lunedì 27 luglio 2009

Dio

Dio non è una realtà a noi inaccessibile, ma è vicino

“Nella mia recente Enciclica ho tentato di mostrare la priorità di Dio sia nella vita personale che anche nella vita, nella storia e nella società del mondo. Certamente la relazione con Dio è una cosa profondamente personale, e la persona è un essere in relazione e se la relazione fondamentale, la relazione con Dio non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta.

Ma questo vale anche per la società, per l’umanità come tale, anche qui se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni, per trovare la strada, l’orientamento dove andare. Dio! Dobbiamo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente.

Ma Dio, come conoscerlo? Nelle visite ad limina parlo sempre delle religioni tradizionali con i Vescovi soprattutto africani, ma anche dell’Asia e dell’America latina, dove ci sono ancora queste religioni. Sono molti i dettagli abbastanza diversi, naturalmente, ma ci sono anche elementi comuni. Tutti sanno che c’è Dio, un solo Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non sono Dio, che c’è Dio, il Dio. Ma nello stesso tempo questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non conosciamo il suo volto. E così la religione in gran parte si occupa di cose come i poteri più vicini, gli spiriti, gli antenati, ecc, perché Dio stesso è troppo lontano e quindi ci si deve arrangiare con questi poteri vicini. E ‘l’evangelizzazione consiste proprio nel fatto che il Dio lontano si avvicina. Che Dio non è più lontano ma è vicino. Che questo conosciuto – sconosciuto adesso realmente si fa conoscere, mostra il suo volto, si rivela, il velo sul volto scompare. E perciò Dio stesso adesso è vicino, lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro mondo, non c’è più bisogno di arrangiarsi con questi altri poteri perché lui è il potere vero, è l’Onnipotente…è vero che ci sentiamo un po’ quasi minacciati dall’onnipotenza, sembra limitare la nostra libertà, sembra un peso troppo forte, ma dobbiamo imparare (poiché il vertice della potenza di Dio è la misericordia e il perdono) che l’onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché Dio è il bene, è la verità e perciò Dio può tutto ma non può agire contro il bene, non può agire contro la verità, non può agire contro l’amore e contro la libertà, perché egli stesso è il bene, è l’amore e la vera libertà e perciò tutto ciò che fa non può mai essere in contrasto con verità, amore e libertà E’ vero il contrario: Egli è il custode della nostra libertà, dell’amore, della verità. Questo occhio che ci vede non è un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza che è bene essere è bene vivere. E’ l’occhio dell’amore che ci dà l’aria di vivere” (Benedetto XVI, Omelia per i vesperi nella Cattedrale di Aosta, 24 luglio 2009).

Benedetto XVI nel ricordo di sant’Anselmo, pur denotando un’acuta capacità critica in rapporto alla crisi profonda in cui il cristianesimo si trova proprio nella sua originaria diffusione cioè in Europa, testimonia una volontà costruttiva per far cogliere la “Verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo” invitando sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana fin dall’Antico Testamento. Di fronte alla pretesa di una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità astorica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è oggi da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia.

Ben prima della nascita di Cristo la critica dei miti religiosi compiuta dalla filosofia greca – critica che può definirsi come l’illuminismo filosofico dell’antichità – ha trovato un corrispettivo nella critica agli dei falsi condotta dai profeti di Israele (in particolare il Deutero – Isaia) in nome del monoteismo javistico, e poi l’incontro tra fede giudaica e filosofia greca dei “Settanta”, che è più di una semplice traduzione e rappresenta , come ha affermato Benedetto XVI a Regensbur, “uno specifico importante passo della storia della rivelazione”.

Pertanto l’affermazione “In principio era il Logos”, con cui inizia il prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce “la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi”.

Nella stessa linea si è mossa la patristica, come emerge dalla frase audace di Tertulliano “Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine” e della netta scelta di S:Agostino che, rifacendosi alle tre forme di religione individuate dall’autore pagano Terenzio Marrone, colloca il cristianesimo nell’ambito della “teologia fisica”, cioè della razionalità filosofica, e non in quello della “teologia mitica dei poeti, o della “teologia civile” degli stati e dei politici.

Il cristianesimo si qualifica pertanto come “religione vera”, a differenza delle religioni pagane, ormai prive di verità agli occhi della stessa razionalità precristiana, e realizza rispetto alle religioni pagane una grande opera di “demitizzazione”.

Un cammino di questo genere era già iniziato nel giudaismo, ma rimaneva la difficoltà del legame speciale tra l’unico Dio creatore universale e il solo popolo giudaico, legame superato dal cristianesimo, nel quale l’unico Dio si pone come salvatore, senza discriminazioni, di tutti i popoli.

In questo senso, l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero filosofico greco non è stato un semplice caso, ma la concretizzazione storica del rapporto tra rivelazione e razionalità. E proprio questo è anche uno dei motivi fondamentali della forza di penetrazione del cristianesimo, amico dell’intelligenza, nel mondo ellenistico – romano.

Ma c’è anche una novità radicale e una diversità profonda della rivelazione biblica rispetto alal razionalità greca, e ciò anzitutto riguardo al tema centrale sulla Verità salvifica di Gesù Cristo, che è chiaramente Dio.

J. Ratzinger mette grande impegno nel mostrare l’esame dei testi biblici, dal racconto del roveto ardente di Esodo 3 fino alla formula “Io sono” che Gesù applica a se stesso nel Vangelo di Giovanni cioè l’unico Dio dell’Antico e del Nuovo testamento è l’Essere che esiste da se stesso e in eterno, tutto in atto, fondamento dell’atto d’essere di ogni ente che viene all’esistenza, ricercato dai filosofi, come argomenta in Introduzione al Cristianesimo, pp. 79 – 97.

Ma egli sottolinea con uguale forza che questo Dio supera radicalmente ciò che i filosofi erano giunti ad argomentare di Lui.

- In primo luogo, infatti, Dio è nettamente distinto dalla natura, dal mondo, dall’universo che Egli ha liberamente creato: solo così la “fisica” e la “metafisica” giungono a una chiara distinzione l’una dall’altra.

- E soprattutto questo Dio non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui sarebbe inutile rivolgersi nella preghiera, come ritenevano i filosofi. Al contrario, il Dio biblico ama ogni uomo e per questo entra storicamente nella nostra storia, dà vita ad una autentica storia d’amore con Israel, suo popolo, e poi, in Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza ad ogni uomo singolo e all’intera umanità ma la conduce all’estremo, al punto di “rivolgersi contro se stesso” lasciandosi uccidere nella croce del proprio Figlio, per rialzare ogni uomo e salvarlo, e di chiamare l’uomo a quell’unione di amore con Lui che culmina nell’Eucaristia, una luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la vocazione al progresso e la via verso il futuro.

In questo modo il Dio che, secondo ragione, è l’Essere e il Verbo del Padre nello Spirito Santo è anche identicamente l’Agape, l’Amore originario e la misura dell’amore autentico, che proprio per amore ha creato liberamente l’universo e l’uomo. Più precisamente, questo amore è del tutto disinteressato, libero, gratuito. Dio infatti crea liberamente l’universo dal nulla (solo con la libertà della creazione diventa piena e definitiva la distinzione tra Dio e il mondo, tra la fisica e la metafisica) e liberamente, per la sua misericordia senza limiti, salva l’umanità peccatrice. Il vertice della potenza di Dio è la misericordia e il perdono. Nel nostro concetto mondiale di oggi del potere pensiamo che ha il potere chi ha grandi proprietà; in economia è chi ha qualcosa da dire, che dispone di capitali per influire sul mondo del mercato, pensiamo che ha il potere chi dispone del potere militare, che può minacciare, chi può essere pericoloso, chi può distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo. Ma la Rivelazione ci dice che non è realmente così. Il vero potere è il potere di grazia e di misericordia. Nella misericordia Dio dimostra il vero potere. Dio ha redento il mondo con la passione del Suo Figlio. Dio ha sofferto e nel Figlio soffre con noi e questo è l’ultimo apice del suo potere: che è capace di soffrire con noi. Così dimostra il vero potere divino. Voleva soffrire con noi e per noi e nelle nostre sofferenze non ci ha mai la sciati e non ci lascia mai soli. Dio nel sul Figlio ha sofferto ed è vicino a noi nelle nostre sofferenze. Ma perché era necessario soffrire per salvare il mondo? Era necessario? Perché nel mondo esiste un oceano di male, di ingiustizia, di odio, di violenza, e le tante vittime dell’odio, dell’ingiustizia, hanno diritto che sia fatta giustizia. Dio non può ignorare questo grido dei sofferenti, che sono oppressi dall’ingiustizia. Perdonare non è ignorare ma trasformare. E Dio deve entrare in questo mondo per salvare senza costringere (un rapporto costretto tra la creatura e Dio non è più un rapporto di amore, come richiede Dio che è amore) e opporre all’oceano dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e dell’amore. E’ questo l’avvenimento della Croce che da quel momento è andato contro l’oceano del male, Esiste un fiume infinito e perciò sempre più grande di tutte le ingiustizie del mondo. Un fiume di bontà, di verità, di amore. Così Dio perdona trasformando il mondo ed entrando nel nostro mondo perché ci sia realmente una forza, un fiume di bene più grande di tutto il male che possa mai esistere. E così l’indirizzo a Dio diventa un indirizzo a noi, cioè questo Dio ci invita a metterci dalla sua parte, a uscire dall’oceano del male, dell’odio, della violenza, dell’egoismo e di identificarci, di entrare nel fiume del suo amore cioè del Suo Regno.

Così la fede biblica riconcilia tra di loro quelle due dimensioni della religione che prima erano separate l’una dall’altra, cioè il Dio eterno di cui parlavano i filosofi e il bisogno di salvezza che l’uomo porta dentro di sé e che le religioni pagane tentavano in qualche modo di soddisfare.

Il Dio della fede cristiana è dunque sì l’Essere Assoluto, Onnipotente, tutto in Atto, il Dio della metafisica, ma è anche identicamente, il Dio della storia, il Dio cioè che entra nella storia, nel più intimo rapporto con ciascuno di noi e con tutta l’umanità, anzi attraverso una liturgia cosmica anche il cosmo diventerà un’ostia vivente. “Preghiamo il Signore – ha concluso Benedetto XVI – perché ci aiuti ad essere sacerdoti in questo senso, ad aiutare nella trasformazione del mondo in adorazione di Dio, cominciando da noi stessi. Che la nostra vita parli di Dio, che la nostra vita sia realmente una liturgia, annuncio di Dio, porta attraverso la quale Dio lontano diventa vicino e realmente dono di noi stessi a Dio”.

domenica 12 luglio 2009

Continuità

Comunione con l’ininterrotta Tradizione ecclesiale, senza cesure né tentazioni di discontinuità

“L’”Anno Sacerdotale (19 giugno 2009, festa del Sacro Cuore -2010) per far percepire sempre più l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea…Una tale dimensione ecclesiale, comunionale, gerarchica e dottrinale è assolutamente indispensabile ad ogni autentica missione e, sola, ne garantisce la spirituale efficacia. I quattro aspetti menzionati (ecclesiale, comunionale, gerarchica e dottrinale) devono essere sempre riconosciuti come intimamente correlati…Le dimensioni “gerarchica” e “dottrinale” suggeriscono di ribadire l’importanza della disciplina (il termine si collega con “discepolo”) ecclesiastica e della formazione dottrinale, e non solo teologica, iniziale e permanente.

La consapevolezza dei radicali cambiamenti sociali degli ultimi decenni deve muovere le migliori energie ecclesiali a curare la formazione dei candidati al ministero. In particolare, deve stimolare la costante sollecitudine dei Pastori verso i loro primi collaboratori, sia coltivando relazioni umane veramente paterne, sia preoccupandosi della loro formazione permanente, soprattutto sotto il profilo dottrinale. La missione ha le sue radici in special modo in una buona formazione, sviluppata in comunione con l’ininterrotta Tradizione ecclesiale, senza cesure né tentazioni di discontinuità” (Benedetto XVI, Ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione del Clero, 16 marzo 2009).

Con la sua Lettera del 12 marzo 2009 Benedetto XVI si rivolge ai Vescovi come persone e li invita ad essere uniti e a favorire in tutti ma soprattutto nei sacerdoti una ricezione dei testi del Concilio Vaticano II, interpretati alla luce di tutto il bagaglio dottrinale della Chiesa. Il Concilio Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa come il Catechismo e il suo Compendio la propone. Chi vuol essere obbediente al Concilio deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può negare le radici di cui l’albero vive. Non si può negare la Tradizione come fonte di verità nella Chiesa e soprattutto non si può rimuovere il Papato come autorità suprema nella Chiesa fondata sul carisma petrino. Una sincera riflessione circa la propria fedeltà alla Tradizione della Chiesa autenticamente interpretata dal magistero ecclesiastico, ordinario e straordinario, specialmente nei Concili ecumenici da Nicea al Vaticano II non è, come afferma Hans Kung, la “cattiva essenza” della Chiesa ma la certezza della fede cattolica completa. Nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società la chiarezza e la bellezza della Dottrina cattolica come la presenta il Catechismo e il suo Compendio sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi. Con un rinnovato impegno, coinvolgendo teologi e vescovi di tutto il mondo, di approfondimento, nel quale si metta in luce la continuità del Concilio con la Tradizione della Chiesa tutti possono trarre un rinnovato ed efficace convincimento della necessità di migliorare tale fedeltà, rifiutando interpretazioni erronee ed applicazioni arbitrarie e abusive, in materia dottrinale, liturgica e disciplinare, senza “ questo mordere e divorare” che esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. E’ forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati (5,13-15)? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?

La tendenza a intendere il Vaticano II come un nuovo inizio della Chiesa provoca quel tradizionalismo che congela l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962

Benedetto XVI con il suo Motu proprio che legittima la forma straordinaria del rito cattolico educa al carattere perenne della liturgia tradizionale e quindi è l’occasione di compiere un grande gesto: cioè quello di confermare l’interpretazione del Concilio come continuità e quindi estinguere lo scisma che l’idea del Concilio come discontinuità aveva suscitato. Ciò offre non solo alla fraternità di san Pio X un cammino di ritorno all’unità, convertendosi da irrigidimenti, da saccenteria, da fissazioni su unilateralismi di alcuni, quanto di quella vasta e prevalente parte del mondo cattolico che aveva sentito il monopolio di teologi progressisti nella interpretazione del Vaticano II come qualcosa che toglieva loro la dimensione ecclesiale della loro fede cattolica.

E Benedetto XVI osserva che ogni ideologia ha bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto di tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo. La Lettera ha mostrato non lo stile di un funzionario ma di un uomo che ha detto con molta franchezza, tra l’altro, di essere stato ferito perché un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò nel suo contrario. E questo ha colpito molto.

Manfred Lutz, una delle più autorevoli voci del laicato cattolico in Germania, su Avvenire di Domenica 15 marzo, constata: “Come psichiatra e psicoterapeuta so bene cos’è l’intolleranza dei tolleranti. Ci sono persone che si ritengono tolleranti e non vedono la propria intolleranza, che è esclusa dal loro modo di concepirsi. Questa psicologia si è vista prepotentemente in questo caso. Anche quando venivano portati chiarimenti inequivocabili (come il principio di Tradizione e il fondamento del carisma petrino). E’ stato fatto notare più volte, per esempio, come il Papa abbia tolto la scomunica non solo ai lefebvriani ma anche ai vescovi legati al partito comunista cinese. E comprensibilmente, perché tra i compiti di un Pontefice, servitore e garante dell’unità della Chiesa, c’è quello di sanare divisioni che durano nel tempo. I progressisti radicali e la fraternità San Pio X usano entrambi lo stesso paradigma nell’interpretazione del Concilio. Entrambi leggono il Vaticano II come una rottura, in senso negativo o positivo. Un paradigma che non è cattolico. Quello cattolico riconosce una tradizione che non si interrompe ed è viva. Benedetto XVI ha operato per riaffermare questa visione toccando un nervo scoperto e suscitando reazioni aggressive da parte tradizionalista e da parte progressista...In Germania, una volta c’era tensione fra cattolici e protestanti. Oggi c’è un buon clima. Ma l’aggressività tra cattolici e protestanti è passata all’interno del cattolicesimo stesso, tra conservatori e progressisti. Anche all’interno del mondo riformato è avvenuta una cosa simile con la divisioni tra protestanti ed evangelici. Con alleanze inedite: i progressisti cattolici e i protestanti hanno contestato il Papa, mentre una delle difese decisive di Benedetto XVI è venuta da Idea, la rivista più importante del mondo evangelico”.

Alla domanda: “Alle volte viene da pensare che da parte di qualcuno ci sia una insofferenza o un odio del Papa in quanto tale, ogni qualvolta si permette di esercitare la propria autorità petrina”. La risposta: “E’ vero. Usando una chiave di lettura psicologica, nella nostra società senza padre, come l’ha definita Alexander Mitscherlich, la Chiesa cattolica ( quella appunto governata da un Santo Padre) è pressoché l’unica istituzione contro cui si può protestare. Essa attira su di sé l’aggressività di coloro che non hanno più padre contro cui scagliarsi. Ma la paternità di Benedetto XVI è, in verità, tutto fuorché autoritaria. Con il suo stile amabile e misericordioso, questo Papa è l’esatto contrario di un “Panzerkardinal”, come amavano chiamarlo. Tra l’altro proprio coloro che oggi godrebbero nel vedere dei cristiani scomunicati”.

Ma il papa è solo come tanti dicono? “Penso che come ogni uomo che è stato ferito, in questo momento si possa sentire solo. Ma è anche vero che un uomo che reagisce come ha fatto nella sua Lettera, e mi riferisco anche all’attenzione che ha avuto nel ringraziare chi lo ha sostenuto, dimostra di saper bene di non essere solo. Va poi definitivamente sfatata l’idea secondo cui Benedetto XVI sarebbe estraneo al mondo di oggi. Mentre è un teologo che ha passato tutta la vita ad analizzare, con una sensibilità impressionante, la cultura contemporanea”.

E in Italia chi porta avanti l’idea del Concilio come discontinuità?

In Italia – così valuta Gianni Baget Bozzo su il Giornale del 17 marzo 2009 – opera la scuola di Bologna, fondata da don Giuseppe Dossetti, che si fonda come idea fondamentale sul concetto che Paolo VI ha deformato e svuotato l’idea di riforma ecclesiale della Chiesa iniziata da Giovanni XXIII e che vi è una contraddizione vivente tra il fondatore Giovanni e il deformatore Paolo.

“Giuseppe Alberigo nella sua storia del Vaticano II ha costruito l’informazione sul Concilio alla luce della grande rottura tra Giovanni e Paolo ed è quindi l’espressione dell’odio teologico nei confronti dell’opera di Benedetto di interpretare il Concilio come un concilio che ha riespresso alcuni ripensamenti del linguaggio, ma ha mantenuto il pieno valore della struttura dogmatica e dottrinale della Chiesa cattolica dei due millenni. La scuola di Bologna, potenziata dalla forma teologica del San Raffaele di Milano, è il cuore di questo sentimento di rigetto anche in Italia e nell’Episcopato italiano. Nei mezzi di informazione come nella Chiesa. Ciò opera soprattutto nelle edizioni paoline”.

Si può condividere come non condividere la valutazione di Baget Bozzo, comunque oggi, e questo è positivo, si ritorna da parte di tutti a parlare del Concilio, del dialogo tra ebrei e cristiani e della Nostra Aetatae. Il ruolo del Papa è percepito sempre più come pastorale cioè preoccupato che in vaste zone la fede sia in pericolo, puntando a rendere presente Dio in questo mondo e aprire gli uomini a Dio che ha parlato sul Sinai e che in Gesù Cristo crocifisso risorto, presnete nella e attraverso la sua Chiesa ci ama ogni singolo l’umanità nel suo insieme. Pur discreto nella dimensione sociale della fede per alcuni resta irritante. Infine, per quanto riguarda la Fraternità di san Pio X, che ha mostrato molta arroganza fino a poco tempo fa, il fatto che l’affaire Williamson abbia fatto soffrire visibilmente Benedetto XVI, li ha indubbiamente colpiti. Lo si è visto nelle reazioni di Fellah e degli altri laider. E questo li ha portati a una moderazione di toni inedita. Sempre la sofferenza per i cristiani, può avere frutti salvifici. Per Benedetto XVI, però, “impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme è fecondo…Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti, così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme”. E’ questa la speranza.

venerdì 10 luglio 2009

Populorum progressio

Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo

“Il legame tra la Populorun progressio e il Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una pre - conciliare e una post-conciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. E’ giusto rilevare le peculiarità dell’una e dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno e dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale. Coerenza non significa chiusura in un sistema, quanto piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono. Ciò salvaguarda il carattere sia permanente che storico di questo “patrimonio” dottrinale che, con le sue specifiche caratteristiche, fa parte della Tradizione sempre vitale della Chiesa. La dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani. Tale dottrina si rifà in definitiva all’Uomo nuovo, all’’ultimo Adamo che divenne spirito datore di vita’ (1 Cor 15,45) e che è principio della carità che ‘non avrà mai fine ’ (1 Cor 13,8). E’ testimoniata dai Santi e da quanti hanno dato la vita per Cristo Salvatore nel campo della giustizia e della pace. In essa si esprime il compito profetico dei Sommi Pontefici di guidare apostolicamente la Chiesa di Cristo e di discernere le nuove esigenze dell’evangelizzazione. Per queste ragioni la Populoroum progressio, inserita nella grande corrente della Tradizione, è in grado di parlare ancora a noi, oggi” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 12).

Il corretto punto di vista della rilettura della Populorun progressio è quello della Tradizione della fede apostolica

Occorre rimanere fedeli, in continuità dinamica, al messaggio di carità e di verità, patrimonio antico e nuovo, fuori del quale sarebbe un documento senza radici e le questioni dello sviluppo si ridurrebbero a dati sociologici.

La pubblicazione avvenne immediatamente dopo la conclusione del Concilio Vaticano II cioè nel 1987, due anni dopo. La stessa Enciclica segnala, nei primi paragrafi, il suo intimo rapporto con il Concilio. Giovanni Paolo II, vent’anni dopo cioè nel 1987, nella Sollicitudo rei socialis sottolineava, a sua volta, il fecondo rapporto di quella Enciclica con il Concilio e, in particolare, con la Costituzione pastorale Gaudium et spes. Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, pure sottolinea l’importanza del Concilio Vaticano II per l’Enciclica di Paolo VI e per tutto il successivo Magistero sociale dei Sommi Pontefici. Il Concilio approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della fede, ossia che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è al servizio del mondo in termini di amore e di verità. Il cristianesimo moderno, però, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza, in non pochi casi perché impedito anche da divieti e da persecuzioni o quando la presenza pubblica della Chiesa è ridotta unicamente alle sue attività caritative. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti. Proprio da revisione teologico pastorale partiva Paolo VI per comunicarci due grandi verità.

- La prima è che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo, con un orizzonte di speranza terrena e ultraterrena. Essa ha quindi un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività di assistenza e di educazione, ma rivela tutte le proprie energie a servizio della promozione dell’uomo e della fraternità universale quanto può valersi di un regime di libertà. Nei confronti dell’enciclica del suo predecessore, Benedetto XVI ha una posizione analoga a quella assunta nei confronti del Concilio Vaticano II: essa è in grado di parlare ancora a noi, oggi, solo se “inserita nella grande corrente della Tradizione” e quando e dove la Chiesa non venga ridotta unicamente alle sue attività caritative. Nella Caritas in veritate afferma che la “carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (1) e costituisce “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” (2). Essa “è il principio non solo delle micro- realizzazioni (rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo), ma anche delle macro – relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (2). Ma per raggiungere questo scopo occorre che la carità si radichi nella verità, perché “un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (n. 4). La dottrina sociale della chiesa è dunque “caritas in veritate in re sociali”: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina “è servizio della carità ma nella verità” (n. 5) “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario” (n. 3).

- La seconda verità è che l’autentico sviluppo di ogni uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione. Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro. Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere; l’umanità perde così il coraggio di essere disponibile per i beni più alti, per le grandi e disinteressate iniziative sollecitate dalla carità universale. L’uomo non si sviluppa con le sole proprie forze, né lo sviluppo può essere semplicemente dato dall’esterno. Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire all’umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è riposta un’eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l’obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione e, quindi, comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti: senza uomini giusti, retti, amanti, anche pochi di numero per i molti e quindi per tutti non è possibile progredire. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente di ogni persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto – salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato. D’altronde, solo l’incontro con Dio permette di non “vedere nell’altro sempre e soltanto l’altro”, ma di riconoscere in lui l’immagine divina, giungendo così a scoprire veramente l’altro e a maturare un amore che “diventa cura dell’altro e per l’altro”.

L’interpretazione della Populorun progresso in rottura con la Tradizione Apostolica ha ridotto l’enciclica a un documento senza radici e le questioni dello sviluppo ridotte a dati sociologici non più in grado di parlare a noi, oggi

Con il sorgere, con la rivoluzione borghese del 1789, della cosiddetta “questione sociale” e con essa una serie di nuove dottrine, come il liberalismo e il socialismo, è sorto un secolo di dibattiti anche nel pensiero cattolico. L’enciclica “Rerum novarum” (1891) di Leone XIII, considerata la prima risposta cattolica a tali sfide, è in realtà l’approdo di un ampio dibattito che vede confrontarsi due scuole di economisti e sociologi cristiani. I primi sostengono che la questione sociale va affrontata innanzitutto alla luce del primato della virtù teologica della carità, come in continuità dinamica è avvenuto in tutta la Tradizione apostolica; i secondi invece affermano il primato della virtù morale della giustizia.

“Delle due posizioni - come analizza Roberto De Mattei nel Foglio del 10 luglio 2009 – discendono inevitabili conseguenze. Il primato della giustizia porta a enfatizzare il ruolo dello stato come soggetto chiamato a regolare la vita pubblica, attribuendo a ciascuno il suo. Il primato della carità porta invece a sottolineare il ruolo di ogni singola persona, come attore decisivo di ogni relazione sociale. Ne conseguono nel primo caso lo stato pianificatore, tendenzialmente socialista; nel secondo, la tutela del mercato, della proprietà privata, della libera impresa”.

Come è proprio della Tradizione cattolica dell’e…e…non dialettico la soluzione adombrata dalla “Rerum Novarum è la tensione per una sintesi tra giustizia e carità, con prevalenza di quest’ultima, secondo la bella formula di Giuseppe Toniolo: “Chi più può, più deve; chi meno può, più riceve”. La carità cioè l’amore trinitario che ci raggiunge facendo accadere il Regno di Dio è essenzialmente il dono gratuito di sé e di ciò che si possiede: “La carità – Benedetto XVI al n. 6 – eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire il “mio” all’altro; ma ciò non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere del suo operare”.

L’interpretazione sociologica della “Populorum progressiodi Paolo VI, rovesciando, rompendo con la Tradizione del pensiero della Chiesa, accentuò il primato della giustizia e in questo orizzonte interpretando il giudizio negativo sul capitalismo liberale (n. 26), la critica sul “libero scambio senza regole” (n.58), l’auspicio della programmazione e della pianificazione (n. 33), richiamando l’ipoteca sociale della proprietà privata e della distribuzione dei redditi (nn. 23 – 24), e affermando che la promozione umana cioè l’impegno per il progresso, per il lavoro, la “solidarietà mondiale” si identifica con la nuova evangelizzazione (nn. 58 – 59).

In un orizzonte teologico pastorale Benedetto XVI fa giustizia del pensiero di Paolo VI abbinando la Populorum progresso con l’Humanae vitae e soprattutto con l’Evangelii nuntiandi e ripropone in termini nuovi il rapporto tra giustizia e carità, sviluppando i paragrafi 26 – 31 della Deus caritas est. La giustizia non è una via alternativa o parallela alla carità, ma è inseparabile da essa (n. 6). Tuttavia “la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire delmio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare” (n. 6). In questo senso, al concetto di carità si collega quello di dono. “La carità è amore ricevuto e donato” (n.5). Nella giustizia rendiamo al prossimo ciò che è suo, mentre nella carità gli doniamo ciò che è nostro.

“Nei confronti dell’enciclica del suo predecessore – sempre di Roberto De Mattei -, Benedetto XVI ha una posizione analoga a quella assunta nei confronti del Concilio Vaticano II: essa va recuperata interpretandola alla luce della Tradizione. Il Papa sottolinea come la “Populorun progressio” è in grado di parlare ancora a noi, solo se “inserita nella grande corrente della Tradizione” (n. 12).

martedì 7 luglio 2009

Caritas in veritate

“Caritas in veritate” è il contributo della Chiesa alla creazione di un equilibrio fra progresso e morale

“La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. L’amore – “caritas” – è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. E’ una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, “si compiace della verità” (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, poiché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e si svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la verità.

La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo l’insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (Mt 22,3640). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro – relazioni:rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro – relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa – ammaestrata dal Vangelo – la carità è tutto perché come insegna san Giovanni (1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera enciclica, “Dio è carità”: dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza.

Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali…La verità va cercata, trovata ed espressa nell’”economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità…La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che priva di respiro umano e universale…Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, paragrafo 1, 2,3,4).

La parola “morale”comincia lentamente a riacquistare un posto di rilievo per cui “l’amore nella verità – caritas in veritate – è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante…” (n. 9). L’umanità oggi corre il rischio di essere distrutta dall’interno, dal suo stesso declino morale. Tuttavia, invece di lottare contro questa malattia potenzialmente morale che dissolve le essenze umane essa fissa, come ipnotizzata, il pericolo esterno, nucleare o di altre armi micidiali per le esistenze o di abuso dell’ambiente, che è solo un effetto secondario della sua malattia morale interiore che di conseguenza prima di distruggere le esistenze distrugge le essenze come l’amore, la giustizia, la verità, i valori sociali.

Ora, tutti ci rendiamo conto che il valore attribuito alla competenza tecnica, all’efficienza è del tutto sproporzionato rispetto alla scarsa attenzione rivolta verso “criteri orientativi dell’azione morale” (n.6). Oggi sappiamo molto di più in merito a come si costruiscono le bombe rispetto a come giudicare se sia morale o meno usarle. Questo squilibrio a discapito della morale è la questione fondamentale del nostro tempo. Perciò la Chiesa stessa potrà sopravvivere solamente se sarà in condizione di aiutare il genere umano a superare questo momento difficile. Per fare ciò, deve porsi come autorità morale, e lo deve fare in due modi:

- deve offrire dei modelli,

- deve ridestare la volontà e la capacità delle persone di aderire a tali modelli.

“Ne desidero – Benedetto XVI in Caritas in veritate – richiamare due in particolare, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune (cioè di ogni persona esistente che Dio ama). La giustizia anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro” (n.6).

Però quando consideriamo il contributo che la Chiesa può dare alla creazione di un equilibrio fra il progresso e la morale, la materia prima di cui l’uomo anche attualmente dispone per la propria esistenza e per la realizzazione di un futuro in cui valga la pena essere delle persone, ci rendiamo conto che la Chiesa non è una sorta di club per la soddisfazione di bisogni ideali in ambito sociale o personale. Vediamo al contrario che essa svolge una funzione essenziale proprio nel cuore delle tensioni che la società sta attraversando. “La complessità e gravità dell’attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, con fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui richiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente” (n. 21). La Chiesa offre le sorgenti della conoscenza morale e delle loro problematiche di fronte alla povertà del mondo moderno al riguardo: la sua mancanza di idee di fronte alla questione morale, l’insufficiente sviluppo della ragione morale se paragonato alla ragione speculativa. Ma la Chiesa non è, innanzitutto, una sorta di “istituzione morale”: questo è il modo in cui si è cercato di descriverla e di giustificare la sua esistenza all’epoca dell’illuminismo e in Italia dell’idealismo gentiliano. Ciò nonostante, è vero che essa ha a che fare con le risorse morali dell’umanità di fronte alla deregolamentazione del lavoro che rischia di condurre le persone al degrado umano, di fronte all’urgenza di eliminare lo scandalo della fame nel mondo come imperativo etico e via unica per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta, di fronte ad una economia di mercato che non funziona senza forme interne di solidarietà, di sussidiarietà e di fiducia, di fronte ad una impresa che non può ridursi all’interesse dei proprietari come merce di cui disporre senza assumere responsabilità sociali, perché l’autorità politica vada distribuitasi in piani diversi, perché la crescita demografica non impedisca lo sviluppo occorre un’apertura responsabile alla vita, perché la natura non sia considerata né un tabù intoccabile e né si debba abusarne, perché la globalizzazione vada governata da un’autorità organizzata in modo sussidiario e divisa in vari livelli decisionali, perché l’attuale emigrazione vada governata, come ogni fenomeno della globalizzazione, ma senza dimenticare mai i diritti umani, per i nuovi compiti dei sindacati che devono strutturarsi per affrontare i problemi del mercato globale e tutelare anche i non iscritti, perché la finanza appiattita sul breve termine, senza regole morali e che ha funzionato male, abbia operatori che riscoprano il fondamento etico della loro attività a sostegno del vero sviluppo. E qui Benedetto XVI nel primo capitolo riprende il magistero di Paolo VI nella Populorum progressio, nell’Humanae vitae, nell’Evangelii nuntiandi.

Possiamo vedere che la fede non solo professata, celebrata, pregata ma vissuta dalla Chiesa è in accordo con le principali tradizioni religiose e morali dell’umanità su diversi punti, in grado di instaurare un vero dialogo, in questo momento di globalizzazione, con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a poter rispondere alle domande fondamentali sul senso religioso e sulla direzione della nostra vita. La fede cristiana crede che solo Dio possa essere la misura di ogni uomo, e che solo la volontà divina possa imporsi in modo incondizionato su ogni uomo che, comunque ridotto è contrassegnato da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Crede inoltre che la rivelazione di Dio che possiede un volto umano in Gesù Cristo che ci ha amato sino alla fine, ogni persona e l’umanità nel suo insieme, ci collochi entro un modello di vita comunitaria basato su un di noi, il cui orizzonte globale e la cui direzione non possono essere spiegate in termini di sola volontà umana.

Chiaramente ogni cattolico guarda a questo noi ecclesiale – le cui consuetudini nella continuità del popolo di Dio ebraico - cristiano - costituiscono la sorgente più vicina alla conoscenza morale – non semplicemente come alla società in cui vive, ma come a una nuova società, che può essere spiegata solo attraverso la rivelazione e che trascende tutte le società locali (è “cattolica”), subordinandole fin dal Sinai, da Gesù Cristo ai dettami della volontà divina che sono rivolti a tutte loro.

E’ impossibile una morale soltanto in una razionalità a-storica e storicamente possiamo indicare quattro sorgenti della morale.

- il comportamento morale deve rendere giustizia alla verità. In questo senso la realtà – e la ragione, che conosce e spiega la realtà – è senza dubbio un’insostituibile sorgente della morale.

- Seconda sorgente è la coscienza.

- Terza sorgente è la saggezza della tradizione, incarnata in un “noi” vivente, una comunità attiva che per il cristiano si realizza concretamente nella nuova comunità della Chiesa.

- Tutte queste sorgenti conducono alla vera morale solo quando sia presente la volontà di Dio. Infatti, in ultima istanza, solo la volontà di Dio può stabilire i confini far ciò che è bene e ciò che è male, che è qualcosa di diverso dal confine fra ciò che è utile o meno o fra ciò che è dimostrato e ciò che è ignoto. La Chiesa cattolica vede un’importante conferma del suo insegnamento nel fatto che, al suo interno, questi elementi si compenetrano e si illuminano vicendevolmente. Il suo insegnamento consente alla coscienza di esprimersi. La coscienza è ritenuta valida proprio perché incorpora l’intima verità delle cose in accordo con la realtà, che è, in definitiva, la voce del Creatore.

Questi tre elementi – oggettività, tradizione e coscienza – rimandano in successione ai comandamenti divini. Questi comandamenti, da un lato, costituiscono il fondamento della dottrina sociale della Chiesa: formano le coscienze e rendono la realtà intelligibile; d’altro lato, poiché essi corrispondono alla realtà così come è percepita dalla coscienza, possono da parte loro essere confermati quali autentiche rivelazioni della volontà divina.

Così conclude Benedetto XVI ai nn. 78 e 79

Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: “Senza di me non potete far nulla” (Mt 28,20). Di fronte alla vastità del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo VI ci ha ricordato nella Populorum progressio che l’uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremmo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli, verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile – nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos – salvaguardandoci dal rischio di divenire prigionieri delle mode del momento. E’ la consapevolezza dell’Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell’incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L’amore di Dio ci chiama d uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò che aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande.

La sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace”.

sabato 4 luglio 2009

In attesa dell’Enciclica “Caritas in veritate”

In attesa dell’Enciclica “Caritas in veritate”

“Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone.

Conseguenza di quanto detto è che la sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane è compito di ogni generazione; non è mai compito semplicemente concluso. Ogni generazione, tuttavia, deve recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l’uso retto della libertà umana e diano così sempre nei limiti umani, una certa garanzia per il futuro. In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno. Francesco Bacone e gli aderenti alla corrente di pensiero dell’età moderna a lui ispirata, nel ritenere che l’uomo sarebbe stato redento mediante la scienza , sbagliavano. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa…In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava essere diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero “regno di Dio”. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno. Essa era in grado di mobilitare – per un certo tempo – tutte le energie dell’uomo; il grande obiettivo (prima la rivoluzione borghese e poi la controrivoluzione proletaria) sembrava meritevole di ogni impegno. Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano…D’altra parte, dobbiamo anche constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito – anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti” (Benedetto XVI, Spe salvi, nn. 24-25).

Il Foglio di sabato 4 luglio 2009 ha anticipato i numeri 34 e 35 dell’Enciclica, che sembrano il cuore di tutto il documento. Noi ci riferiamo al 34 rapportandolo alla Spe salvi nei numeri 24 – 25. Innanzitutto, come è proprio della fede cattolica, fede e ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano contempla la carità nella verità ponendo ogni uomo nel suo essere davanti alla stupefacente esperienza di dono: la verità del suo essere dono gratuito del Donatore divino che è amore. La gratuità è un dato originario presente nella vita in molteplice forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza che oscurano la ricerca razionale del vero, del bene, del Donatore divino e quindi le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana. Così il Donatore divino del proprio e altrui essere dono, come di tutto il mondo che ci circonda cioè la verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza sulla propria origine e sul proprio destino rimane eluso dalla cultura secolarizzata e dalla vita pubblica e quindi la verità del proprio e altrui essere dono diventa difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale , per così dire la verità dell’essere dono sembra superflua ed estranea. Ma senza l’evidenza della verità avviene una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale, capovolgendo il punto di partenza della cultura moderna, che era rivendicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà. In questo tipo di cultura l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso non solo a livello personale ma anche sociale, economico, politico, oggi globale. Questa cultura, contrassegnata da una profonda carenza, evidenzia pure un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Ogni essere umano, nella verità del suo essere dono del trascendente Donatore divino è fatto per donarsi, per il dono, che ne esprime e attua l’origine e la destinazione trascendente. Talvolta, l’uomo moderno, è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della vita e della società. E’ questa autoreferenza individualistica, questa una presunzione aureferenziale individuale anziché relazionale come persona ad immagine delle Persone divine, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, “ discende – per dirla in termini di fede osserva Benedetto XVI ma che rende ragione del male nella storia umana –dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società”. Come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al. N. 407 “Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi”. E Benedetto XVI osserva che all’elenco dei campi in cui si manifestano gli perniciosi effetti del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello dell’economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire ad eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale senza amore e senza misericordia pur ricchi e potenti, come ai tempi dei romani. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà di ogni persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano. Rifacendosi alla Spe salvi Benedetto XVI ricorda che la fede, la speranza cristiana è una potente risorsa anche a livello sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà forza di orientare la volontà verso il bene, verso il farsi dono. La speranza per il bene terreno ed eterno è già presente nella fede, da cui è suscitata e aiuta a trovare la via verso il futuro. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra anima quale segno della presenza del Donatore divino del nostro e altrui essere come di tutto l’universo che ci circonda e della continua attesa nei nostri confronti. La ricerca della verità e del bene, che al pari della carità, è dono, è più grande di noi. Anche la verità del nostro essere dono, della,nostra coscienza personale, ci è prima di tutto “data”. Ogni conoscenza vera è un avvenimento per ogni io umano perché la verità cioè la realtà in tutti i fattori non è prodotta da noi ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore “non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano” (Deus caritas est, 3).

Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini. La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna ogni oltre divisione, presente come desiderio e attesa originaria in ogni io umano, nasce dalla con – vocazione della parola di Dio – Amore. Nell’affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono, comprensibile originariamente e accessibile a tutti gli uomini, non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità.

venerdì 3 luglio 2009

Salvare l'anima

La meta della nostra fede è la salvezza delle anime

“Nel mondo del linguaggio e del pensiero dell’attuale cristianità questa (di san Pietro) è un’affermazione strana, per alcuni addirittura scandalosa. La parola “anima” è caduta in discredito. Si dice che questa porterebbe ad una divisione dell’uomo in spirito e fisico, in anima e corpo, mentre in realtà egli sarebbe un’unità indivisibile. Inoltre “la salvezza delle anime” come mèta della fede sembra indicare un cristianesimo individualizzato, una perdita di responsabilità per il mondo nel suo insieme, nella sua corporeità e nella sua materialità. Ma di tutto questo nulla si trova nella Lettera di Pietro.

Lo zelo per la testimonianza in favore della speranza, la responsabilità per gli altri caratterizza l’intero testo. Per comprendere la parola sulla salvezza delle anime come mèta della fede dobbiamo partire da un altro lato. Resta vero che l’incuria delle anime, l’immiserirsi dell’uomo interiore non distrugge soltanto il singolo, ma minaccia il destino dell’umanità nel suo insieme. Senza risanamento delle anime, senza risanamento dell’uomo dal di dentro, non può esserci una salvezza per l’umanità” (Benedetto XVI, Omelia nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2009).

L’anima per cui ogni io umano unitariamente non solo sente ma intende e vuole (anima – corpo) è costitutivo di ogni essere umano. E ogni anima è creata, nella procreazione dei genitori, direttamente da Dio e non si dissolve nella dissoluzione del corpo. La vera malattia delle anime, san Pietro la qualifica innanzitutto come ignoranza – come non conoscenza del vero, del bene, di Dio. Chi non conosce Dio, chi nella propria anima, nel proprio io, nel proprio cuore almeno non lo ricerca sinceramente ricercando il vero e il bene, resta fuori, per sé e per tutta la famiglia umana, dalla vera vita (1 Pt 1,14).

Ancora un’altra parola della Lettera può essere utile per capire meglio la formula, sempre ripetuta in continuità nella Tradizione cattolica, “salvezza delle anime”: Purificate le vostre anime con l’obbedienza alla verità” (1 22). E’ l’obbedienza alla verità da parte dell’anima che non solo intende ma vuole liberamente cioè ama che rende pura l’anima, la qualifica moralmente. Ed è invece il voler convivere con la menzogna, il non desiderare la verità, il non essere disponili all’amore che la inquina.

L’obbedienza alla verità, come ci testimonia santa Teresa di Gesù Bambino nella “Storia di un’anima”, comincia con le piccole verità del quotidiano, che spesso possono essere faticose e dolorose. Questa obbedienza si estende poi fino all’obbedienza senza riserve alla Verità stessa che è Cristo, via umana d’amore al Dio vivente, Padre, Figlio, Spirito Santo, Verità e Vita. Tale obbedienza non solo ci rende puri cioè lontani da ogni idolatria schiavizzante, ma soprattutto anche liberi per il servizio a Cristo e all’amore che viene da Lui e così alla salvezza del mondo, che pur sempre prende inizio dalla purificazione obbediente della propria anima, del proprio cuore, del proprio io mediante la verità e l’amore, il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Possiamo indicare apostolicamente, missionariamente la via umana di Cristo alla verità solo se noi stessi, nella nostra anima cioè nel nostro intendere e volere, regia del sentire – in obbedienza e pazienza – ci lasciamo purificare continuamente e progressivamente da ogni evidenza di verità e di libera adesione ad essa cioè dall’amore. Ecco il giusto senso della meta della nostra fede è la salvezza delle anime.

Se dopo il Concilio Vaticano II la parola “anima” è caduta in discredito è perché i suoi documenti sono stati subito sepolti sotto una montagna di pubblicazioni affrettate e superficiali, o semplicemente inesatte. Benedetto XVI ci aiuta ad una rilettura della lettera dei testi conciliari e questo ci permette di scoprire il loro autentico spirito. I testi così riscoperti nella loro verità, ci insegnano a comprendere che cosa è veramente accaduto, e di prendere posizione con rinnovata energia. IL cattolico che lucidamente – e di conseguenza, con sofferenza – vede i guasti prodotti nella sua Chiesa dalle false interpretazioni del Concilio Vaticano II, scopre sempre più nel Concilio Vaticano II le possibilità di un’autentica ripresa, di un’autentica ricezione. Il Concilio, nella continuità del Popolo di Dio, ad esso appartiene e non a coloro che vogliono dirottarlo per una via, i cui sbocchi sarebbero catastrofici. Esso non è il Concilio di coloro che, non a caso, non sanno più che farsene del Vaticano II e che puntano a un Vaticano III.