La superstizione

Luisella Scrosati, in "La Nuova Bussola" – 24 luglio 2022

In questa lezione dell'Ora di dottrina, iniziamo una nuova sezione del Primo Comandamento che riguarda specificatamente I PECCATI CONTRO IL PRIMO COMANDAMENTO.

 

Questi peccati sono essenzialmente vizi contrari alla virtù di religione e, conoscendoli, capiremo anche quanto sia importante questa virtù, che appunto si estende al Primo Comandamento che vieta di avere nei confronti di Dio dei comportamenti non adeguati a Dio: "Non avrai altro Dio all'infuori di Me".

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 2111, inizia a trattare questi aspetti negativi del comandamento: la superstizione, l'idolatria, la divinazione, la magia, l'irreligione, l'ateismo, l'agnosticismo.

 

E' interessante poi la trattazione che ne fa San Tommaso per come viene articolata e per come vengono spiegati i singoli punti.

 

Nel CATECHISMO, la superstizione viene definita come una "deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso propone". E' dunque una deviazione della "religione", che esce appunto dal novero della virtù, per eccesso o per difetto, e delle pratiche essa impone.

Vediamo come nella SOMMA TEOLOGICA, alla quaestio 92, San Tommaso parla appunto della superstizione.

 

Come per il Catechismo, nell'articolo 1 presenta la superstizione viene presentata come un vizio contrario alla virtù di religione; con il termine "superstizione" si abbraccia una vasta gamma di vizi che include, per esempio, anche l'idolatria.

 

Quali sono le caratteristiche della superstizione?

 

Anzitutto È UN VIZIO perciò è un atto contrario alla virtù; in questo caso la virtù di religione. Ogni virtù conosce delle deviazioni, per eccesso o per difetto. Nelle deviazioni della virtù di religione, si trovano dunque inclusi i peccati contro il primo comandamento.

 

 

E' UN PECCATO CONTRO LA RELIGIONE per eccesso.

Perché? Non in quanto offre di più a Dio, perché ciò sarebbe impossibile per l'uomo, la cui offerta sarà sempre inferiore rispetto a ciò che Dio merita, ovviamente; ma perché: "offre codesto culto, o a chi non deve, o come non si deve". Stiamo dunque parlando di una deviazione della virtù di religione, nel senso che si offre culto e onore o a chi Dio non è, oppure, pur essendo atti rivolti a Dio, questi atti di religione vengono offerti in una modalità che non conviene a Dio.

 

Ci sono pertanto due grandi specie di superstizione:

 

a- La prima è quella data al vero Dio, ma in modo indebito.

 

b- La seconda è quella data a chi Dio non è.

 

Tutte le virtù per eccesso della virtù di religione si collocano all'interno di queste due categorie.

 

A questo punto si apre tutta la possibile gamma delle modalità con cui si va contro al primo comandamento, eccedendo nella virtù di religione. Vedremo poi che ci sarà invece tutta una sezione dedicata ai peccati contro il primo comandamento che riguardano invece la virtù di religione "per difetto".

 

All'interno della superstizione che rende culto a chi Dio non è, san Tommaso enumera:

 

- L'IDOLATRIA, ovvero offrire onore dovuto a Dio a chi Dio non è, ossia gli idoli.

 

- La DIVINAZIONE, ovvero accogliere insegnamenti, predizioni, etc. dai demoni, anziché da Dio.

 

- La VANA OSSERVANZA SUPERSTIZIOSA, che noi comunemente chiamiamo "le superstizioni", ovvero ricorrere a gesti, segni, riti, per ottenere la guarigione, la buona sorte, la fortuna, la protezione, etc...

 

La quaestio 93, che vediamo in questa lezione, si occupa di quella forma di superstizione rivolta al vero Dio, ma in modo indebito.

 

Cosa accomuna le possibili diverse espressioni della superstizione all'interno del culto verso Dio?

Secondo san Tommaso l'elemento caratteristico è "se dal culto esterno viene espresso qualcosa di falso" (a. 1). E a tal proposito san Tommaso cita il "Contra mendacium" di sant'Agostino e dice appunto che la menzogna più grave e dannosa è quella  che riguarda le cose della religione e del culto cristiano.

 

Una menzogna è esprimere con segni esterni il contrario della verità: o con le parole, o con i gesti. Se c'è una "discrepanza" tra il culto espresso e la realtà da esso significata, allora abbiamo la superstizione.

 

Esistono due tipi di discrepanza tra l'atto cultuale - cioè le parole e i gesti del culto - e la realtà.

 

Attraverso l'utilizzo dei riti dell'antica legge.

Perché utilizzare i riti voluti e istituiti da Dio nell'Antica Alleanza è superstizione? Perché i riti antichi, spiega san Tommaso, significavano i misteri di Cristo, ma come futuri: li preannunciavano; mentre invece ora i misteri di Cristo si sono realizzati e sono presenti.

 

Esprimere con parole o gesti che i misteri di Cristo sono da attendere, mentre essi si sono già realizzati è una menzogna nel culto del vero Dio, perciò un peccato di superstizione.

 

Riguarda soprattutto i ministri sacri, quando essi offrono a Dio "un culto contrastante con le forme stabilite dalla Chiesa con l'autorità di Dio, e in essa consuete" (a. 1).

In questo caso il ministro agirebbe come un falsario. Chi è il falsario? Immaginate il dirigente di un'azienda che vende macchine per fare il pane: ti incarica della vendita e tu vai in giro in nome dell'azienda a fare tutt'altro: vendere macchine o qualsiasi altra cosa che non attiene al tuo incarico.

 

Qualcosa di simile può accadere al ministro di Dio. Dice san Tommaso:

 

"Infatti come sarebbe un falsario chi a nome di una persona facesse proposte diverse da quelle di cui è stato incaricato, così incorre nel peccato di falsità chi a nome della Chiesa offre a Dio un culto contrastante con le forme stabilite dalla Chiesa con l'autorità di Dio, e in essa consuete" (a. 1)

 

Parlando di superstizione in relazione al culto, San Tommaso introduce anche il concetto di consuetudine, proprio perché ciò che è stato tramandato dalla Chiesa per secoli è chiaramente qualcosa che la Chiesa ha voluto con l'autorità di Dio. Perciò, non è lecito ad alcuno stabilire forme diverse rispetto a quelle che la Chiesa e la consuetudine hanno stabilito.

 

"Le varie consuetudini esistenti nella Chiesa per il culto divino non ripugnano affatto alla verità. Esse perciò vanno conservate; ed è illecito trasgredirle" (ad. 3).

 

Come facciamo perciò ad essere sicuri di non cadere nella superstizione all'interno del culto? Quando ci atteniamo a ciò che la Chiesa stabilisce alla luce di questo principio di consuetudine. Perciò quando si introduce di propria iniziativa nel rito, in nome di una maggiore spontaneità, di una maggiore partecipazione, etc.. elementi di "novità creativa", si corre seriamente il rischio della superstizione, in quanto il ministro o chi compie questi atti agisce da falsario.

 

San Tommaso tratta poi di un altro problema e dice che è possibile che nel vero culto si insinuino degli elementi superflui, ovvero cose che "esulano dalla gloria di Dio o che non riconducono l'anima a Dio o che non frenano e moderano la concupiscenza" (a. 2).

 

Gli ATTI ESTERNI DEL CULTO A DIO devono infatti avere le tre caratteristiche sopra elencate:

 

1- Dare gloria a Dio

 

2- Portare l'anima a Dio

 

3- Moderare la concupiscenza

 

 

 

Infine, san Tommaso dice che si può insinuare nel culto qualcosa di estraneo "alle leggi di Dio e della Chiesa, o contraria alla consuetudine comune" (a. 2).

 

Torna il medesimo concetto: le consuetudini che la Chiesa ha custodito e tramandato non possono contenere né qualcosa di falso né qualcosa di superfluo; il che non significa che non ci debbano essere delle ripetizioni, perché la ripetizione di qualcosa che, secondo i canoni comuni, sarebbe superflua, nel culto è fondamentale. Ecco dunque che il criterio è attenersi alla consuetudine della Chiesa, senza false inculturazioni che portano dentro al culto elementi che non sono propri e adeguati al culto stesso.

 

Quanto detto può aiutarci a capire ciò che deve essere considerato come di fatto una superstizione, ovvero un vizio contrario alla virtù di religione e quindi un peccato contro il primo comandamento; per questo la Chiesa ha normato il culto con delle rubriche obbligatorie e vincolanti e ha sempre adottato il principio che nessuno può aggiungere o togliere al culto qualunque cosa di propria iniziativa.

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