Dio è giustizia e crea giustizia. E' questa la nostra consolazione e la nostar speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia.

"Questo di giustizia e grazia lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocefisso e risorto: Ambedue devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore …I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato" (Spe Salvi 44)

Serafino M. Lanzetta in "Inferno e dintorni" (nn. 124-125; 10-141)

"Dalla verità del Giudizio dipende l'eterna condizione dell'anima, che si presenta davanti al Giudice nuda per ricevere la ricompensa delle proprie azioni. In questo modo Benedetto XVI ripresenta con immagini nuove, mutuate – come è suo solito – da un'intensa riflessione sull'esistenza dell'uomo, le tre condizioni escatologiche cioè le realtà definitive, il cui inizio è già in atto dopo la morte dell'uomo che segna il momento della sua comparsa davanti al Giudice. Per primo Benedetto XVI spiega la verità dell'inferno, descritta come distruzione irrevocabile del bene, in

"persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in sé stesse l'amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere" (n. 45)

Per contro, ci sono persone permeate da Dio, che hanno speso la loro vita per Dio e peri fratelli e sono diventate pure come quel Dio che hanno amato e servito: costoro prendono parte al banchetto del Regno dei cieli; infatti, la loro comunione con Dio orientava fin da quaggiù il loro essere eterno con Dio. Invece, la condizione più frequente in cui viene a trovarsi l'uomo a causa della sua debolezza, e molto spesso del compromesso con il peccato, è quella del bisogno della purificazione, passando alla vita eterna come attraverso il fuoco della sofferenza purificatrice: il Purgatorio (1 Cor 3,12-15). "Tutte le cose sporche che hanno accumulato nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti?" (n. 46). Pertanto dinnanzi agli uomini che sono rimasti aperti a Dio, alla verità, all'amore ma che hanno sporcato la loro esistenza col peccato, la giustizia esige la riparazione e la sofferenza purificatrici per essere degni di comparire al cospetto del Re, capaci di ogni bene e questa sofferenza non è puro dolore ma è intrisa dello stesso amore di Crosto che mentre purifica dolorosamente, sana in profondità e restituisce l'essere alla piena verità di Dio e di se stesso (nn. 46-47).

In definitiva, appare chiaramente che, se Dio c'è, necessariamente deve essere giustizia e questa giustizia deve riflettere l'essere stesso di Dio: Dio crea giustizia per ogni uomo e, al contempo, questa giustizia è sempre il risultato della sua verità e della verità dell'uomo, opera delle mani del Creatore. Dio crea giustizia e fa giustizia secondo la grande misericordia del suo amore. Bisogna coniugare sempre giustizia e grazia, giustizia e misericordia perché l'una e l'altra insieme ci offrano la speranza della vita eterna: in un modo molto preciso dichiara Benedetto XVI:

"Il Giudizio di Dio è sapienza sia perché è giustizia, sua perché grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza "con timore e tremore" (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come "nostro avvocato, parakletos" ( 1 Gv 2,1) (n. 47).

Ora il nostro intento è proprio quello di esplorare più da vicino la realtà del Giudizio di Dio e così cogliere il nesso imprescindibile tra la giustizia e la grazia, soprattutto per appurare che la verità dell'inferno non può essere oggi giudicata contraria alla verità dell'amore di Dio, piuttosto, è quel limite che Dio ha posto alla menzogna e al peccato, un limite di misericordia proprio perché l'uomo capisse quanto è grande la grazia con cui è stato salvato, risuscitato e introdotto nei cieli in Cristo Gesù in una tensione tra il già e il non ancora (Ef 2,6).

…L'inferno, dunque, è la condizione eterna di chi ha sigillato con la sua libertà la scelta del male per sempre morendo nel peccato che conduce alla morte (1 Gv 5,16) e da Dio è allontanato per sempre dalla vita. Se Dio non allontanasse da sé per sempre il peccato e pertanto l'uomo e pertanto l'uomo diventato definitivamente lui stesso peccato, si comprometterebbe con esso, la sua misericordia non avrebbe più ragione di perdonare perché il perdono del male equivarrebbe alla sua commissione e l'uomo potrebbe sempre accusare Dio del male commesso. Alla fine dovrebbe essere l'uomo a giudicare Dio, come in fondo già accade. Se l'uomo non scegliesse con una responsabilità eterna, fuori del tempo, ovvero con una libertà che rimane tale, vera, autentica, quanto nel bene come nel male, le sue scelte sarebbero solo temporalmente apparenti; ancora una volta questi potrebbe accusare sempre Dio di condurlo nei sentieri di una eterna predestinazione come un robot tale da vanificare l'intera sua esistenza. L'inferno, invece, esprime la libertà d'amore di Dio e la libertà dell'uomo: Dio vuole la salvezza di ognuno dotato di ragione e libero arbitrio ma non costringe nessun uomo che, sebbene reso capace di guadagnarla, rimane libero e quindi capace di amare o di odiare per sempre. Ogni atto di libertà è  atto eterno, è sempre posto come eterno sebbene sia temporale e finito. Questo in ragione della ratio boni che muove a scegliere in bene, anche finito, e dell'atto di scelta che, in quanto libero è spirituale, dunque non finito. L'uomo, in ogni scelta, si orienta sempre o verso l'eternità del bene o verso l'eternità di un bene falso e mai sceglie tra il temporale o l'eterno. Ogni atto libero costruisce l'eternità in quanto si proietta sempre verso l'infinito, il non più temporale, il definitivo. Assolvere semplicemente la libertà dell'uomo con la misericordia di Dio, mentre non tiene conto del connotato più intimo della libertà, riduce la stessa misericordia ad un atto moralistico. L'inferno, allora, equilibra i due connotati di Dio di giustizia e di misericordia, preservando la fede dallo scadere tanto in una mera esecuzione penale, un verdetto che incute terrore, quanto in un lassismo moraleggiante, in cui il bene diventa un affare privato dell'uomo. 

In definitiva, sintetizzando, pensiamo che se si rigetta la verità dell'inferno due sono le possibilità che restano alla teologia: o ammettere una catarsi generale a modo di una novella apokatastasis alla fine dei tempi nella quale tutti saranno reintegrati nella giustizia di Dio e ammessi alla sua presenza per pura grazia, che dimentica la giustizia o si arriva a postulare l'idea protestante di una giustificazione imputata da Cristo all'uomo solo dall'esterno, tale da renderlo giusto ignorando la sua realtà intrinseca di uomo peccatore; ignorando la sua reale condizione Dio comunque salverebbe l'uomo. Se da un lato è svalutata la possibilità di una libertà che rimane eterna, dall'altro l'uomo è accolto da Dio, è considerato giusto ma né lui conosce veramente Dio né Dio può accogliere interamente l'uomo, tra i due ci sarà sempre una distanza che comunque rimarrebbe non colmata nel non-limite dell'eternità. Se non c'è l'inferno, o in termini teologici dire che è disabitato, si giustifica che o Dio chiude gli occhi per non vedere o l'uomo sarà in eterno in Dio justus et peccator.


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