Il Sacro

Luisella Scrosati, in "La Nuova Bussola"    - 10 luglio 2022

Nell'ultimo incontro ci siamo soffermati sul rito, sulla sua importanza e significato, ed anche sulle minacce di cui il rito è oggi vittima.

Vediamo ora un'altra grande vittima di una certa riflessione teologica degli ultimi decenni, ovvero il SACRO, un concetto, anzi una realtà molto importante della virtù di religione.

 

L'attacco al sacro viene certamente da tutto quel movimento di desacralizzazione che estromette Dio dalla vita umana; e così la realtà, per così dire, si svuota di Dio e di conseguenza di ogni elemento di sacralità.

 

Il tema di cui si occuperà questa lezione riguarda però un'altra insidia molto più sottile e che viene proprio dall'interno del mondo cristiano cattolico.  Il sacro ha a che fare con quell'esperienza così fondamentale del rito, che è l'esperienza della LIMINALITÀ.

 

Abbiamo detto la scorsa volta che il rito crea quel collegamento tra il mondo profano, quello di cui tutti facciamo esperienza quotidianamente, ed il mondo di Dio, ovvero il mondo dell'eternità, che è Dio stesso.

E come si entra in questa realtà consacrata, in questo "mondo Altro"?  Attraverso appunto delle mediazioni sacre: oggetti, luoghi, spazi, persone... che sono appunto sacre, ovvero messe da parte per il culto ed il servizio di Dio.

 

Prima di affrontare direttamente la realtà del Sacro, vediamo da chi è minacciata questa realtà, quali sono queste insidie che muovono dall'interno dello stesso mondo cattolico.

L'idea fondamentale di queste correnti teologiche è che, con l'Incarnazione, tutto il mondo è stato in qualche modo sacralizzato, tutto il mondo è sacro. Secondo alcuni il mondo è sacro, addirittura, ancor prima dell'Incarnazione, con la Creazione stessa.

 

In ogni caso, attraverso questa impostazione con l'Incarnazione la distinzione tra sacro e profano decade, non avendo più senso. Quindi la religione cristiana decreta la morte del mondo religioso, degli elementi fondamentali delle religioni, perché Dio incarnandosi riconsacra il mondo interamente.

 

- In questa logica come devono essere intesi i sacramenti?

Sostanzialmente secondo questa teologia i SACRAMENTI diventano delle semplici manifestazioni, anche irrinunciabili, ma pur sempre "manifestazioni" della sacralità del mondo.

 

Il sacramento non è più il segno efficace della grazia che opera e che conferisce la grazia stessa mediante il segno sacramentale; ma, in qualche modo, il sacramento ha una valenza rivelativa di quella grazia che è già nel mondo e già opera nell'uomo. Il sacramento non ne è la causa strumentale. In poche parole, secondo questa impostazione, la grazia opera a prescindere dall'azione sacramentale della Chiesa e da tutto quel contesto rituale e liturgico che abbiamo visto.

 

La risposta a questa impostazione non dev'essere basata su una eccessiva contrapposizione tra sacro e profano, come se fosse analoga alla contrapposizione che intercorre tra peccato e grazia; è sbagliato identificare la realtà profana come il male.

 

La distinzione tra sacro e profano non è irriducibile come quella tra male e bene, tra peccato e grazia. La parola "profano" significa proprio "ciò che sta davanti al tempio", ovvero non è dentro, ma non è nemmeno contrapposto. È qualcosa che non è ancora stato sacralizzato, consacrato.

 

La risposta alla tesi per cui tutto è stato reso sacro con l'Incarnazione la troviamo in due testi importanti che spiegano la tradizione liturgica cattolica e si connettono anche alla costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II, la Sacrosantum Concilium.

 

1- IL RITO E L'UOMO, di Louis Bouyer

Bouyer recupera l'espressione molto utilizzata dai negatori della distinzione sacro-profano, ossia "legge dell'Incarnazione" e dice appunto che questa legge dell'Incarnazione non significa la consacrazione del mondo intesa come un'assunzione in blocco della realtà profana, come se  tutto sia stato reso sacro dall'incarnazione; la "legge dell'incarnazione" significa invece la creazione di una nuova sacralità.

 

Con l'Incarnazione il Figlio di Dio crea nel mondo una NUOVA SACRALITÀ; non lascia il mondo così come è, ma immette, crea nella realtà una nuova consacrazione, che è mediata dal Figlio di Dio e che è in qualche modo connessione con il Figlio di Dio, avviene nel Figlio di Dio.

 

"Sacro", nella religione cattolica, non è un vago riferimento alla divinità, ma è un collegamento con il Santo, con Dio, nella persona del Figlio di Dio che diventa il mediatore, Colui che il Padre ha consacrato e ha mandato nel mondo "perché - dice Gesù - anche essi siano consacrati nella Verità".

 

L'Incarnazione inaugura il tempo della Chiesa, che è la nuova realtà consacrata.

 

2- Il secondo aiuto ci viene dal volume INTRODUZIONE ALLO SPIRITO DELLA LITURGIA, di Joseph Ratzinger. L'Incarnazione del Figlio di Dio, e il mistero della sua Morte e Resurrezione, inaugura il tempo della Chiesa, che non è ancora il tempo della Gerusalemme celeste, non è ancora il tempo della visio beatifica, ma è il tempo della fede.

 

Ratzinger spiega (pp. 57-58) che nel nostro tempo, "nel tempo della Chiesa ci troviamo in una fase intermedia del cammino della storia: il velo del tempio si è squarciato, il cielo si è aperto grazie all'unione dell'uomo Gesù, e quindi di tutta l'umanità, con il Dio vivente. Ma questa nuova apertura si comunica a noi solo attraverso i segni della salvezza. Abbiamo bisogno della mediazione e non vediamo ancora il Signore «così come egli è». (...) Prendiamo parte alla liturgia celeste, sì, ma questa partecipazione si comunica a noi attraverso i segni terreni che il Redentore ci ha mostrato come spazio della sua realtà".

 

La condizione in cui noi siamo che non è ancora quella della Gerusalemme celeste, dove Dio sarà tutto in tutti, e non è più la condizione precedente all'Incarnazione: è la condizione definita del "già e non ancora; già qualcosa è iniziato, già c'è la realtà sacra del Figlio di Dio che si è incarnato, già questa grazia opera, già i Cieli si sono aperti...e tuttavia non siamo ancora nella condizione definitiva dove Dio sarà tutto in tutti.

 

Questo è appunto il tempo della Chiesa; viviamo in uno spazio, in un tempo, in un corpo che ha un'interrelazione con il mondo mediante i cinque sensi. Per questa ragione abbiamo bisogno dei segni, che sono gli strumenti di quell'esercizio del munus sacerdotale di Cristo.

 

"La liturgia è l'esercizio del sacerdozio di Cristo" (Sacrosantum Concilium, 7).

 

Tutto quello che viene assunto nella liturgia, proprio perché viene assunto come strumento del sacerdozio di Cristo, diventa sacro. La sacralità dell'azione liturgica e di tutto quello che gli è connesso sta proprio nel fatto che è azione del Santo di Dio. Il sacro perciò rimane un concetto fondamentale distinto dal profano e perciò nella liturgia devono continuare ad esistere oggetti sacri, simboli sacri, tempi sacri, spazi sacri, musica sacra, ministri sacri...

 

San Tommaso presenta questo concetto cristiano di sacro in due testi:

 

- Nella II-II, q. 95,  a. 1, San Tommaso dice: "Una cosa è detta sacra perché è ordinata al culto divino".

-  Nella III parte, q. 63, a. 3, specifica: "L'intero rito della religione cristiana deriva dal sacerdozio di Cristo".

 

Se si collegano questi due testi, si comprende che c'è un legame diretto e imprescindibile tra sacro, culto e Cristo stesso. Dunque l'Incarnazione di Cristo non toglie la distinzione tra sacro e profano, non sminuisce la realtà sacrale, ma la fonda, gli dà una nuova identità che ha il volto di Gesù Cristo.

 

Ecco dunque che la liturgia, che è un'azione e non una mera teologia liturgica, deve assolutamente sottolineare questo aspetto della sacralità e devono perciò continuare ad esistere in essa tempi, spazi, lingua, gesti, musica... sacri, ovvero destinati esclusivamente al culto divino, il quale è espressione del sacerdozio di Cristo.

 

L'EUCARISTIA è il segno sacro per eccellenza in quanto "contiene" il Santo di Dio è il corpo, sangue, anima e divinità del Sacerdote eterno.

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