Il dogma si capisce con l'amore

Vittorio Messori, in "La Nuova Bussola" – 13 Marzo 2022

Vedo il libro di un esperto che si propone di «rileggere il cristianesimo per renderlo nuovamente comprensibile all'uomo contemporaneo». Scorro la «rilettura» e mi accorgo di caèpirci pochino, il vecchio vangelo mi sembra assai più chiaro. Penso alla risposta di quel tale cui chiedevano il segreto della sua efficacia nella catechesi: «Per parlare di Cristo a Pierino non basta conoscere Cristo; prima di tutto, bisogna conoscere Pierino». Se quegli esperti conoscano Cristo non so, non sta a me giudicare; certo sembrano conoscere poco noi, i «Pierini».

 

I pericoli che minacciano oggi la comprensione del vangelo sono in realtà diversi da quelli talvolta immaginati. Ad esempio: non mi pare che, sinora, si sia notato come il controllo della natalità e la limitazione a un solo figlio portino, in Occidente, a un mondo di persone che non ha vissuto l'esperienza concreta di un fratello o di una sorella. Invece, tutto il vangelo è basato su questa esperienza di fraternità. In culture come la nostra, dove il padre spesso vuol nascondere di essere tale e, sperando di essere più accettato, preferisce proporsi al figlio come «un amico»; e dove quel figlio è unico e quindi costretto a sforzarsi di «immaginare» che cosa significhi avere un fratello; in culture così, non rischiano di saltare le categorie che rendevano immediatamente comprensibile il vangelo?

 

Il quale vangelo, per giunta, facendo appello a quei rapporti per noi appannati («paternità», «fraternità»), li inserisce in un contesto ormai scomparso. Immagini come il Cristo «agnello di Dio» o «chiocca che raccoglie i pulcini sotto le ali», cosa possono significare per chi, come i bambini di New York o di Milano, agnelli e galline può vederli, semmai, solo nei documentari televisivi? Forse questi (non l'epurazione di parole «sgradevoli» proprio perché veritiere) sono i problemi con cui dobbiamo misurarci.

 

Sempre su padri e figli: ci pensavo ascoltando le letture per la festa della Trinità. E mi veniva in mente il dialogo che sta in una delle dispute, care al gusto medievale, tra un cristiano e un musulmano. Chiedeva l'islamico: «Dio, per noi, è uno; come potrebbe dunque avere un figlio?». Rispondeva il cristiano: «Dio, per noi, è amore. Come potrebbe, dunque, essere solo?».

 

C'è, in questa risposta, un insegnamento decisivo: il passaggio, cioè, dal piano della ragione a quello dell'amore, che permette di «capire» il cristianesimo. Dogmi come quello trinitario sono assurdi sul piano della logica. Considerati però dalla prospettiva giusta – quella dell'agápe, non del razionalismo – passano dal regno dell'assurdo a quello del mistero. E questo cambia tutto.

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