Marchetto,'Il Concilio va letto n ella continuità della Chiesa'

L'11 ottobre ricorrono i 60 anni dall'apertura del Concilio Vaticano II: sia Giovanni XXIII che Paolo VI hanno sempre detto con chiarezza che volevano un rinnovamento che meglio valorizzasse la dottrina, precisa e immutabile. Una pastorale senza dottrina è inconcepibile, è lontana dalla Tradizione cattolica. E non si può dire di accogliere il Concilio se non si rispettano i documenti prodotti. Alla Nuova Bussola Quotidiana parla l'arcivescovo Agostino Marchetto, il più importante storico del Concilio.

Nico Spuntoni, in "La Nuova Bussola" – 10 ottobre 2022

L'apertura del Concilio Vaticano II

L'11 ottobre 1962 veniva aperto nella Basilica di San Pietro il Concilio Vaticano II che si sarebbe poi concluso l'8 dicembre 1965. Nel discorso d'inaugurazione, Giovanni XXIII chiarì il compito che affidava ai 2540 Padri Conciliari, dicendo loro: "Occorre […] che l'intera dottrina cristiana, senza toglierne alcuna parte, in questo nostro tempo sia ricevuta da tutti con nuovo slancio. Occorre che questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve mostrare sottomissione fedele, sia investigata ed esposta nel modo che i nostri tempi richiedono".

 

Netta discontinuità o riforma nel solco della Tradizione? Da sessant'anni se ne discute all'interno e all'esterno della Chiesa, con un dibattito storiografico a tratti molto acceso. Una delle voci più importanti in questo ambito è stata quella dell'arcivescovo Agostino Marchetto, nunzio apostolico e segretario emerito del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti. A lui si devono due testi come "Il Concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia" e "Il Concilio Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica" che hanno avuto il merito di contrastare la tendenza storiografica (comune ai due lati estremi) tesa a privilegiare la presentazione di un mutamento traumatico anziché di una continuità storica in cui tradizione e rinnovamento, come da lui spiegato, si abbracciano. In occasione di questo sessantesimo anniversario, La Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato proprio monsignor Marchetto, l'uomo che – probabilmente proprio per questi sforzi – è stato definito da Papa Francesco "il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II".

 

Eccellenza, sessant'anni fa l'apertura solenne del Concilio Vaticano II. L'intento dichiarato di Giovanni XXIII era quello di un "aggiornamento". Qual è l'interpretazione più giusta da dare a questo termine su cui si è lungamente discusso?

Per sé a poco a poco l'aggiornamento, nel nostro contesto, è stata espressione più propriamente legata al Codice di Diritto Canonico. Forse le parole successivamente adoperate, per tradurlo con linguaggio più usato, - cioè rinnovamento e riforma, ben intesa, e senza rotture - sono giuste, ancor più se abbracciano quanto poi seguirà, con espressione specialmente benedettina; «nella continuità dell'unico soggetto Chiesa».

 

Un Papa lo ha aperto, un altro lo ha portato a compimento. Si può parlare, secondo lei, di un'impronta specifica di Giovanni XXIII ed un'altra di Paolo VI?

In una comunicazione dal titolo "Tradizione e rinnovamento si sono abbracciati", nella mia Vicenza, all'Accademia Olimpica, il 20 febbraio del 2014, trattavo in due capitoletti l'intenzione conciliare di papa Giovanni e poi di Paolo VI. Chi ha convocato il Concilio, ai Cardinali riuniti nel monastero di S. Paolo, annunciò la "buona nuova" conciliare, precisando che il Magno Sinodo - come l'ho sempre chiamato -  avrebbe inteso principalmente promuovere l'incremento della fede, il rinnovamento dei costumi e l'aggiornamento della disciplina ecclesiastica. Esso sarebbe stato uno spettacolo di verità, unità e carità, un invito, anche per i fratelli separati, all'unità voluta da Cristo. Il Papa pensò certo a un concilio pastorale, di aggiornamento, ma ciò non deve intendersi come qualcosa di pratico, dinamico, quasi separato dalla dottrina. È inconcepibile in effetti una pastorale senza dottrina, lontana dalla Tradizione ecclesiale.

Giovanni ne trattò chiaramente nella sua prima enciclica Ad Petri cathedram.e poi nel discorso di apertura del Concilio, con il famoso passo in cui il Papa attestava che «altra cosa è, infatti, il deposito stesso della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è la forma in cui le medesime vengono enunciate». Il Papa distingueva la sostanza, l'intera precisa ed immutabile dottrina, e la sua presentazione  (formulazione). In linea con questo indirizzo pastorale Giovanni XXIII precisava il modo di opporsi agli errori, preferendo alla severità "la medicina della misericordia".

 

Questo era Giovanni XXIII. E Paolo VI?

Paolo VI, di formazione e caratteri diversi dal suo predecessore, mantenne però la sua stella polare dello "sviluppo nella continuità": il Concilio proseguì con le stesse finalità (pastorali) e speranze. Non sarebbe dunque nel vero - affermò Paolo VI - chi pensasse che il Concilio Vaticano II rappresenti un distacco, una rottura o una liberazione dall'insegnamento della Chiesa, o autorizzi e promuova un conformismo alla mentalità del nostro tempo, in ciò che essa ha di effimero e di negativo. A conferma ricordo che proprio il giorno della sua "incoronazione", Il Papa disse: «Riprenderemo [...] l'opera dei nostri predecessori: difenderemo la santa Chiesa dagli errori di dottrina e di costume, che dentro e fuori dei suoi confini ne minacciano l'integrità e ne velano la bellezza; cercheremo di conservare ed accrescere la virtù pastorale della Chiesa».  E rimase fedele al suo impegno. Il 29 giugno 1978, in un bilancio, quasi, del suo pontificato, ormai alla fine, rivendicò come «intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. "Fidem servavi"! possiamo dire oggi con umile e ferma coscienza di non avere mai tradito il santo vero». Bellissima espressione quest'ultima, di nuovo conio.

 

Le maggiori tensioni durante i lavori del Concilio si registrano sulla questione del matrimonio e sul rapporto tra primato e collegialità episcopale. Quali preoccupazioni spinsero Paolo VI ad intervenire direttamente con la Nota explicativa praevia e con i famosi quattro "modi" inviati alla Commissione teologica conciliare?

La mia ultima fatica di pubblicazione su testi riguardanti il Concilio Vaticano II, negli archivi e non ancora pubblicati, cioè  un "Sommario"  di quanto è custodito  in quello della Segreteria di Stato, non conferma che una delle maggiori tensioni si sia registrata sul matrimonio, anche perché - come nel caso del celibato ecclesiastico - Paolo VI riservò quasi subito a sé entrambe le questioni.

Rimaniamo dunque  col rapporto tra primato e collegialità episcopale, rilevando subito che tale congiunzione è propriamente "cattolica", come scriveva von Balthasar. La difficoltà di far prevalere in Concilio il consenso, quel "e", a mio parere causò alla fine la pubblicazione della Nota Esplicativa Previa, «con i famosi quattro 'modi'», come lei dice, inviati alla Commissione Dottrinale. A far prendere la decisione contribuì dunque un momento di particolare sofferenza del Papa, al ricevere alla vigilia del terzo periodo conciliare una "Nota personalmente riservata al Santo Padre" sullo schema della Chiesa, principalmente sul capitolo III. Gliela inviarono diciotto cardinali, un arcivescovo e quattro superiori generali. Non è possibile qui prolungarmi, ma fu uno "scossone" che, con l'aiuto del Segretario Generale del Concilio, fu riparato con la ragione e con la storia della discussione, del dialogo e del progressivo consenso. Possiamo ricordare che l'approvazione finale della Lumen Gentium fu data da ben 2151 Padri, mentre cinque dissentirono..E il Vescovo di Roma promulgò o, come si diceva, confermò. Penso dovermi fermare qui.

 

Già negli anni Settanta, Joseph Ratzinger sosteneva che «ciò che ha devastato la Chiesa dell'ultimo decennio non è stato il Concilio, ma il rifiuto di accoglierlo». Aveva ragione? Se sì, in che modo si è manifestata questa mancata recezione e che conseguenze ha comportato sul lungo periodo?

Per me, scusate, si accoglie il Concilio considerando 3 gradini di "discesa", o "ascesa" - se volete -, basta intenderci.

 

Ce li può spiegare?

Il primo è quello storico, obiettivamente il più storico possibile: dev'essere il nostro sforzo che non si ferma ai primi anni post-conciliari, ai Diari scelti magari dagli interessati per basare i loro studi. Penso così a quello di Felici che ci ha fatto conoscere molto dell'animo conciliare di Paolo VI. Ho scritto un articolo al riguardo nel quale ho osato dire che, mancando il Diario propriamente suo (ne ebbe molti, negli anni, invece, Papa Giovanni), quello scritto da Felici potrebbe fare da specchio.

Il secondo gradino è quello dell'ermeneutica: deve essere corretta, ecclesiale, cattolica, la questione dell'"e", come già detto. Nel 2012 ne ho scritto in un libro: "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica".

Il terzo è la ricezione: il Concilio diventa cosa nostra, accettiamo con gioia, che il Concilio è un Concilio. Certo. Non posso però partire da come l'abbiamo applicato a noi, o abbiamo imposto ad esso i nostri pensieri, opinioni, ideologie. senza passare dai due gradini precedenti questo terzo.

 

Lei ha sempre denunciato una certa tendenza a dare più importanza alla convocazione del Vaticano II in sé piuttosto che ai contenuti dei suoi documenti. Perché è sbagliato separare il Concilio-evento dalle decisioni conciliari?

Sono contrario come storico perché tengo conto di una tendenza storiografica, fondamentalmente in Francia, diciamo nella prima metà del secolo scorso, quando vi si passò dalla considerazione positiva del lungo periodo, nella ricerca, alla importanza dell'"evento", che rompe la continuità. Applicare questa visione all'evento conciliare è proprio andare contro ciò che è essenziale nel Cattolicesimo, anche quello che può aiutare il dialogo ecumenico, fra l'altro. In fondo è contro i documenti che ne sono il corpo, ma vivificato dallo Spirito. Io chiamo sempre il Vaticano II un avvenimento, proprio per evitare la contraddizione storiografica.

 

Il cardinale Pericle Felici nel suo Diario da lei curato ha scritto che «forse nessun Concilio ha avuto una fine così bella e promettente». A cosa si riferiva il segretario generale del Concilio?

All'esperienza dell'avvenimento da lui vissuto e servito, per cui aveva sofferto e gioito e dalla sua conoscenza (o meno) della storia degli altri Concili. Poi anche la psicologia c'entra, quella di Felici stesso, e le votazioni quasi plebiscitarie che ci furono. E si era  trovato consenso, si era dialogato. E oggi invece la grande difficoltà è il dialogo intraecclesiale.

 

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