Il ruolo del Papa emerito

Conversazione con Geraldina Boni, professore oridnario di Diritto canonico, Ecclesiastico e Storia del diritto canonico all'Università di Bologna, sulla necessità di regolamentare il ruolo del Papa emerito dopo la pubblicazione dei diari di Pell

Andrea Mainardi, Star Magazine – 15 Dicembre 2020 in "Corrispondenza Romana" 17 Dicembre 2020


"Occorre che i protocolli sul ruolo di un papa che si è dimesso vadano chiariti, per rafforzare le forze dell'unità. Sebbene il papa in pensione possa mantenere il titolo di 'papa emerito', dovrebbe essere reinserito nel collegio cardinalizio in modo da essere conosciuto come 'Cardinale X, papa emerito', non dovrebbe indossare la talare papale bianca e non dovrebbe insegnare pubblicamente". Parola di George Pell, cardinale di Santa Romana Chiesa. Un ratzingeriano di ferro. L'esatto opposto di un nemico di Papa Bergoglio.


Parole come combustibile incendiario per molti osservatori che le leggono come la riapertura di un dibattito sulla convivenza di un papa regnante col predecessore che tanto infastidisce i ripetitivi oppositori del pontificato benedettino; quanto eccitano – strattonando la papale pellegrina bianca – tediosi apocalittici rivali dell'attuale regno francescano.


Perché Pell parla ora? Il fatto è che l'appunto del cardinale Pell porta la data del 29 giugno 2019. Festa dei santi Pietro e Paolo. Tratto dal suo diario dei 404 giorni trascorsi in una cella di isolamento a Melbourne per una condanna per pedofilia – dalla quale è stato definitivamente rimesso in libertà il 7 aprile dall'Alta Corte australiana che, all'unanimità, ha riconosciuto l'inconsistenza delle accuse.


Eppure la nota, pubblicata alcuni giorni fa in esclusiva da Sandro Magister in una breve antologia di brani del diario di Pell – molto più ampio, e che tocca molti temi differenti– che esce oggi per la Ignatius Press, ha subito smosso un dibattito che dal giorno della rinuncia di Benedetto XVI, l'11 febbraio 2013, ciclicamente propone immaginarie contrapposizioni tra due papi. Pro domo, ça va sans dire, di quello o quell'altro partito. Buone ad alimentare pamphlettismi di militanti blog su emerito e regnante conviventi nel recinto di Pietro. Il plot, del resto, fa cassetta. Un blockbuster che ha – queste sì – interessanti, quanto geniali anticipazioni di descrittivi scenari in ben più degne creazioni rispetto ad aciditi e complottisti. Dalla Roma senza Papa di Guido Morselli di cinquant'anni fa al recente The New Pope di Paolo Sorrentino. Bibliografia e cinematografia sono ampie.


Ma la questione si pone su ben altro livello. In punto di diritto.


Che un papa rinunci è previsto dal Diritto canonico. Come sia la vita da "pensionato" del successore di Pietro, tuttavia, non è precisato. E, per dirla con Pell: va normata.


Il lavoro dei giuristi da tempo ferve in questo senso: "È più volte filtrata la notizia di progetti di legge sulla sede apostolica impedita avviati a Roma e alcuni canonisti si sono accinti a prospettare soluzioni normative in saggi scientifici pubblicati. D'altro canto, poi, che la disciplina del papa emerito sia oggi un problema da affrontare anche dal punto di vista giuridico è incontestabile: la scienza canonistica non può non sentirsi interpellata per offrire il suo contributo al legislatore supremo".


Così Geraldina Boni, professore ordinario di Diritto canonico, Ecclesiastico e Storia del diritto canonico all'Università di Bologna. Consultore del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, da vari anni si occupa della rinuncia papale. Tra gli altri, si ricorda il volume Sopra una rinuncia – La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto (Bononia University Press, 2015).


Professoressa Boni, come si possono inquadrare gli appunti del cardinal Pell?


Con poche ed efficaci parole, il cardinal Pell tocca una serie di problemi cruciali nella Chiesa odierna e che andrebbero rapidamente affrontati e risolti con una normativa idonea. Infatti, occorre, non solo, come asserisce il porporato, definire il ruolo del papa che si è 'dimesso', ma occorre interrogarsi più in generale sia sulla rinuncia del sommo pontefice, sia anche sulla situazione nella quale quest'ultimo non sia più in grado di adempiere, per infermità o altro, al munus petrinum: sinora ipotesi quasi solo di scuola.


Un ulteriore passo. A cosa si riferisce?


L'urgenza di una legislazione è determinata, da una parte, dal recente consolidarsi dell''istituto' del 'papa emerito', totalmente sconosciuto e tuttora ignorato dal diritto canonico: esso, nello svolgersi quotidiano dell'esperienza ecclesiale, pone innegabilmente varie criticità – non solo ovviamente quanto al vestito, allo stemma o alla residenza del 'dimissionario'–, che si estendono su molteplici versanti e che vanno chiarite senza indugi.


Scrive Pell nel suo diario: "Sono favorevole alla tradizione millenaria che i papi non si dimettono, che continuano fino alla morte, perché questo aiuta a mantenere l'unità della Chiesa. I progressi nella moderna medicina hanno complicato la situazione, consentendo che i papi di oggi e di domani possano vivere probabilmente più a lungo dei loro predecessori, anche quando la loro salute sia molto indebolita".


Con il 'normalizzarsi' della rinuncia, che questo piaccia o no – a me, parimenti al cardinale, non molto, come ho più volte scritto – la convivenza tra due (o più) papi sembra avviarsi a divenire consueta, comunque non più anomala ed eccezionale: del resto lo stesso papa regnante ha più volte asserito di non escludere la strada additata dal suo antecessore.


L'allungamento della vita, i progressi della medicina…


Esatto. Ci sono proiezioni sulla vita umana inimmaginabili fino a pochi decenni or sono. Le possibilità che l'esistenza delle persone possa continuare a lungo pur in condizioni precarie di salute psichica e fisica, ovvero che si protraggano anche per molti anni coma, stati vegetativi e di minima coscienza sono tutt'altro che remote: anche per il successore di Pietro.


Questo però è davvero uno scenario differente, ulteriore, più drammatico rispetto alla rinuncia di Benedetto. Anziano ma non impedito. Né allora né, compatibilmente con l'indebolimento di un ultra novantenne, oggi.


Si esige una legislazione, quanto meno essenziale, per disciplinare adeguatamente tali 'fattispecie'. Lo scopo, conformemente alla vocazione autentica del diritto, è quello di prevenire e dirimere eventuali contrasti, ma anche solo gestire e dissolvere il disagio di imbarazzanti impasses: inconvenienti dei quali, attesa l'insopprimibile difettività umana, non c'è da scandalizzarsi, al contrario occorre farsene responsabilmente carico. E le voci affinché questo avvenga in tempi brevi si vanno moltiplicando, anche da parte di personalità autorevoli, preoccupate anzitutto per la serenità della compagine ecclesiale.


E qui si torna all'attualità degli ultimi anni, in una dialettica di rapporto tra papi. Proprio ieri Peter Seewald, biografo di Joseph Ratzinger – che in un quarto di secolo ha maturato una notevole consuetudine di rapporti con l'ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi con il pontefice regnante e, quindi, emerito – in una intervista ad Aleteia ammette quanto lo stesso teologo bavarese diventato papa sia consapevole che tutto ciò che scrive o dice dal suo "eremo" in Vaticano crea un inevitabile contrappeso o provoca controversie che rafforzano chi non ama il magistero o le riforme di papa Francesco. "Il papa è il papa. Non deve esserci un papa ombra e nemmeno un papa parallelo – taglia corto Seewald – Ma questo non significa che (Benedetto, ndr) sia d'accordo con tutto ciò che dice il Supremo Pastore della Chiesa. Aveva annunciato che si sarebbe ritirato nel silenzio. E lo ha fatto. Ma questo non significa che dovrebbe rinunciare al suo modo di pensare, o fare voto di silenzio. Ha già dato al suo successore uno o due consigli, molto discretamente. Ed è al suo fianco pregando per lui ogni giorno".


Professoressa Boni, motivi di differenti visioni ci sono stati.


Quel che si teme è che le situazioni incresciose talora verificatesi nelle relazioni tra i due papi – o anche solo nell'immagine che all'esterno viene fornita – possano alimentare fratture e, se non porre in crisi, certamente turbare l'unità della Chiesa, come osserva lo stesso Pell, o indurre confusione nel popolo di Dio. Sono in gioco, quindi, beni rilevantissimi, che vanno presidiati. Spesso, è vero, tali querelles sono causate da comportamenti quanto meno improvvidi di collaboratori dell'uno e dell'altro papa: si pensi al discorso di Georg Gänswein in occasione della presentazione di un libro nel maggio 2016, il quale parlò di un 'ministero allargato, con un membro attivo e uno contemplativo, una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune'; all'affaire Dario Edoardo Viganò nel 2018, con la lettera del papa emerito censurata; al pasticcio della firma apposta da Benedetto XVI al volume del cardinale Robert Sarah Dal profondo del nostro cuore all'inizio di quest'anno, nel mezzo del dibattito sul celibato sacerdotale. E, soprattutto, alla polemica suscitata dall'intervento di papa Ratzinger, rimbalzato sui media mondiali, a proposito delle cause della diffusione degli abusi sessuali nella Chiesa.


Due differenti ermeneutiche del problema: il clericalismo per Bergoglio, l'omosessualità di alcuni chierici per Ratzinger.


Resta il dato che alcune ambiguità e incertezze sussistono e vanno eliminate, anche attraverso un diritto bene formulato.


Tuttavia, questa contrapposizione tra i due papi, questo contrasto, è più forse percepita da circoli ristretti, quanto chiassosi, che dal popolo di Dio che frequenta le parrocchie la domenica per la Messa e forse non è poi così inquieto.


Anch'io sono convinta che ci sia, tra Benedetto XVI e Francesco, l'armonia che appare e che più volte è stata ribadita: d'altronde il tratto mite del primo e quello generoso del secondo aiutano e depongono fortemente in questo senso. È incontestabile, però, che gli eventi degli ultimi mesi e anni, appena menzionati, abbiano creato nervosismo ed evidenti tensioni. E, soprattutto, se la rinuncia del papa si consolida come comportamento comune e i papi emeriti si moltiplicano, non è sempre detto, per evidenti ragioni, che la concordia possa essere conservata. Una legge – penso a una manciata di norme ben ponderate e costruite – avrebbe proprio lo scopo di prevenire sempre possibili conflitti o solo attriti, a vantaggio unicamente del bene dell'unità della Chiesa. Senza arrivare a paventare, come si tuonava nel Medioevo, che un corpo con due teste è un "monstrum", certo si tratta di una situazione delicata. Del resto, proprio attraverso delle norme ben calibrate nel corso di un millennio si è regolata la vacanza della Sede e la scelta del papa – in precedenza alquanto turbolenta, e non in senso figurato. E in una maniera estremamente equilibrata ed efficace.


Più diritto e meno illazioni, dunque. Come declinarlo?


Si deve colmare una lacuna normativa, a partire dall'esplicitazione dei presupposti sostanziali e formali dell'atto della rinuncia per arrivare alla fissazione dello status dell'ex-papa: determinando quanto concerne, ad esempio, la denominazione-titolo del dimissionario, il reinserimento nel collegio cardinalizio, la partecipazione al conclave e, in esso, il diritto di elettorato attivo e passivo, il cerimoniale-protocollo negli incontri ufficiali con altri vescovi o autorità ecclesiastiche ovvero anche secolari. Ma pure specificando le residuali funzioni a lui spettanti in netta demarcazione rispetto a quelle riservate al papa regnante, unico titolare del supremo potere di giurisdizione, fino ad impartire – con il dovuto rispetto – indicazioni sui suoi contatti sociali e mediatici, le sue pubblicazioni, la sua partecipazione a eventi e cerimonie, secondo quanto già saggiamente hanno suggerito il cardinale Walter Brandmüller ed altri canonisti.


Accennava prima ai progressi della scienza medica che fortunatamente allungano la vita terrena, ma non sempre garantiscono condizioni di salute conciliabili col ministero petrino. Si va oltre alla libera rinuncia come attualmente codificata?


Una lacuna legis da colmare è senz'altro quella relativa alla disciplina della Sede Apostolica cosiddetta impedita: quando, cioè, il Papa, per cause di ordine esterno (prigionia, confino, esilio, recita il Codice di Diritto Canonico per il vescovo), ma soprattutto per cause di ordine personale, come una grave inabilità fisica o psichica, non possa assolutamente in alcun modo assolvere il suo compito. E ci si dovrebbe spingere fino a prevedere una procedura che accerti pure la possibilità, estrema eppure non irrealizzabile, che tale situazione – in caso di malattia totalmente inabilitante accertata inoppugnabilmente come incurabile – diventi definitiva e irreversibile: transitandosi dall'impedimento della Sede Apostolica alla vacanza e quindi alla nomina di un nuovo papa che governi appieno la Chiesa universale. Ogni papa potrebbe, d'altra parte, derogare tali norme e sovranamente predisporre una disciplina diversa: esattamente come ogni papa può modificare sensibilmente o solo ritoccare la disciplina dell'elezione del successore di Pietro e della sede vacante.


Questa sarebbe una rivoluzione. Dalla rinuncia libera alla possibilità che altri possano disporre di un Papa. Quasi come un interdetto, così come, ad esempio, previsto dal sistema giuridico italiano nei confronti di persone affette da disabilità gravi.


La questione è delicata, ma andrebbe affrontata con realismo. E con una procedura del tutto garantista. Anzitutto occorrerebbe che una commissione medica indipendente, individuata attraverso criteri previamente stabiliti (specialisti di diversi Paesi, provvisti di adeguati titoli e di competenza professionale universalmente riconosciuta) emettesse una diagnosi, attraverso gli strumenti che la scienza odierna consente, che dichiarasse la condizione di malattia psichica o fisica permanente e incurabile che priva assolutamente della capacità di intendere e volere il romano pontefice ovvero della capacità di manifestare in alcun modo la propria volontà.


Qualcuno potrebbe obiettare il rischio di andare nella direzione di un "depotenziamento" della figura, tra umano e sacro, del Romano Pontefice. Uomo, ma successore di Pietro e come tale Vicario di Cristo a cui sono state affidate le chiavi.


Sono temi, certamente non semplici, ma non possono essere considerati quasi dei 'tabù' intoccabili: come se approcciarli comportasse svilire la figura eminente del successore di Pietro e misconoscere la specificità del suo ufficio ancorato al diritto divino; rinnegando, poi, un'antica tradizione di silenzio disciplinare al riguardo con la pretesa di limitare, si direbbe quasi indebitamente, l'inviolabile libertas papale. Con riguardo ad entrambe le dimensioni accennate lo sguardo giuridico non si traduce neppure in una concezione burocratica ed efficientistica, o che disprezzi il valore sacro della vita umana inferma o sofferente: oppure che, tanto meno, esiti ad affidarsi alla Provvidenza divina. Al contrario, non si può ignorare l'elemento umano che si innesta in qualche modo nel ministero petrino, ad esso inestricabilmente congiunto: senza sopravvalutarlo pelagianamente confidando nelle sole capacità dell'uomo, ma mirando a guidare la sua insopprimibile libertà verso la res iusta anche in questo campo. Dall'umanità del romano pontefice, infatti, non si può prescindere: lo impone quella natura intrinsecamente teandrica della societas Ecclesiae iscritta nel cuore della rivelazione cristiana che il Vaticano II ha così nitidamente descritto. Per tutto questo auguro davvero che la prudenza del supremo legislatore della Chiesa possa presto provvedere.


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