martedì 23 febbraio 2010

La tenda di Dio

La vera Gerusalemme, il Salem, la Tenda di Dio è il sacrificio del Corpo Eucaristico quando accade il Corpo Mistico, la Chiesa cioè la Pace di Dio con l’uomo

“Nel canone romano dopo la Consacrazione, abbiamo la preghiera supra quae, che menziona alcune prefigurazioni di Cristo, del suo sacerdozio e del suo sacrificio: Abele, il primo martire, con il suo agnello; Abramo, che sacrifica nell’intenzione il figlio Isacco, sostituito dall’agnello dato da Dio; e Melchisedech, Sommo Sacerdote del Dio Altissimo, che porta pane e vino. Questo vuol dire che Cristo è la novità assoluta di Dio e, nello stesso tempo, è presente in tutta la storia, attraverso la storia, e la storia va incontro a Cristo. E non solo la storia del popolo eletto, che è la vera preparazione voluta da Dio, nella quale si rivela il mistero di Cristo, vi sono vie verso Cristo, il quale porta tutto in sé.
Questo mi sembra importante nella celebrazione

lunedì 22 febbraio 2010

La vera guarigione

Essere servitore dell’Eucaristia è profondità del mistero sacerdotale

“Nella Lettera agli Ebrei (5,7) c’è una frase difficile da interpretare. L’Autore della Lettera agli Ebrei dice che Gesù ha pregato fortemente, con grida e lacrime, Dio che poteva salvarlo dalla morte, e, per il suo pieno abbandono, venne esaudito. Qui vorremmo dire: “No, non è vero, non è stato esaudito, è morto”. Gesù ha pregato di essere liberato dalla morte, ma non è stato liberato, è morto in modo molto crudele. Perciò il grande teologo liberale Harnack ha detto: “Qui manca un no”, deve essere scritto: “Non è stato esaudito” e Bultmann ha accettato questa interpretazione. Però questa è una soluzione che non è esegesi, ma è una violenza al testo. In nessuno dei manoscritti appare “non”, ma “è stato esaudito”; quindi dobbiamo imparare a capire che cosa

domenica 21 febbraio 2010

Sacrificio ed obbedienza

Tutta la sofferenza di Gesù non è una cosa accanto alla sua grande missione: Egli offre il sacrificio, fa il sacerdote, e chiede ai sacerdoti altrettanto

“In realtà la Lettera agli Ebrei dice che “offrì preghiere e suppliche” “grida e lacrime” (5,7). È una traduzione giusta del verbo prospherein, che è una parola cultuale ed esprime l’atto dell’offerta dei doni umani a Dio, esprime proprio l’atto dell’offertorio, del sacrificio. Così con questo termine cultuale applicato alle preghiere e lacrime di Cristo, dimostra che le lacrime di Cristo, l’angoscia del Monte degli Ulivi, il grido della Croce, tutta la sua sofferenza non sono una cosa accanto alla sua grande missione. Proprio in questo modo Egli offre il sacrificio, fa il sacerdote. La Lettera agli Ebrei con questo “offrì”, prospherein, ci dice: questa è la realizzazione del suo sacerdozio, così porta l’umanità a Dio, così si fa mediatore, così si fa sacerdote.

Compassione

Il sacerdote è uno con “compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore,
essendo rivestito di debolezza” (Eb. 5,2)

La Lettera agli Ebrei fa una sottolineatura della nostra umanità che ci sorprende, perché dice: deve essere uno con “compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essere rivestito di debolezza” (5,2) e poi – molto più forte ancora – “nei giorni della sua vita terrena, egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e per il pieno abbandono a Lui, venne esaudito” (5,7). Per la Lettera agli Ebrei elemento essenziale del nostro essere uomo è la compassione, è il soffrire con gli altri: questa è la vera umanità. Non è il peccato, perché il peccato non è mai solidarietà, ma è sempre desolidarizzazione, è un prendere la vita per me stesso, invece di donarla.

Elementi del sacerdote

Singoli elementi circa il sacerdozio

“Dalla Legge, dal sacerdozio di Aronne impariamo due cose, ci dice l’Autore della Lettera agli Ebrei: un sacerdote per essere realmente mediatore tra Dio e l’uomo, deve essere uomo. Questo è fondamentale e il figlio di Dio si è fatto uomo proprio per essere sacerdote, per poter realizzare la missione del sacerdote. Deve essere uomo, ma non può da se stesso farsi mediatore verso Dio. Il sacerdote ha bisogno di un’autorizzazione, di un’istituzione divina e solo appartenendo alle due sfere – quella di Dio e quella dell’uomo – un essere mediatore, può essere “ponte”.

Il sacerdozio

In Cristo si trova la chiave del vero sacerdozio, del vero sacrificio,
rileggendo l’Antico Testamento verso di Lui

“Vogliamo meditare i passi 5, 7 e 8 della Lettera agli Ebrei. L’Autore di tale Lettera ha aperto una nuova strada per capire l’Antico Testamento come libro che parla su Cristo.La tradizione precedente aveva visto Cristo soprattutto, essenzialmente, nella chiave della promessa davidica, del vero Davide, del vero Salomone, del vero Re di Israele, vero Re perché uomo e Dio. E l’iscrizione sulla Croce aveva realmente annunciato al mondo questa realtà: adesso c’è il vero Re di Israele, che è il Re del mondo, il Re dei Giudei sta sulla Croce. È una proclamazione della regalità di Gesù, dell’adempimento dell’attesa messianica dell’Antico Testamento, la quale, nel fondo del cuore, è un’attesa di tutti gli uomini che aspettano il vero Re, che da giustizia, amore e fraternità.

Il sacerdote come Cristo

Il sacerdote come Cristo è chiamato ad entrare nella miseria umana, a prendere su di se le sofferenze delle persone affidate a lui

Non essendoci un testo ufficiale ci riferiamo all’Osservatore Romano e ad altre fonti per riferire sull’incontro del Vescovo di Roma Benedetto XVI con i suoi parroci per una Lectio Divina dai brani tratti dai capitoli 5, 7 e 8 della Lettera agli Ebrei, dove si parla di Cristo sommo sacerdote, per trattare l’identikit e la missione del prete.
Per essere realmente un uomo di Dio, il sacerdote “deve conoscere Dio da vicino”, vivendo in comunione con Cristo, cioè con quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Benedetto XVI ha invitato i sacerdoti ad essere così mediatori, cioè a veicolare Dio all’uomo e l’uomo a Dio nella redenzione.
Certamente il prete è “uomo di Dio”: “il nostro essere, la nostra vita, il nostro cuore deve essere fissato in Dio in questo punto dal quale non usciamo e che si realizza, si rafforza giorno per giorno anche con brevi preghiere nelle quali ci ricolleghiamo con Dio e diventiamo più uomini di Dio che vivono nella comunione di Dio e possono così parlare di Dio e guidare a Dio”.
Ma il sacerdote come Cristo, ha detto il papa, è chiamato anche ad entrare nella miseria umana, a prendere su di se le sofferenze delle persone affidate a lui.

Perdonare

Perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre soltanto il tuo bene. A fondamento dell’intero itinerario quaresimale si pone l’onnipotenza d’amore di Dio, la sua assoluta signoria su ogni creatura, che si traduce in indulgenza infinita, animata da costante e universale volontà di vita. In effetti, perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo bene. Questa assoluta certezza ha sostenuto Gesù durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto della Giudea, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni nel Giordano. Quel lungo tempo di silenzio e di digiuno fu per Lui un abbandonarsi completamente al Padre e al suo disegno di amore; fu esso stesso un “battesimo”, cioè un’”immersione” nella sua volontà, e in questo senso un anticipo della Passione e della Croce. Inoltrarsi nel deserto e rimanervi a lungo, da solo, significava esporsi volontariamente agli assalti del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo e per la cui invidia la morte è entrata nel mondo (Sap 2,24); significava ingaggiare con lui la battaglia in campo aperto, sfidarlo senza altre armi che la fiducia sconfinata nell’amore onnipotente del Padre. Mi basta il tuo amore, mi cibo della tua volontà (Gv 4,34): questa convinzione abitava la mente e il cuore di Gesù durante quella sua “quaresima”.

mercoledì 17 febbraio 2010

Conversione

L’appello alla conversione e a credere al Vangelo mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza il nostro tempo
“Il primo richiamo quaresimale è alla conversione, parola da prendersi nella sua straordinaria serietà, cogliendo la sorprendente novità che essa sprigiona. L’appello alla conversione, infatti, mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere. Convertirsi significa cambiare direzione nel cammino della vita: non, però, con un piccolo aggiustamento, ma con una vera inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superfiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale.

Caritas

La testimonianza della carità appartiene, è un tutt’uno con l’annuncio della verità del Vangelo
“Cari fratelli e amici che qui (nell’Ostello intitolato “Don Luigi Di Liegro” della Caritas di Roma) trovate accoglienza, sappiate che la Chiesa vi ama profondamente e non vi abbandona, perché riconosce nel volto di ciascuno di voi quello di Gesù. Egli ha voluto identificarsi in maniera del tutto particolare con coloro che si trovano nella povertà e nell’indigenza. La testimonianza della carità, che in questo luogo trova speciale concretizzazione, appartiene alla missione della Chiesa insieme con l’annuncio del Vangelo. L’uomo non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su se stesso, sulla sua dignità. Come ho ricordato nell’Enciclica Caritas in veritate, “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente” (n. 3).

Non moralismo

Il cristianesimo è moralità, non moralismo: “amatevi come io vi ho amato”, “Non vi chiamo più servi…Vi ho chiamato amici
Se continuiamo a leggere attentamente il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, troviamo anche un secondo imperativo: “Rimanete” e “Osservate i miei comandamenti”. “Osservate” è solo il secondo livello; il primo è quello del “rimanere”, il livello ontologico, cioè che siamo uniti a Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo.

lunedì 15 febbraio 2010

Preghiera

“Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda”

“Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda ’”. Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto: la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell’amore divino. Come san Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.

E’ utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo – nel Vangelo di Luca – è gioia, o in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!” Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto: quindi è giusto pregare anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.

Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del nostro egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni girono; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.

Tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vite con frutto. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo, la Chiesa.

Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore” ((Benedetto XVI, Lectio Divina al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 12 febbraio 2010).

Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare che cosa possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l’altro, che Dio costringa l’altro perché Dio, che è amore, non costringe mai, dal momento che un rapporto costretto non è mai un rapporto di amore, l’unico conforme alla natura di Dio che è Amore. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio o dalla meta della vita veramente vita, vita eterna, cui continuamente tendere. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso: Dio le scruta, e il confronto con Dio costringe l’uomo a riconoscerle pure lui. “Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo”, prega il Salmista (19,13). Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. Se non c’è Dio, devo forse rifugiarmi in tali menzogne, perché non c’è nessuno che possa perdonarmi, nessuno che sia la misura vera. L’incontro invece con Dio nella preghiera risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei comportamenti che mi condizionano, soprattutto della pretesa che Dio faccia quello che voglio io, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso e della sua volontà nella qual soltanto c’è la nostra pace, la nostra gioia.

Dio si è mostrato

La gioia di conoscere Dio che si è mostrato, ci manda per portare frutto cioè la carità

“Dio in Cristo si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere Dio.

Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie, Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia di comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo:Abbiamo trovato colui del quale hanno parlato i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocefisso per noi”.

“Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore . Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.

Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto” (Benedetto XVI, Lectio Divina al Pontificio Seminario Maggiore, 12 febbraio 2010).

Incontrare la presenza sacramentale del Risorto con la fiducia di divenire come Lui significa giungere ad amare con l’amore dato da Lui in dono. La fede pienamente accolta e pensata genera quella cultura che è passione per la realtà in tutti i fattori cioè per la verità che rende liberi ed essere liberi significa essere capaci di amare. La passione per la realtà in tutti i fattori fa accadere la carità nella verità anche nell’ambito sociale. La carità, pur aiutata, non è riducibile a quell’emozione, a quel sentimento di filantropia che possiamo sentire e volere verso un nostro simile, soprattutto se e bisognoso di aiuto: la carità nella verità è cogliersi dono del Donatore divino nel proprio e altrui essere, come in tutto il mondo che ci circonda e quindi farsi dono. Nessun essere umano può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non lo esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. L’apostolo Paolo ci insegna (Ef 3,18) che la carità ha quattro dimensioni:

- la larghezza…essa non esclude nessuno;

- la lunghezza…essa è perseverante e nessuna difficoltà la vince

- l’altezza…essa si propone come fine altissimo di riportare ogni uomo ad essere, in Cristo, figlio nel Figlio.

- La profondità…essa condivide fino in fondo le miserie di ogni uomo

Questa carità quando accade è IL Regno di Dio ed è il fine per cui il Verbo si è fatto carne e, crocifisso e risorto, abita eucaristicamente e opera sacramentalmente fra noi e in noi per raggiungere tutti e tutto.

domenica 14 febbraio 2010

Persona umana

La dignità originaria, naturale di ogni persona umana è un principio fondamentale che la fede in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto ha da sempre difeso e diffuso

“Le problematiche che ruotano intorno al tema della bioetica permettono di verificare quanto le questioni che vi sono sottese pongano in primo pianola questione antropologica. Come affermo nella mia ultima Lettera enciclica Caritas in veritate:”Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in questo campo e la possibilità di intervento tecnico sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell’immanenza” (n. 74).

Dinnanzi a simili questioni, che toccano in modo così decisivo la vita umana nella sua perenne tensione tra immanenza e trascendenza, che hanno grande rilevanza per la cultura delle future generazioni, è necessario porre in essere un progetto pedagogico integrale, che permetta di affrontare tali tematiche in una visione positiva, equilibrata e costruttiva, soprattutto nel rapporto tra fede e ragione. Le questioni di bioetica mettono spesso in primo piano il richiamo alla dignità di ogni persona umana, un principio fondamentale che la fede in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto ha da sempre difeso, soprattutto quando viene disatteso nei confronti dei soggetti più semplici e indifesi: Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo. Anche la bioetica, come ogni disciplina, necessita di un richiamo capace di garantire una coerente lettura delle questioni etiche che inevitabilmente, emergono dinnanzi a possibili conflitti interpretativi. In tale spazio si apre il richiamo normativo alla legge morale naturale.

Il riconoscimento della dignità di ogni uomo, infatti, in quanto diritto inalienabile trova il suo fondamento primo in quella legge non scritta da mano d’uomo, ma iscritta da Dio Creatore nel cuore dell’uomo, che ogni ordinamento giuridico è chiamato a riconoscere come inviolabile e ogni singola persona è tenuta a rispettare e promuovere (CCC, nn. 1954 – 1960).

Senza il principio fondativo della dignità di ogni uomo sarebbe arduo trovare una fonte per i diritti di ogni persona e impossibile giungere a un giudizio etico nei confronti delle conquiste della scienza che intervengono direttamente nella vita umana. E’ necessario, pertanto, ripetere con fermezza che non esiste una comprensione della dignità umana legata soltanto ad elementi esterni quali il progresso della scienza, la gradualità nella formazione della vita umana o il facile pietismo dinnanzi a situazioni limite. Quando si invoca il rispetto per la dignità di ogni persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinnanzi a una vita umana.

Certo, la vita umana conosce un proprio sviluppo e l’orizzonte di investigazione della scienza e della bioetica è aperto, ma occorre ribadire che quando si tratta di ambiti relativi all’essere umano, gli scienziati non possono mai pensare di avere tra le mani solo della materia inanimata e manipolabile. Infatti, fin dal primo istante, la vita di ogni uomo è caratterizzata dall’essere vita umana e per questo portatrice sempre, dovunque e nonostante tutto, di dignità propria (Dignitas personae, n. 5). Contrariamente, saremmo sempre alla presenza del pericolo di un uso strumentale della scienza, con l’inevitabile conseguenza di cadere facilmente nell’arbitrio, nella discriminazione e nell’interesse economico del più forte.

Coniugare bioetica e legge morale naturale permette di verificare al meglio il necessario e ineliminabile richiamo alla dignità che la vita umana possiede intrinsecamente dal suo primo istante fino alla sua fine naturale.

Invece, nel contesto odierno, pur emergendo con sempre maggior insistenza il giusto richiamo ai diritti che garantiscono la dignità di ogni persona, si nota che non sempre tali diritti sono riconosciuti alla vita umana nel suo naturale sviluppo e negli stadi di maggior debolezza. Una simile contraddizione rende evidente l’impegno da assumere nei diversi ambiti della società e della cultura perché ogni vita umana sia riconosciuta sempre come soggetto inalienabile di diritto e mai come oggetto sottoposto all’arbitrio del più forte. La storia ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell’etica. Senza principi universali che consentono di verificare un denominatore comune per l’intera umanità, il rischio di una deriva relativistica a livello legislativo non è affatto da sottovalutare (CCC, n. 1959).

La legge morale naturale, forte del proprio carattere universale, permette di scongiurare tale pericolo e soprattutto offre al legislatore la garanzia per un autentico rispetto sia di ogni persona, sia dell’intero ordine creaturale. Essa si pone come fonte catalizzatrice di consenso tra persone di culture e religioni diverse e permette di andare oltre le differenze, perché afferma l’esistenza di un ordine impresso nella natura dal Creatore e riconosciuto come istanza di vero giudizio etico razionale per perseguire il bene ed evitare il male. La legge morale naturale “appartiene al grande patrimonio della sapienza umana, che la Rivelazione, con la sua luce ha contribuito a purificare e a sviluppare ulteriormente” (Giovanni Paolo II, 6 febbraio 2004) (Benedetto XVI, Udienza all’Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita, 13 febbraio 2010).

L’attuale emergenza educativa deriva anche da questioni che toccano in modo così decisivo la vita umana nella sua perenne tensione tra immanenza e trascendenza e richiede un progetto pedagogico integrale nel rapporto tra la fede e la ragione. Le scoperte scientifiche e le possibilità di intervento sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra due razionalità: quella aperta alla trascendenza con il dialogo tra cristianesimo, tradizioni religiose e culture dell’umanità rispondendo alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita e quella della ragione chiusa nell’immanenza con la radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento non solo dell’umanesimo cristiano ma anche della cultura moderna, del fondamento della democrazia, che era un rivendicazione della centralità di ogni persona umana e della sua libertà, pur nel rischio della mancanza di fondamento. Così l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Questa posizione, però, è contrassegnata oggi da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza.

Anno sacerdotale

“Rimanete in me, nel mio amore”

“In quest’ Anno Sacerdotale, vogliamo essere particolarmente attenti alle parole del Signore concernenti il nostro servizio di lavoratori nella vigna del Signore, sacerdoti del suo mistero.

Nel capitolo 15 di san Giovanni troviamo alcune parole – chiave, che danno l’indicazione dell’annuncio che il Signore vuole fare con questo testo. “Rimanere”: in questo breve brano, troviamo dieci volte la parole “rimanere”; poi, il nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”, “Non più servi ma amici”, “Portate frutto”; e, finalmente: “Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà data la gioia”. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad entrare nel senso delle sue parole, perché queste parole possono penetrare il nostro cuore e così possano essere via e vita in noi, con noi e tramite noi.

La prima parola è: “Rimanete in me, nel mio amore”. Il rimanere nel Signore è fondamentale come primo tema di questo brano. Rimanere: dove? Nell’amore, nell’amore di Cristo, nell’essere amati e nell’amare il Signore. Tutto il capitolo 15 concretizza il luogo del nostro rimanere, perché i primi otto versetti espongono e presentano la parabola della vite: “Io sono la vite e voi i rami”. La vite è un’immagine vetero testamentaria che troviamo sia nei Profeti, sia nei Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il popolo di Dio, che è la sua vigna. Egli ha piantato una vite in questo mondo, ha coltivato questa vite, ha coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con quale intento? Naturalmente, con l’intento di trovare frutto, di trovare il dono prezioso dell’uva, del vino buono.

E così appare il secondo significato: il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.

Ma poi la storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”, non giunge la risposta di questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell’amore. L’uomo si ritira in se stesso, vuole essere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa deserto.

Ma Dio non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: Dio si è fatto uomo, e così diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso vite, e così la vite diventa indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo Popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.

Teniamo presente, inoltre, che nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico. In questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non parla esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi., che il suo sangue è il frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e, nell’Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia, diventa realtà questa grande realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con l’amore eterno.

“Rimanere”: rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo nuovo dono del Signore, che ci ha reso popolo in se stesso, nel suo Corpo e con il suo Sangue. Mi sembra che dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio stesso si fa Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che possiamo rimanere – rimanendo in questo mistero – nella comunione con Dio stesso, in questa grande storia di amore, che è la storia della vera felicità. Meditando questo dono – Dio si è fatto uno con noi tutti e, nello stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite – dobbiamo anche iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero penetri nella nostra mente, e così cominciare a realizzare questo imperativo: “Rimanere” (Benedetto XVI, Visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 12 febbraio 2010).

Di sua natura la fede fa appello all’intelligenza, perché svela all’uomo la verità sul suo destino e la via per raggiungerlo responsabilmente cioè attraverso fede e ragione, una fede pensata, vissuta e quindi anche la ricerca, l’interrogarsi greco della filosofia verso il senso religioso della vita è un contributo provvidenziale. Ratzinger mette grande impegno nel mostrare i testi biblici, dal racconto del roveto Esodo 3 fino alla formula “Io sono” che Gesù applica a se stesso nel Vangelo di Giovanni: l’unico Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento è l’Essere che esiste da se stesso, tutto in atto, ragione dell’atto d’essere di ogni ente che viene all’esistenza, che i filosofi hanno argomentato.

Ma egli sottolinea con forza che la Rivelazione di Dio supera anche radicalmente ciò che i filosofi erano giunti ad argomentare di lui. In primo luogo, infatti, Dio è nettamente distinto dalla natura, dal mondo che Egli ha liberamente creato. E soprattutto questo Dio non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui sarebbe inutile rivolgersi nella preghiera, come ritenevano i filosofi. Il Dio biblico ama ogni uomo e per questo entra nella nostra storia, dà vita ad un autentica storia d’amore con Israel, suo popolo, per rivelarsi alle genti, e poi, in Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza all’intera umanità ma la conduce all’estremo, al punto di lasciarsi uccidere per amore nella croce del proprio Figlio senza soccombere, per rialzare ogni uomo e salvarlo, e di chiamare l’uomo a quell’unione d’amore con Lui che culmina nell’Eucaristia.

giovedì 11 febbraio 2010

Cura dei malati

Due opere essenziali per la Chiesa, cui è affidato il compito di prolungare nello spazio e nel tempo la missione di Cristo: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito

“I Vangeli, nelle sintetiche descrizioni della breve ma intensa vita pubblica di Gesù, attestano che egli annuncia la Parola e opera guarigioni di malati, segno per eccellenza della vicinanza del Regno di Dio, (presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge). Ad esempio, Matteo scrive: “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23; 9,35). La Chiesa cui è affidato il compito di prolungare nello spazio e nel tempo la missione di Cristo, non può disattendere queste due opere essenziali: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito. Dio, infatti, vuole guarire tutto l’uomo e nel Vangelo la guarigione del corpo è segno del risanamento più profondo che è la remissione dei peccati (Mc 2,1-12). Non meraviglia, dunque, che Maria, madre e modello della Chiesa, sia invocata e venerata come Salus infirmorum”, “Salute dei malati”. Quale prima e perfetta discepola del suo Figlio, Ella ha sempre mostrato nell’accompagnare il cammino della Chiesa, una speciale sollecitudine per i sofferenti. Ne danno testimonianza le migliaia di persone che si recano nei santuari mariani per invocare la Madre di Cristo e trovano forza e sollievo. Il racconto evangelico della Visitazione (Lc 1,39-56) ci mostra come la Vergine, dopo l’annuncio dell’Angelo, non tenne per sé il dono ricevuto, ma partì subito per andare ad aiutare l’anziana cugina Elisabetta, che da sei mesi portava in grembo Giovanni. Nel sostegno offerto da Maria a questa parente che vive, in età avanzata, una situazione delicata come la gravidanza, vediamo prefigurata tutta l’azione della Chiesa a sostegno della vita bisognosa di cura.

La maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). Una maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme, lungo il pellegrinaggio della storia. Attraverso i secoli, la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad operare cose grandi nelle persone umili e semplici. La sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e gratuita, non sono forse i miracoli dell’amore? Il coraggio di affrontare il male disarmati – come Giuditta -, con la sola forza della fede e della speranza nel Signore, non è un miracolo che la grazia di Dio suscita continuamente in tante persone che spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre? Per tutto questo noi viviamo una gioia che non dimentica la sofferenza, anzi la comprende. In questo modo i malati e tutti i sofferenti sono nella Chiesa non solo i destinatari di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto i protagonisti del pellegrinaggio della fede e della speranza, testimoni dei prodigi dell’amore, della gioia pasquale che fiorisce dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo (Benedetto XVI, Omelia, 11 febbraio 2010)

Benedetto XVI che in Spe salvi (nn,35-40) presenta l’agire e il soffrire come luoghi di apprendimento della speranza per cui la sofferenza accettata e offerta è un miracolo dell’amore dice: “Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter “offrire” le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso. In questa devozione c’erano senz’altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire “offrire”? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande compatire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene, dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi” (40).. La sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e gratuita, non sono forse miracoli dell’amore? Il coraggio di affrontare il male disarmati con la sola forza della fede e della speranza nel Signore, non è un miracolo che la grazia di Dio suscita continuamente in tante persone che spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre? La maternità della Chiesa suscita una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza.

mercoledì 10 febbraio 2010

Sant'Antonio

La carità è l’anima della fede, la rende viva; senza l’amore, la fede muore

“Nei “Sermoni”, intitolati rispettvamente “Sermoni domenicali” e “Sermoni sui Santi” Antonio parla della preghiera come di un rapporto di amore, che spinge l’uomo a colloquiare dolcemente con il Signore, creando una gioia ineffabile, che soavemente avvolge l’anima in orazione.

Antonio ci ricorda che la preghiera ha bisogno di un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno, ma è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell’anima.

Secondo l’insegnamento di questo insigne Dottore francescano (“Dottore evangelico”), la preghiera è articolata in quattro atteggiamenti, indispensabili, che, nel latino di Antonio, sono definiti: osecratio, oratio, postulatio, gratiarum actio. Potremo tradurli così: aprire fiduciosamente il proprio cuore a Dio, colloquiare affettuosamente con Lui, presentargli i nostri bisogni, lodarlo e ringraziarlo.

In questo insegnamento di sant’Antonio sulla preghiera cogliamo uno dei tratti specifici della teologia francescana, di cui egli è stato l’iniziatore, cioè il ruolo assegnato all’amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore, e che è la sorgente da cui sgorga una conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza.

Scrive ancora Antonio: “La carità è l’anima della fede, la rende viva; senza l’amore, la fede muore”(Sermones Dominale set Festivi, p. 37).

Soltanto un’anima che prega può compiere progressi nella vita spirituale: è questo l’oggetto privilegiato della predicazione di Sant’Antonio.

Egli conosce bene i difetti della natura umana, la tendenza a cadere nel peccato, per cui esorta continuamente a combattere l’inclinazione all’avidità, all’orgoglio, all’impurità, e a praticare invece le virtù della povertà e della generosità, dell’umiltà e dell’obbedienza, della castità e della purezza. Agli inizi del XIII secolo, nel contesto della rinascita delle città e del fiorire del commercio, cresceva il numero di persone insensibili alle necessità dei poveri. Per tale motivo, Antonio più volte invita i fedeli a pensare alla vera ricchezza, quella del cuore, che rendendo buoni e misericordiosi, fa accumulare tesori per il Cielo. “O ricchi – così egli esorta – fatevi amici…i poveri, accoglieteli nelle vostre case: saranno essi, i poveri, ad accogliervi negli eterni tabernacoli, dove c’è la bellezza della pace, la fiducia della sicurezza e l’opulenta quiete dell’eterna sazietà” (Ibid. p. 29).

Non è forse questo, cari amici, un insegnamento molto importante anche oggi, quando la crisi finanziaria e i gravi squilibri economici impoveriscono non poche persone, e creano condizioni di miseria? Nella mia Enciclica Caritas in veirtate ricordo: “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica di ogni persona” (n. 45).

Antonio alla scuola di Francesco, mette sempre Cristo al centro della vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione. E’ questo un altro tratto tipico della teologia francescana: il cristocentrismo. Volentieri essa contempla, e invita a contemplare, i misteri dell’umanità del Signore, in modo particolare, quello della Natività, che gli suscitano sentimenti di amore e di gratitudine verso la bontà divina.

Anche la visione del Crocifisso gli ispira pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità di ogni persona umana, così che tutti, credenti e non credenti, possano trovarvi un significato che arricchisce la vita. Scrive Antonio: “Cristo che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore… In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce” (Sermones Domenicales et Festivi, pp. 213 – 214). Cari amici, possa Antonio di Padova, tanto venerato dai fedeli, intercedere per la Chiesa intera, e soprattutto per coloro che si dedicano alla predicazione. Questi, traendo ispirazione dal suo esempio, abbiano cura di unire solida e sana dottrina, pietà sincera e fervorosa, incisività nella comunicazione” ( Benedetto XVI, Udienza Generale, 10 febbraio 2010).

Il Papa ha invitato a pregare in quest’anno sacerdotale perché i sacerdoti e i diaconi svolgano con sollecitudine questo ministero di annuncio e di attualizzazione della Parola di Dio ai fedeli, soprattutto attraverso le omelie liturgiche. Si è augurato che siano una presentazione efficace dell’eterna bellezza di Cristo, proprio come Antonio raccomandava: “Se predichi Gesù, egli scioglie i cuori duri; se ,lo invochi,addolcisci le amare tentazioni; se lo pensi, ti illumina il cuore; se lo leggi, egli ti sazia la mente” ( Sermones Domenicales et Festivi, p. 59).

martedì 9 febbraio 2010

Preparazione al matrimonio

Tre tappe dell’itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale e alla tutela dei diritti dell’infanzia

“Un importante impegno del Dicastero per la Famiglia è l’elaborazione di un Vademecum per la preparazione al Matrimonio. Il mio amato Predecessore, il venerabile Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Famialiaris consortio affermava che tale preparazione è “più che mai necessaria ai nostri giorni” e “comporta tre principali momenti: uno remoto, uno prossimo e uno immediato” (n. 46). Riferendosi a tali indicazioni, il Dicastero si propone di delineare convenientemente le tre tappe dell’itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale.

- La preparazione remota riguarda i bambini, gli adolescenti e i giovani. Essa coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come vocazione all’amore, che si specifica, poi, nelle modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli, In questa tappa, inoltre, dovrà progressivamente emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare nell’amore autentico.

- La preparazione prossima riguarda i fidanzati e dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio (ibidem). La durata e la modalità di attuazione saranno necessariamente diverse secondo le situazioni, le possibilità e i bisogni. Ma è auspicabile che preveda, gli interventi del sacerdote e di vari esperti, come pure la presenza di animatori, l’accompagnamento di qualche coppia esemplare di sposi cristiani, il dialogo di coppia e di gruppo e un clima di amicizia e di preghiera. Occorre, inoltre, porre particolare cura perché in tale occasione i fidanzati ravvivino il proprio rapporto personale con il Signore Gesù, specialmente ascoltando la Parola di Dio, accostandosi ai Sacramenti e soprattutto partecipando all’Eucaristia. Solo ponendo Cristo al centro dell’esistenza personale e di coppia è possibile vivere l’amore autentico e donarlo agli altri: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” ci ricorda Gesù (Gv 15,5).

- La preparazione immediata ha luogo in prossimità del matrimonio. Oltre all’esame dei fidanzati, previsto dal Diritto Canonico, essa potrebbe comprendere una catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e la cura affinché la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un dono che contribuisce alla sua crescita spirituale. E’ bene inoltre, che i Vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino particolare attenzione perché la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel conteso attuale, una testimonianza missionaria e profetica” (Benedetto XVI, Ai Partecipanti alla XIX Assemblea Plenaria del Pontificio Consilio per la Famiglia, 8 febbraio 2010).

Il Papa ha anche richiamato il tema de “I Diritti dell’Infanzia” con riferimento al XX anniversario della Convenzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, nel 1989. La Chiesa, lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha sempre promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. “Purtroppo – ha rilevato il Papa con dolore e con fermezza – in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare. La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che considerò i bambini modello da imitare per entrare nel regno di Dio (Mt 18,1-6; 19, 13 – 14), hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura. Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli (Mc 9,42) impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell’infanzia è stata accolta con favore dalla Santa Sede, i quanto contiene enunciati positivi circa l’adozione, le cure sanitarie, l’educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l’abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo”.

La Convenzione, nel preambolo, indica la famiglia “quale ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli”. Ed è proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità.E’ importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. Si tratta di non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del patto coniugale e rinsaldarlo con l’ascolto continuo della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole. Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori.

domenica 7 febbraio 2010

Quaresima

Una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore

“Una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a belvedere, questo presupposto:poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare – ammonisce Gesù – è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza con il male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro . Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione: alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dell’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e fare da sé (Gen 3, 1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà di Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento ’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (Sir 4,4-5, 8-9), il forestiero (Es 22,20), lo schiavo (Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire dall’illusione di autosufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosé, una liberazione del cuore, che la sola parola della legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’”espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma bisognoso di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di avere bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande” che è quella dell’amore (Rm 13,8-10)” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2010).

Proprio forte di questa esperienza sacramentale, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste attraverso la carità nella verità nell’ambito sociale, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore. Infatti “la carità eccede la giustizia …ma non è mai senza ala giustizia (Caritas in veritate, n. 6). La politica è propriamente “prendersi cura, da una parte, e avvalersi dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale che in tal modo prende forma di polis, di città” (Caritas in veritata, n. 7). Il dovere politico, che ovviamente non si riduce all’azione dei partiti, è per tutti: “Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità di incidenza nella polis. E’ questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis” (Caritas in veritate, n. 7).