Domenica XXXIII

Anche oggi non mancano calamità naturali, soprattutto la pandemia. Il discorso di Gesù sugli ultimi tempi presente in Marco, Matteo e Luca è il più difficile dei Vangeli. Gesù relativizza le immagini cosmiche di genere apocalittico perché è "il figlio dell'uomo", Gesù stesso che collega presente e futuro, Lui il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile della nostra fede e speranza


In questa penultima domenica dell'anno liturgico la Chiesa ci prepara alla venuta del giorno del Signore. È venuto nell'incarnazione, viene sacramentalmente anche oggi, verrà glorioso e nessuno si potrà sottrarre. I Tessalonicesi chiedono a Paolo: quando? L'Apostolo offre l'insegnamento che proviene da Gesù stesso: nessuno sa quando verrà il giorno del Signore; esso verrà come un ladro di notte. Gli apostoli avevano chiesto a Gesù quando sarebbe venuto il suo giorno, ed egli aveva risposto non indicando una data determinata, ma dicendo che bisogna essere sempre pronti (Mt 24 e par.). E Paolo dice: "Quando si dirà: Pace e sicurezza, allora all'improvviso verrà la rovina".

L'Apostolo poi incoraggia i Tessalonicesi e quindi anche noi affermando che essi non sono nelle tenebre con la fede e la speranza. Anche se viene la notte, i cristiani non sono nelle tenebre e non possono essere sorpresi dal giorno del Signore come da un ladro, perché fin dal battesimo sono figli della luce e figli del giorno per la vita veramente vita. In quanto figli della luce, essi non devono dormire come chi si illude ritenendo questa vita terrena con la salute fisica il tutto, ma restare spiritualmente svegli, sobri nel lavorare amando. Paolo consiglia loro di lavorare; li invia a non rimanere oziosi, né però ad essere troppo indaffarati, ma a lavorare con impegno, vigilanti e operosi, nell'attesa gloriosa del giorno del Signore Gesù alla fine dei tempi. La pagina evangelica ci aiuta narrando la celebre parabola dei talenti, riportata da san Matteo (25,14-30). Il "talento" era un'antica moneta romana, di grande valore, e proprio a causa della popolarità questa parabola è diventata sinonimo di dote personale, che ciascuno è chiamato a fruttificare. In realtà il testo parla di "un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni" (Mt 25,14). L'uomo della parabola rappresenta Cristo stesso, i servi sono i discepoli e i talenti sono i doni che Gesù affida loro. Perciò tali doni, oltre alle qualità naturali, rappresentano le ricchezze che il Signore Gesù ci ha lasciato in eredità, perché le facciamo fruttificare: la sua parola, depositata nel Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo che nel vissuto trinitario di Dio è l'Amore; la preghiera senza della quale Dio, avendoci creati liberi per amare, non può intervenire – "il Padre nostro" -che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono fino al termine di questa vita, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo sangue versato attualizzati in ogni Messa. Dal letto di ospedale il presidente della Cei Baldisseri lancia un messaggio che non lascia via di scampo: "In questo periodo così difficile l'Eucaristia, (cioè la Messa di ogni Domenica), sia al centro di tutto. Perché solo l'eucaristia è la strada per la salvezza del mondo e per la vita del mondo". Parole che raccontano la personale vicenda di sofferenza e di grazia del cardinale Bassetti, gravemente colpito dal virus. Ma che, allo stesso tempo, segnano un vero cambio di passo della Chiesa per affrontare le due prove di questo tempo, a partire dal Covid. In una parola: il regno di Dio, che è Lui stesso, già sacramentalmente presente e vivo in mezzo a noi e che verrà  glorioso.

Questo è il tesoro che Gesù ha affidato ai suoi amici, al termine della sua breve esistenza terrena. La parabola odierna insiste sull'atteggiamento interiore con cui accogliere e valorizzare questo dono. L'atteggiamento sbagliato è quello della paura, preoccupati solo della salute fisica che presto o tardi finisce per tutti: il servo che ha paura del suo padrone e ne teme il ritorno, nasconde la moneta, la fede sotto terra ed essa non produce alcun frutto. Questo accade, per esempio, a chi avendo ricevuto il Battesimo, la Comunione, la Cresima, il Matrimonio, L'Ordine, seppellisce poi tali doni sotto una coltre di pregiudizi di fronte all'attuale secolarismo, sotto una falsa immagine di Dio che paralizza le fede e le opere cristiane, così da tradire le attese del Signore che verrà per il giudizio pubblico universale. Nulla dei nostri rapporti rimarrà nascosto al Giudizio universale! Ma la parabola mette in maggior risalto i buoni frutti portati dai discepoli che, felici per il dono ricevuto, non l'hanno tenuto nascosto con timore e gelosia, ma l'hanno fatto fruttificare, puntando a condividerlo pubblicamente con tanti altri, partecipandolo e al giudizio universale tutto sarà reso pubblico. Sì, ciò che Cristo, l'uomo in partenza della parabola, ci ha donato e ci dona attraverso la Chiesa si moltiplica donandolo! È un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti, come ci insegna quel grande amministratore dei talenti di Gesù che è l'apostolo Paolo.

L'insegnamento evangelico, che oggi la liturgia ci offre, ha inciso anche sul piano storico-sociale, promuovendo nelle popolazioni cristiane una mentalità viva e intraprendete come storicamente è il cristianesimo. La dottrina sociale della Chiesa.  Ma il messaggio centrale riguarda lo spirito di responsabilità con cui accogliere il Regno di Dio: responsabilità verso Dio e verso l'umanità. Incarna perfettamente quest'atteggiamento del cuore la Vergine Maria che, ricevendo il più prezioso tra i doni, Gesù stesso, lo ha offerto al mondo con immenso amore e anche attraverso le apparizioni continua ad offrirlo, anche attraverso la Regina dell'Amore. A lei chiediamo di aiutarci ad essere "servi buoni e fedeli", perché possiamo prendere parte un giorno "alla gioia del nostro Signore e della nostra mamma". 


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