IV Domenica

 

È l'evangelista Matteo a dare maggior risalto al padre putativo di Gesù, sottolineando che, per suo tramite, il Bambino risultava legalmente inserito nella discendenza davidica e realizzava le Scritture, nelle quali il Messia era a profetizzato come "figlio di Davide". Ma il ruolo di Giuseppe sposo di Maria verginalmente incinta non può certo ridursi a questo aspetto legale. Egli è il modello dell'uomo "giusto" (Mt 1,19), che in perfetta sintonia con la sposa accoglie il Figlio di Dio fatto uomo e veglia sulla sua crescita umana. Per questo, nei giorni che precedono il Natale, è quanto mai opportuno stabilire una sorta di colloquio spirituale con san Giuseppe, perché egli ci faccia incontrare la tenerezza e l'amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e con il perdono si abbassa fino a noi nella Confessione natalizia. San Giuseppe ci offre la contemplazione di Cristo che ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio, fin dalla nascita verginale, le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che verginalmente si è formato, prendendo totalmente da lei anche un'umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Lo sguardo del suo cuore si concentra su di Lui già al momento dell'Annunciazione, quando Lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi ne avverte a poco a poco la presenza, fino al giorno della nascita verginale, quando i suoi occhi possono fissar con tenerezza materna il volto del Figlio, mentre Persona divina lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. Maria vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni suo gesto.

Il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione di padre putativo. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con la sposa Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Questa è la famiglia di Gesù, la Chiesa domestica. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all'insegnamento e all'esempio dei genitori: vivere in un'atmosfera segnata dalla presenza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto.

Gesù vede il padre putativo Giuseppe capo famiglia spezzare il pane e passare il calice. Questi gesti che Gesù ha vissuto fin da bambino, nell'ultima cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità tutta nuova: Egli dà un segno visibile, l'eucarestia, dell'accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica sé stesso. Ma come può realizzarsi tutto questo? Come può Gesù, in quel momento, dare Sé stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce. Con il dono del pane e del vino che offre nell'Ultima Cena, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione. Offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri, per la nostra risurrezione. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo che ogni Messa rende attuale. E a Natale possiamo fare tre volte la Comunione: nella Messa di mezzanotte, dell'alba, del giorno. Che la Madre del Signore ci benedica con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

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