Domenica XXXII

Nell'ottavario dei defunti siamo invitati a riflettere sulla vita veramente vita, sulla vita eterna e su questo punto è netta la differenza nel vissuto tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera vivendo nella paura di morire


Le Letture bibliche dell'odierna liturgia domenicale ci invitano a prolungare la riflessione dell'ottavario dei defunti sulla vita veramente vita, sulla vita eterna, iniziata in occasione della Commemorazione di tutti i defunti convenendo non in Cimitero ma in Chiesa, in famiglia ricordando per nome tutti i nostri cari defunti. Su questo punto è netta la differenza tra chi crede e chi non crede nel proprio vissuto, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera terrorizzato dalla pandemia e quindi dalla paura di morire. Scrive infatti san Paolo ai Tessalonicesi e oggi a noi, molti terrorizzati: "Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza a proposito di quelli che sono morti perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza" nella vita veramente vita, nella vita eterna subito per l'anima che non muore e per il corpo ricreato nella risurrezione (1 Ts 4,13). La fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna, anche in questo campo, uno spartiacque decisivo per chi ci pensa e nella preghiera si rivolge a Lui presente sacramentalmente nell'Eucarestia domenicale. Sempre san Paolo ricorda ai cristiani di Efeso e in questo momento a noi che ascoltiamo Lui già risorto che ci parla che, prima di accogliere la Buona Notizia che ci ha donato la fede in vita, erano, eravamo "senza speranza e senza Dio nel mondo" (Ef 2,12), tutti presi dal solo vissuto temporale senza più nemmeno la Messa domenicale. Infatti, la religione dei greci, i culti e i miti pagani, non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte, tanto che un'antica iscrizione diceva: "In nihil ab nichilo quan cito recidimus", che significa: "Nel nulla dal nulla quanto più presto ricadiamo". Se togliamo Dio non pregando più la mattina e la sera, se togliamo Cristo nell'incontro almeno domenicale della Messa, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio, terrorizzato da una pandemia di cui non vediamo la fine. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani tentati da un vissuto senza regole e quindi senza amore.

Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo, anticipo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). L'attrattiva uomo-donna nella tenerezza verginale in vista del matrimonio fecondo o nella vita consacrata è il dono più grande per cogliere che cos'è l'amore di Dio. È un'immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all'attivo dello sposo, hanno l'olio della loro verginità per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché stolte, non hanno portato l'olio della loro verginità, dissipata in tanti piaceri disordinati. Che cosa rappresenta questo "olio", indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale del Dio già con noi? Sant'Agostino (Discorsi 93,4) e altri antichi autori vi leggono il simbolo dell'amore verginale, casto cioè la genitalità prima del matrimonio o disgiunta dall'apertura alla fecondità, amore che non si può comprare, ma si riceve come dono nella preghiera, si conserva nell'intimo e si pratica in un vissuto non viziato. Vera sapienza è approfittare di questa vita mortale, di questo vissuto spirituale-corporeo per compiere gesti gratuiti di amore, opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l'ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell'amore praticato nella vita terrena (Mt 25,31-46): avevo fame… ero solo …non ero consapevole, sono stato evangelizzato… E questo amore che mi dà già cento volte tanto in questa vita mortale è dono di Cristo eucaristicamente presente, effuso in noi dallo Spirito santo. Chi crede in Dio – Amore presente porta in sé, anche in tutte le tribolazioni, una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa ella vita veramente vita, della vita eterna.

A Maria, Sede della Sapienza, chiediamo oggi di insegnarci la vera sapienza, quella che si è fatta carne in Gesù. Lui e solo Lui è la Via che conduce in questa vita a Dio, all'Eterno. Lui ci ha fatto conoscere il volto del Padre, e così ci ha donato una speranza piena di amore e quindi di felicità. Per questo, alla Madre del Signore la Chiesa si rivolge con queste parole: "Vita, dolcezza, e speranza nostra". Impariamo da lei a vivere e morire nella speranza che non delude.


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