Il Vecchio Marx è tornato con una grande potenza che punta all'egemonia mondiale

Antonio Socci in "Libero" – 27 novembre 2022

Immersi nelle polemiche del giorno, rischiamo di non vedere – per dirla con Bersani – la mucca nel corridoio. Oltretutto non è una pacifica mucca, ma un Dragone, enorme e vorace. Di colore rosso.

 

Qualcuno però se n'è accorto e ha suonato l'allarme. L'ex premier australiano Kevin Rudd – esperto di Cina – ha firmato un saggio su "Foreign Affairs" in cui spiega che il XX Congresso del Partito Comunista Cinese, concluso da poco, ha segnato una svolta storica. Oltre a consacrare il dominio incontrastato di Xi Jinping, ha sancito il ritorno del marxismo-leninismo come ideologia guida di una grande potenza planetaria: "il presidente cinese" scrive Rudd "crede profondamente nel marxismo-leninismo, la sua ascesa certifica il ritorno su scala mondiale dell'uomo ideologico".

 

Rudd, analizzando il lessico (nuovamente) marxista di Xi in questo Congresso di svolta, sottolinea che il leader cinese ha esortato i dirigenti del Pcc a "comprendere la visione del mondo e la metodologia marxista-leninista" usando "gli strumenti analitici del materialismo dialettico e storico".

 

Così, mentre il Pcc aumenta il suo controllo sempre più opprimente sulla società e sull'economia, questo Congresso ha decretato che il socialismo cinese è "il nuovo marxismo del Ventunesimo secolo".

 

Dunque contrordine compagni! Il comunismo non è affatto morto, anzi sta bene e una potenza imperiale marxista-leninista sta diventando egemone nel mondo. Torna il vecchio Marx. L'evento è di portata epocale.

 

Da trent'anni celebriamo la fine del comunismo per la dissoluzione dell'Urss e dei regimi dell'Est europeo. Siccome si trattò anzitutto di un crollo economico si concluse che era il fallimento del marxismo che si è sempre presentato (a differenza del "socialismo utopistico") come scienza economica e critica scientifica della società capitalistica.

 

Il naufragio dei sistemi dell'Est europeo ha indotto l'occidente a proclamare la sconfitta "definitiva" del marxismo e il trionfo "definitivo" del liberismo, "la fine della storia" e il dominio planetario del Mercato.

 

Ma – colpo di scena – ora abbiamo un sistema comunista che ha costruito un'economia di enorme successo, tanto da raggiungere il primato degli Stati Uniti, e vuole dimostrare di essere superiore ai sistemi capitalistici.

 

Il naufragato comunismo sovietico, dicono a Pechino, non è l'unico comunismo possibile. La Cina ha l'ambizione di essere un'interpretazione diversa della dottrina marxista-leninista: non si è arresa al capitalismo – come si è ritenuto in questi anni in Occidente, anche da Sinistra – ma vuole essere la migliore realizzazione storica del marxismo.

 

Il pragmatismo degli affari varato da Deng Xiaoping negli anni Settanta si era lasciato alle spalle il maoismo: ora XI si lascia alle spalle Deng e riscopre Mao, rivendicando la centralità imperiale della Cina, anche con prospettive conflittuali (Taiwan).

 

D'altronde la Cina non è affatto isolata (se mai si può isolare un Paese di un miliardo e mezzo di persone). Anzi, per gli errori dell'Occidente americano – che gli ha regalato questo enorme sviluppo economicofacendone, dagli anni Novanta, la "fabbrica del mondo" (a nostre spese) – recentemente ha avuto in "regalo" anche la forte alleanza con la Russiache, oltre ad essere uno scrigno di ricchezze minerarie ed energetiche, è una potenza nucleare pari agli Usa ed è uno dei Paesi più grandi del mondo (dopo il crollo del Muro di Berlino l'Occidente invece di aiutare l'evoluzione democratica della Russia, l'ha isolata e ha messo le ali all'economia cinese: scelte suicide).

 

Oggi è purtroppo l'Occidente a rischiare l'isolamento, non l'asse Cina/Russia. Uno studio dell'Università di Cambridge ha rilevato, segnala Pino Arlacchi, che "il 70 per cento dei 6,3 miliardi di persone che vivono nei 137 paesi 'illiberali' considera la Cina in maniera positiva e il 66 per cento degli stessi vedono la Russia nello stesso modo".

 

Accade l'opposto nei Paesi "liberali" che però contengono solo 1,2 miliardi di abitanti, cosicché "la proporzione è di 5 a 1 a favore della Russia e della Cina". Del resto gli Stati Uniti, con il 4,2 per cento della popolazione mondiale, ormai rappresentano solo il 16 per cento del Pil globale, mentre era il 50 per cento nel 1950.

 

Inoltre l'Occidente è minato da conflitti interni e interessi contrastanti. Per esempio, Lucio Caracciolo ha spiegato, nei giorni scorsi, che – nella guerra ucraina – "il governo Usa" aveva l'obiettivo di "interrompere l'interdipendenza energetica russo-tedesca e russo-europea, ed è stato raggiunto".

 

Questo però ha avuto (ed avrà) un costo colossale per la Germania e per i Paesi UE e ne ha destabilizzato le economie in certi casi (il nostro) già in crisi. Basterà agli Usa la supremazia militare per mantenere un'Europa sottomessa e obbediente? O i costi economici e sociali saranno dirompenti? E la forza economica della Cina – che già si sta espandendo in Africa – non rappresenterà una sirena molto allettante (per esempio per la Germania)?

 

Già nella Sinistra italiana, che va dal M5S al PD, da Articolo 1 a Fratoianni, si alzano voci contrarie all'ultra-atlantismo di Letta (peraltro anche nel centrodestra c'è chi auspica un Occidente meno bellicista e più capace di fare politica).

 

Cosa accadrà nel PD con il prossimo congresso di riunificazione con Articolo 1 di Bersani, Speranza e D'Alema? Bersani in questi mesi ha manifestato dubbi sulla linea Draghi/Letta per la guerra in Ucraina.

 

Ma soprattutto Massimo D'Alema, il più autorevole erede della grande tradizione del Pci, in questi anni ha fatto una profonda riflessione critica (e autocritica) sull'"egemonia liberista" (anche nell'Europa di Maastricht) e sulle scelte (sbagliate) della sinistra italiana dopo il 1989.

 

Il suo libro del 2020 ha un titolo che ricorda (deliberatamente) un motto di Mao, "Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell'ordine mondiale". E quello che D'Alema scrive sulla Cina e sulla Russia non è affatto sulla linea ultra-atlantista di Letta e dell'attuale UE.

 

Anche il M5S è sensibile a questi argomenti. E se si considera che da sempre la politica italiana è determinata dalla geopolitica, dalle questioni internazionali, si può pensare che nei prossimi anni ritorni non il "rosso antico", ma di certo una Sinistra molto più "rossa".

 

D'altra parte l'Occidente non ha ancora capito (né deciso) come affrontare la questione cinese. Né il mondo ormai multipolare.

Antonio Socci

Da "Libero", 27 novembre 2022

 

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