Un pellegrinaggio penitenziale (anche per Trudeau)

Nico Spuntoni, in "La Nuova Bussola" – 31 agosto 2022

 

Si conclude il 37esimo viaggio apostolico dell'attuale pontificato. Verrà ricordato come un "pellegrinaggio penitenziale" durante il quale, più volte, il Papa si è scusato con le popolazioni indigene, in particolare per il coinvolgimento delle istituzioni cattoliche locali nel sistema delle residential school attivo dal 1876 al 1996.

 

Non è andata, però, come il mondo liberal d'oltreoceano si aspettava. Papa Francesco non si è limitato a quel mea culpa a nome della Chiesa che gli chiedeva da anni, non senza una qualche insolenza, il primo ministro Justin Trudeau. Le scuse sono state fatte per gli errori di «diverse istituzioni cattoliche locali» e non dell'intera Chiesa cattolica come avrebbe voluto, invece, il governo canadese. Tanto che il ministro Marc Miller ha persino parlato di «lacune» nelle scuse papali perché non presentate a nome dell'istituzione. E proprio di fronte alle autorità civili, nella Citadelle de Québec, il Papa ha pronunciato mercoledì scorso il suo discorso più scomodo: un inno alla famiglia, citando San Giovanni Paolo II e ponendo le popolazioni indigene come modelli «sulla custodia e la tutela della famiglia, dove già da bambini si impara a riconoscere che cosa è giusto e che cosa sbagliato, a dire la verità, a condividere, a correggere i torti, a ricominciare, a rincuorarsi, a riconciliarsi». «Il male sofferto dai popoli indigeni, e di cui ora ci vergogniamo – ha detto Bergoglio - ci serva oggi da monito, affinché la cura e i diritti della famiglia non vengano messi da parte in nome di eventuali esigenze produttive e interessi individuali».

 

Un'esaltazione della famiglia seguita ad un monito sul pericolo rappresentato dalla cancel culture, fatto rientrare nella categoria delle «colonizzazioni ideologiche». «Se un tempo la mentalità colonialista trascurò la vita concreta della gente, imponendo modelli culturali prestabiliti, anche oggi non mancano colonizzazioni ideologiche che contrastano la realtà dell'esistenza, soffocano il naturale attaccamento ai valori dei popoli, tentando di sradicarne le tradizioni, la storia e i legami religiosi», ha detto il Papa. Si riferiva, chiaramente a quel tipo di mentalità che, "presumendo di aver superato le pagine buie della storia, fa spazio a quella cancel culture che valuta il passato solo in base a certe categorie attuali" impiantando così «una moda culturale che uniforma, rende tutto uguale, non tollera differenze e si concentra solo sul momento presente, sui bisogni e sui diritti degli individui, trascurando spesso i doveri nei riguardi dei più deboli e fragili: poveri, migranti, anziani, ammalati, nascituri».

 

Difficile, specialmente per chi segue la politica interna canadese, non leggerla come una stoccata al primo ministro, peraltro presente. Basti pensare che Suzy Kies, ex co-presidente della Commissione dei Popoli Indigeni del partito di Trudeau, si fece notare per aver fatto rimuovere e in alcuni casi bruciare migliaia di libri dalle biblioteche delle scuole di lingua francese di Providence perché ritenuti non abbastanza inclusivi nei confronti delle popolazioni native. Dopo il clamore provocato dalla decisione – dalla quale il primo ministro non aveva preso le distanze, sostenendo che nessuno dovrebbe dire agli indigeni cosa fare per arrivare ad una riconciliazione anticipata – la Kies si era dovuta dimettere perché scoperta a millantare una discendenza aborigena ufficiale che, in realtà, non aveva.

Anche il rimprovero papale nei confronti di quella mentalità che trascura i doveri dei «nascituri» potrebbe essere interpretato come un altro schiaffo a Trudeau, uno dei più duri a commentare la decisione della Corte Suprema Usa di ribaltare la sentenza Roe vs Wade («scelta orribile»).

 

Certo, non è mancato chi ha ritenuto eccessivo il mea culpa di Bergoglio, in particolare sulle scuole residenziali. Ieri su Il Foglio è uscito un editoriale (non firmato) che nel titolo definitiva «affrettate» pronunciate in Canada, evidenziando come «di prove del genocidio culturale non ce ne sono» anche perché «la Comission de vèritè et rèconciliation, istituita nel 2008 per indagare gli abusi nelle scuole che ospitavano gli indigeni, dopo anni di lavoro ha appurato che il tasso di mortalità nei giovani frequentanti era pari a quattro decessi all'anno ogni mille" con "causa principale, la tubercolosi».

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