurrezione del Signore. Per noi cristiani, quindi, “Corpo di Cristo” non è solo un’immagine, ma un vero concetto, perché Cristo ci fa dono del suo Corpo reale, non solo di un’immagine. Risorto, Cristo ci unisce tutti nel Sacramento per farci un unico corpo. Quindi il concetto di “Popolo di Dio” e “Corpo di Cristo” si completano: in Cristo diventiamo realmente Popolo di Dio. E il “Popolo di Dio” significa quindi “tutti”: dal Papa fino all’ultimo bambino battezzato. La prima Preghiera eucaristica, il cosiddetto canone romano scritto nel IV secolo, distingue tra servi – “noi servi tuoi” – e plebs tua sancta”; quindi se si vuol distinguere, si parla di servi e plebs sancta, mentre il termine “Popolo di Dio” esprime tutti insieme nel loro comune essere Chiesa.

All’indomani del Concilio questa dottrina ecclesiologica ha trovato vasta accoglienza, e grazie a Dio tanti buoni frutti sono maturati nella comunità cristiana. Dobbiamo però anche ricordare che la ricezione di questa dottrina nella prassi e la conseguente assimilazione nel tessuto della coscienza ecclesiale, non sono avvenute sempre e dovunque senza difficoltà e secondo una giusta interpretazione. Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi al presunto “spirito del Concilio”, ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa. La nozione di “Popolo di Dio”, in particolare, venne da alcuni interpretata secondo una visione puramente sociologica, con un taglio quasi esclusivamente orizzontale, che escludeva il riferimento verticale a Dio. Posizione, questa, in aperto contrasto con la parola e lo spirito del concilio, il quale non ha voluto una rottura, un’altra Chiesa, ma un vero e profondo rinnovamento, nella continuità dell’unico soggetto Chiesa, che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre identico, unico soggetto del Popolo di Dio in pellegrinaggio” (Benedetto XVI, Discorsi al Convegno Pastorale della Diocesi di Roma sul tema “Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale, 26 maggio 2009).

Va riconosciuto che il risveglio di energie spirituali e pastorali nel corso di questi anni non ha prodotto sempre l’incremento e lo sviluppo desiderati.

Si deve infatti registrare in talune comunità ecclesiali che, ad un periodo di fervore e di iniziativa, è succeduto un tempo di affievolimento dell’impegno, una situazione di stanchezza, talvolta quasi di stallo, anche di resistenza e di contraddizione tra dottrina conciliare e diversi concetti formulati in nome del concilio, ma in realtà opposti allo spirito e alla sua lettera. Anche per questa ragione, al tema della vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, è stata dedicata l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nel 1987. Questo ci dice che le luminose pagine dedicate dal Concilio al laicato non erano ancora state sufficientemente tradotte e realizzate nella coscienza dei cattolici e nella prassi pastorale. Da una parte esiste ancora la tendenza a identificare unilateralmente la Chiesa con la gerarchia, dimenticando la comune responsabilità, la comune missione del Popolo di Dio secondo un’idea puramente sociologica e politica, dimenticando la novità e la specificità di quel popolo che diventa popolo solo nella comunione con Cristo.

“Cari fratelli e sorelle – si è chiesto Benedetto XVI -, viene ora da domandarsi: la nostra Diocesi di Roma a che punto sta? In che misura viene riconosciuta la corresponsabilità pastorale di tutti, particolarmente dei laici? Nei secoli passati, grazie alla generosa testimonianza di tanti battezzati che hanno speso la vita per educare alla fede le nuove generazioni, per curare gli ammalati e soccorrere i poveri, la comunità cristiana ha annunciato il vangelo agli abitanti di Roma. Questa stessa missione è affidata a noi oggi, in situazioni diverse, in una città dove non pochi battezzati hanno smarrito la via della chiesa e quelli che non sono cristiani non conoscono la bellezza della nostra fede. Il Sinodo Diocesano, voluto dal mio amato predecessore Giovanni Paolo II, è stato un’effettiva recepito della dottrina conciliare, e il Libro del Sinodo ha impegnato la Diocesi a diventare sempre più Chiesa viva e operosa nel cuore della città, attraverso l’azione coordinata e responsabile di tutte le sue componenti. La Missione cittadina, che ne seguì in preparazione del Grande Giubileo 2000, ha consentito alla nostra comunità ecclesiale di prendere coscienza del fatto che il mandato di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i battezzati. E’ stata una salutare esperienza che ha contribuito a far maturare nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle associazioni e nei movimenti la consapevolezza di appartenere all’unico Popolo di Dio, che – secondo le parole dell’Apostolo Pietro – “Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui” (1 Pt 2,9). E di ciò questa sera vogliamo rendere grazie. Molta strada tuttavia resta ancora da percorrere”.

Troppi battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa, rivolgendosi alle parrocchie in alcune circostanze per ricevere servizi religiosi

Pochi sono ancora i laici, in proporzione al numero degli abitanti di ciascuna parrocchia che, pur professandosi cattolici, sono pronti e rendersi disponibili per lavorare nei diversi campi apostolici. Certo non mancano le difficoltà di ordine culturale e sociale, ma, fedeli, al mandato del Signore, non possiamo rassegnarci alla conservazione dell’esistente. Fiduciosi nella grazia dello Spirito, che Cristo risorto ci ha garantito, dobbiamo riprendere con rinnovata lena il cammino. “Quali vie – si è chiesto Benedetto XVI – possiamo percorrere?

- Occorre in primo luogo rinnovare lo sforzo per una formazione più attenta e puntuale della visione di Chiesa della quale ho parlato, e questo da parte tanto dei sacerdoti quanto dei religiosi e dei laici. Capire sempre meglio che cosa è questa Chiesa, questo Popolo di Dio nel Corpo di Cristo.

- E’ necessario, al tempo stesso, migliorare l’impostazione pastorale, cosicché, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del Popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo e impegnato.

- Questa coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa non diminuisce la responsabilità dei parroci. Tocca proprio a voi, cari parroci, promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità che farà il fermento degli altri. Affinché tali comunità, anche se qualche volta numericamente piccole, non smarriscano la loro identità e il loro vigore, è necessario che siano educate all’ascolto orante della Parola di Dio, attraverso al pratica della lectio divina, ardentemente auspicata dal recente Sinodo dei Vescovi. Nutriamoci realmente dell’ascolto, della meditazione della Parola di Dio. A queste nostre comunità non deve venir meno la consapevolezza che sono “Chiesa” perché Cristo, Parola eterna del Padre, le convoca e la fa suo Popolo. La fede, infatti, è da una parte una relazione profondamente personale con Dio, ma possiede una esenziale componente comunitaria e le sue dimensioni sono inseparabili.

- Potranno così sperimentare la bellezza e la gioia di essere e di sentirsi Chiesa anche i giovani, che sono maggiormente esposti al crescente individualismo della cultura contemporanea, la quale comporta come inevitabili conseguenze l’indebolimento dei legami interpersonali e l’affievolimento delle appartenenze. Nella fede in Dio siamo uniti nel Corpo di Cristo e diventiamo tutti uniti nello stesso Corpo e così, proprio credendo profondamente, possiamo esperire anche la comunione tra di noi e superare la solitudine dell’individualismo”.

Se è la Parola a convocare la Comunità, è l’Eucaristia a farla essere un corpo: “Poiché c’è un solo pane. Scrive san Paolo -, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” ( 1 Cor 10,17).

La Chiesa dunque non è una somma di individui, ma un’unità fra coloro che sono nutriti dall’unica Parola di Dio e dall’unico Pane di vita. La comunione e l’unità della Chiesa, che nascono dall’Eucaristia, sono una realtà di cui dobbiamo avere sempre maggiore consapevolezza, anche nel nostro ricevere la santa comunione, sempre più essere consapevoli che entriamo in unità con Cristo e così diveniamo noi, tra di noi, una cosa sola: saperlo e pensarlo per poterlo vedere. Dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire e difendere questa unità da rivalità, da contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le comunità ecclesiali. “In particolare – Benedetto XVI ha insistito -, vorrei chiedere ai movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano II, che anche all’interno della nostra Diocesi sono un dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il Signore,, vorrei chiedere a questi movimenti, che ripeto sono un dono, di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale. Centro della vita della parrocchia, come ho detto, è l’Eucaristia, e particolarmente la Celebrazione domenicale”.

Se l’unità della Chiesa nasce continuamente dall’incontro con il Signore, non è secondario allora che l’adorazione e le celebrazione dell’Eucaristia siano molto curate, dando modo a chi vi partecipa di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo. Dato che la bellezza della liturgia “non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce” (Sacramentum caritatis n. 35), è importante che la celebrazione eucaristica manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne di questa città il vero volto della Chiesa.

La crescita spirituale e apostolica della comunità porta poi a promuovere l’allargamento attraverso una convinta azione missionaria

Prodigatevi – Benedetto XVI –pertanto a ridar vita in ogni parrocchia, come ai tempi della Missione cittadina, ai piccoli gruppi o centri di ascolto di fedeli a che annunciano Cristo e la sua Parola, luoghi dove sia possibile sperimentare la fede, esercitare la carità, organizzare la speranza. Questo articolarsi delle grandi parrocchie urbane attraverso il moltiplicarsi di piccole comunità permette un respiro missionario più largo, che tiene conto della densità della popolazione, della sua fisionomia sociale e culturale, spesso notevolmente diversificata. Sarebbe importante se questo metodo pastorale trovasse efficace applicazione anche nei luoghi di lavoro, oggi da evangelizzare con una pastorale di ambiente ben pensata, poiché per l’elevata mobilità sociale la popolazione vi trascorre gran parte della giornata”.

Infine, non va dimenticata la testimonianza della carità, che unisce i cuori e apre all’appartenenza ecclesiale

Alla domanda come si spieghi il successo del Cristianesimo dei primi secoli, l’ascesa da una presunta setta ebrea alla religione dell’Impero, gli storici rispondono che fu particolarmente la forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti: questo ha resto possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Il regno di Dio si fa presente là dove Egli è amato e dove ci raggiunge il suo amore. Eco perché vivere la carità è la forma primaria della missionarietà anche oggi. La Parola annunciata e vissuta diventa credibile se si incarna in comportamenti di solidarietà, di condivisione, in gesti che mostrano il volto di Cristo, quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, come di vero Amico di ogni uomo. La silenziosa e quotidiana testimonianza della carità, promossa dalle parrocchie grazie all’impegno di tanti laici, deve continuare ad estendersi sempre di più, perché chi vive nella sofferenza senta vicina la Chiesa ed esperimenti, tocchi con mano l’amore del Padre, ricco di misericordia attraverso i suoi. “Siate, dunque - -ha concluso Benedetto XVI –“buoni samaritani” pronti a curare le ferite materiali e spirituali dei vostri fratelli. I diaconi, conformati con l’ordinazione a Cristo servo, potranno svolgere un utile servizio nel promuovere una rinnovata attenzione verso le vecchie e nuove forme di povertà. Penso inoltre ai giovani: carissimi, vi invito a porre a servizio di Cristo e del Vangelo il vostro entusiasmo e la vostra creatività, facendovi apostoli dei vostri coetanei, disposti a rispondere generosamente al Signore, se vi chiama a seguirlo più da vicino, nel sacerdozio o nella vita consacrata”.

lunedì 25 maggio 2009

San Benedetto

La spiritualità benedettina nel motto: ora et labora et lege, la preghiera, il lavoro, la cultura

“E’ il mistero dell’Ascensione, che oggi solennemente celebriamo. Ma cosa intendono comunicarci la Bibbia e la liturgia dicendo che Gesù “fu elevato in alto”? Si comprende il senso di questa espressione non a partire da un unico testo, neppure da un unico libro del Nuovo Testamento, ma dall’attento ascolto di tutta la Scrittura.

L’uso del verbo ‘elevare’ è in effetti di origine vetero testamentaria, ed è riferito all’insediamento nella regalità. L’Ascensione di Cristo significa dunque, in primo luogo, l’insediamento del Figlio dell’uomo crocifisso e risorto nella regalità di Dio sul mondo.

C’è però un senso più profondo non percepibile immediatamente. Nella pagina degli Atti degli Apostoli si dice dapprima che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9), e dopo si aggiunge che ‘è stato assunto’ (v.11). L’evento è descritto non come un viaggio verso l’alto, bensì come un’azione della potenza di Dio, che introduce Gesù nello spazio della prossimità divina. La presenza della nuvola che ‘lo sottrasse ai loro occhi’ 8v. 9), richiama un’antichissima immagine della teologia vetero testamentaria, ed inserisce il racconto dell’Ascensione nella storia di Dio con Israele, dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell’alleanza nel deserto, fino alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione. Presentare il Signore avvolto nella nube evoca in definitiva il medesimo mistero espresso nel simbolismo delsedere alla destra del Padre’. Nel Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio; ogni uomo trova ormai spazio in Dio. IlCielo’ non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di più ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per sempre l’umanità, Colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in comunione con Lui. Pertanto, l’odierna solennità dell’Ascensione ci invita a una comunione profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente presente nella vita di ognuno di noi” (Benedetto XVI, Omelia a Cassino, 24 maggio 2009).

In questa prospettiva comprendiamo perché l’evangelista Luca affermi che, dopo l’Ascensione, i discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia” (24,52). Eppure l’apparizione dell’Ascensione al cielo fu l’ultima manifestazione del Risorto; i discepoli sapevano che non l’avrebbero più rivisto visibilmente in questo mondo. Certamente questo distacco non è paragonabile a quello del venerdì santo, poiché allora Cristo era apparso pubblicamente come un fallito, e tutte le speranze passate dovevano ora rivelarsi niente più che un grosso abbaglio. Al confronto, il commiato di Gesù quaranta giorni dopo la risurrezione reca in sé qualcosa di trionfale e di fiducioso: questa volta Gesù ci precede non nella morte, ma nella garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo, e tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente vita”, la meta così grande da giustificare la fatica del cammino. La causa della loro gioia non era stato in verità un distacco: anzi essi avevano la certezza che il Crocefisso – Risorto era vivo, ed in Lui erano state per sempre aperte all’umanità le porte della vita eterna, come testimonia fino in fondo la letizia dei martiri: Massimiliano Kolbe che canta nel bunker della fame, la lode gioiosa di Dio che Policarpo pronuncia sul rogo, e così tanti altri. In altri termini, la sua Ascensione non ne comportava la temporanea assenza dal mondo, ma piuttosto inaugurava la nuova, definitiva e insopprimibile forma della sua presenza, in virtù della sua partecipazione alla potenza regale di Dio. Toccherà proprio a loro, ai discepoli, resi arditi dal dono di ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui Risorto e glorificato, il suo stesso Spirito, renderne percepibile la presenza con la testimonianza, la predicazione e l’impegno missionario. La solennità dell’Ascensione del Signore ci rioffre la verità del Vangelo e dovrebbe colmare anche noi di serenità e di entusiasmo, proprio come avvenne per gli Apostoli che dal Monte degli Ulivi ripartirono “pieni di gioia”. Come loro, anche noi, accogliendo l’invito dei “due uomini in bianche vesti”, non dobbiamo sostituire questi contenuti di fede con il nuovo Credo proposto dal Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra cioè “pace, giustizia, salvaguardia del creato”. Certo che “pace, giustizia, salvaguardia del creato” sono valori ma dietro la rimozione della prospettiva cristiana autentica dell’incontro ecclesiale della presenza del Risorto come fonte – prospettiva cristiana che si fa “orizzontale” come conseguenza della sua “verticalità”, che guarda alla Terra perché crede nel Cielo cioè in Cristo – esplode una crisi di fede che è il vero, drammatico problema del cristianesimo moderno. Certo che non dobbiamo rimanere solo a fissare il Cielo, ma, sotto la guida dello Spirito Santo, dobbiamo andare dappertutto e proclamare l’annuncio salvifico della morte e risurrezione del Cristo. Di fronte a tutti i rifiuti ci accompagnano e ci sono di conforto le sue stesse parole, con le quali si chiude il Vangelo secondo san Matteo: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19).

“Cari fratelli e sorelle – Benedetto XVI -, il carattere storico del mistero della risurrezione e dell’ascensione del Cristo ci aiuta a riconoscere e a comprendere la condizione trascendente ed escatologica della Chiesa, la quale non è nata e non vive per supplire all’assenza del Signore “scomparso”, ma piuttosto trova la ragione del suo essere e della sua missione nell’invisibile presenza di Gesù operante con la potenza del suo Spirito”. Appannata la speranza affidabile nella presenza del Risorto la fede nell’uomo e nella storia sostituisce quella in Dio e nell’eternità, il militante per le buone cause prende il posto dell’orante e dell’asceta. Senza Gesù come darsi dell’incarnazione del Figlio di Dio, presente crocifisso risorto nella Sua Chiesa per tutti si è cristiani come filantropi, adepti del volontariato, sindacalisti, ambientalisti, custodi suscettibili dei “diritti umani” . E’ una deformazione inquietante. La Chiesa non svolge la funzione di preparare il ritorno di un Gesù “assente”, al contrario, vive e opera per proclamare la “presenza gloriosa” in maniera storica ed esistenziale. Dal giorno dell’Ascensione, ogni comunità cristiana avanza nel suo itinerario terreno verso il compimento delle promesse messianiche, alimentata dalla Parola di Dio e nutrita dal Corpo e Sangue del suo Signore cioè del suo Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Questa è la condizione della Chiesa – ricorda il Concilio vaticano II – mentre “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e morte del Signore fino a che Egli venga” (LG 8).

Niente anteporre a Cristo

“Fratelli e sorelle di questa cara comunità diocesana, l’odierna solennità ci esorta a rinsaldare la nostra fede nella reale presenza di Gesù; senza di Lui nulla possiamo compiere di efficace nella nostra vita e nel nostro apostolato. E’ Lui, come ricorda l’apostolo Paolo, che “ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri per compiere il ministero allo scopo di edificare il corpo di Cristo” cioè la Chiesa. E ciò per giungere “all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”, essendo la comune vocazione di tutti formare “un solo copro e un solo spirito, come una sola è la speranza a cui siamo chiamati” (Ef 4,11-13.14). In quest’ottica si colloca l’odierna visita che ha come obiettivo di incoraggiarvi a “costruire, fondare e riedificare” costantemente la vostra Comunità diocesana su Cristo. Come? Ce lo indica lo stesso san Benedetto, che raccomanda nella sua Regola di niente anteporre a Cristo: “Cristo nihil omnino praeponere” (LXII,11).

Benedetto XVI sente echeggiare nella celebrazione l’appello di san Benedetto a mantenere il cuore fisso sul Cristo, a nulla anteporre a Lui. Questo non distrae, anzi spinge ancor di più ad impegnarci nel costruire una società dove la solidarietà sia espressa da segni concreti.

Ma come? La spiritualità benedettina propone un programma evangelico sintetizzato nel motto: ora et labora et lege, la preghiera, il lavoro, la cultura

- Innanzitutto la preghiera,che è la più bella eredità lasciata da san Benedetto ai monaci. La preghiera, a cui ogni mattina la campana di san Benedetto con i suoi rintocchi invita i monaci, è il sentiero silenzioso che ci conduce direttamente nel cuore di Dio; è il respiro dell’anima che ci ridona pace nelle tempeste della vita. Alla scuola di san Benedetto, i monaci hanno sempre coltivato un amore speciale per la Parola di Dio nella lectio divina, diventata oggi patrimonio comune di molti.

- Altro cardine della spiritualità benedettina è il lavoro. Umanizzare il mondo lavorativo è tipico dell’anima del monachesimo, e questo è anche lo sforzo della Comunità di Monte Cassino che cerca di stare a fianco dei numerosi lavoratori.

- Appartiene alla tradizione benedettina anche l’attenzione al mondo della cultura e dell’educazione cioè la testimonianza di uomini e donne che meditano e ricercano come migliorare la vita spirituale e materiale di ogni uomo. “Nella vostra Abbazia – Benedetto XVI – si tocca con mano il “quaerere Deum”, il fatto cioè che la cultura europea è stata la ricerca di Dio e la disponibilità al suo ascolto. E questo vale anche nel nostro tempo. So che voi state operando con questo stesso spirito nell’Università e nelle scuole, perché diventino laboratori di conoscenza, di ricerca, di passione per il futuro delle nuove generazioni…Non è difficile percepire che la vostra Comunità, questa porzione di Chiesa che vive attorno a Montecassino, è erede e depositaria della missione impregnata dello spirito di san Benedetto, di proclamare che nella nostra vita nessuno e nulla devono togliere a Gesù il primo posto; la missione di costruire, nel nome di Cristo, una nuova umanità all’insegna dell’accoglienza e dell’aiuto ai più deboli” .

giovedì 14 maggio 2009

Betlemme

Betlemme dove nella pienezza dei tempi Dio ha scelto i divenire uomo e la via umana per incontrarlo

“Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia…oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore” (Lc 2,10 – 11). Il messaggio della venuta di Cristo, recato dal cielo mediante la voce degli angeli, continua ad echeggiare in questa città, come echeggia nelle famiglie, nelle case e nelle comunità del mondo intero.  E’ una “grande gioia”, hanno detto gli angeli, “che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10). Questo messaggio di gioia proclama che il Messia, Figlio di Dio e figlio di Davide, è nato “per voi”: per te e per me, e per tutti gli uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo.

Nel piano di Dio, Betlemme, “così piccola per essere fra i villaggi di Giudea” (Mic 5,1) è divenuta un luogo di gloria immortale: il posto dove, nella pienezza dei tempi, Dio ha scelto di divenire uomo, per concludere il lungo regno del peccato e della morte e per portare vita nuova ed abbondante ad un mondo che era divenuto vecchio, affaticato, oppresso dalla disperazione” (Benedetto XVI, Omelia nella Piazza della Mangiatoia a Betlemme, 13 naggio 2009).

 Per gli uomini e le donne di ogni tempo e  di ogni luogo; Betlemme è associata all’unico gioioso messaggio della rinascita, del rinnovamento, della luce e della libertà in rapporto a quel Dio che si è dato, si è rivelato in un volto umano e che ci ha amati, ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, sino alla fine rivelando contemporaneamente sia chi è Dio Padre che vuole tutti salvi e sia chi è ogni uomo e a che cosa è destinato. E questo nell’attuale Betlemme nella quale questa promessa sembra molto lontana dall’essere compiuta! Quanto distante appare quel Regno presente là dove Dio è amato e dove il suo amore ci raggiunge, Regno di ampio dominio e di pace, sicurezza, giustizia ed integrità, che il profeta Isaia aveva annunciato e che nella fede ogni cristiano proclama come fondato in maniera definitiva con la venuta di Gesù Cristo, Messia e Re avviando la via umana alla Verità e alla Vita!

Ma è proprio dal giorno della sua nascita che Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc 2,34) e continua ad essere tale anche oggi. Il Signore degli eserciti, “le cui origini è dall’eternità, dai giorni più remoti” (Mic 5,2), volle inaugurare il suo Regno nascendo in questa piccola città, entrando nel nostro mondo nel silenzio e nell’umiltà in una grotta, e giacendo come bimbo bisognoso in tutto, in una mangiatoia. Dio, che è amore, non può volere rapporti spettacolari che costringano, poiché un rapporto costretto non è mai un rapporto di amore.

Qui a Betlemme, nel mezzo di ogni genere di contraddizione, le pietre continuano a gridare questa “buona novella”, il messaggio di redenzione che questa città, al di sopra di tutte le altre, è chiamata a proclamare a tutto il mondo. Qui infatti, in un modo che sorpassa tutte le speranze e aspettative umane, Dio si è mostrato fedele alle sue promesse. Nella nascita del suo Figlio, Egli ha rivelato la venuta di un Regno d’amore: un amore che si rivela nell’umiliazione e nella debolezza della croce, eppure trionfa nella gloriosa risurrezione a nuova vita. Regno che unico è capace di cambiare questo mondo, poiché ha il potere di cambiare i cuori, di illuminare le menti e di rafforzare le volontà. Nell’assumere la nostra carne, con tutte le sue debolezze, e nel trasfigurarla con la potenza del suo Spirito, Gesù ci ha chiamato ad essere testimoni della sua vittoria sul peccato e sulla morte. E questo è ciò che il messaggio di Betlemme ci chiama ad essere: testimoni del trionfo dell’amore di Dio sull’odio, sull’egoismo, sulla paura e sul rancore che paralizzano i rapporti umani e creano divisione fra fratelli che dovrebbero vivere insieme in unità, distruzioni dove gli uomini dovrebbero edificare, disperazione dove la speranza dovrebbe fiorire!

 “Nella speranza siamo stati salvati” dice l’apostolo Paolo (Rm 8,24).

E tuttavia afferma con grande realismo che la creazione continua a gemere nel travaglio, anche se noi, che abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito del Risorto, attendiamo pazientemente il compimento della redenzione (Rm 8,22-24). Paolo trae dall’Incarnazione una lezione che può essere luce sulle sofferenze che i prescelti da Dio in Betlemme oggi stanno esperimentando: “E’ apparsa la grazia di Dio – egli dice – che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della venuta della nostra speranza, il Salvatore Cristo Gesù (Tt 2,11-13).

Non sono forse queste le virtù richieste a uomini e donne che avendo incontrato la Persona di Gesù Cristo e divenuti quindi cristiani vivono nella speranza? In primo luogo, la costante conversione, assimilazione a Cristo che si riflette non solo sulle nostre azioni, ma anche sul nostro modo di ragionare: il coraggio di abbandonare linee di pensiero, di azione e di reazione infruttuose e sterili. La cultura di un modo di pensare pacifico basato sulla giustizia, sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti, e l’impegno a collaborare per il bene comune cioè di ogni persona umana. E poi la perseveranza, perseveranza nel bene e nel rifiuto del male. Qui a Betlemme oggi si chiede ai discepoli di Cristo una speciale perseveranza: perseveranza nel testimoniare fedelmente la gloria cioè l’amore di Dio qui rivelato nella nascita del Figlio suo, la buona notizia della sua pace che discese dal cielo per dimorare sulla terra, in ogni uomo che comunque ridotto Dio ama per renderlo giusto.

 “Non abbiate paura!”

“Questo è il messaggio – Benedetto XVI – che il Successore di Pietro desidera consegnarvi oggi, facendo eco al messaggio degli angeli e alla consegna che l’amato Giovanni Paolo II vi ha lasciato nell’anno del Grande Giubileo della nascita di Cristo. Contate sulle preghiere e sulla solidarietà dei vostri fratelli e sorelle della Chiesa universale, e adoperatevi con iniziative concrete per consolidare la vostra presenza e per offrire nuove possibilità a quanti sono tentati di partire. Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione. Edificate le vostre Chiese locali facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica. Al di sopra di tutto, siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo ricorso, di quella vita che può illuminare e trasformare anche le più oscure e disperate situazioni umane.

La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante – potremmo dire – di una nuova struttura “spirituale”, capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune. Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!”.

Benedetto XVI ha ricordato che l’antica basilica della Natività, provata da venti secoli di storia e dal peso di secoli, si erge di fronte a tutti quale testimone della fede che permane e trionfa nel mondo ( 1 Gv 5,4). Nessun visitatore di Betlemme potrebbe fare a meno di notare che nel corso dei secoli la grande porta che introduce nella casa di Do è divenuta sempre più piccola. “Preghiamo oggi – ha concluso Benedetto XVI – affinché, con la grazia di Dio e il nostro impegno, la porta che introduce nel mistero della dimora di Dio tra gli uomini, il tempio della nostra comunione nel suo amore, e l’anticipo di un mondo di perenne pace e gioia, si apra sempre più ampiamente per accogliere ogni cuore umano e rinnovarlo e trasformarlo. In questo modo, Betlemme continuerà a farsi eco del messaggio affidato ai pastori, a noi, all’umanità: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama!”.

Unità e uniformità

L’unità nella comune ricerca della verità non dipende dall’uniformità di fedi

 “Cari amici, noi vediamo la possibilità di una unità che non dipende dall’uniformità. Mentre le differenze che analizziamo nel dialogo interreligioso possono a volte apparire come barriere, tuttavia esse non esigono di oscurare il senso comune di rigore reverenziale e di rispetto per l’universale, per l’assoluto e per la verità che spinge le persone religiose innanzitutto a stabilire rapporti l’una con l’altra. E’ invece la partecipata convinzione che queste realtà trascendenti hanno la loro fonte nell’Onnipotente  e ne portano tracce – quell’Onnipotente che i credenti innalzano l’uno di fronte all’altro, alle nostre organizzazioni, alla nostra società e al nostro mondo. In questo modo, non solo noi possiamo arricchire la cultura ma anche plasmarla: vite di religiosa fedeltà echeggiano l’irrompente presenza di Dio e formano così una cultura non definita dai limiti del tempo e del luogo ma fondamentalmente plasmate dai principi e dalle azioni che provengono dalla fede.

La fede religiosa presuppone la verità. Colui che crede è colui che cerca la verità in base ad essa. Benché il mezzo attraverso il quale noi comprendiamo la scoperta e la comunicazione della verità differisce in parte da religione a religione, non dobbiamo essere scoraggiati nei nostri sforzi di rendere testimonianza al potere della verità. Insieme possiamo proclamare che Dio esiste e che può essere conosciuto, che la terra è sua creazione, che noi siamo sue creature, e che egli chiama ogni uomo e donna ad uno stile di vita che rispetti il suo disegno per il mondo.

Amici, se crediamo di avere un criterio di giudizio e di discernimento che è divino nella sua origine e destinato a tutta l’umanità, allora non possiamo stancarci di portare tale conoscenza ad influire sulla vita civile. La verità deve essere offerta a tutti; essa serve a tutti i membri della società. Essa getta luce sulla fondazione della moralità e dell’etica, e permea la ragione con la forza di andare oltre i suoi limiti per dare espressione alle nostre più profonde aspirazioni comuni.

Lungi dal minacciare la tolleranza delle differenze o della pluralità culturale, la verità rende il consenso possibile e mantiene ragionevole, onesto e verificabile il pubblico dibattito e apre la strada alla pace. Promovendo la volontà di essere obbedienti alla verità, di fatto, allarga il nostro concetto di ragione e il suo ambito di applicazione e rende possibile il dialogo genuino delle culture e delle religioni di cui c’è oggi particolarmente bisogno” (Benedetto XVI, Incontro con le organizzazioni per il dialogo interreligioso, 11 maggio 2009).

 Gli amici fra loro si dicono la verità e “ciascuno di noi qui presenti – ha osservato Benedetto XVI al Notre Dame of Jerusalem Center – sa pure, comunque, che la voce di Dio viene udita oggi meno chiaramente, e la ragione stessa in così numerose situazioni è divenuta sorda al divino. E, però, quel “vuoto” non è vuoto di silenzio. Al contrario, è il chiasso di pretese egoistiche, di vuote promesse e di false speranze, che così spesso invadono lo spazio stesso nel quale Dio ci cerca.

Possiamo noi allora creare spazi, oasi di pace e di riflessione profonda, in cui si possa nuovamente udire la voce di Dio, in cui la sua verità può essere scoperta all’interno dell’universalità della ragione, in cui ogni individuo, senza distinzione di luogo dove abita, o di gruppo etnico, o di tinta politica, o di credenza religiosa, può essere rispettato come persona, come un essere umano, un proprio simile? In un’epoca di accesso immediato all’informazione e di tendenze sociali  che generano una specie di monocultura, la riflessione profonda che contrasti l’allontanamento da Dio rafforzerà la ragione, stimolerà il genio creativo, faciliterà la valutazione critica delle consuetudini culturali e sosterrà il valore universale della credenza religiosa”.

E qui Benedetto XVI ha sottolineato che la verità del nostro essere dono del Donatore divino non si esprime soltanto nel culto, pur fondamentale, ma anche nell’amore e nella cura per la società, per la cultura, per il nostro mondo e per tutti coloro che vivono in questa terra.

Per Benedetto XVI dialogare nell’attuale contesto di globalizzazione diventa un rischio appiattirsi su una “monocultura”, concordare su tutto in nome di un’armonia falsa che soffoca quell’originario desiderio di verità in rapporti liberi di ogni io, di ogni persona umana. “Qualcuno – ha concluso Benedetto XVI – vorrebbe che noi crediamo che le nostre differenze sono necessariamente causa di divisione e pertanto al più da tollerarsi. Alcuni addirittura sostengono che le nostre voci devono semplicemente essere ridotte al silenzio. Ma noi sappiamo che le nostre differenze non devono mai essere rappresentate come un’evitabile sorgente di frizione o di tensione sia tra noi stessi sia, più in largo, nella società. Al contrario esse offrono una splendida opportunità per persone di diverse religioni di vivere insieme in profondo rispetto, stima e apprezzamento, incoraggiandosi reciprocamente nelle vie di Dio. Sospinti dall’Onnipotente e illuminati dalla sua verità, possiate voi continuare a camminare con coraggio, rispettando tutto ciò che ci differenzia e promuovendo tutto ciò che ci unisce come creature benedette dal desiderio di portare speranza alle nostre comunità e al mondo. Dio ci guidi su questa strada”.

Fede e ragione

La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso

 “L’iniziativa ( di promuovere l’educazione universitaria in Giordania ed altrove) risponde alla richiesta di molte famiglie che, soddisfatte per la formazione religiosa ricevuta nelle scuole rette da autorità religiose, chiedono di poter avere un’analoga opzione a livello universitario.

Plaudo ai promotori di questa nuova istituzione per la loro fiducia nella buona educazione quale primo passo per lo sviluppo personale e per la pace e il progresso nella regione.  In questo quadro l’università di Madaba saprà sicuramente tenere presenti tre importanti obiettivi.

-          Nello sviluppare i talenti e le nobili predisposizioni delle successive generazioni di studenti, li preparerà a servire la comunità più ampia ed elevarne gli standard di vita.

-          Trasmettendo conoscenza ed istillando negli studenti l’amore per la verità, promuoverà grandemente la loro adesione ai valori e la loro libertà personale.

-          Da ultimo, questa stessa formazione intellettuale affinerà i loro talenti critici, disperderà l’ignoranza e il pregiudizio, e li assisterà nello spezzare gli incantesimi creati da ideologie vecchie e nuove.

Questo tipo di educazione “più ampia” è ciò che ci aspetta dalle istituzioni dell’educazione superiore e dal loro contesto culturale, sia esso secolare o religioso. In realtà, la fede in Dio non sopprime la ricerca della verità; al contrario l’incoraggia” (Benedetto XVI, Discorso in occasione della benedizione della prima pietra dell’Università di Madaba , 9 maggio 2009).

 

San Paolo esortava i primi cristiani ad aprire le proprie menti a tutto “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e merita lode” (Fil 4,8). Ovviamente la religione, come la scienza e la tecnologia, come la filosofia ed ogni espressione della nostra ricerca della verità, possono corrompersi.

La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso. Qui non vediamo soltanto la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente. Evidentemente, un simile risultato non è inevitabile.

Senza dubbio, quando promuoviamo l’educazione proclamiamo la nostra fiducia nel dono e nel rischio della libertà Il cuore umano può essere indurito da un ambiente ristretto, da interessi e da passioni. Ma c’è in ogni uomo l’apertura originaria dell’io alla presenza del tutto inevitabile, alla globalità dei fattori cioè alla verità – di una verità del Creatore, la quale è stata poi anche messa per iscritto nella rivelazione della storia della salvezza. Ogni uomo può vedere il vero e il bene, la verità di Dio e quindi le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana a motivo del suo essere creaturale, del suo essere dono del Donatore divino. Non vederla è non volerla vedere, quindi peccato. Essa non viene vista solo e quando e perché non si vuole vederla. Tale rifiuto della volontà, che impedisce l’avvenimento della conoscenza, è colpevole. Perciò se la spia luminosa non si accende, ciò è dovuto ad un deliberato sottrarsi a quanto non desideriamo vedere. Ogni persona è chiamata ed è originariamente capace e chiamata alla saggezza e alla globalità dei fattori cioè alla verità, alla scelta basilare e più importante di tutte cioè del bene sul male, della verità sulla disonestà, e può essere sostenuta in tale compito dalla sapienza storica delle grandi religioni che non va buttata nel cestino delle idee per una razionalità a - storica.

 

Quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile nell’orizzonte di Dio offrono un servizio indispensabile alla società

La chiamata all’integrità, a non fare della pressione degli interessi e dell’attrattiva dell’utilità il criterio ultimo, viene percepita da ogni persona genuinamente religiosa dato che il Dio della verità, dell’amore e della bellezza non può essere servito in alcun altro modo. La fede matura in Dio o il pensare nell’orizzonte come se Dio esistesse, serve grandemente per guidare l’applicazione della conoscenza. La scienza e la tecnologia offrono benefici straordinari alla società ed hanno migliorato grandemente la qualità della vita di molti esseri umani. Senza dubbio è una delle speranze di quanti promuovono l’università di Madaba, il cui motto è Sapientia et scientia.

Ma allo stesso tempo, la scienza ha i suoi limiti. Non può dar risposta a tutte le questioni riguardanti l’uomo nella sua origine e nella sua destinazione e la sua esistenza. In realtà, la persona umana, il suo posto e il suo scopo nell’universo non può essere contenuto all’interno dei confini della scienza. “La natura intellettuale di ogni persona umana si completa e deve completarsi per mezzo della sapienza, che attira dolcemente la mente di ogni uomo a cercare ed amare le cose vere e buone” (Gs 15). L’uso della conoscenza scientifica abbisogna della luce orientatrice della sapienza etica. Tale sapienza ha ispirato il giuramento di Ippocrate, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, la Convenzione di Ginevra ed altri lodevoli codici internazionali di comportamento. Pertanto, la sapienza religiosa ed etica, rispondendo alle questioni sul senso e sul valore, giocano un ruolo centrale nella formazione professionale. Conseguentemente, quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile, e non buttano nel cestino della storia delle idee la sapienza dell’umanità maturata storicamente, offrono un servizio indispensabile alla società.

La presenza e la testimonianza di studenti cristiani della Giordania e delle regioni vicine che mantengono desta la sensibilità per la verità, per la ricerca del vero, del bene cioè di Dio e, su questo cammino, delle utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana fino a percepire Gesù Cristo come la Luce che illumina la verità di ogni uomo e della storia aiutando a trovare la via verso il futuro diventano costruttori di una società giusta e pacifica., composta di genti di varia estrazione religiosa ed etnica. Tali presenze diverse devono condurre non alla divisione, ma all’arricchimento reciproco. “La missione e la vocazione dell’università di Madaba – ha concluso Benedetto XVI – è precisamente quella di aiutarvi a partecipare più pienamente a questo nobile compito”.

Mosè

Guardare con fede e speranza al futuro che Dio ha in serbo per noi e per il mondo intero

“E’ giusto che il mio pellegrinaggio abbia inizio su questa montagna, dove Mosè contemplò da lontano la Terra Promessa. Il magnifico scenario che ci si apre dinanzi dalla spianata di questo santuario ci invita a considerare come quella visione profetica abbracciava misteriosamente il grande piano della salvezza che Dio aveva preparato per il suo Popolo.

Nella Valle del Giordano, infatti, che si snoda sotto di noi, nella pienezza dei tempi Giovanni Battista sarebbe venuto a preparare la via del Signore. Nelle acque del Giordano Gesù, dopo il battesimo ad opera di Giovanni, sarebbe stato rivelato come Figlio diletto del Padre e, dopo essere stato unto di Spirito Santo, avrebbe inaugurato il proprio ministero pubblico. Fu ancora dal Giordano che il Vangelo si sarebbe diffuso, dapprima mediante la predicazione stessa e i miracoli di Cristo, e poi, dopo la risurrezione e l’effusione dello Spirito a Pentecoste, mediante l’opera dei suoi discepoli sino ai confini della terra.

Qui, sulle alture del Monte Nebo, la memoria di Mosé ci invita ad “innalzare gli occhi” per abbracciare con gratitudine non soltanto le opere meravigliose di Dio nel passato, ma anche a guardare con fede e speranza al futuro che egli ha in serbo per noi e per il mondo intero” (Benedetto XVI, Discorso al memoriale di Mosé sul Monte Nebo, 9 maggio 2009).

 

L’antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo

Come Mosè, anche noi siamo stati chiamati per nome, invitati a intraprendere un quotidiano esodo dal peccato e dalla schiavitù verso la vita e la libertà, e ci viene data un’incrollabile promessa per guidare il nostro cammino.

Nelle acque del Battesimo siamo passati dalla schiavitù del peccato ad una nuova vita dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé e quindi ad una nuova speranza. Tutto ciò avviene concretamente nella comunione della Chiesa, Corpo di Cristo, nella quale noi pregustiamo la visione della città celeste, la nuova Gerusalemme, nella quale Dio sarà tutto in tutti. Da questa santa montagna Mosè orienta il nostro sguardo verso l’alto, verso il compimento di tutte le promesse di Dio in Cristo. Le azioni che si sono svolte nell’Antico Testamento si fondano su una azione futura cioè il compimento in Cristo, ed è solo a partire da questa che possono essere comprese in maniera adeguata

Mosè contemplò la Terra Promessa da lontano, al termine del suo pellegrinaggio terreno. Il suo esempio ci ricorda che anche noi facciamo parte del pellegrinaggio senza tempo del Popolo di Dio lungo la storia. Sulle orme dei Profeti, degli Apostoli e dei Santi, siamo chiamati a portare avanti la missione del Signore, a rendere testimonianza al Vangelo dell’amore e della misericordia universali di Dio. Come cristiani siamo chiamati a cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo.

Noi siamo chiamati ad accogliere la venuta del regno di Cristo presente là dove Lui è amato e  dove il suo amore ci raggiunge e quindi mediante la nostra carità, il nostro servizio ai poveri ed i nostri sforzi di essere lievito di riconciliazione, di perdono e di pace nel mondo che ci circonda. Sappiamo che, come Mosè, non vedremo il pieno compimento del piano di Dio nell’arco della nostra vita. Eppure abbiamo piena fiducia che, facendo la nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del Signore e a salutare l’alba del Suo Regno. Sappiamo che Dio, il quale ha rivelato il proprio nome a Mosè come promessa che sarebbe stato sempre al nostro fianco (Es 3,14), ci darà la forza di perseverare in gioiosa speranza anche tra sofferenze, prove e tribolazioni.

Sin dai primi tempi i cristiani sono venuti in pellegrinaggio ai luoghi associati alla storia del Popolo eletto, agli eventi della vita di Cristo, che si riattualizzano nell’incontro liturgico, sacramentale con Lui risorto e della Chiesa nascente. Questa grande tradizione, che il pellegrinaggio di Benedetto XVI intende continuare e confermare, è basato sul desiderio di vedere, toccare e assaporare in preghiera e in contemplazione, i luoghi benedetti della presenza  fisica, terrena del nostro salvatore, della sua Madre benedetta, degli Apostoli e dei primi discepoli che lo videro risorto dai morti. “Qui – ha constatato Benedetto XVI -, sulle orme degli innumerevoli pellegrini che ci hanno preceduto lungo i secoli, siamo spinti, quasi come in una sfida, ad apprezzare più pienamente il dono della nostra fede e a crescere in quella comunione che trascende ogni limite di lingua, di razza e di cultura. L’antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda inoltre l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo. Sin dagli inizi, la Chiesa in queste terre ha commemorato nella propria liturgia le grandi figure dell’Antico Testamento. Possa l’odierno nostro incontro ispirare in noi un rinnovato amore per il canone della Sacra Scrittura e il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la Parola di Dio ci chiama!”.

Tutte le parole della Scrittura sono parole d’uomo e devono in prima istanza essere interpretate come tali; e tuttavia esse, per ebrei e cristiani, poggiano su una “Rivelazione”, esse sono toccate cioè da una “esperienza” di Dio che oltrepassa largamente la riserva d’esperienza personale dell’autore. Nelle parole umane allora e adesso, per ebrei e cristiani, è Dio che parla, a da qui si manifesta l’inadeguatezza costitutiva della parola concreta in rapporto alla realtà da cui proviene. Nel linguaggio teologico odierno si è soliti chiamare la Bibbia “la Rivelazione”. Ciò non sarebbe mai venuto in mente agli antichi. La Rivelazione è un processo dinamico tra Dio e l’uomo, che diviene realtà di nuovo e solo nell’incontro. La parola della Bibbia testimonia la Rivelazione; ma non la contiene in modo tale da poterla esaurire in se stessa e da poterla mettere in tasca come un oggetto. La Bibbia testimonia la Rivelazione; ma il concetto di Rivelazione in quanto tale la oltrepassa. In pratica ciò vuol dire che un testo può significare molto di più di ciò che il suo autore stesso era in grado di pensare. Il singolo testo contiene un sovrappiù di senso, che va al di là del suo contesto storico immediato; perciò è possibile ricomprenderlo in un nuovo contesto storico e situarlo in complessi significativi più vasti: è il diritto alla rilettura. Questa è la ragione per cui la totalità della Scrittura ha il proprio valore secondo il principio dell’analogia Scripturae. Separato dall’Antico, il Nuovo testamento scompare automaticamente; infatti, come suggerisce il suo stesso titolo( “Nuovo Testamento”), esso agisce solo in grazia di questa unità. In un secondo tempo del processo interpretativo, occorre vederli anche nella totalità dello svolgimento storico, a partire dall’evento centrale che è Cristo. Ecco l’unità dei due Testamenti che ispira un rinnovato amore per il canone della Sacra Scrittura ed il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la comune Parola di Dio ci chiama!

“Cari amici – ha concluso Benedetto XVI, - riuniti in questo santo luogo, eleviamo gli occhi e i cuori al Padre. Mentre ci apprestiamo a recitare la preghiera insegnataci da Gesù, invochiamolo perché affretti la venuta del suo regno, così che possiamo vedere il compimento del suo piano di salvezza e sperimentare, insieme con san Francesco e tutti i pellegrini che ci hanno preceduto segnati con il segno della fede, il dono dell’indicibile pace – pax et bonum – che ci attende nella Gerusalemme celeste”. 

Giovanni Damasceno

Venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria

 Giovanni Damasceno è un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso della cultura cristiana greca e siriana, condivisa dalla parte orientale dell’impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio e Vicino Oriente… Di lui si ricordano in Oriente i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini,  che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Consilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.

Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latria) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa - Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno:”In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia  per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?...Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?...E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?...E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che si sono santificati nel nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendete dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calunniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89 – 90).

Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 6 maggio 2009).

 “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

Ma anche ora abita qui tra noi, eucaristicamente e sacramentalmente ed esistenzialmente attraverso il volto dei suoi, come pure nella memoria nel volto delle immagini dei santi, prima fra tutte la Sua e la nostra Mamma. Pregando l’Angelus il mattino, a mezzogiorno e alla sera sappiamo, pensiamo e quindi vediamo, crediamo a questo evento continuo: Il Dio che possiede un volto umano, che ci ama singolarmente e l’umanità nel suo insieme abita tra noi “qui e ora”… non ne avremo mai una comprensione adeguata.

Ed è carnalmente, esistenzialmente nella fede vissuta, dopo essere proclamata e celebrata, nel volto dei suoi  che il Verbo continua a rendersi visibile “qui e ora” in continuità da due mila anni; è attraverso la materialità del suo corpo umano, concepito nel ventre di una fanciulla, crocifisso e risorto che la gloria, l’amore, lo splendore possente di verità dell’Essere divino e la sua realtà di Vita filiale, si lascia ecclesialmente incontrare e partecipare rendendoci liberi )Gv 1,14c e Gv 1,1-2).

Il Verbo è di fatto carne, e non semplicemente parola. Egli non si rivela a noi, non ci viene incontro attraverso una illuminazione puramente interiore occasionata dalla, predicazione di un messaggio: si rivela a noi, ci viene incontro attraverso, come ricorda il Damasceno,mediazioni “materiali” come i sacramenti nella fede celebrata, esistenzialmente nella conseguente fede vissuta attraverso volti umani  che possono colpirci per la bellezza, emozionarci per la sensibilità, suscitare ammirazione per le capacità, o rigetto e misericordia per le situazioni di peccato, di povertà, di miseria.

La bontà racchiusa in questa umiliazione del Verbo non finisce mai di commuoverci e di stupirci, a causa della tenera condiscendenza che Egli dimostra nei nostri confronti, tenendo presente la costituzione corporeo - spirituale di ogni io umano.

Che le cose che possono essere vedute solamente nel cuore, venissero vedute anche dagli occhi, questa è  precisamente la logica dell’Incarnazione, che, come si può constatare nella legittimità del culto delle immagini, dà all’incontro col Risorto vivo e presente cioè con il Signore in mezzo a noi un significato tutt’altro che evanescente, ma assai materiale ed assai concreto. Solo salvaguardando questa logica dentro la nostra esistenza personale e nelle nostre comunità, saremo capaci di saldare  la nostra fede nel mistero del Verbo incarnato morto e risorto cioè presente e quindi evangelizzare, educare alla fede. Saremo allora immunizzati contro l’insidia di cadere in una concezione di Gesù Cristo, della sua perenne via umana alla Verità e alla Vita cioè al Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo, come “personaggio del passato”, di cui resterebbe viva la dottrina o esemplare la vita, riducendo le ricchezze proveniente dall’incontro oggi con Lui ad una sapienza puramente umana, quasi una scienza del ben vivere o a codici di comportamento incapaci, però, di cambiare il cuore di ogni uomo. Insidia tutt’altro che assente nelle nostre comunità. Urge nella dinamica di una comunicazione animata dalla grazia annunciare la presenza di Cristo in numerosi “areopaghi” di un mondo che si allontana dal suo Creatore e Salvatore e che le sue icone tornino ad adornare Chiese, le case e tutti gli ambienti di vita. Quale grande testimone è stato mons. Luigi Giussani anche su questo aspetto educativo! Nella Nuova evangelizzazione occorre seguire l’esempio dei primi testimoni apostolici, di san Giovanni Damasceno: essi, consapevoli della sua presenza anche aiutati dalle immagini, superano tutti gli ostacoli e attraversano tutte le frontiere.

E’ nella “logica dell’Incarnazione” che si ha una intelligenza profonda del mistero cioè della realtà divino – umana della Chiesa, senza la quale la presenza del risorto cioè del Signore si riduce ad un essere ideale e non reale, che esiste solo nella nostra mente e quindi incapace di salvarci.

Esiste una profonda correlazione fra il mistero dell’Incarnazione, della presenza del Risorto e il mistero della Chiesa. In che senso va intesa tale correlazione?

IL Vaticano II risponde: “come la natura umana assunta serve al verbo divino da vivo organo di salvezza, a Lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del Corpo” (LG 8,1).

Questa profonda visione ci difende da un duplice errore e ci mostra la realtà in tutti i fattori cioè la verità della Chiesa. La Chiesa non deve essere né identificata né separata dal Risorto presente cioè dal Signore (ecco i due errori), ma unita a Lui che, in essa si fa presente nella fede professata, celebrata, vissuta e pregata, ed attraverso essa rende possibile ad ogni uomo giungere all’incontro con Gesù Cristo, alla salvezza: né identica, né separata, ma unita nella distinzione. Proprio come lo sono due sposi (Ef 5,25-31): complementari nella loro diversità.

Ma in che modo e dove il Risorto si fa presente “qui e ora” nella Chiesa e quindi come attraverso essa incontra ogni uomo che a Lui, sotto la spinta dello Spirito del Risorto, si converte?

Quando parliamo di mistero della Chiesa, popolo sposa di Cristo sposo, non pensiamo a chissà quale realtà. Stiamo parlando di ogni Chiesa particolare, unita nella persona del suo Vescovo, che è membro del Collegio episcopale presieduto dalla autorità del Vescovo di Roma; stiamo parlando di questa Chiesa che si incontra nella sua ultima localizzazione delle parrocchie ed esistenzialmente in vissuti fraterni di comunione autorevolmente guidata. Stiamo parlando di una realtà di cui noi facciamo quotidianamente esperienza sapendolo e pensandolo e quindi vedendolo e perciò credendo.

 In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’.

Enumerando coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi, come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (Sal 82,6), non per natura ma per contingenza e per partecipazione al fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III,33,col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che ci fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili,compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero arricchito della parola e orientato verso lo spirito”. E per chiarire ulteriormente il pensiero aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore da tutte le opere della provvidenza, tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui, e ammettendo invece che il progetto di Dio va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II,29,PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.

L’ottimismo della contemplazione naturale, di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una liberà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale  si riflette la bontà e la bellezza di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’”essere”, ma nel “bene – essere”. Con trasporto appassionato Giovanni spiega: “era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada delle virtù, che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna…Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per ogni uomo. Continua Giovanni  Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento…E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese…preso i suoi servi…compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1.PG 94, coll.981C-984B).

“Possiamo immaginare – ha concluso Benedetto XVI – il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare queste parole sostanza della nostra vita”.