Domenica XXI T.O.

La Chiesa, corpo di Cristo, vive e opera in tutti battezzati, in tutti i fedeli guidati dai Suoi Vicari, i successori degli Apostoli cioè i Vescovi diocesani con Pietro nei suoi 266 successori.

La chiamata di Simone presso il lago di Galilea con la confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Messia”. Una confessione ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta come tutte le vere vocazioni.
San Pietro si pone in un cammino di sequela. È così che questa confessione iniziale porta in sé, come in germe, già la futura fede della Chiesa nel Dio vivente, con noi, come abbiamo sentito dalle letture bibliche della Messa di oggi. Vorremmo rivivere due altri avvenimenti importanti nel cammino di Pietro, non richiamati biblicamente ma necessari per comprendere il ministero petrino: la moltiplicazione dei pani e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore universale nel tempo e nello spazio con i suoi successori. È il quadro evangelico-ecclesiale della Liturgia di questa ventunesima domenica durante l’anno.
Cominciamo con la vicenda della moltiplicazione dei pani. Il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli apostoli domandano: Ma come? Andrea, il fratello di Pietro, attira l’attenzione di Gesù su un ragazzo che portava con sé cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli apostoli.
Ma il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. Anzi, il Signore incarica gli apostoli, e tra loro Pietro, di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici canestri di pane (Gv 6,12-13). Successivamente la gente, vedendo questo miracolo – che sembra essere il rinnovamento, così atteso, di una nuova “manna”, del dono del pane dal cielo – vuole farne il proprio re.
Ma Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo, sentendosi umanamente incompreso. Il giorno dopo, Gesù sull’altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo non nel senso di una regalità temporale su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di è: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani nella attualizzazione eucaristica del suo sacrificio in ogni tempo e luogo: il suo modo assolutamente di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative mondane della gente: quanto è importante anche oggi la consapevolezza della regalità di Cristo che alla domanda di Pilato risponde: “Tu lo dici: io sono Re”.
Noi possiamo capire che queste parole del Maestro -che non vuol compiere ogni giorno una moltiplicazione dei pani, che non vuol offrire ad Israele un potere di questo mondo e mai temporalmente nella storia – risultassero veramente difficili, anzi inaccettabili, per la gente di allora e di sempre. “Dà la sua carne”: che cosa vuol dire questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù dice in questo momento. Era ed è per il nostro cuore, per la nostra mentalità anche attuale, un discorso “duro” che mette alla prova la fede per una vera conversione cristiana da un cristianesimo oggi molto liquido. Volevano uno che rinnovasse realmente lo stato di Israele, del suo popolo, e non uno che diceva: “Io do la mia carne” per la vita veramente vita, da risorti per l’eternità cui convertirsi.
Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?  Pietro reagì con lo slancio del suo cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con parole immortali, che dovrebbero essere le parole di tutti i suoi successori perché diventino le vere parole di evangelizzazione anche nel clima attuale di secolarizzazione, di ateismo, di cristianesimo liquido: “Signore, da chi andremo?” Dagli scienziati che propongono con la covid-19 cure solo per il corpo che finisce in polvere come se l’uomo materialisticamente fosse un animale e non un’unità spirito-corpo, spirito che influisce anche con le medicine per la cura del corpo? “Tu solo (allora e oggi) hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Dio vivente cioè Dio con noi e per noi” (Gv 6,66-69).
Qui, come a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia e continua con i suoi successori la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede, come la nostra, in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali.
Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande, aperta soprattutto perché non era fede in qualcosa, oggi in un nuovo umanesimo, in un nuovo ordine mondiale, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo, Dio vivente cioè con noi anche nelle tribolazioni, soprattutto nel morire già felici nella speranza di vita, di vita eterna. Così anche la nostra fede è sempre una fede in cammino e dobbiamo compiere ancora un grande e non facile cammino. Ma è essenziale che sia una fede certa da testimoniare di fronte a tutte le religioni, a tutti gli uomini e che ci lasciamo guidare dalla presenza sacramentale, eucaristica di Gesù, perché Egli non soltanto conosce la via, ma è la Via, la Vita attualizzando in continuità nell’Eucarestia la Sua Croce di salvezza, di liberazione contingente anche dalla malattia, ma soprattutto dal peccato e dalla morte.
La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza di ogni individuo. È, quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base dell’esperienza della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale per nessuno, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove, di infedeltà e fedeltà da rinnovare ogni girono nel perdono.
Pietro, che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento a rischio anche di ogni papa, non impeccabile pur infallibile in certi suoi atti: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro deve imparare ad essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento che lascerà i segni sulle sue guance. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione universale nel tempo e nello spazio.
In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. È l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo deformato dalla traduzione “mi ami tu …”. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapao” significa l’amore senza riserve, totale e incondizionato.
Gesù domanda a Pietro la prima volta: “Simone, mi ami tu (agapas-me)” con questo amore totale e incondizionato (Gv 21,15)? Prima del tradimento l’apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapao-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (Filò-se), cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?” E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano “Kyrie, filò-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileis-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (Filò-se)”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato ai limiti di Pietro, come per tutti i suoi successori, piuttosto che Pietro a Gesù! È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha riconosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: “Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi” (Gv 21,19).
Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità senza più scandalizzarsi di nessuno; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato sulla fortezza del giudizio sugli atti di governo ecclesiale, mai sulle persone. Egli sapeva di poter contare sulla presenza sacramentale accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità di amore esercitando la massima autorità con la più grande attrattiva. E mostra così l’esemplarità per i suoi successori, così anche a noi la via, nonostante tutta la debolezza dei pastori e nostra.
Sappiamo che Gesù si adegua a questa debolezza. Noi lo seguiamo tentando e ritentando, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta nel continuo ritentare. È stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa cioè di ogni cristiano, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito del Padre attraverso Gesù. Pietro stesso si qualificherà come “testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” 1 Pt ,1).
Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e indicare dove essa può essere attinta: la sorgente è la presenza sacramentale di Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostra fragilità: non è l’amore che fonda il vissuto cristiano ma la fede nella presenza sacramentale di Cristo che suscita, fonda l’amore. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in Lui vivo, presente. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,8-9).

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