Don Giussani, la 'Grande compagnia' della Chiesa

Monsignor Luigi Negri, in "La Nuova Bussola" – 15 ottobre 2022

A questo punto credo che sia utile soffermarmi su un aspetto quanto mai definitorio della persona di Giussani: ovvero il suo amore alla Chiesa come popolo di Dio e corpo di Cristo. La compagnia, che ho precedentemente richiamato come una dimensione fondamentale dell'esperienza cristiana che Giussani è riuscito a fare nascere e crescere, ha un protagonista al suo interno: è ciascuno di noi, ma è qualche cosa di più di noi, qualcosa in cui il «nostro noi» e il «nostro io» trovano la loro verità profonda.

 

Giussani non ha posto come punto di partenza l'«io» e neanche le condizioni, le circostanze. Al Berchet, come penso di avere chiarito, non siamo partiti dall'«io», se per «io» si intende quell'emergenza significativa ma provvisoria dei propri sentimenti, dei propri problemi, dei propri progetti. Anzi l'«io» era proprio ciò che scoprivamo nell'esperienza nella quale eravamo coinvolti. Non siamo partiti neanche dalle analisi degli psicologi o dei sociologi impegnati a descrivere e spiegare la società. Nessuno più di Giussani aveva coscienza del valore delle scienze e proprio per questo anche del loro limite.

 

Pertanto egli non ha mai poggiato il suo cammino sulla scienza, su nessun tipo di scienza; egli ha, al limite, chiesto alla scienza delle conferme o ha sviluppato una dialettica positiva a partire da essa o dalle possibili obiezioni che scaturivano da essa, ma non ha mai assunto come «verbo» il pensiero di nessun sociologo o psicologo, di nessun colto e dotto del nostro tempo. Il vero soggetto di questa compagnia, punto di partenza della nostra storia, è il popolo cristiano. Giussani, commentando il Cantico delle Lodi mattutine della domenica, durante un incontro con gli universitari di Comunione e Liberazione, all'inizio degli anni Novanta, lo espresse in modo mirabile:

 

«La Sua vittoria [di Cristo] assume sempre il volto di un popolo che niente vale a soffocare e a distruggere. Questo è il significato del Benedictus: il primo volto di questo popolo attraverso cui Dio domina il mondo, il volto di quel piccolo popolo ebraico. [...] È attraverso di me e di te che Dio vince; attraverso "me e te": è già una compagnia, è già l'inizio di un popolo. Quando ti sposerai, cos'è quel "tu e lei", "tu e lui", se non l'inizio di un popolo? Se non lo percepirai come l'inizio di un popolo, sei già fatto fuori dalla grandezza di ciò in cui ti introduci, sei come scacciato da ciò che tenti di abbracciare. "Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato", la grande compagnia, che è altro, più che "me e te": "me e te" è Lui; è Lui – Lui – la nostra grande compagnia, "luogo che per tua sede Signore hai preparato". In nessun luogo della terra c'è questa consapevolezza chiara come tra di noi».

 

Sempre nella stessa occasione, rimproverando gli universitari perché non avevano cantato come avrebbero dovuto, aggiunse: «Questo, a ogni modo, è il popolo che cantavano le trombe di Assisi dell'Inno alle scolte [...]: è un canto da imparare bene, così da evitare che, improvvisamente, manchi la folla perché nessuno sa più cosa dire e vada avanti il solista con la sua flebile voce, dando un'impressione abbastanza amara di solitudine».

 

E questa è un'immagine straordinaria per aiutarci a capire il nesso inscindibile tra «io» e «popolo». L'«io» si riduce a una «flebile voce» senza la coralità del popolo e la sua solitudine suscita in chi lo ascolta «un'impressione abbastanza amara». Invece nella compagnia cristiana l'«io» è valorizzato a pieno perché viene in primo piano il popolo e non la massa. Se prevalesse la massa, non ci sarebbe posto per l'«io»; ma anche senza il popolo l'«io» non riuscirebbe a essere fino in fondo sé stesso. Senza il Battesimo, l'Eucaristia, la Cresima, la vita cristiana, la liturgia, la comunità, il magistero che la guida, l'«io» non potrebbe esistere pienamente come persona.

 

Il protagonista della vita della storia è Cristo nel suo popolo. Questo, fin dai tempi del Berchet, emergeva immediatamente in qualsiasi cosa della quale si parlasse con Giussani e, non dimentichiamo, come ho evidenziato sopra, si poteva e si doveva parlare di tutto perché la vita è fatta di tutto. Il protagonista della grande compagnia cristiana, nella quale don Giussani è presente più di noi, è il popolo di Dio che è eterno come Dio, anche se cambiano i volti, le forme, i modi. Inoltre in Giussani emergeva in modo limpido l'impossibilità di ridurre la comunionalità e la Chiesa, sia nel suo complesso, sia nelle sue forme particolari – la comunità diocesana, il Movimento, la famiglia –, a un dato di carattere sociologico, psicologico, relazionale.

 

Innanzitutto la Chiesa è un mistero da adorare, da venerare. Un mistero che è santo e divino non perché i cristiani sono impeccabili, ma perché fondata dall'azione dello Spirito Santo. Per questo non può essere concepita semplicemente come una struttura da decostruire perché non è al passo con i tempi, ammesso e non concesso che i tempi e i cambiamenti siano sempre positivi; occorrerebbe, infatti, capire dove porta il cambiamento prima di affermarne la positività. Credo che, in un contesto come quello odierno, nel quale l'immagine diffusa della Chiesa è tornata a essere quella di una struttura da adeguare ai tempi, perciò da decostruire per ricostruirla secondo nuove prospettive rivoluzionarie, sia davvero fondamentale recuperare a pieno la lettura della Chiesa come un dato sacramentale compiuta in modo alquanto puntuale da Giussani.

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