Per la libertà di culto

Il Governatore di New York aveva decretato restrizioni per l'esecuzione pubblico del culto. Contro queste restrizioni vari ricorrenti, fra i quali la diocesi di Brooklyn ed un'organizzazione di ebrei ortodossi, hanno lamentato un trattamento discriminatorio ricevendo un aiuto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti alla Chiesa

Maurizio Ragazzi in "Corrispondenza Romana" 2 Dicembre 2020

 Il settimanale Time ha candidato Andrew Cuomo, Governatore dello stato di New York, a uomo dell'anno (anzi, persona dell'anno, nella dizione politicamente corretta e ligia all'ideologia di genere).1 E non c'è niente da ridire: dato che la nomina intende premiare chi ha avuto maggior influenza sugli eventi nel bene e nel male, è indubbio che la decisione del Governatore d'inviare i contagiati negli ospizi, che verosimilmente ha valso a New York il primato per morti da Covid, lo abbia decisamente posto all'attenzione generale, anche se non per le nobili ragioni che si vorrebbe.


Ma un riconoscimento di altro tipo il Governatore lo ha appena ricevuto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha restituito al mittente (cioè a lui) l'ordine restrittivo imposto alle funzioni negli edifici di culto. Come tanti altri politici sparsi per il mondo, che non si sono certo lasciati sfuggire l'occasione del virus cinese per restringere la libertà di culto dei loro cittadini, anche il Governatore di New York si è dato da fare in tal senso. Ma i tribunali non sono rimasti con le mani in mano. Così, nel giugno scorso, accogliendo il ricorso di sacerdoti lefebvriani ed ebrei ortodossi, un giudice federale aveva bacchettato sia il Governatore dello stato che il sindaco di New York per il trattamento discriminatorio da loro riservato alle funzioni religiose a paragone delle proteste anti-polizia: «Il Governatore Cuomo ed il Sindaco De Blasio avrebbero potuto almeno scoraggiare le proteste in nome della salute pubblica, pur senza condannarne il messaggio, ed avrebbero potuto, in nome della sicurezza collettiva, evitare d'incoraggiare cio' che sapevano bene essere una flagrante violazione delle regole sulle distanze sociali. Oppure avrebbero potuto non dir niente. Invece, agendo come hanno fatto, il Governatore Cuomo ed il Sindaco De Blasio hanno inviato un chiaro messaggio che le proteste di massa beneficiano di un trattamento preferenziale»2.


Il 25 novembre scorso, invece, è stata la stessa Corte Suprema degli Stati Uniti a pronunciarsi su quella che sembra essere una forma allergica del Governatore di New York per l'esercizio pubblico del culto.3 Nel decretare restrizioni per zone ed attività, il Governatore aveva imposto, agli edifici di culto in zona rossa, un numero massimo di 10 partecipanti alle funzioni (o il 25% della capienza se inferiore), in zona arancione un numero massimo di 25 partecipanti (o il 33% della capienza se inferiore), ed in zona gialla una capienza limitata al 50%.4 Contro queste restrizioni applicabili agli edifici di culto, vari ricorrenti, fra i quali la diocesi di Brooklyn ed un'organizzazione di ebrei ortodossi,5 hanno agito in via cautelare, lamentando un trattamento discriminatorio dal quale corrispondenti attività di carattere non-religioso sono esenti.


Nella sua decisione, la Corte Suprema ha innanzitutto preso nota di quanto osservato dalla corte distrettuale, cioè che, sin da quando hanno riaperto, le chiese della diocesi di Brooklyn non hanno registrato nessun caso di Covid, e sono anzi state all'avanguardia nella lotta contro la pandemia, adottando protocolli di sicurezza più rigorosi di quelli richiesti dallo stato. Oltre a non esserci nessuna prova che i ricorrenti hanno contribuito alla diffusione del virus, resta anche il fatto che il rischio relativo all'assembramento per una funzione religiosa avrebbe potuto essere minimizzato collegando il numero massimo di partecipanti alle dimensioni dell'edificio di culto. (Quasi tutte le chiese della diocesi interessate dalle restrizioni a 10 o 25 persone hanno una capienza di almeno 500 persone!)6 Contrariamente a questo trattamento pregiudizievole, il primo emendamento della Costituzione americana esige che l'esercizio della libertà di religione sia garantito ed avvenga su di un piano di parità con comparabili attività non-religiose, a meno che lo stato non dimostri di aver operato un controllo rigoroso e di aver confezionato su misura quelle sole restrizioni davvero necessarie per soddisfare un interesse pubblico impellente. Quindi, a giudizio della Corte, «anche in tempo di pandemia, la Costituzione non può essere messa da parte e dimenticata: le restrizioni in questione in questo caso, impedendo in effetti la partecipazione a funzioni religiose, colpiscono al cuore la garanzia della libertà religiosa protetta dal primo emendamento. O, per usare la vivida espressione con la quale il giudice Gorsuch ha concluso la sua opinione: «è tempo – anzi il tempo è già scaduto – di mettere in chiaro che, mentre la pandemia solleva molte sfide complesse, non è ammissibile che la Costituzione tolleri degli editti esecutivi che, tramite la scelta dei colori, riaprono i negozi di liquori o di biciclette, ma abbassano la serranda [sugli edifici di culto]».


In definitiva, come aveva ammonito il giudice della Corte Suprema Samuel Alito in un suo recente discorso,7 «in certi ambienti la libertà religiosa sta velocemente diventando un diritto debole»; ma è proprio quando i diritti fondamentali sono indebitamente compressi che «la Corte Suprema e gli altri tribunali non possono chiudere gli occhi». Meno male, allora, che in questo caso la Corte ha tenuto gli occhi ben aperti. Anzi, alla prima occasione nella quale la Corte al completo è stata chiamata a decidere una questione così delicata, la maggioranza conservatrice (cioè i tre giudici nominati da Trump, in aggiunta agli affidabili Thomas ed Alito) ha retto: il voto decisivo della neo-eletta Amy Coney Barrett ha ribaltato la maggioranza di 5 voti a 4 nella quale, in un precedente caso relativo al rapporto fra Covid e libertà religiosa in California,8 il presidente Roberts (conservatore in teoria, ma spesso e volentieri progressista nei fatti) aveva aggiunto il suo voto, come nel caso di New York, a quello dei giudici (ora rimasti in tre) che non deviano dalla strada progressista neanche sotto tortura.

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