Mentre eucarestia e comunione provengono dalla Bibbia e dalla tradizione cristiana, la parola solidarietà  ci giunge dall'esterno

In sostituzione della solidarietà dell'umanesimo cristiano si punta a un nuovo umanesimo, un nuovo ordine mondiale secolarizzato riducendo anche Cristo a un personaggio umanitario. Joseph Ratzinger in questo settimo capitolo del "In cammino verso Gesù Cristo" (pp.101-105) presenta il pericolo del venir meno del compito per l'unificazione dell'umanità. Ci caricheremmo d'una grave responsabilità se questa globalizzazione si costruisce senza Dio, o addirittura contro di Lui, finirebbe come l'esperimento di Babele 


Il concetto di "solidarietà" si sviluppò inizialmente nella cornice del primo socialismo a opera di P. Lerou (+1871), in contrapposizione all'idea cristiana di amore, come la nuova, razionale ed efficace risposta al problema sociale. Karl Marx spiegava che il cristianesimo aveva avuto a disposizione un millennio e mezzo per mettere in atto le sue capacità, quindi era sufficientemente dimostrata la sua inefficacia; ora dovevano essere percorse nuove vie. Per decenni furono in molti a ritenere che il modello socialista, sintetizzato nel concetto di nuovo umanesimo solidale alternativo all'umanesimo cristiano, fosse la via per realizzare finalmente l'uguaglianza universale, l'eliminazione della povertà, la pace nel mondo.

Oggi non ci resta che osservare il panorama di macerie lasciato da una teoria e da una prassi che non tengono conto di Dio. È innegabile che il modello liberale dell'economia di mercato, soprattutto in alcune parti del mondo, dove sotto l'influsso delle idee sociali cristiane è stato moderato e corretto, ha portato grandi successi. Più triste invece il bilancio seguito, attuale soprattutto in Africa, alla contrapposizione dei blocchi di potere e degli interessi economici del nuovo ordine mondiale. Dietro l'apparente solidarietà dei modelli di sviluppo si nasconde non di rado la volontà di ampliare gli spazi del proprio dominio, della propria ideologia mondialista, del controllo dei mercati. In questo quadro mondialista sono andate distrutte antiche strutture sociali nazionali, forze spirituali e morali, con conseguenze che devono risuonare alle nostre orecchie come un unico lamento: No! Senza Dio le cose non possono funzionare. E poiché Dio solamente in Cristo ci ha mostrato il proprio volto, ha pronunciato il proprio nome, la sua presenza ed è entrato in comunione ecclesiale con noi, ne consegue che solamente Cristo può ridare oggi speranza al mondo. È innegabile che anche i cristiani nel corso della storia si sono macchiati di gravi colpe anche sociali. Pensiamo, per esempio, al commercio degli schiavi: un capitolo oscuro che mostra quanto poco i cristiani aderissero alla loro fede, all'amore fraterno del Vangelo, alla vera comunione con Gesù Cristo. Dio nella sua onnipotenza poteva creare dei robot senza rischi, ma ha creato persone con il libero arbitrio, con la meravigliosa possibilità di amare, ma con il rischio di odiare, di sopraffare. D'altra parte, furono l'amore fedele e l'umile prontezza al sacrificio di molti credenti (sacerdoti e persone consacrate) a fare da contrappeso, rendendo una testimonianza di carità che, se pure non riuscì ad arrestare l'orrore dello sfruttamento e del massacro, nondimeno lo mitigò. Su questa testimonianza siamo chiamati a costruire, su questa via dobbiamo costruire. Negli ultimi decenni, soprattutto grazie ai contributi etici dei Papi, il concetto di solidarietà è andato trasformandosi e cristianizzandosi, talché noi giustamente lo possiamo accostare alle due parole chiave della fede: eucaristia e comunione.

In questo senso, "solidarietà" significa sentirsi responsabili gli uni per gli altri: i sani per i malati, i ricchi per i poveri, i continenti del Nord per quelli del Sud; significa anche avere la consapevolezza che mentre diamo noi riceviamo, e che possiamo dare sempre e soltanto ciò che è a nostra volta abbiamo ricevuto, e quindi non può appartenere a noi in esclusiva. Abbiamo ormai compreso che non basta trasmettere capacità tecniche, conoscenze e teorie scientifiche, prassi e strutture politiche. Tutto questo non serve, e può perfino risultare nocivo, se contemporaneamente non vengono risvegliate le forze spirituali in grado di dare senso a queste tecniche e strutture, rendendo possibile una loro utilizzazione responsabile. Non fu difficile – per portare un esempio – smantellare, mediante un'intensa azione illuministica, le religioni tradizionali, che ora peraltro, deprivate del loro nucleo più autentico, sopravvivono come subculture, come tecniche di superstizione in grado di danneggiare i corpi e le anime. Sarebbe stato invece dischiudere la loro sostanza più sana in direzione di Cristo, portando così a compimento le loro innate aspettative. In un simile processo di purificazione e di sviluppo, avrebbero trovato feconda convergenza sia la continuità che il progresso. La missione ha ottenuto duraturo processo proprio là dove ha saputo seguire in concreto questa via, contribuendo a sviluppare quelle autentiche energie di fede di cui così urgentemente sentiamo la necessità.

Nel quadro della crisi generale che caratterizzò gli anni Sessanta/Settanta, alcuni missionari pervennero alla convinzione che la missione – l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo – non fosse più congeniale ai tempi; ormai avrebbe avuto soltanto più senso l'offerta di uno sviluppo sociale. Ma quale sviluppo sociale positivo è immaginabile qualora si accompagni all'analfabetismo nei confronti di Dio? L'idea, tacitamente presupposta, che i popoli e le tribù debbano conservare le loro forme religiose, senza che si vada ad importunarli proponendo le nostre, indica indubbiamente che la fede nel cuore di tali credenti si era raffreddata, malgrado la loro grande dedizione, e che la comunione con il Signore non era più vitale. Come sarebbe stato altrimenti pensabile che fosse cosa buona escluderne gli altri? Ma soprattutto qui è in azione – sovente a livello inconscio – un disprezzo del fatto religioso in genere, e non certo la stima per le altre religioni, come invece si vorrebbe far credere: la religiosità è un residuo arcaico che ogni persona ha diritto di coltivarsi, ma che nella sostanza non ha nulla a che fare con una vera prospettiva di sviluppo. Ciò che le religioni dicono e fanno è indifferente; esse si collocano al di fuori di un orizzonte di razionalità, per cui i loro contenuti sono privi di qualsiasi valore. L'orto prassi, che ne dovrebbe seguire, è pertanto costruita sulla sabbia.

Ma è ormai tempo di abbandonare questo modo errato di ragionare. Abbiamo bisogno della fede in Gesù Cristo, se non altro perché mette accordo tra ragione e religione. Essa ci offre autentici criteri di responsabilità, e libera l'energia necessaria per corrispondere vitalmente a questa responsabilità. La solidarietà tra i popoli e i continenti esige condivisione ad ogni livello: materiale, spirituale, etico e religioso. È evidente che l'economia mondiale non può continuare a curarsi in prevalenza degli interessi d'un determinato paese o d'un gruppo di paesi, ma deve mirare al benessere di tutti. Si tratta di una impresa ardua, non c'è dubbio, forse mai pienamente realizzabile. Tagli e rinunce sono richiesti a ciascuno di noi. Ma se si dà luogo ad uno spirito di solidarietà veramente nutrito dalla fede, allora l'impossibile può diventare possibile, sia pure in modo imperfetto.

A questo punto s'imporrebbe il tema "globalizzazione", che però non posso affrontare qui, pur urgente. È indubbio che oggi tutti dipendiamo gli uni dagli altri. Questa globalizzazione, però, invece di strutturarsi unilateralmente in funzione di interessi particolari, dovrebbe essere orientata in modo che tutti siano responsabili gli uni per gli altri, e ciascuno pori in qualche misura i pesi dell'altro. Ma ciò non può realizzarsi in base a criteri neutrali, non nazionali, con puro riferimento alle tecniche di mercato. Anche in questo campo sono determinanti le scelte di valore, riguardo alle quali è sempre risolutivo il nostro orizzonte religioso e morale.  Se la globalizzazione tecnologica ed economia non accetterà di lasciarsi illuminare da una nuova apertura della coscienza per Dio, di fronte al quale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità, rischieremo davvero la catastrofe. Questo riguarda in particolare i cristiani.

Da sempre il cristianesimo, grazie all'unico Signore, all'unico pane che di noi – i "molti" -fa un unico corpo, s'impegna per l'unificazione dell'umanità. Se dunque proprio noi cristiani, nel momento storico in cui l'unificazione esteriore dell'umanità, in precedenza quasi impensabile, sta divenendo realtà, dovessimo venir meno al nostro compito, credendo di non potere o di non dover intervenire, ci caricheremmo d'una grave colpa. Infatti, un'unità che si costruisca senza Dio, o addirittura contro di lui, finirebbe come l'esperimento di Babele: nella confusione più totale e nella distruzione, nell'odio e nella sopraffazione di tutti nei confronti di tutti.


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