Il sacrificio e i voti

Luisella Scrosati, in "La Nuova Bussola" – 17 luglio 2022

Nella lezione odierna chiudiamo tutta la sezione dedicata alla VIRTÙ DI RELIGIONE, che è la prima e la più importante delle VIRTÙ MORALI. Ricordiamo che le VIRTÙ TEOLOGALI superano gerarchicamente e per importanza le virtù morali.

 

L'ultimo argomento che trattiamo della virtù di religione, che è ben più ampia di quanto noi possiamo approfondire, sono due atti esterni ovvero IL SACRIFICIO E I VOTI.

 

Il sacrificio viene trattato da san Tommaso nella quaestio 85.

 

- Come lo possiamo definire?

Il sacrificio è un'offerta interiore e/o esteriore fatta a Dio, sulla quale normalmente viene fatto un segno, un gesto che la indica, la rende un'offerta sacra.

 

Nell'oblazione invece, come spiega san Tommaso (ma non abbiamo il tempo di parlarne) questo segno di consacrazione non viene fatto.

 

Questo segno che viene fatto sull'offerta è un segnale di sottomissione a Dio e di onore che gli si vuol tributare. Nel primo articolo della quaestio 85, san Tommaso spiega che offrire un sacrificio a Dio appartiene alla legge naturale, ed è anche prescritto dalla Rivelazione sia nell'Antico, sia nel Nuovo Testamento, che ordinano e regolano l'offerta di specifici sacrifici, poggiando su un fondamento naturale.

 

Offrire sacrifici a Dio, infatti, è proprio dell'uomo in quanto tale, della natura dell'uomo stesso, in quanto:

 

1- riconosce Dio e quindi lo onora come tale;

 

2- questo onore viene offerto nella modalità propria dell'uomo che è diversa, per esempio, da quella degli angeli, cioè mediante segni sensibili.

 

Questi due aspetti sono molto importanti in quanto radicati nella natura umana, costituita da un elemento materiale e un elemento spirituale intimamente connessi tra loro.

 

La determinazione dei sacrifici - ovvero la scelta di questo o quel sacrificio, se fatto in questo o in quest'altro modo - dipende o da disposizioni umane o da disposizioni divine.

 

Per esempio, le disposizioni umane sono le leggi ecclesiastiche che dispongono come si offrono i sacrifici a Dio. Un chiaro esempio di disposizione divina è l'istituzione dell'Eucaristia, così come è presentata nei Vangeli o nelle lettere di San Paolo: "Fate questo in memoria di me". In questo caso è Dio stesso, nella persona di Gesù Cristo, a determinare il sacrificio della nuova, eterna, definitiva alleanza.

 

Nell'articolo 4 san Tommaso ritorna con ordine su quanto abbiamo detto:

 

1. Il sacrificio principale e fondamentale è il sacrificio interiore, in quanto la dimensione spirituale dell'uomo è superiore (il che non significa che sia l'unica).

Il fatto che il sacrificio sia principalmente interiore corrisponde dunque alla natura dell'uomo; tuttavia gli elementi esterni, che pure sono presenti, come abbiamo visto per esempio anche nell'adorazione, sono anch'essi fondamentali, in quanto legati alla dimensione corporea dell'uomo. Tommaso presenta con grande chiarezza il legame tra esterno e interno: "Il sacrificio che si offre esternamente sta a significare l'interno sacrificio spirituale in cui l'anima offre a Dio sé stessa". (art. 2)

 

2- Per quanto riguarda gli elementi esterni, c'è una diversità tra coloro che sono soggetti alla legge divina della Nuova o dell'Antica alleanza e gli altri. Noi siamo tenuti ad osservare la forma degli elementi esterni del sacrificio, - come abbiamo detto Gesù ci ha comandato di "fare questo in memoria di me" - , con quelle determinate parole, forme e con quella materia... come memoriale, come Lui stesso lo ha compiuto. Poiché, come abbiamo visto, il sacrificio esterno significa quello interno, cioè l'offerta di sé a Dio, in quanto principio creatore dell'uomo e fine dell'uomo, per questa ragione il sacrificio - sia interno che esterno - può essere offerto solo ed esclusivamente al solo e sommo Dio.

 

3- Il rapporto tra il sacrificio e gli atti delle altre virtù.

Così come ogni atto buono può essere "preso" dalla virtù di religione e reso un culto a Dio, così in modo analogo possiamo dire anche del sacrificio. Tommaso spiega che può essere considerato sacrificio anche "il compiere gli atti esterni delle altre virtù a onore di Dio. Di questi alcuni sono di precetto, e tutti vi sono obbligati; altri invece sono supererogatori, e quindi non sono obbligatori per tutti". (art. 4).

 

Nell'art. 3 san Tommaso coordina il sacrificio, le virtù di religione e le altre virtù. Egli premette che il sacrificio, essendo compiuto «in ossequio a Dio», appartiene alla virtù di religione.

 

Ora, è possibile che "vengano ordinati a onorare Dio anche atti ispirati da altre virtù: quando uno, p. es., offre i propri beni in elemosina per il Signore, oppure quando sottomette il proprio corpo a qualche afflizione in ossequio a Dio. E in tal caso anche atti di altre virtù si possono denominare sacrifici".

 

Detto in altre parole: le virtù, come l'elemosina, non sono sacrifici in sé, ma possono essere offerti in onore a Dio; ed allora possono essere ritenuti dei sacrifici.

 

Ma subito Tommaso aggiunge che "ci sono degli atti i quali son degni di lode solo per il fatto che sono compiuti in ossequio a Dio. E questi sono denominati sacrifici in senso proprio: e appartengono alla virtù di religione".

 

Tommaso non sta affermando che il sacrificio è solo e strettamente quello della definizione, perché ci sono anche gli atti di virtù che si possono in qualche modo offrire a Dio. C'è però una distinzione, perché in senso proprio il sacrificio è ciò che viene compiuto in ossequio a Dio solo per il fatto che è in ossequio a Dio. Anche l'elemosina abbiamo detto, può essere offerta a Dio, ma non solo a Dio, bensì anche a Dio; infatti l'elemosina si fa ad una persona. La virtù propria di religione invece è ossequiare Dio per Sé stesso attraverso dei segni che sono indirizzati a Lui solo. Nel sacrificio propriamente detto ci sono dei gesti che vengono utilizzati in senso esclusivamente sacrificale.

 

Quindi c'è il sacrificio propriamente detto ed il sacrificio in senso largo che invece include anche altri atti virtuosi. L'uno e l'altro devono essere mantenuti, non possiamo escluderne o sacrificarne uno.

 

Nella quaestio 88, san Tommaso si occupa dei voti.

 

- Che cos'è il voto?

 

È un proposito deliberato dalla volontà dell'uomo, con il quale si promette a Dio di fare o di omettere qualche cosa. L'oggetto del voto è un bene migliore: non può infatti essere oggetto di voto qualcosa che è necessario, perché verrebbe meno la deliberazione della volontà (non posso offrire a Dio il voto di bere o di respirare). Inoltre non posso fare voto a Dio di qualcosa che è male.

 

Pertanto, l'oggetto del voto fatto a Dio deve essere un'azione virtuosa. Cosa vuol dire virtuoso? Tommaso fa un esempio chiaro:

 

"La macerazione del proprio corpo fatta, p. es., con veglie e digiuni, non è accetta a Dio se non in quanto è un'azione virtuosa: e questo esige che sia fatta con la debita discrezione, in modo da frenare la concupiscenza, senza gravare troppo la natura. Così concepite codeste penitenze possono essere materia di voto" (a. 2 ad 3).

 

Inoltre il voto non può avere per oggetto qualcosa di futile. Non posso far voto a Dio, per esempio, di indossare una maglietta rossa... magari posso fare voto di andare in giro con dei fiocchetti strani in testa, ciò può nascondere infatti un gesto di umiliazione di sé stessi. È perciò sempre bene affidarsi ad un superiore per il voto, perché può aiutarci nel discernere l'elemento del voto.

 

- Perché il voto è una virtù di religione?

Perché "il voto è un ordinare le cose di cui uno fa voto al culto, ovvero all'ossequio verso Dio. Perciò è evidente che far voto è un atto di latria, ossia di religione" (art. 5)

 

In questo senso, il voto rende più meritorio un atto virtuoso, perché un atto virtuoso, oltre al merito proprio della virtù propria, aggiunge questo riferimento a Dio, questa sottomissione, questo atto di onore a Dio che è tipico dell'atto di religione.

 

Con il voto, inoltre, noi non offriamo a Dio solo l'atto, ma la nostra volontà deliberata e quindi noi stessi. Tommaso fa questo esempio. È cosa buona offrire dei frutti; ma se, oltre ai frutti, offro anche l'albero che produce questi frutti è ancora meglio. Questo è il voto: insieme ai frutti della virtù, offre l'albero stesso, cioè la nostra volontà. Proprio perché il voto ha come suo oggetto qualcosa che è buono, che san Tommaso definisce come il bene migliore, a volte il voto può essere o dispensato o commutato da una autorità legittima, nel momento in cui un voto può trasformarsi non più in un bene migliore ma in un male. Se uno ha fatto voto di non mangiare mai carne nella vita e si ritrova con una situazione fisica di eccessiva debilitazione cronica, in questo caso il voto non è più un bene migliore e può essere dispensato o commutato con la rinuncia a qualcos'altro.

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