Mons. Schneider e Mons. Viganò

“Vi sono motivi sufficienti per ritenere che esista un rapporto di causa ed effetto tra la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, Dignitatis Humanae e il Documento sulla fratellanza umana per la pace nel mondo e la convivenza comune: “C’è una cosa che vorrei dire. – Papa Francesco ai giornalisti di ritorno dagli Emirati – Lo riaffermo apertamente: da un punto di vista cattolico, il documento non si discosta di un millimetro dal Concilio Vaticano II. È anche citato in diverse occasioni. Il documento è stato redatto nello spirito del Concilio Vaticano II”.

“Corrispondenza romana” 31 luglio 2020
(Fsspx.news – 27 luglio 2020) Il 4 febbraio 2019, Papa Francesco ha firmato con il Grande Imam della Moschea del Cairo il Documento sulla Fratellanza umana per la pace nel mondo e la convivenza comune. Il 24 febbraio 2019, don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità San Pio X, ha denunciato questa “empietà che disprezza il primo comandamento di Dio e che fa dire alla Sapienza di Dio, incarnata in Gesù Cristo che è morto per noi sulla Croce, che ‘il pluralismo e la diversità delle religioni’ sono ‘una sapiente volontà divina’ “, aggiungendo che “tali parole si oppongono al dogma che afferma che la religione cattolica è l’unica vera religione (cfr. Programma, proposta 21). Se questo è dogma, ciò che si oppone si chiama eresia. Dio non può contraddirsi”.
Da Dignitatis humanæ ad Abu Dhabi, passando per Assisi
In un articolo del 31 maggio 2020, pubblicato il 1° giugno su LifeSiteNews, mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, afferma che “non esiste una volontà divina positiva o un diritto naturale alla diversità delle religioni”, e mostra che la dichiarazione di Abu Dhabi è la logica conseguenza della libertà religiosa promossa dal Concilio Vaticano II. Ecco gli estratti più significativi del suo articolo, che saranno utilmente integrati leggendo la sua dichiarazione del 4 giugno, intitolata “Non c’è fede comune in Dio né adorazione comune di Dio condivisa da cattolici e musulmani ”, p. xx di questo numero.
“Vi sono motivi sufficienti per ritenere che esista un rapporto di causa ed effetto tra la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, Dignitatis Humanæ e il Documento sulla fratellanza umana per la pace nel mondo e la convivenza comune, firmato da Papa Francesco e dallo sceicco Ahmed el-Tayeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Durante il suo volo di ritorno a Roma dagli Emirati Arabi, lo stesso Papa Francesco ha detto ai giornalisti: C’è una cosa che vorrei dire. Lo riaffermo apertamente: da un punto di vista cattolico, il documento non si discosta di un millimetro dal Concilio Vaticano II. È anche citato in diverse occasioni. Il documento è stato redatto nello spirito del Concilio Vaticano II”.
Il prelato sottolinea la rottura introdotta dalla dichiarazione conciliare Dignitatis humanæ che afferma “una teoria mai insegnata prima dal Magistero costante della Chiesa, vale a dire che l’uomo ha il diritto, basato sulla sua stessa natura ‘di non essere impedito di agire in materia religiosa secondo la propria coscienza, sia in privato che in pubblico, da solo o in associazione con altri, nei limiti che gli sono dovuti’ (ut in re religiosa neque impediatur, quominus iuxta suam conscientiam agat privatim et publice, vel solus vel aliis consociatus, intra debitos limites, n. 2). Secondo questa affermazione, l’uomo ha il diritto, sulla base della natura stessa (e quindi voluto positivamente da Dio) di non essere impedito di scegliere, praticare e diffondere, anche collettivamente, l’adorazione di un idolo e persino il culto di Satana, poiché ci sono religioni che adorano Satana, ad esempio, la ‘Chiesa di Satana’. In effetti, in alcuni paesi, la ‘Chiesa di Satana’ è riconosciuta con la stessa forza giuridica di tutte le altre religioni”.
“L’unica condizione che Dignitatis humanæ pone alla libertà religiosa è il rispetto del ‘giusto ordine pubblico’ (n. 2). Pertanto, una religione chiamata ‘Chiesa di Satana’ può adorare il Padre della menzogna, purché rispetti ‘l’ordine pubblico’ entro i limiti dovuti. Di conseguenza, la libertà di scegliere, praticare e diffondere l’adorazione di Satana, individualmente o collettivamente, sarebbe un diritto che ha le sue basi nella natura umana e che quindi è positivamente voluto da Dio”.
Mons. Schneider distingue tra la facoltà di scegliere e di fare il male, da un lato, e il diritto di scegliere e di fare il male, dall’altro: “L’immunità contro qualsiasi coercizione esterna accettando l’unica vera fede è un diritto naturale. È anche un diritto naturale non essere costretti a commettere il male (peccato) o l’errore (falsa religione). Tuttavia, non ne consegue che Dio voglia positivamente (diritto naturale) che all’uomo non doebba essere impedito di scegliere, eseguire e diffondere il male (peccato) o l’errore (falsa religione). Questa distinzione fondamentale deve essere tenuta presente tra la facoltà di scegliere e di fare il male e il diritto di scegliere e di fare il male. Dio tollera il male, l’errore e le false religioni; tollera persino il culto della cosiddetta ‘Chiesa di Satana’. “- Su questo argomento, rimandiamo al libro mons. Lefebvre, Lo hanno detronizzato, dove la è chiaramente fatta la distinzione tra libertà psicologica, o libero arbitrio e libertà morale “che riguarda l’uso del libero arbitrio: buon uso se i mezzi scelti portano ad ottenere un buon fine, cattivo uso se non portano ad esso”. Ciò dimostra che “la libertà morale è essenzialmente relativa al bene”.
Mons. Schneider trae quindi le conclusioni necessarie: “Per chiunque sia intellettualmente onesto e non cerchi di quadrare il cerchio, è chiaro che l’affermazione, in Dignitatis humanæ, che ogni uomo ha il diritto, in virtù della sua la sua stessa natura (e quindi per volontà positiva di Dio), di praticare e diffondere una religione secondo la propria coscienza, non differisce sensibilmente dalla dichiarazione della dichiarazione di Abu Dhabi, secondo la quale: il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”
Di fronte a tale confusione, il prelato ha espresso un desiderio: “Si può giustamente sperare e credere che un futuro papa o concilio ecumenico correggerà l’affermazione errata contenuta nella dichiarazione del Concilio Vaticano II Dignitatis humanæ. Questo errore ha causato una serie di pratiche e dottrine disastrose, come l’incontro di preghiera interreligiosa ad Assisi nel 1986 e la Dichiarazione di Abu Dhabi nel 2019. Queste pratiche e dottrine hanno contribuito notevolmente alla relativizzazione teorica e pratica della verità divinamente rivelata che la religione nata dalla fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato e unico Salvatore dell’umanità, è l’unica religione voluta positivamente da Dio. (…) L’affermazione di Dignitatis humanæ secondo la quale l’uomo ha il diritto naturale (positivamente voluto da Dio) di non essere impedito di scegliere, esercitare e diffondere, anche pubblicamente, qualsiasi forma di religione secondo la sua coscienza, e l’affermazione della Dichiarazione di Abu Dhabi secondo cui Dio vuole la diversità delle religioni, così come vuole positivamente la diversità dei sessi (basata sulla natura stessa dell’uomo), un giorno sarà certamente corretta dal Magistero pontificio della Cattedra di San Pietro – la Cathedra veritatis. In effetti, la Chiesa cattolica è e rimarrà sempre nel tempo (semper), nello spazio (ubique) e nel consenso perpetuo (ab omnibus) il ‘pilastro e baluardo della verità’ (1 Tim 3:15 )”.
Correggere o condannare il Vaticano II?
In un articolo pubblicato il 10 giugno su Chiesa e post concilio, mons. Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, approva l’analisi di mons. Schneider, ma non condivide il suo punto di vista su una possibile soluzione dell’attuale crisi dottrinale. Secondo lui, più che una correzione, è una condanna del Concilio che deve essere fatta, come nel caso del sinodo giansenista di Pistoia (18-28 settembre 1786):
“Il merito di questo testo [di mons. Schneider] sta innanzitutto nel fatto che ha colto il nesso causale tra i principi dichiarati o impliciti dal Vaticano II e l’effetto logico che ne è derivato nelle deviazioni dottrinali, morali, liturgiche e disciplinari che sono sorte e si sono gradualmente sviluppate fino ad oggi. Il mostro [in senso etimologico: creatura fantastica composta da elementi disparati presi da vari esseri reali. NdR.] generato negli ambienti modernisti potrebbe inizialmente essere ingannevole, ma man mano che cresce e si rafforza, si sta dimostrando oggi per quello che è realmente, nella sua natura sovversiva e ribelle. La creatura, allora concepita, è sempre la stessa, e sarebbe ingenuo pensare che la sua natura malvagia potrebbe cambiare. I tentativi di correggere gli eccessi del Concilio – invocando l’ermeneutica della continuità – si sono rivelati infruttuosi: Naturam expellas furca, tamen usque recurret  [Scaccia la natura con la forca, essa tornerà sempre] (Orazio, Epistole, I , X, v. 24). La Dichiarazione di Abu Dhabi e, come giustamente sottolinea Mons. Schneider, i suoi prodromi del Pantheon di Assisi, ‘è stata concepita nello spirito del Concilio Vaticano II’, come conferma fieramente Bergoglio”.
Ecco perché il prelato romano ha espresso dubbi sull’efficacia della soluzione suggerita da mons. Schneider, per il quale: “possiamo legittimamente sperare e credere che un futuro papa o concilio ecumenico correggerà le dichiarazioni erronee del Vaticano II”. Mons. Viganò ribatte: “Mi sembra un argomento che, anche con le migliori intenzioni, mina le basi dell’edificio cattolico. Se, infatti, ammettiamo che potrebbero esserci atti magisteriali che, a causa di una mutata sensibilità, possano essere abrogati, modificati o interpretati in modo diverso nel tempo, cadiamo inesorabilmente sotto la condanna del decreto Lamentabili [1907, decreto di San Pio X che condanna gli errori del modernismo], e finiamo per essere d’accordo con coloro che recentemente, proprio sulla base di questa errata ipotesi, hanno dichiarato la pena di morte ‘non conforme al Vangelo’, spingendosi fino a modificare il Catechismo della Chiesa Cattolica”.
Propone così una chiara condanna: “Quando, nel corso della storia, le eresie si sono diffuse, la Chiesa è sempre intervenuta prontamente per condannarle, come accadde al tempo del Concilio di Pistoia nel 1786, che era in qualche modo il precursore del Vaticano II, specialmente quando abolì la comunione fuori dalla Messa, introdusse la lingua volgare e soppresse quelle pronunciate a bassa voce durante il Canone; ma ancor più quando teorizzò le basi della collegialità episcopale, limitando il primato del Pontefice alla sola funzione ministeriale. Rileggendo gli atti di questo Sinodo, ci si stupisce della formulazione meticolosa degli errori che si troveranno in seguito, se non di più, nel Concilio presieduto da Giovanni XXIII e Paolo VI. Inoltre, proprio come la Verità attinge da Dio, così l’errore è alimentato dal Nemico, che detesta la Chiesa di Cristo e il suo cuore, la Santa Messa e la Santissima Eucaristia”.
Questa reazione di mons. Viganò ha suscitato in mons. Schneider il desiderio di chiarire i suoi pensieri in una Riflessione approfondita sul Concilio Vaticano II e sull’attuale crisi nella Chiesa, pubblicata sul blog di Jeanne Smits, il 24 giugno, dove riprende elementi del suo libro Christus vincit. Possiamo sottolineare questo omaggio reso mons. Marcel Lefebvre:
“In questo contesto, è stato in particolare mons. Lefebvre (anche se non è stato l’unico ad averlo fatto) che ha iniziato, su una scala più ampia e con una franchezza simile a quella di alcuni Padri della Chiesa, a protestare contro la distruzione della fede cattolica e della Santa Messa che ha avuto luogo nella Chiesa e che è stata sostenuta, o almeno tollerata, anche dalle alte autorità della Santa Sede. In una lettera indirizzata a Papa Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, mons. Lefebvre descrisse con realismo e accuratezza, in una breve sinossi, la vera portata della crisi nella Chiesa. Rimango sempre colpito dalla chiaroveggenza e dal carattere profetico delle seguenti affermazioni: Il diluvio di novità nella Chiesa, accettato e incoraggiato dall’episcopato, dilaga devastando ogni cosa sul suo cammino: fede, morale, istituzioni della Chiesa. La Chiesa, non poteva ammettere la presenza di un ostacolo, di una resistenza. Quindi avevamo la scelta di lasciarci trasportare dalla corrente devastante e aumentare il disastro, o di resistere contro ogni previsione per salvaguardare la nostra fede cattolica e il sacerdozio cattolico. Non potevamo esitare. (…) Le rovine della Chiesa si stanno accumulando: l’ateismo, l’immoralità, l’abbandono delle chiese, la scomparsa delle vocazioni religiose e sacerdotali sono tali che i vescovi iniziano a muoversi. [Lettera di mons. Lefebvre a Papa Paolo VI, 24 dicembre 1978. NdR.] Oggi assistiamo all’apogeo del disastro spirituale nella vita della Chiesa, che mons. Lefebvre sottolineava con così grande vigore già quarant’anni fa”.
Mons. Schneider desidera inoltre sottolineare il lavoro di analisi critica del Concilio, già svolto da 50 anni: “Nell’approccio alle questioni relative al Concilio Vaticano II e ai suoi documenti, dobbiamo evitare interpretazioni forzate o il metodo di ‘quadratura del cerchio’, pur mantenendo l’atteggiamento rispettoso che è essenziale e il senso della Chiesa (sentire cum Ecclesia). L’applicazione del principio dell’ ermeneutica della continuità non può essere utilizzata alla cieca per eliminare – senza fare domande – i problemi che esistono o per creare un’immagine di armonia, mentre le aree grigie e la vaghezza rimangono in questa ermeneutica della continuità. In effetti, un tale approccio porterebbe artificialmente e in modo non convincente al messaggio che ogni parola del Concilio Vaticano II è ispirata da Dio, infallibile e in perfetta continuità dottrinale con il magistero precedente. Un tale metodo violerebbe la ragione, i dati della realtà e l’onestà, e non darebbe alcun credito alla Chiesa, perché prima o poi (anche se ci vorrà un secolo) la verità verrà dichiarata così com’è. Ci sono libri, le cui fonti sono documentate e riproducibili, che offrono una panoramica storicamente più realistica e veritiera dei fatti e delle conseguenze relativi all’evento del Concilio Vaticano II stesso, ma anche di come i suoi documenti sono stati redatti e il processo di interpretazione e applicazione delle sue riforme negli ultimi cinquant’anni. Raccomando, ad esempio, i seguenti libri che possono essere letti con profitto: Romano Amerio, Iota Unum, Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel 20 ° secolo (Nouvelles Editions Latines, reed. 2013); Roberto de Mattei, Vaticano II: una storia mai scritta (edizioni Muller, 2013); Alfonso Gálvez, El Invierno eclesial  (Shoreless Lake Press, New Jersey, 2011)”.
Discernere e denunciare
Su un discernimento da fare tra i testi del Vaticano II, il prelato ha osservato: “Alcuni critici del Concilio affermano che, nonostante i suoi aspetti positivi, è come una torta in cui c’è un po’ di veleno, e che deve quindi essere gettata completamente via. Non credo che possiamo seguire questo metodo, né il metodo ‘buttare il bambino con l’acqua sporca’. Approcciandoci a un concilio ecumenico legittimo, anche se ci sono punti negativi, dobbiamo mantenere un atteggiamento di rispetto. Dobbiamo valutare e stimare tutto ciò che è realmente e veramente buono nei testi del Concilio, senza chiudere irrazionalmente e disonestamente gli occhi della ragione a ciò che è oggettivamente e chiaramente ambiguo, persino erroneo in alcuni testi. Va sempre ricordato che i testi del Concilio Vaticano II non sono la Parola ispitata di Dio, né i giudizi dogmatici definitivi o le dichiarazioni del Magistero infallibile, perché il Concilio stesso non aveva questa intenzione”.

Ma questo discernimento non impedisce una denuncia dello spirito generale che ha animato il Concilio, e che Mons. Schneider definisce in questi termini: “Alla vigilia del Concilio Vaticano II, una parte considerevole dell’episcopato e dei professori delle facoltà di teologia e seminari era intriso di una mentalità modernista, che è definita essenzialmente dal relativismo dottrinale e morale, e dalla mondanità, dall’amore per il mondo. Alla vigilia del Concilio, questi cardinali, vescovi e teologi adoravano la forma mentis – lo schema del pensiero – del mondo (cfr Rm 12, 2) e volevano compiacere il mondo (cfr Gal 1, 10). Hanno mostrato un chiaro complesso di inferiorità al mondo”.
Poco prima in questa Riflessione approfondita, aveva osservato: “Con il Concilio Vaticano II, e già con Giovanni XXIII, la Chiesa iniziò ad aprirsi al mondo, a flirtare con il mondo e manifestare un complesso di inferiorità di fronte al mondo. Ma i chierici, in particolare i vescovi e la Santa Sede, hanno la missione di mostrare Cristo al mondo – e non sé stessi. Il Vaticano II ha dato l’impressione che la Chiesa cattolica stesse cominciando ad elemosinare compassione dal mondo. Quest’attitudine si è mantenuta durante i pontificati postconciliari. La Chiesa elemosina la simpatia e il riconoscimento dal mondo; questo non è degno di lei e non le farà guadagnare il rispetto di coloro che cercano veramente Dio. Dobbiamo elemosinare la compassione di Cristo, di Dio e del Cielo”.
Un atto di pentimento
In un’intervista a Phil Lawler del sito di notizie americano Catholic Culture, pubblicato in francese sul blog di J. Smits il 27 giugno, Mons. Viganò ritiene che la soluzione a questa crisi dottrinale, “a suo parere, stia prima tutto in un atto di umiltà che ognuno di noi, a partire dalla gerarchia ecclesiastica e dal Papa, deve porre: riconoscere l’infiltrazione del nemico all’interno della Chiesa, l’occupazione sistematica di posizioni chiave nella Curia romana, nei seminari e nelle università, la cospirazione di un gruppo di ribelli – tra cui, in prima linea, la deviata Compagnia di Gesù – che è riuscito a dare l’apparenza di legittimità e legalità a un atto sovversivo e rivoluzionario. Dobbiamo anche riconoscere l’insufficienza della risposta dei buoni, l’ingenuità di molti, la paura degli altri, l’interesse di coloro che, attraverso questa trama, potrebbero aver guadagnato un certo vantaggio”.
Fondamentalmente, il prelato romano vuole un atto di pentimento: “Di fronte alla tripla negazione di Cristo nella corte del sommo sacerdote, Pietro ‘flevit amare’, pianse amaramente. La tradizione ci dice che il Principe degli Apostoli aveva due solchi sulle guance a causa delle lacrime versate abbondantemente nel resto della sua vita, pentendosi del suo tradimento. Spetterà a uno dei suoi successori, il Vicario di Cristo, nella pienezza del suo potere apostolico, raccogliere il filo della Tradizione dove è stato tagliato. Non sarà una sconfitta, ma un atto di verità, umiltà e coraggio”.
 
Una risposta indiretta della Santa Sede
In un articolo intitolato “Lo sviluppo della dottrina è la fedeltà alla novità”, pubblicato su Vatican News il 22 giugno, Sergio Centofanti, vice direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, risponde – senza nominarlo – mons. Viganò. L’agenzia svizzera cath.ch non si è sbagliata affermando il 23 giugno: “la Santa Sede reagisce alle critiche formulate contro il Concilio Vaticano II da Mons. Carlo Viganò, ex nunzio negli Stati Uniti”. Ma questo portavoce non ufficiale della Santa Sede è convincente? Molto poco. Si tratta dello stesso che, in un precedente articolo di Vatican News sul 25 maggio, sentiva il bisogno di difendere l’enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II, presa- secondo lui – “tra profezia e resistenza”, mentre dovrebbe aiutare “a guardare la realtà ecclesiale di oggi con un rinnovato impegno ecumenico”. Questo impegno ecumenico si scontra con la resistenza di anticonciliari ottusi o con fatti ottusamente testardi? La domanda non tocca la mente di Sergio Centofanti che questa volta dichiara: “Alcune critiche di carattere dottrinale all’attuale pontificato stanno mostrando una graduale ma sempre più netta presa di distanza dal Concilio Vaticano II. Non da una certa interpretazione di alcuni testi, ma dai testi conciliari stessi. Alcune letture che insistono nel contrapporre Papa Francesco ai suoi immediati predecessori finiscono così per criticare apertamente anche san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI o comunque fanno passare sotto silenzio alcuni aspetti fondamentali del loro ministero che rappresentano evidenti sviluppi dell’ultimo Concilio”.- Che il vicedirettore del Dicastero per la comunicazione rileggesse attentamente Mons. Schneider e Mons. Viganò, e vedrà che le loro critiche si riferiscono in effetti all’insegnamento conciliare e postconciliare e non al magistero prima e dopo l’elezione di Francesco.
Scrive senza mezzi termini Sergio Centofanti: “Il Concilio Vaticano II, con le Dichiarazioni Dignitatis humanae sulla libertà religiosa e Nostra aetate sul dialogo con le religioni non cristiane compie un salto che ricorda il Concilio di Gerusalemme della prima comunità cristiana che apre la Chiesa a tutta l’umanità. Di fronte a queste sfide, Giovanni Paolo II afferma che “il pastore deve mostrarsi pronto a un’autentica audacia” “. Paolo VI aveva scritto mons. Lefebvre che il Concilio Vaticano II era “non meno autorevole”, ed era “persino, per certi aspetti, più importante di quello di Nicea” (Lettera del 29 giugno 1975). Per Sergio Centofanti questo non è abbastanza: dobbiamo confrontare il Concilio Vaticano II con il Concilio di Gerusalemme “della prima comunità cristiana”. E il salto compiuto dall’ultimo concilio, sulla scia di Giovanni Paolo II, gli sembra audace. Ignora però che ci sono anche salti in cui il ritorno a terra può essere brutale.
Nel prossimo numero di Nouvelles de Chrétienté: il dibattito tra mons. Schneider e mons. Viganò verrà affrontato nella conferenza di padre Alain Lorans durante il 15° congresso del Courrier de Rome, tenutosi a Parigi il 18 gennaio 2020, sul tema “Esiste un rischio di scisma nella Chiesa oggi?”. Questa comunicazione intitolata “Rilevanza e limiti di numerose critiche al Sinodo sull’Amazzonia” sarà pubblicata nel prossimo numero di Nouvelles de Chrétienté (n. 184, luglio-agosto 2020), integrato dai recenti sviluppi di una critica che non si riferisce più al sinodo amazzonico, ma direttamente al Concilio Vaticano II.
Tutte le comunicazioni saranno raccolte negli Atti del Congresso, disponibili alla fine dell’anno presso il Courrier de Rome B.P.10156 – 78001 Versailles Cedex. Email: mailderome@wanadoo.fr– Sito web:  www.courrierderome.org

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