L'essere determina il pensiero

Francesco Lamendola, in "Accademia Adriatica di Filosofia"

 7  Marzo 2022

Nel 1951, più di settanta anni fa, usciva il Trattato del ribelle di Ernst Jünger, il cui titolo originale è Der Waldgang, letteralmente "colui che si è passato al bosco", e perciò "colui che si è dato alla macchia", non volendo soggiacere come una vittima inerme al mostruoso totalitarismo della modernità creato dagli uomini dal basso sviluppo spirituale, armati però dello strumento formidabile della tecnica.

 

Opera potente, e soprattutto profetica, di una lucidità impressionante, specie se letta in questo nostri giorni, alla luce di quel che sta accadendo a livello mondiale da due anni a questa parte. Pur non condividendo molte delle posizioni di Jünger, e muovendo da altri presupposti che non sono i suoi, e mirando a fini differenti da quelli che lui indica, riconosciamo nondimeno in quel suo libro un prezioso strumento per leggere quel che sta accadendo, senza fermare lo sguardo sugli sviluppi che la crisi della modernità ha assunto a partire dal marzo del 2020, ma tenendo presente che tale crisi ha avuto inizio assai prima, solo che la maggior parte di noi non se n'era resa conto, pur essendo i suoi sintomi di una evidenza sempre più palese e sempre più clamorosa. Ci sembra, pertanto, che leggere o rileggere quel saggio, in questo momento storico, sia quanto mai utile e prezioso. Fra le altre cose, esso ci aiuta a non disperare e a non considerare gli eventi del colpo di stato mondiale scatenato dai poteri globalisti come un unicum della storia, rispetto al quale siamo del tutto indifesi perché del tutto impreparati. Al contrario, ci aiuta a riconoscere in esso una delle manifestazioni tipiche della contro-civiltà moderna e pertanto a riscoprire in noi stessi le risorse perenni che ci possono mettere in grado di fronteggiare la situazione con lucidità e sangue freddo, per quanto grave essa si presenti, o almeno di affrontarla con le armi in pugno, per così dire, risparmiandoci la fine ingloriosa delle pecore condotte al macello.

 

 

 

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Regola numero uno di chi non s'arrende: "via la paura"!

 

 

 

Scrive dunque Ernst Jünger nel capitolo quattordicesimo del Trattato del ribelle (titolo originale: Der Waldgang, Ernst Klett, Stuttgart, 1980; traduzione dal tedesco di F. Bovoli, Milano, Adelphi Edizioni, 1990, pp. 48-49 e 51-52):

 

In questo vortice, la questione fondamentale è se sia possibile liberare l'uomo dal timore. Obiettivo di gran lunga più importante che rifornirlo di armi o provvederlo di medicinali.  Forza e salute sono prerogative degli impavidi. Il timore, invece, stringe d'assedio anche – anzi soprattutto – chi è armato fino ai denti. Lo stesso dicasi per chi nuota nell'oro. La minaccia non si scongiura con armi o ricchezze, che sono e rimangono semplici strumenti.

 

Timore e pericolo sono così intimamente connessi  che è pressoché impossibile stabilire quale delle due forze generi l'altra. Ma data la maggiore importanza del timore, conviene incominciare di qui se si vuole tentare di sciogliere il nodo.

 

Quanto al metodo inverso, e cioè al tentativo di occuparsi in primo luogo del pericolo, è doveroso mettere in guardia dall'adottarlo. Non risolveremo mai la questione in quattro e quattr'otto fingendo di essere più pericolosi di quelli di cui abbiamo paura: è questo il classico rapporto che stabiliscono i rossi con i bianchi, i rossi tra loro, e domani, chissà, i bianchi con la gente di colore. Lo spavento assomiglia a un fuoco che si appresta a divorare il mondo. La paura, intanto, fa sempre nuove vittime. Chi mette fine allo spavento legittima con ciò stesso la sua pretesa al dominio: ed è il medesimo individuo che prima ha debellato la paura dentro di sé.

 

Inoltre è bene sapere che la paura non si lascia sconfiggere una volta per tutte. Né ciò consentirebbe di spezzare la catena dell'automatismo anzi gli spalancherebbe le porte ai più intimi recessi dell'uomo. L'uomo che cerca consiglio in se stesso, trova ogni volta nella paura il proprio interlocutore privilegiato; sennonché la paura punta a trasformare il dialogo in monologo: soltanto qui in fatti riesce a conservare l'ultima parola.

 

Se invece la paura viene costretta al dialogo, l'uomo può a sua volta prendere la parola. Cadrà così la sensazione di accerchiamento e, oltre a quella dell'automatismo, comparirà un'altra soluzione. D'ora innanzi, insomma, ci sono DUE vie o, per dire la stessa cosa con parole diverse, si è ristabilita la libertà di decidere.

 

 

 

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Il profetico libro "Trattato del ribelle" di Ernst Jünger? Un prezioso strumento per leggere quel che sta accadendo oggi, con la "Pandemia": esso ci aiuta a non disperare e a non considerare gli eventi del colpo di stato mondiale scatenato dai poteri globalisti come un unicum della storia, rispetto al quale siamo del tutto indifesi perché del tutto impreparati. Al contrario, ci aiuta a riconoscere in esso una delle manifestazioni tipiche della contro-civiltà moderna e pertanto a riscoprire in noi stessi le risorse perenni che ci possono mettere in grado di fronteggiare la situazione con lucidità e sangue freddo, per quanto grave essa si presenti, o almeno di affrontarla con le armi in pugno, per così dire, risparmiandoci la fine ingloriosa delle pecore condotte al macello!

 

 

 

Perfino nella peggiore delle ipotesi, nel caso della disfatta totale, rimane una differenza abissale, come quella tra il giorno e la notte. Una strada sale verso i regni dei grandi sentimenti, verso chi sacrifica la propria vita per una nobile causa, verso il destino di chi cade con le armi in pugno; l'altra invece scende verso le bassure dei campi di schiavitù e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida. Qui non si parla più di destini, qui ciascuno è solamente un numero. Se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: questa è la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere DA SOLO. Il singolo è sovrano oggi esattamente come in qualsiasi altro periodo della storia, e forse oggi è ancora più forte. Giacché il singolo, più i poteri collettivi guadagnano terreno, più si rende autonomo dagli antichi organismi costituitisi nel tempo, e allora fa parte per se stesso. Diventa così l'antagonista del Leviatano, o addirittura il suo dominatore, il suo domatore. (…)

 

Quando in questo libro si parla di singolo, si intende l'essere umano, privato però di quella specie di retrogusto che a questo termine è stato associato negli ultimi due secoli.  Si intende parlare dell'uomo libero come Dio l'ha creato, l'uomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce un'eccezione, né rappresenta un'élite. Se vi sono differenze, esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertà che ha avuto in dono. Per questo  ha bisogno di auto – l'aiuto del pensatore, del saggio, dell'amico, dell'amante.

 

Si può anche dire che nel bosco l'uomo DORME. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l'ordine è ristabilito. Il ritmo superiore della storia può addirittura essere interpretato come il periodico riscoprirsi dell'uomo. Esistono forze - ora totemiche, ora magiche, ora tecniche - che incessantemente gli voglio imporre una maschera.  Cresce, allora, la rigidità, e con essa la paura. Le arti impietriscono e il dogma diventa assoluto. Ma sin dai tempi più remoti si ripete la medesima scena: l'uomo getta la maschera, e allora subentra quella serenità che è l'immagine riflessa della libertà.

 

Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l'uomo, se confrontato con le sue macchine e con l'arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l'uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.

 

 

 

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Ernst Jünger, autore nel 1951 de "Il trattato del ribelle"

 

 

 

Adesso analizziamo nel dettaglio questa importante pagina di prosa.

 

Timore e pericolo sono così intimamente connessi che è pressoché impossibile stabilire quale delle due forze generi l'altra, dice Jünger. Tuttavia notiamo che vi è una profonda differenza fra la nozione di timore e quella di pericolo: la prima è soggettiva, la seconda è oggettiva. Io posso avere o non aver timore, ma se il leone è uscito dalla gabbia, è affamato e se fra me e lui non vi è alcun ostacolo, il pericolo in cui mi vengo a trovare è un dato di fatto oggettivo, riconoscibile come tale da chiunque. Non si deve cadere nella tipica deformazione del reale propria dell'idealismo: il mondo non gira attorno al mio ombelico; sono io che devo prendere atto della realtà e non la realtà che scaturisce dal mio volere e dal mio percepire. Ora, è ben vero che ciascun individuo determina il modo in cui la realtà viene percepita, e che tale determinazione, soggettivamente parlando, forma l'orizzonte concettuale e ideale entro il quale si muovono la sua vita e il suo pensare e il suo sentire; però, anche se l'individuo non è solo un ricettore passivo, non è vero neppure che la realtà sia una sua creazione, perché fra i due poli del conoscere, il conoscente e il conoscibile, è quest'ultimo che si pone in maniera prioritaria e di conseguenza normativa, non il primo. Il conoscente è in sostanza il "vaso" nel quale viene versata l'esperienza di qualcosa che esiste realmente e oggettivamente, al di fuori di lui e prima di lui. In altre parole, è l'essere che determina il pensiero e non il pensiero che crea l'essere: questa è la legge del reale e da essa si riconosce la grande follia dell'idealismo, che capovolge i giusti termini del rapporto.

 

 

 

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Non si deve cadere nella tipica deformazione del reale propria dell'idealismo: il mondo non gira attorno al mio ombelico; sono io che devo prendere atto della realtà e non la realtà che scaturisce dal mio volere e dal mio percepire!

 

 

 

Ma data la maggiore importanza del timore, conviene incominciare di qui se si vuole tentare di sciogliere il nodo.

 

Ma è poi vero che il timore è "più importante" del pericolo? Tornando all'esempio del leone scappato dalla gabbia, parrebbe di no. È il pericolo che determina il timore e non il timore che determina il pericolo. E se si verifica questa seconda evenienza, vuol dire che il timore è una modalità patologica dell'essere soggettivo, il che non autorizza a farne un principio oggettivo ed autonomo, addirittura superiore al vero principio oggettivo, che è il pericolo. Diciamo piuttosto che mentre il pericolo è un dato di fatto, il timore è l'interpretazione di esso, e, come tutte le interpretazioni, può essere realistica, cioè aderente al vero, o irrealistica, cioè del tutto slegata dalla realtà, e vivente di vita propria a causa di un disordine interiore, come avviene allorché qualcuno scambia un bastone per un serpente e non lo riconosce per ciò che effettivamente è, un semplice oggetto inanimato.

 

L'uomo desto e liberato dalla schiavitù della paura non si lascia trascinare nelle bassure dei campi di schiavitù e dei mattatoi, dove esseri primitivi hanno stretto con la tecnica un patto omicida. Vero, verissimo. Questo è il Moloch dei nostri tempi: un patto scellerato fra l'umanità rimasta ferma, o addirittura retrocessa, ai livelli più infimi del proprio statuto ontologico, e perfino al di sotto di essi, verso la brutalità animalesca, dominata solo dalla bieca cecità dell'ego ipertrofico, e la tecnica, che dà a tali esseri primitivi una forza e un potere di esercitare il dominio sugli altri esseri umani, quale altrimenti sarebbe pressoché impensabile. Non c'è nulla di più terribile di un barbaro nelle cui mani è stato messo il potere della tecnica. E tale potere, oggi, si caratterizza soprattutto in senso biologico: il potere, cioè, di manipolare il corpo e la mente degli esseri umani, esercitando su di essi un controllo per così dire dall'interno, cosa mai accaduta prima, o mai accaduta in forme così invasive e massicce.

 

Quando (…) si parla di singolo, si intende l'essere umano, privato però di quella specie di retrogusto che a questo termine è stato associato negli ultimi due secoli.  Si intende parlare dell'uomo libero come Dio l'ha creato, l'uomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce un'eccezione, né rappresenta un'élite.

 

Su questa parte del ragionamento di Jünger non possiamo essere d'accordo: è quella che ci trova più lontani. È vero che gli ultimi due (tre) secoli hanno dato alla parola "individuo" un significato particolare, viziato dal giusnaturalismo e dalle teorie di Rousseau sulla bontà originaria dell'uomo; ma poi Jünger stesso si contraddice, se intendeva ciò che abbiamo appena esplicitato, asserendo che l'uomo è stato creato libero da Dio. In verità, l'uomo non è stato creato libero, il che sarebbe un dato di fatto, ma con la potenzialità di poter scegliere la libertà, il che è una semplice possibilità, a soddisfare la quale sono necessarie numerose condizioni. Se fosse già libero per natura, perché lo vediamo ridotto in catene? Tale è anche la contraddizione inestricabile in cui si mette, da se stesso, Rousseau. Già più vicina al vero, invece, la seconda affermazione: che il segreto della libertà giace nel profondo di ciascuno; e che quando egli prende coscienza di sé, della sua vera natura, si libera, nel senso che esce dalla bolla ipnotica nella quale viveva racchiuso, rassegnato ad essere uno schiavo.

 

Se vi sono differenze, esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertà che ha avuto in dono. Per questo  ha bisogno di auto – l'aiuto del pensatore, del saggio, dell'amico, dell'amante.

 

Ahinoi, non ci siamo. Certo, l'aiuto del nostro simile può essere prezioso: ma non basta, e non basterà mai. Può aiutarci a trovare qualche momento di consapevolezza, non a renderci liberi. Per realizzare tale ambizioso obiettivo è necessario l'aiuto di Dio: non quello del pensatore, del saggio, dell'amico o dell'amante. Ciascuna di queste figure si pone sul piano puramente umano; ma per ridestarsi dal torbido sogno ipnotico nel quale giace immerso l'uomo ha bisogno di ben altro: ha bisogno della grazia, ossia dell'aiuto soprannaturale.

 

Non appena aprendo gli occhi [l'uomo del bosco] riconosce il proprio potere, l'ordine è ristabilito.

 

Vero: ma come fa ad aprire gli occhi, l'uomo che giace addormentato? Non può svegliarsi da se stesso; solamente Dio lo può ridestare, a condizione che l'uomo cerchi e desideri fortissimamente la verità. Qui soprattutto ci sembra che Jünger soggiaccia alla fascinazione di Nietzsche, ma il peggior Nietzsche, quello della volontà di potenza; in altre parole, a una forma di pensiero neopagano, volontarista e vitalista che preclude in partenza la giusta prospettiva del problema in questione, quello della liberazione dell'uomo dalla paura.

 

Esistono forze - ora totemiche, ora magiche, ora tecniche - che incessantemente gli voglio imporre una maschera.

 

Quanto è vera questa osservazione! E oggi lo vediamo nella maniera più letterale: quelle forze, totemiche, magiche e tecniche, ed in ultima analisi demoniache, ci stanno imponendo per legge di coprirci il viso con una maschera: segno di riconoscimento della contraffazione e della menzogna che esse pretendono da noi, a danno di noi medesimi.

 

 

 

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Erst Jünger, tra totalitarismo della tecnica e il problema della liberazione dell'uomo dalla paura? Per ridestarsi dal "Sogno ipnotico" l'uomo ha bisogno di un aiuto soprannaturale: ha bisogno di Dio e perciò deve tornare ad essere amico di Dio. In fondo, tutto ha avuto inizio perché l'uomo ha rotto la sua amicizia/alleanza con Lui…

 

 

 

Cresce, allora, la rigidità, e con essa la paura. Le arti impietriscono e il dogma diventa assoluto.

 

Altra grande verità. In questa fase storica il dogma s'irrigidisce all'estremo, diventa imperioso, indiscutibile e assolutamente cogente: chi lo contesta, chi si permette di criticarlo o anche solo di discuterlo, viene immediatamente trattato da eretico, da sovversivo, da nemico del bene pubblico, e perseguito con tutti i rigori della (nuova) legge, oltre che accompagnato dal disprezzo e dalla riprovazione morale della massa.

 

I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.

 

Vera e giusta anche la conclusione. È il singolo, nel senso che intendeva Kierkegaard (cioè in senso dichiaratamente anti-idealista), che può mutare il totalitarismo della tecnica. Tuttavia, lo ribadiamo, non può, né potrebbe mai farlo da solo, con le proprie forze. Ha bisogno di Dio e perciò deve tornare ad essere amico di Dio. In fondo, tutto ha avuto inizio perché l'uomo ha rotto la sua amicizia/alleanza con Lui…

 

Del 07 Marzo 2022

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