Il mio cammino di fede in Cristo anche attraverso i Suoi Vicari, il Papa e il Vescovo diocesano

 A 86 anni di età e 60 di sacerdote sono qui alla Casa del Clero. Nel giorno del compleanno un carissimo confratello mi telefona:” Don Gino non ti faccio gli auguri e penso che quest’anno non te li faccia nemmeno il Vescovo per il tuo atteggiamento verso Papa Francesco e la Cei non ritenendo “accettabile la Messa senza popolo”. Felice, invece, il 9 agosto sera con la telefonata di mons. Zenti con gli auguri più cordiali. Ma colgo l’occasione per ripensare tutta la mia storia rilevando come a volte mi sono rapportato con i “Vicari di Cristo”  cioè Papa e Vescovo diocesano sempre con fede, non sempre con il sentimento e con il taglio teologico

Il primo “evento”, poiché la fede è un “avvenimento” e non semplicemente il frutto di un “ragionamento”, mi è accaduto nel 1948 a 14 anni, pre – ju di Azione Cattolica, con la consapevolezza oggi di averlo sempre conservato. Si era programmato un viaggio in camion da Castelnuovo del Garda a Roma per incontrare il Vicario di Cristo Pio XII. Passando da Bologna siamo stati attaccati e abbiamo risposto. In piazza san Pietro ci siamo trovati con una moltitudine di giovani cantando con la fede e il cuore. “Qual falange di Cristo Redentore, la Gioventù cattolica in cammino, con lo Spirito divino attinto all’Altar”. Con questo atteggiamento di fede rivedo ancora l’apparire sulla Loggia di san Pietro il “Pastore angelico” Pio XII, con le braccia allargate che ci ha benedetto. Fede, sentimento e dottrina erano un tutt’uno con lui, che non ho più dimenticato, soprattutto la fede che ho sempre conservato anche quando il sentimento e il taglio teologico non mi aiutava.
A 16 anni ero in Seminario e avevo come prefetto Lorenzo Molinaroli, un chierico tutto preso dallo studio dei dogmi della fede. Il 12 agosto 1950, in Villa a Roverè per le vacanze, è uscita l’Humani generis, un’enciclica “circa alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica” e il nostro prefetto cioè il chierico che ci guidava ce l’ha letta e spiegata. Mi ha coinvolto l’affermazione che l’errore va combattuto e io in vacanza, nel mio paese di Cavalcaselle con tanti giovani comunisti che scivolavano verso l’ateismo, combattevo. E qui congiungevo alla fede non solo il sentimento ma anche il ragionamento, l’azione pastorale di Pio XII.
Il primo novembre, sempre del 1950 l’avvenimento più fecondo del rapporto con Pio XII cioè la proclamazione del dogma dell’Assunta. Ho avuto il dono di poter andare. Quella mattina pioveva in piazza San Pietro ma alle 10,15 è avvenuto un buco con il sole sopra la Piazza mentre il Papa proclamava il dogma e tutti fummo coinvolti da una gioia grande: Dio ha vinto, ha vinto la vita, l’amore è più forte della morte, la sua forza è bontà e amore. Ma a 16 anni la certezza che Maria, una donna, è assunta in cielo in corpo e anima: anche per il corpo c’è posto in Dio. IL cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una madre. E la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto. Ne ha fatto la nostra madre, quando ha detto al discepolo e a tutti noi: “Ecco la tua Madre!”. Nel cielo cioè dappertutto come il Figlio di Dio abbiamo una Madre e fu una Provvidenza questa certezza quando qualche mese dopo fui colpito dalla tubercolosi. Ma per me Pio XII, il Papa, il Vicario di Cristo della Chiesa universale divenne sempre infallibile in quello che diceva e faceva, quel sempre immediatamente una esagerazione.
Vicario di Cristo era anche il Vescovo diocesano Mons. Girolamo Cardinale, che a Natale senza vacanze veniva a Bussolengo a portarci i dolci con il suo volto molto serio. Qui il sentimento non c’era quando dopo la comunione si era invitati a pregare per il Vescovo ravvivando la fede perché lui agisce a nome di Cristo capo.
Fu nominato Vescovo ausiliare mons. Andrea Pangrazio, giovane e che ci ha entusiasmato con “il Signore” di Romano Guardini, fatto venire a Verona dove è nato. A Castel Vecchio abbiamo cantato il salmo 18 di Benedetto Marcello e come chierico fu il primo impatto con il pubblico. Alla sera una delusione: invece del nostro mons. Andrea a successione di mons. Cardinale mons. Giovanni Urbani. Alla comunione la preghiera per il Vicario di Cristo diocesano fatta con fede ma poco sentimento e poca condivisione teologica, così legato al Vescovo ausiliare.
Nella primavera del 1968 ci fu la conclusione del Congresso eucaristico con la partecipazione del cardinale di Venezia Roncalli ospite in Seminario. Ricevetti l’incarico del servizio e la sera prima della conclusione: “Hai fatto sacramentaria?” Si, eminenza. “Non ho preparato l’omelia. Me la prepari tu. Molto breve e non dirlo a nessuno”. Quella notte fu tutta per l’omelia, evidentemente rifacendomi a “il Signore” di Guardini. A ottobre di quell’anno 1958 viene eletto Papa. E il cardinale Urbani a Venezia e a Verona mons. Giuseppe Carraro per vent’anni, il vescovo che mi ha ordinato e con il quale pur in momenti difficili la fede nel Vicario di Cristo diocesano non è mai stata disgiunta dal sentimento e dal taglio teologico. Nel luglio del 1960, noi dodici ordinati fummo condotti a Castel Gandolfo dal Vicario di Cristo Giovanni XXIII. Entrando nella stanza dove lo aspettavamo disse “Bella quell’omelia -rivolgendosi a me, meravigliando tutti, Vescovo compreso, perché non l’avevo detto a nessuno -, l’hai presa tutta da “Il Signore” di Guardini”. Potete immaginare come si è congiunta fede, sentimento teologia anche per l’annuncio del Concilio. Carraro era sulla linea del cardinal Ottaviani e Siri, dei documenti che stavano preparando a Roma. Nel primo anno conciliare cioè nel 1962 avvenne un cambiamento in Carraro non concordando con l’ala renana che rifiutò i documenti preparati dalla teologia romana e neppure con la teologia romana, qui a Verona maggioritaria con mons. Corrà e i Canonici. Nacque una amicizia di mons. Carraro con mons. Carlo Colombo, preside della Facoltà teologica di Venegono e vicino al cardinale Montini. Mons. Carraro mi aveva parlato di Licenza in teologia al Sant’Anselmo con il taglio liturgico. Nel 1963 il cardinal Montini diventa Paolo VI e mons. Carraro mi chiede di andare a Venegono per la licenza e la laurea in teologia con mons. Carlo Colombo. L’8 dicembre del 1965 si conclude il Concilio e alla sera alle 23 mi chiama: “Domenica in Cattedrale dobbiamo presentare tutti e sedici i documenti. Va a Venegono dal tuo don Carlo e preparate brevissime introduzioni. Fu una domenica splendida per me e anche per mons. Carraro ma non per Corrà e i Canonici. Nella mattina del Natale mons. Carraro mi chiama invitandomi a pranzo. Al Santuario della Corona il Rettore don Fantoni aveva fatto un infarto a settembre e il Santuario era rimasto chiuso fino a Natale. “Fammi il favore di accettare e di salire questa sera. Dei commenti io sono stato contento, anche se nel modo hai un tantino esagerato provocando la reazione di mons. Corrà e dei canonici. Questa nomina può apparire un castigo, anche se per me non lo è”. Non mi fu facile quella sera al santuario in una canonica non riscaldata senza luce. Però l’obbedienza di fede non mi ha tolto nulla con mons. Carraro. Nel 1966, allo Studio teologico da lui avviato, avvenne la tensione tra il professor di Sacra Scrittura Fedrizzi e il professore di dogmatica Bonetti: per il primo il fondamento della teologia è solo la Bibbia alla luce del Dei Verbum, per il secondo Bibbia e Tradizione dogmatica alla luce della Lumen gentium e di tutto il Concilio. “Don Gino va dal tuo don Carlo e chiedi luce”. Andai a Venegono e di fronte alla richiesta: Don Gino c’è il professor Ratzinger, che ha guidato la terza stesura della Dei Verbum approvata. La prima, guidata da Rahner, non è stata accettata, non ha raggiunta il quorum la seconda. Non dimenticherò mai il meraviglioso incontro di due ore con il professore Ratzinger che mi faceva problema: “Don Gino – gli aveva parlato mons. Colombo – la Rivelazione non è un meteorite caduto in una nave. È avvenuta con la storia di un popolo, dove tutti sono stati coinvolti con il dono della Legge con Mosè e della profezia con Elia e così con carismi tutto il popolo, tra cui chi ha posto per iscritto sotto ispirazione. L’analisi storico-critica non basta. E il numero 12 della Dei Verbum indica che centro dell’interpretazione dell’Antico Testamento è Cristo cui tutto tendeva e da cui tutto deriva, nel nuovo popolo di Dio tutti partecipano in comunione con il Vicario di Cristo diocesano in comunione con il Vicario di Cristo, il vescovo di Roma per tutta la Chiesa”. Così come ricordo nei miei attuali limiti ma questa divenne il piano di studi dello Studio teologico, che ha ricevuto nel 1969 dal cardinale Garronne, Prefetto della Congregazione dei Seminari a nome di Paolo VI “maxima cum laude”. Nel 1968 a Spiazzi ci fu a luglio un convegno di medici sulla pillola contraccettiva. Come moralisti Guzzetti contrario, Valsecchi favorevole. Favorevoli pure il cardinale Depfner, vescovo di Monaco e presidente della Commissione vaticana sulla contraccezione, e mons. Luciani, vescovo di Vittorio Veneto. Il sabato di quell’incontro esce l’Humanae vitae. Al venerdì vescovi e moralisti se n’erano andati e alla guida siamo rimasti mons. Salvetti e io. Quella notte l’ho letta e riletta e all’inizio la domenica della Messa conclusiva, d’accordo con mons. Carraro: l’atto genitale disgiunto artificialmente dalla finalità procreativa è male. Al termine l’enciclica domanda tanta comprensione per chi tenta senza riuscire. Paolo VI, conosciuta questa linea di Carraro lo invitò al Sinodo sulla Nuova evangelizzazione del 1974.
Ma nel 1972, dopo un Convegno dei biblisti a Roma con delle valutazioni sulla realtà fondativa della fede nel sepolcro vuoto e nelle apparizioni dei Risorto e togliendo il momento dogmatico con il sistematico teologico fui messo in minoranza come Direttore. In quell’anno ci fu anche il Convegno liturgico con mons. Noè e Padre Mazzarello, durante il quale ebbi una emorragia renale con una cura che mi impedì di dormire per tre mesi. In quella situazione fisicamente drammatica   e spiritualmente critica mons. Carraro mi mandò alla casa di cura dei Fate bene Fratelli di Milano, vicino all’Università cattolica. Migliorato sentii il bisogno di approfondire la filosofia con la Vanni Rovighi laureandomi con lei. Ma nel 1974 mons. Carraro mi volle aiutante a Roma durante il Sinodo. Relatore iniziale e conclusivo il card. Wojtyla e fu l’occasione per l’amicizia con lui e la Poltascha.  Non pochi vescovi non accettavano l’Humanae vitae e chiedevano una relazione sinodale e non post-sinodale. Non dimenticherò quel 28 ottobre. Rimasero al lavoro fino alle cinque del mattino con Padre Grasso concludendo nel dare tutto il materiale a Paolo VI per una relazione post-sinodale. Il papa chiese a Carraro chi avrebbe potuto aiutarlo.  Gli indicò Wojtyla. Pur disponibile non poteva garantire di poter tornare dalla Polonia dopo tre mesi. Se avesse la possibilità di rimanere a Roma una settimana, gliela avrebbe fatta. Carraro garantì l’ospitalità presso le orsoline e una suora che sapeva il polacco l’aiuto. Uscì quella che sarebbe divenuta l’Evangelii nuntiandi pubblicata l’8 dicembre del 1975, a dieci anni dalla conclusione del Concilio. I primi cinque capitoli su Cristo che mi rivela contemporaneamente chi è Dio e chi è l’uomo, superando quella terribile contrapposizione se partire da Dio o partire dall’uomo. Nel 1976 Carraro mi chiese di avviare il centro culturale diocesano Giuseppe Toniolo partendo da “Esiste una cultura cristiana…”. Quindi una proposta culturale divisiva di fronte ad una maggioranza che chiedevano cultura umana. Nel 1981 il risultato sul referendum sull’aborto Verona ha offerto il 78% per la vita di fronte al 32% nazionale.
Comunque dopo Giovanni Paolo II, Luciani per un mese e quindi Benedetto XVI, con il quale il rapporto di fede fu totale a livello teologico, pubblicando tre volumi alla “Scuola di Benedetto XVI”.
Non così con Papa Francesco per fede unico Vicario di Cristo, pur teologicamente diverso da Benedetto XVI cui rimango legato. Però a livello di fede sono certo della continuità a 86 anni del suo inizio a 14 con Pio XII.
Mi è capitato all’inizio della pandemia una telefonata dal sito La Fede quotidiana che mi pubblica gli articoli: Cosa dici della Cei sulle Messe senza popolo? Risposi inaccettabile, posizione fatta anche da Papa Francesco affermando che elementi essenziali di ogni Messa sono il Pane eucaristico e il popolo con o per. Mi fu rimproverato che l’atteggiamento mi avrebbe impedito di celebrare perché non in comunione con i vescovi e tolta la fiducia di molti che mi stimavano. Risposi che superiore di ogni prete è il Vicario di Cristo diocesano, il Vescovo in comunione con il Papa e non la Cei che è un servizio ai vescovi. Una precisazione non colta, ma estesa la notizia della non comunione con i vescovi. Comunque credo molto importante la distinzione tra la fede in continuità con ogni Vicario di Cristo. Con il Papa quando interviene infallibilmente e autorevolmente, non sempre immediatamente con tutto quello che dice e fa.

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