Non l'Amore ma il Verbo si è fatto carne

Perché la Sacra Scrittura non dice "L'Amore si è fatto carne", invece di "Il Verbo si è fatto carne"? Infatti, la Verità si è fatta carne. Dunque, la verità e con essa la fede nel Verbo, è fondamento, roccia dell'intero edificio della vita cristiana. Dio ha fondato la sua opera di salvezza dell'uomo sulla verità. Non dobbiamo separare la verità dall'amore. Tuttavia la verità fonda l'amore, come una roccia, e lo protegge. In Christus vincit Athanasius Schneider ci aiuta a cogliere nella Chiesa la verità anche della sessualità 

Intervista di Diane Montagna con Athanasius Schneider in Christus Vincit Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo

L'amore è il nome proprio dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, poiché Egli è l'Amore che procede dal Padre, l'Amante, e dal Figlio, l'Amato, ed è anche l'"amore sussistente" come dice san Tommaso d'Aquino. Nelle visibili missioni divine, l'Amore, lo Spirito Santo proviene da Gesù. Il Signore "alitò su di loro e disse: 'Ricevete lo Spirito Santo'" (Gv 20,22). Lo Spirito Santo che è Amore è sempre lo Spirito di verità, come ha detto Gesù: "Il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità" (Gv 15,26) vediamo poi che l'amore procede dalla verità, poiché il Figlio, la Parola di Dio, non procede dallo Spirito Santo, bensì il contrario. Lo Spirito Santo che è amore sussistente nella Santissima Trinità e al contempo l'amore di Dio che è stato riversato nei cuori dei fedeli (Rm 5,5), prosegue il magistero di Verità del Verbo Incarnato (Gv 14,26; 16,13).

Gli Apostoli – e di conseguenza il costante magistero della Chiesa – hanno considerato la forza e la chiarezza della verità come centrale e indispensabile per la proclamazione del Vangelo e per la vita cristiana. San Luca, nel prologo del suo vangelo, parla della "solidità degli insegnamenti che hai ricevuto" (Lc 1,4); San Paolo ammonisce i fedeli a rimanere "saldi nella fede" (Col 2,5) e San Pietro li mette in guardia dal rischio di perdere la loro fermezza, "travolti anche voi dall'errore degli empi" /2 Pt 3,17). Quanto sono rilevanti per i nostri tempi le parole che Pio VI ha scritto 250 anni fa e che ricordavo poc'anzi: l'ambiguità "non potrà mai essere tollerata in un sinodo, la cui principale gloria consiste soprattutto nell'insegnare la verità con chiarezza escludendo ogni pericolo di errore" (Auctorem fidei).

La crisi della Chiesa odierna è dovuta al disprezzo della verità e specialmente all'inversione dell'ordine tra verità e amore. Oggi un nuovo principio della vita pastorale diffuso nella Chiesa afferma: amore e misericordia sono i criteri più alti a cui la verità è subordinata. Secondo questa nuova teoria, se ci fosse un conflitto tra amore e verità, la verità dovrebbe essere sacrificata. È un rovesciamento e una perversione nel senso letterale della parola.

Il giusto ordine tra verità e amore così come è riflesso nella vita della santissima Trinità, dove l'Amore procede dalla Verità, dal Verbo – è la legge fondamentale della Chiesa e della cristianità e di ogni sforzo pastorale.

L'immutabile paradigma…

Esattamente. Questo è l'immutabile paradigma Di conseguenza, la dottrina è come una roccia su cui è fondata la città della Chiesa. La roccia è Cristo, la PAROLA, e Pietro è il segno visibile di questa roccia. Pietro è la roccia, ma non per sua propria autorità. Egli è la roccia nella vera roccia di Cristo.

"Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagna, e quella roccia era il Cristo" (1 Cor 10,4).

Esatto, e la verità della Chiesa è quindi fondata su Pietro. Il suo primo compito è confermare i fratelli nella fede, come ha detto Gesù (Lc 22,32). Di certo, compito dell'intero collegio episcopale e di ogni vescovo è, per diritto divino, quello di essere un doctor fidei, un maestro della fede, maestro della verità, in unione con l'intero corpo episcopale e con Pietro, cioè con il romano pontefice. Il papa stesso non può insegnare la sua propria dottrina, ma solo ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Allo stesso modo un sinodo o una conferenza episcopale può insegnare soltanto ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.

Nel 2018, in occasione del 50° anniversario di Humanae vitae, gli sforzi all'interno della Chiesa per disinnescare questa enciclica hanno raggiunto un crescendo quando un teologo morale italiano, da poco membro della Pontificia Accademia della Vita, sulla base del capitolo 8 di Amoris laetitia ha affermato che la paternità responsabile può spingere una coppia sposata e ricorrere al controllo artificiale delle nascite e a quelle che si preparano per il matrimonio.

L'enciclica Humanae vitae è dedicata alla legge divina sulla trasmissione della vita umana, che Dio ha donato al marito e alla moglie attraverso l'atto genitale, la sessualità. "Siate fecondi e moltiplicatevi" (Gen 2,28), ha detto loro. Ogni vita umana è preziosa e unica. I genitori ricevono da Dio il privilegio unico di collaborare a donare una nuova vita. Dare la vita è una prerogativa esclusiva di Dio, che nella Sua misericordia e sapienza ha voluto che i genitori, il marito e la moglie, partecipassero al Suo divino potere.

L'atto di trasmettere la vita umana non è dunque una questione riservata ai due sposi, ma è sempre riferito a Dio, Creatore della vita. Di conseguenza, è un atto da compiere come Dio lo ha inteso e creato. Nela Sua eterna e infinita sapienza, Dio – e non l'uomo – ha stabilito la struttura e l'ordine della sessualità umana, il senso e il come dell'atto sessuale è procreativo per sua natura, è inteso a dare al vita. Pertanto non è in potere della coppia decidere di cambiare il significato e la struttura dell'unione sessuale aperta alla vita per sua natura secondo il volere di Dio. In tal modo, Dio ha sapientemente legato la sessualità al donare la vita, che è qualcosa di completamente disinteressato e tale deve sempre essere la disposizione dell'uomo e della donna nell'atto coniugale – disinteressato.

Infatti l'atto coniugale non è chiuso nella coppia; l'atto di donare la vita ti apre al di fuori di essa …

Esattamente. È un'ottima osservazione. L'apertura alla vita protegge la coppia, nell'unione sessuale, dall'egoismo, che è un veleno mortale per l'amore. Di conseguenza, quando il marito e la moglie escludono il dono della vita dall'incontro sessuale, in definitiva essi compiono un atto di amore nel modo in cui Dio non lo ha inteso, bensì un atto di solo piacere cioè   di reciproco egoismo. Questo ferisce profondamente il loro amore, poiché ogni volta che escludono una nuova vita nell'incontro sessuale, diventano inesorabilmente più egoisti cioè meno veri. 

Dio ha sapientemente reso l'atto procreativo inseparabile dall'atto sponsale, al fine di proteggere la verità dell'amore coniugale. La natura umana è ferita dal peccato originale. La ferita del peccato originale inoltre tocca l'incontro sessuale tra marito e moglie. Essi non sono immacolati, né sono stati concepiti come tali, ma portano in sé le conseguenze del peccato originale che ha lasciato le sue tracce anche nell'incontro sessuale. Infatti l'apertura alla vita protegge gli sposi dalle conseguenze negative ed egoistiche del peccato originale. Le parole di Nostro Signore sull'indissolubilità del matrimonio – "Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi" (Mt 19,6) – si possono applicare correttamente anche alla verità dell'indissolubilità tra i due fini dell'atto coniugale. Non lasciamo che l'uomo separi i fini procreativo e unitivo dell'atto coniugale tra marito e moglie.

Inscrivendo l'apertura alla vita nella natura dell'atto coniugale Dio ha dichiarato la verità dell'amore cioè che il fine primario della sessualità è sempre dare la vita, come la Chiesa ha insegnato ininterrottamente per 2.000 anni. Il primo fine della sessualità e conseguentemente del matrimonio, che ovviamente è inscritto nella natura, è dare la vita e propagare la specie umana. Per le coppie cristiane, donare la vita significa mettere al mondo nuovi potenziali cittadini del Cielo. Il fine naturale del donare la vita viene così elevato incomparabilmente. Dare la vita a nuovi cittadini del Cielo. In questo vediamo una volta ancora la verità per cui la grazia soprannaturale presuppone la natura, la eleva e la perfeziona. Questa verità si realizza splendidamente nell'atto coniugale di una coppia cristiana!

Di conseguenza, le coppie devono realmente affidarsi a Dio e lasciare che lui voglia chiamare all'esistenza una nuova persona umana e un nuovo potenziale cittadino del Cielo. Perché limitare il numero dei cittadini del Cielo? Perché non avere più cittadini del Cielo che per tutta l'eternità vedranno Dio, Lo ameranno, Lo adoreranno e Lo Glorificheranno? Come possono i genitori limitare a proprio arbitrio il numero dei figli snaturando la verità dell'atto sessuale, impedendo loro così di esistere per poter abitare il Cielo, conoscere e amare Dio per tutta l'eternità e ringraziare eternamente i genitori che hanno dato loro la vita?

Quindi anche i così detti metodi naturali …  

Pianificazione familiare naturale …

Io credo che l'espressione "pianificazione familiare naturale" non sia corretta. Sembra coniata in risposta all'organizzazione abortista "Planned Parenthood". Si stabilisce un piano economico per la produzione del grano o la cura e la crescita di polli o di mucche, una sorta di "piano per l'allevamento di polli e di vitelli". Questa è la pianificazione. Elogio le coppie che hanno eroicamente evitato la contraccezione e si sono sacrificati tentando e ritentando di vivere la vita coniugale secondo il disegno e la volontà di Dio: l'atto sessuale solo quando hanno ritenuto l'apertura alla fecondità. Tuttavia considero indegno applicare la parola "pianificazione" alle persone umane e a nuovi potenziali cittadini del Cielo, ai figli di Dio. Dobbiamo evitare l'espressione "pianificazione familiare naturale".

Preferirebbe l'espressione "paternità responsabile"?

Non amo neanche questa. Dobbiamo tutti essere responsabili, naturalmente, ma è un'espressione spesso abusata e può essere molto soggettivo, in modo da decidere arbitrariamente cosa è responsabile e cosa non lo è. In qualche misura, l'espressione "paternità responsabile" implica il rischio di cadere in una mentalità contraccettiva pur facendo uso dei metodi naturali che Dio ha offerto nel ciclo del corpo  femminile: la Chiesa li esclude se avvengono con una mentalità contraccettiva. Di conseguenza quest'espressione è già in qualche modo ambigua perché c'è almeno un'implicita carenza di fiducia in Dio, nella Sua provvidenza, una mancanza di fiducia e confidenza nel fatto che è Lui in ultima analisi a determinare la chiamata all'esistenza di nuovi possibili cittadini del Cielo. Usando una specifica terminologia – soprattutto in una questione delicata come la trasmissione della vita umana – dobbiamo pensare alle estreme conseguenze.

Vorrei tornare un attimo a qualcosa che ha detto in precedenza – vale a dire che la Chiesa ha sempre insegnato la procreazione della vita è il fine primario del matrimonio. Credo che alcune persone oggi lo contesterebbero, argomentando che con il Concilio Vaticano II i due fini del matrimonio – unitivo e procreativo -sarebbero sullo stesso piano. Da quanto Lei diceva sembra invece che continuare a considerare la procreazione come fine primario – oltre a essere oggettivamente vero – protegga anche il secondo fine, cioè l'aspetto unitivo di amore del matrimonio. Nell'incontro sessuale, se il marito e la moglie non sono aperti alla vita nell'atto sessuale, possono aprirsi davvero a Dio cioè all'amore? Sembra che se sono aperti alla vita, incontrandosi intimamente l'un l'altro in modo disinteressato e casto, in un certo senso incontrano Dio, poiché sono in tre quando un bambino viene concepito. Un marito e una moglie che impediscono l'aspetto procreativo sembrano più simili ai nostri progenitori nel giardino che si allontanano da Dio e si nascondono da Lui.

Esattamente. L'aspetto procreativo in ogni unione sessuale tra il marito e la moglie, con la loro incondizionata apertura alla vita, permette a Dio di inserirsi nella loro intimità. Tuttavia, quando gli sposi deliberatamente eliminano l'aspetto procreativo attraverso una mentalità contraccettiva artificiale o naturale, eliminano la presenza di una possibile azione creativa di Dio stesso dicendoGli: "Per favore, lasciaci fare! Vogliamo essere soli, soltanto noi due nessun altro". È un atteggiamento molto triste non certo favorevole al rapporto, nonostante le apparenze. È il nucleo di ciò che definiamo" peccato". Quando hanno commesso il primo peccato nella storia umana, Adamo ed Eva hanno fatto esattamente lo stesso: volevano stare da soli senza la presenza di Dio, infatti se ne sono allontanati dopo aver peccato.

Dunque è impossibile che la loro unione sia sessualmente unitiva se non è disponibile alla procreazione. Un marito e una moglie non possono diventare intimi se  sono chiusi a Dio, specialmente in un matrimonio sacramentale con la virtù della castità temporale, dal momento che  è Lui la fonte del loro amore.

Sì. Quando gli sposi separano le dimensioni unitiva e procreativa, restano solo il piacere e i sentimenti che non durano. Come possiamo constatare negli ultimi 50° 60 anni, con la diffusa mentalità contraccettiva, questa attitudine ha conseguenze di vasta portata sulla moralità sessuale nella società e nella Chiesa, con il calo drammatico della fecondità in tutto l'Occidente.

Il cardinale Gerhard Muller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina ella fede, ha affermato che chiunque consideri buona la contraccezione, in definitiva rimane senza argomenti nei confronti dell'omosessualità.

Sono d'accordo con questa affermazione. Non puoi separare il piacere sessuale dalla possibilità di donare la vita. Quando fai questo, dapprima approvando la contraccezione nel matrimonio – cosa purtroppo diffusa nella vita di coppie cattoliche del mondo occidentali, con il sostegno indiretto di alcune conferenze episcopali – stai aprendo le porte alla legittimazione e all'approvazione di qualsiasi incontro, rapporto sessuale per mero piacere, anche prima del matrimonio o in adulterio o tra persone dello stesso sesso. Ecco l'orizzonte in cui affrontare il grave problema dell'omosessualità.

In tal senso l'enciclica di papa Paolo VI è stata ed è un'enciclica molto importante, fortemente necessaria, opportuna e profetica per salvare la dignità della sessualità umana e la dignità degli sposi. È stata una diga per arginare questa corrente. Purtroppo alcuni vescovi hanno aperto una falla, permettendo alle coppie di scegliere da sé secondo una teologia morale esistenzialista, "secondo coscienza" se usare o meno la contraccezione, decidendo sulla base soggettiva di un "caso di emergenza" o di una "profonda urgente necessità spirituale". Abbiamo già visto utilizzare questa argomentazione per ammettere gli adùlteri non pentiti e gli scismatici ed eretici formali alla Santa Comunione "in specifiche circostanze" e a causa di una "Necessità spirituale estremamente urgente". (io don Gino voglio ricordare il 28 giugno 1978 sono stato invitato alla celebrazione del pontificale di Paolo VI a un mese dalla morte. Tema dell'Omelia Fidem servavi: "E per l'Humanae vitae, per la quale ho sofferto per l'atteggiamento di cardinali, vescovi, teologi e sposi, cui non è stata presentata bene, ringrazierete Dio e me")

È stato realmente irresponsabile l'atteggiamento di alcuni vescovi e conferenze episcopali, che hanno concesso l'uso dei contraccettivi in base a una decisione "in coscienza" o in "casi urgenti e specifici" e attraverso un "processo di discernimento", "soggettiva" come affermano non secondo la morale cattolica non esistenzialista. Ora, 50 anni dopo, i vescovi della Chiesa cattolica e il papa non devono solo riaffermare l'immutabile verità sul senso, l'ordine e la natura della sessualità umana, ma anche riparare l'infedeltà di certi vescovi e conferenze episcopali, specialmente di quei famosi proclami sessantottini che hanno neutralizzato l'enciclica Humanae vitae e il perenne insegnamento della Chiesa. sulla contraccezione. Tra i più noti e disastrosi proclami su Humane vitae c'erano le Dichiarazioni di Winnipeg (Canada), di Konigstein (Germania) e di Maria Toster (Austria). Credo che i vescovi e le conferenze episcopali in cui predecessori hanno pubblicato questi proclami fatali 50 anni fa, debbano compiere degli atti di riparazione. Spero che ciò avvenga.

Mi pare che una volta Lei abbia detto che quando una coppia va incontro al Signore per il giudizio particolare, Egli mostrerà loro i figli che avrebbero avuto se fossero stati aperti alla vita. Lo stesso, però, si può dire dei vescovi. Forse Dio mostrerà loro i bambini che non sono stati concepiti e quindi condotti in Cielo a causa della loro negligenza nell'insegnare ai giovani e alle coppie sposate la verità della sessualità umana.

È una mia personale opinione che quando gli sposi si presenteranno al giudizio di Dio, Egli mostrerà loro i possibili figli cui avrebbe voluto donare la vita perché popolassero il Cielo, ma che i genitori stessi hanno rifiutato per il proprio egoismo nell'unione sessuale.  Figli che Dio avrebbe chiamato all'esistenza. Forse questo bambino cui i genitori hanno impedito di venire al mondo, attraverso la contraccezione o attraverso i metodi naturali usati con mentalità contraccettiva, sarebbe stato un grande santo per il regno di Dio. O forse la coppia ha impedito di nascere a persone talentuose o geniali che avrebbero recato un grande contributo al bene della società umana. Di conseguenza Dio mostrerà loro tutti i figli che deliberatamente hanno evitato. Con metodi naturali o artificiali. È questione di affidarsi a Dio.

È una questione di fede. A mio avviso, sarebbe meglio per un marito e una moglie dire. "Signore, Ti lasciamo decidere. Tu sei più saggio di noi". Ci sono molti casi di famiglie decisamente grandi nella storia umana e nella storia della Chiesa.

 Santa Caterina da Siena (1347-1380), una delle più grandi sante e mistiche della Chiesa, che ha avuto un ruolo fondamentale nel ritorno del papato a Roma dopo l'esilio avignonese, era la più giovane di 25 figli. San Pio X (1835-1914) era uno di dieci.

Queste coppie non ricorrevano alla "pianificazione naturale", ma dicevano: "Che sia Dio a scegliere". Sono quindi molto attento a prudente dell'espressione "paternità responsabile", poiché credo che si presi a malintesi e a criteri soggettivi. Certamente in casi estremamente difficili, come una malattia, si possono usare i metodi naturali, ma si tratta di situazioni particolarmente gravi.

Vediamo che la tematica di Humanae vitae tocca l'essenza della famiglia e del matrimonio. Dobbiamo quindi ribadire che il fine primario del matrimonio e dell'unione sessuale è l'apertura all'eventuale dono della vita cui essere disponibili con fede.

Cosa dice di quanti affermano che l'insegnamento sui due fini del matrimonio sia mutato con il Vaticano II – ponendoli allo stesso livello? 

La costituzione pastorale Gaudium et spes non lo ha cambiato direttamente, ma ha evitato di menzionare la distinzione tra il fine primario e secondario. Evitando queste espressioni, il Concilio ha lasciato qualche ambiguità circa il fine primario del matrimonio., causando erronee interpretazioni e applicazioni. Tuttavia, Gaudium et spes ci ha lasciato anche il seguente insegnamento sulla natura del matrimonio: "Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all'educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento" (n. 48). Il magistero della Chiesa ha costantemente insegnato che il fine procreativo oggettivamente il primo o il principale, certo inseparabilmente unito al secondo, il fine unitivo.

Purtroppo nell'attuale Codice di diritto canonico (can. 1055), il fine secondario del matrimonio è menzionato per primo, mentre il primario lo è solo dopo di questo, lasciando spazio così a una nuova discutibile concezione e pratica. Quando il fine soggettivo unitivo diviene il primo, le coppie possono affermare: "Questo è lo scopo principale, quindi possiamo usare la contraccezione", dal momento che la procreazione viene elencata solo dopo il fine unitivo. Nella mentalità degli sposi si può riscontrare questo atteggiamento, visto che la procreazione è stata menzionata per seconda dal Concilio e dal Codice di diritto canonico – non indicandola come fine secondario, però citandola al secondo posto.

Critico questo rovesciamento, perché è necessario che il magistero torni a ribadire il corretto ordine dei fini del matrimonio. Ogni azione umana, ogni umana società e istituzione deve aver un obiettivo primo e principale, è logico. Quando non lo abbiamo, tutte le nostre energie e sforzi sono indeboliti e confusi. Nei decenni recenti siamo stati testimoni delle conseguenze negative di questo ribaltamento nel matrimonio, nella famiglia nella sessualità, in generale. Dobbiamo ribadire che il fine primario per cui Dio ha creato la sessualità umana e il matrimonio è dare la vita, perché gli sposi siano "una sola carne" ll fine di donare una nuova vita a un potenziale cittadino del Cielo.

Questo fine primario, naturalmente, è connesso inestricabilmente al fine unitivo, al mutuo aiuto. È questo il vero ordine stabilito da Dio: prima viene la generosità, il disinteresse, la vita, cioè, la procreazione. Una coppia potrebbe chiedersi: "Perché noi siamo sposati?". Non solo per ricevere il piacere e l'intimità emotiva vicendevole, il che chiuderebbe gli sposi in un circolo egoistico del loro essere due che non dura. Ribadire la gioia del fine procreativo significa ribadire la generosità del matrimonio. Spiegare questa verità fin dall'adolescenza con la necessaria castità è importantissimo per preparare i giovani al matrimonio fra uomo-donna. Dobbiamo far cogliere loro: "Voi vi sposerete per essere generosi cioè felici, e questo implica il sacrificio di voi stessi al fine di dare la vita".

Può dire di più a tale proposito?

Il fine primario del matrimonio, è che la procreazione, rappresenta il primo comandamento sull'amore di Dio al di sopra di tutto, poiché durante l'atto della procreazione è Dio il primo e il più importante, dal momento che Egli in quel momento crea una nuova anima immortale, mentre gli sposi sono Suoi strumenti di una nuova vita unica e irripetibile. Il secondo fine, unitivo e soggettivo del matrimonio, rappresenta il secondo comandamento sull'amore del prossimo e ciascuno degli sposi per l'altro è il prossimo più immediato. Nella realizzazione del matrimonio, il secondo fine, l'amore reciproco, di solito viene prima sul piano temporale e psicologico. Tuttavia, il fine oggettivamente superiore, cioè la procreazione, dal punto di vista cronologico viene dopo, così come spesso il fine ultimo giunge a compimento in seguito.

Anche per quelle coppie che non possono concepire resta essenziale entrare nell'ottica di sposarsi per essere generosi e donare la vita …

 Certo è vero. L'inabilità a concepire un bambino spesso genera una grande sofferenza nella coppia. Però come cristiani, possono accogliere questa situazione con fede, come una croce. Dio, li chiama ad essere generosi insieme in molti altri modi.

Nonostante tutto questo, ci si è sforzati di "interpretare" Humanae vitae anche tra coloro che sono stati nominati in posti di rilievo in Vaticano. Cosa si deve fare?

Bisogna ribadire fermamente, pubblicamente e solennemente l'immutabile verità dell'insegnamento dell'enciclica, dell'ordine stabilito da Dio per la sessualità umana e la trasmissione della vita. Non è possibile alcuna interpretazione che indebolisca la perenne verità dell'immoralità della contraccezione, che è intrinsecamente cattiva poiché contraria all'ordine che Dio stesso ha stabilito nella natura. Nessuna circostanza può mutare ciò, poiché è scritto da Dio nella natura.

L'immoralità della contraccezione non è un insegnamento inventato dalla Chiesa, che dipende dalla Chiesa o dal papa. È l'insegnamento di Dio, che la Chiesa si limita a trasmettere e custodire. Pertanto né la Chiesa né il papa possono offrire un'interpretazione riduttiva di Humanae vitae. Il papa non ha l'autorità di interpretarla in modo da indebolirne la verità o lasciare la minima ambiguità sul carattere intrinsecamente negativo della contraccezione. Dobbiamo pregare che il santo padre ribadisca ancora questo insegnamento in tutta chiarezza, senza ombra di ambiguità e spiegando agli sposi la bellezza e la natura positiva della sessualità umana nel matrimonio. 

Cattolici e non cattolici spesso sono concordi nell'immaginare che la Chiesa non faccia altro che dire dei no.

Humanae vitae non dovrebbe essere presentata soltanto come una proibizione. La legge divina della trasmissione della vita che da fidanzati a un certo punto matura come desiderio riflette l'amore di Dio e protegge la bellezza e il disinteresse dell'unione sessuale tra marito e moglie, preservandoli dall'egoismo che è il grande nemico del vero amore sponsale. Nel ribadire la validità di Humanae vitae, la Chiesa compie oggi un'opera realmente benefica per tutta l'umanità, offrendo un contributo indispensabile per una vera civiltà dell'amore.

Noi vescovi del Kazakistan il 13 maggio 2018, nella festa della Madonna di Fatima, abbiamo pubblicato una lettera pasto9arle, letta in tutte le chiese e cappelle del Paese. Nella lettera abbiamo ribadito il perenne insegnamento della Chiesa, non a parole nostre, ma con quelle del magistero, che è la voce di Cristo che è verità e dona la vera libertà re la vera gioia alle coppie.

Sei mesi prima, il 31 dicembre 2017, Lei e i Suoi confratelli vescovi kazaki siete finiti sotto attacco dopo aver pubblicato una Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale. Alcuni hanno descritto l'iniziativa affermando che i vescovi kazaki, con almeno dieci firmatari, hanno enumerato i pericoli del documento di papa Francesco sul Sinodo della Famiglia.

Non abbiamo scritto direttamente sui pericoli di Amoris laetitia. Non abbiamo neanche nominato papa Francesco; abbiamo parlato delal suprema autorità della Chiesa. Abbiamo citato Amoris laetitia solo una volta, dicendo: "Dopo la pubblicazione di Amoris laetitia". Abbiamo criticato soltanto le norme pastorali, emanate a vari livelli, che permettono agli adùlteri non pnetiti di ricevere la Santa Comunione. Ecco la nostra critica. Formalmente e concretamente abbiamo criticato queste norme pastorali. Questa è tutta la problematica e pertanto abbiamo concluso la nostar professione di fede con citazioni delal costante tradizione del magistero, anche per difenderci dalel accuse di infedeltà verso lo stesso magistero. Quindi abbiamo concluso a grandi lettere: "Non è lecito, non licet, promuovere direttamente o indirettamente o approvare, eccetera, il divorzio o le unioni sessuali extraconiugali mediante l'ammissione di queste persone alla "Sacra Comunione". Essenzialmente era questa la nostra dichiarazione conforme alla teologia morale essenziale, così che in sé stessa non si trattava di una critica formale o diretta ad Amoris laetitia.

Come risponderebbe a chi afferma che questo documento papale ha causato così tanti problemi da rendere necessaria la ritrattazione o almeno la rimozione del capitolo 8? 

Non credo che si debba fare direttamente questo, altrimenti si creerebbe un'ulteriore rottura nella Chiesa. Si può raggiungere lo stesso fine in altro modo, così come per alcune dichiarazioni ambigue del Concilio Vaticano II. Forse i futuri papi potrebbero semplicemente riprendere le frasi ambigue dei testi consiliari – che grazie a Dio non sono così numerose – e dire: "Non è secondo la tradizione della Chiesa dire…", anche senza citarle formalmente dai documenti. Lo stesso si potrebbe fare con le dichiarazioni ambigue ed erronee presenti in Amoris laetitia. Per esempio. Come abbiamo discusso, Lumen gentium n.6 dice che noi cattolici e i musulmani adorano Dio insieme. Non possiamo formularlo così. Certo possiamo affermarlo, in qualche misura e con lunghe spiegazioni. Ma dirlo in modo così netto e indistinto, come è incluso in Lumen gentium n. 16, è problematico. In futuro la Chiesa potrebbe prendere questa frase e dire: "È sbagliato affermare questo", aggiungendo le ragioni dottrinali per cui è erroneo. Lo stesso si potrebbe fare con alcune spiegazioni ambigue o erronee degli altri testi conciliari. Sarebbe un rifiuto indiretto e garbato non del Concilio nelal sua totalità, ma solo di alcune affermazioni pastorali.

Farei lo stesso con Amoris laetitia, poiché non bisogna rifiutare l'intero capitolo 8 dalla prima all'ultima lettera, ma solo alcune espressioni di questo capitolo che sono oggettivamente sbagliate. A mio avviso in futuro,  il magistero dovrà correggere e condannare quelle affermazioni sbagliate, senza che sia necessario citarle formalmente.

Purtroppo Amoris laetita non è il solo testo problematico con cui abbiamo a che fare. Ci sono numerosi errori nelel omelie quotidiane di papa Francesco …

Questo è un aspetto che lascerei da parte, perché ci sono alcune cose da ignorare, senza prenderle troppo seriamente, altrimenti praticheremmo indirettamente una forma di insensato papa-centrismo se considerassimo ogni parola del papa come infallibile o la prendessimo troppo seriamente. L'autentico magistero papale riguarda i documenti ufficiali e non ogni singola omelia del papa. Le omelie quotidiane e le interviste non appartengono in senso proprio al magistero della Chiesa.

Nell'aprile del 2018 papa Francesco ha cambiato il n.227 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena  capitale. Il passaggio dice ora: La pena di morte è inamissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona", citando innota un discorsodi papa Francesco dell'11 ottobre 2017, in cui ha affermato che la pena di morte "è in se stessa contraria al vangelo". Quando è stata pubblicata la notizia, molte persone si sono sorprese nell'apprendere che la Chiesa cattolica per 2.000 anni avesse insegnato la legittimità della pena di morte, papa Francesco ha giustificato il cambiamento invocando il teologo del V secolo San Vincenzo di Lerino, cui John Henry Newman faceva riferimento nel suo famoso Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana. Su quali basi la Chiesa insegna la legittimità della pena di morte? Come dobbiamo intendere questo cambiamento del Catechismo? E un tale cambiamento può essere visto come autentico sviluppo dottrinale?

La questione della pena di morte tocca un aspetto rilevante della legge divina rivelata sul quinto comandamento del decalogo che dice: "Non ucciderai". La Parola di Dio, non solo nell'Antico Testamento ma anche nel Nuovo, insegna che il principio della pena capitale di per sé è legittimo. Se non fosse così, Nostro Signore, i Suoi Apostoli e quindi anche la Sua Chiesa avrebbero revocato il principio della legittimità della pena capitale che tuttavia è stato proclamato da Dio stesso nell'Antico Testamento, in cui la Parola di Dio identifica sette reati che richiedono l'esecuzione. Nostro Signore non ha mai negato al potere secolare l'autorità di applicare la pena capitale. Egli stesso cita, approvandolo, il comandamento: "Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte" (Mt 15,4; Mc 7,10, riferito a Ez 21,17; Lv 20,9). San Paolo dice che il governante munito di autorità "non invano porta la spada; è infatti a servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male" (Rm 13,4). Nessun brano del Nuovo testamento disapprova la pena capitale. Per cui, il costante insegnamento della Chiesa per due millenni ha insegnato ciò che hanno insegnato anche Nostro Signore Gesù Cristo e i Suoi Apostoli. La Chiesa non può errare su un aspetto così importante della legge divina e di fatto non ha sbagliato.

Dio stesso ha pronunciato la prima sentenza capitale dopo che Adamo ed  Eva hanno commesso il primo peccato, perché attraverso il peccato la morte è entrata nel mondo (Rm 5,12). Di conseguenza, tutti i figli di Adamo ed Eva sono condannati alla pena capitale attraverso la morte del corpo. Su noi tutti pende una condanna a morte, poiché tutti moriremo in conseguenza del peccato originale. Quindi, se qualcuno afferma che la pena di morte è in sé contraria al vangelo, accusa Dio stesso di essere immorale, poiché Dio ha pronunciato la sentenza capitale contro ogni essere umano, in virtù della morte corporale.

Ma la Chiesa non sembra contraddirsi promuovendo un'etica pro-life mentre afferma che uccidere talvolta è legittimo?

Non si può giustificare il rifiuto della legittimità della pena capitale invocando il quinto comandamento del decalogo, poiché la proibizione divina di uccidere si riferisce soltanto alle persone innocenti. L'uccidere per difendersi  o per difendere la famiglia o la patria o nel corso di una guerra giusta, di per sé non è altro che una sorta di applicazione della pena di morte in situazione estreme e inevitabili nei confronti di un aggressore ingiusto. Solitamente, il termine "pena di morte" o "pena capitale" si usa solo quando un criminale viene punito dall'autorità civile incaricata del bene comune, mentre i privati cittadini non hanno il diritto di giudicare e agire in tal modo. Un pacifismo assoluto rappresenta ideologicamente un'illusione e una negazione della realtà, negando sostanzialmente il peccato originale con le sue conseguenze per la vita individuale e sociale. La Chiesa non può mai insegnare un pacifismo assoluto. La conseguenza ultima del negare la legittimità della pena capitale è l'abolizione delle forze armate e delle cappellanie e ordinariati militari. Per chi dichiara che la pena di morte è intrinsecamente un male, sarebbe coerente dichiarare altrettanto immorale l'esistenza delle forze armate e del principio di una guerra giusta, poiché anche in questi casi si applica la pena di morte contro un aggressore ingiusto. Quando è in gioco la difesa della propria vita o della vita del coniuge e dei figli o di altre persone innocenti che si trovano in imminente pericolo di morte a causa di un aggressore ingiusto, la legege naturale data da Dio autorizza ad applicare la pena di morte contro l'aggressore, se non c'è altro mezzo per difendersi.

Cosa c'è di sbagliato nell'escludere totalmente la pena di morte?

Chi nega per principio la pena di morte implicitamente o esplicitamente assolutizza la vita corporale e temporale dell'uomo. Costoro inoltre negano in qualche misura le conseguenze del peccato originale. Quelli che negano la legittimità della pena di morte implicitamente o esplicitamente negano la necessità e il valore dell'espiazione e della penitenza per i peccati, specialmente per i crimini mostruosi, già in questa vita terrena. Il "buon ladrone" crocifisso accanto a Nostro Signore è uno dei più eloquenti testimoni del valore espiatorio della pena capitale, poiché mediante l'accettazione della propria sentenza di morte ha guadagnato la vita eterna diventando, in un certo senso, il primo santo canonizzato della Chiesa. Infatti, Nostro Signore gli ha detto: "Oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43).

Ci sono numerosi esempi toccanti di malfattori e criminali giustiziati che, accettando la pena capitale, hanno salvato la propria anima per l'eternità San Giuseppe Cafasso è il patrono dei condannati a morte; la sua biografia ci offre straordinari esempi di conversione di questi uomini. Ciascuna di queste vicende testimonia la verità che la breve vita temporale del corpo non è paragonabile alla vita eterna del Cielo subito per l'anima e alla fine anche del corpo.

La sua citazione del buon ladrone mi richiama alla mente un'obbiezione diffusa. La gente dice che è crudele uccidere un prigioniero ed è più misericordioso lasciarlo in vita. Lei pensa che sia vero? Si sarebbero convertiti più criminali se fossero vissuti a lungo?

Abbiamo un "buon ladrone" del XX secolo nel caso di Claude Newman, un assassino che nel 1943 è finito nel braccio della morte di Vicksburg, in Mississipi. Inizialmente miscredente e non cattolico, ha sperimentato una conversione alla fede cattolica grazie alla potenza della medaglia miracolosa. È morto santamente da devoto cattolico. Ha testimoniato la legittimità e il valore espiatorio della pena capitale. Possiamo citare anche il caso del Servo di Dio, Jacques Fesch (1930.1957), un assassino che ha trascorso più di tre anni in isolamento, sperimentando una profonda conversione prima di essere giustiziato con la ghigliottina, a Parigi. Ha lasciato annotazioni e lettere spiritualmente edificanti. Due mesi prima dell'esecuzione scriveva: "È qui che fa irruzione la Croce con il suo mistero di dolore. L'intera vita ha questo pezzo di legno al centro …Non credi che, qualsiasi cosa decidi di fare in questo breve tempo che ti appartiene sulla terra, tutto ciò che vale è segnato dal sigillo della sofferenza? Non ci sono più illusioni: tu sai con certezza che tutto ciò che offre questo mondo è falso e illusorio come il più fantasioso dei sogni di una bimba di sei anni. Allora la disperazione ti pervade e tu cerchi di evitare la sofferenza che ti sta alle calcagne e ti lambisce con le sue fiamme, ma ogni sforzo si risolve soltanto in un rifiuto della Croce. Non possiamo avere una vera speranza di pace e salvezza all'infuori di Cristo crocifisso! Felice l'uomo che lo comprende". Il 1° ottobre 1957 alle 5,30 sale sul patibolo. Egli scriveva: "Il mio sangue che sta per essere versato sia un sacrificio gradito a Dio, che ogni goccia contribuisca a cancellare un peccato mortale". Nella sua ultima annotazione scriveva: "Tra cinque ore vedrò Gesù!".

Dalla vita di santa Teresa di Gesù Bambino apprendiamo, ancora, che da ragazzina aveva dottato il suo "primo peccatore", l'assassino Pranzini che nel 1887 era stato condannati a morte. La santa Scrive nella propria autobiografia, Storia di un'anima: "Il giorno dopo la sua esecuzione capitale mi trovò tra le mani il giornale La Croix. Lo apro ansiosa e cosa vedo? Ah, le mie lacrime tradirono la mia emozione, e fui costretta a nascondermi. Pranzini […] era salito sul patibolo e stava permettere il capo nel macabro foro, quando di punto in bianco, colto da un'improvvisa ispirazione, si volta, prende un crocefisso che il sacerdote gli stava porgendo e bacia per tre volte le sacre piaghe! […] Avevo ricevuto il segno richiesto […].Non era proprio  davanti alle piaghe di Gesù, vedendo sgorgare il suo sangue divino, che la sete di anime aveva invaso il mio cuore".

Allo stesso tempo, nonostante le proteste per la "barbarie" della pena capitale, la società moderna riserva grande disprezzo alala vita umana …

Attraverso la legalizzazione dell'aborto oggi siamo testimoni di una applicazione di massa della pena capitale contro gli esseri umani più innocenti, i bambini non ancora nati, privi di qualsiasi colpa personale. C'è anche un tentativo crescente di legalizzare l'esecuzione della pena capitale contro i malati terminali, mediante le così dette leggi eutanasiche.

Ho citato poco fa San Vincenzo di Lerino. Lei crede che su questo punto ci possa essere uno " sviluppo" dottrinale?

Invocare il principio di san Vincenzo di Lerino sullo sviluppo dottrinale  al fine di giustificare l'inammissibilità della pena di morte è oggettivamente errato e arbitrario. Uno dei punti centrali nell'insegnamento di San Vincenzo consiste nel consenso universale, nella costanza, nell'universalità e nell'antichità di una particolare dottrina. Secondo San Vincenzo, in caso di dubbio deve prevalere l'antichità. La legittimità della pena di morte è in caso in cui tutti questi aspetti, specie l'antichità, assumono un così grande peso teologico che negare la legittimità della pena di morte e dichiararne la contrarietà al Vangelo, come ha fatto papa Francesco, equivale a esprimere una sorta di assolutismo papale, simile alla volontà assoluta di un capo politico secolare che all'atteggiamento di un successore degli Apostoli e custode del magistero della Chiesa, il cui primo compito consiste (secondo san Vincenzo di Lerino) nel preservare, trasmettere ed esporre le verità della Rivelazione divina con lo stesso significato e nello stesso senso (eodem sensu et eadem sententia) in cui lo hanno fatto tutti i suoi predecessori. Non c'è dubbio che un futuro successore di papa Francesco o un futuro Concilio Ecumenico correggeranno questo drastico cambiamento dell'insegnamento costante della Chiesa. 

Eccellenza abbiamo discusso una serie di ambiti di confusione dottrinale. A Suo avviso qual è il problema maggiore che affronta la Chiesa oggi? È il modernismo? Lo gnosticismo? La massoneria?

Il più grande problema che la Chiesa si trova oggi ad affrontare risiede nell'antropocentrismo e nel culto della natura come fosse una persona. Vale a dire che invece di porre al centro la Rivelazione di Dio in Gesù Cristo, il Suo Figlio incarnato, assumono maggiore importanza l'uomo e le sue concezioni e i suoi desideri naturalistici e razionalistici rispetto agli infallibili comandamenti e verità di Cristo, il solo divino maestro di umanità. Il mondo, compresi un numero crescente di chierici nella Chiesa, cerca di piegare la limpida volontà di Dio – così come è chiaramente espressa nei Suoi comandamenti e nelle verità rivelate – ai propri pensieri e desideri segnati fin da Cartesio e in tutto il mondo moderno antimetafisico dall'immanentismo, con una teologia morale non più essenzialista ma esistenzialista, soggettivistica. Il risultato di un tale antropocentrismo è che il fatto dell'Incarnazione di Dio in Gesù Cristo deve essere negato e distorto nel suo vero senso, poiché un Dio incarnato e metafisicamente visibile risulta fastidioso e molesto per una simile mentalità relativista e atteggiamento pastorale con la priorità dell'amore, della misericordia sulla verità, con la lettura dell'Humanae vitae, della Veritatis splendor alla luce di Amoris laetitia. L'uomo moderno, compresi molti chierici prtogressisti e modernisti, vuol essere libero da un Dio così esigente. Costoro vogliono essere liberi da un Dio tanto vicino e reale nell'Incarnazione e nell'Eucarestia. Vogliono che Dio e la sua chiara volontà di allontanino, che Dio rimanga invisibile, in una nube vaga e indistinta, affinché possano determinare da sé cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Tutto questo si può riassumere nel motto più o meno consapevole: "Io faccio e penso ciò che voglio!". Un tale antropocentrismo naturalistico ed egoistico è il nucleo del modernismo, dello gnosticismo e del grande architetto della massoneria che con il mondo non c'entra, unendoli tra loro, e ha già conquistato ampi settori della vita della Chiesa per una comune religione universale con tutte le religioni positive.


 

 


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