I semplici e la Sapienza divina

Francesco Lamendola, in "Accademia Adriatica di Filosofia" – 1 giugno 2022

L'uomo aspira a sapere, a conoscere, ad andare oltre la mera presa d'atto dell'esistente: vuol capire il cosa, il come e il perché. Non c'è nulla di male in questo: è nella sua natura. Senza questa tensione verso ciò che sta oltre le apparenze, l'uomo sarebbe rimasto fermo, la civiltà non sarebbe mai nata. La civiltà non è male in se stessa: questa sciocchezza lasciamola dire a Rousseau e ai suoi attardati, ma tenaci, discepoli. Certo, vi sono in essa anche cose cattive, e non solo cose buone: la civiltà non è, per se stessa, garanzia di un'etica più elevata, ma riguarda i modi di vivere, di produrre, di pensare e di guardare il mondo: e se, per certi aspetti, costituisce senza dubbio un progresso, un gradino superiore rispetto al livello precedente, nondimeno essa è essenzialmente una possibilità. E come tutte le possibilità, può essere sfruttata in un senso o in un altro: per il bene o per il male. La civiltà non è sempre e comunque una cosa buona, neppure paragonata a ciò che storicamente la precede, ad esempio la condizione dei cacciatori-raccoglitori, fermi a un livello di vita materiale estremamente primitivo e sprovvisti delle più semplici nozioni di carattere spirituale o peggio, sprofondati in un caos di credenze magico-superstiziose e continuamente vessati da crudeli stregoni. Del resto, anche in una società civilizzata possono vigere credenze religiose e "spirituali" aberranti e possono imperversare sacerdoti assetati di sangue: valga per tutti il caso dei Fenici o quello degli Aztechi.

 

Dunque, l'aspirazione a sapere è cosa buona, anche se non sempre i suoi frutti sono buoni. E tuttavia, anzi proprio per questo, deve essere imbrigliata, orientata, canalizzata. Deve ricevere una direzione e deve essere posta sotto la signoria della volontà. La ragione deve cercare ciò che stabilisce la volontà: non può stabilirlo da se stessa, perché una ragione "neutra", cioè indifferente ai fini, non esiste e non è neppure pensabile. E allora, che cosa deve voler sapere, la ragione? Evidentemente, deve aspirare a conoscere il vero. Il problema è che in una cultura relativista, che è tipica delle civilizzazioni decadenti, l'idea di una verità oggettiva viene radicalmente rifiutata: non solo è legittimo cercare la verità a proprio talento, ma è naturale trovare una propria verità, o una propria prospettiva sulla  verità, che nega e rifiuta in via di principio la verità oggettiva e assoluta, percepita come qualcosa di autoritario, se non pure di assolutista. D'altra parte, se si vuol essere equanimi, bisogna ammettere che la pretesa di giungere senz'altro al vero, senza alcuna ulteriore determinazione, è davvero qualcosa di molto ambizioso e forse di utopistico; a meno che tale sforzo della ragione non sia sostenuto da una forza soprannaturale, che aiuta la volontà a volere solo ciò che è vero e buono e la ragione a uniformarsi a ciò che la volontà le chiede, tralasciando tutto il resto, per quanto seducente.

 

La Sapienza divina è un mistero svelato ai semplici!

Ed ecco la condizione, apparentemente paradossale, del cristiano nel mondo. Egli è sorretto dalla grazia nella ricerca del vero, e lo è indipendentemente dai suoi titoli di studio e dalla profondità della sua intelligenza soggettiva: al punto che, storicamente, in un primo tempo i cristiani furono identificati come dei sempliciotti, degli sciocchi, dei poveri alienati, e derisi per questo dai dotti e dai sapienti della cultura pagana, che li guardavano dall'alto in basso e si vantavano della propria ragione fredda e impeccabile; senza rendersi conto che la ragione è impeccabile solo se e quando cerca umilmente e disinteressatamente il vero, altrimenti diviene una trappola che si perde nel labirinto delle verità relative e soggettive. Non per nulla Gesù, una volta, esultando ebbe ad esclamare: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose [cioè la vera sapienza] ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te (Matteo, 11, 25-26). E ricordiamo che san Tommaso d'Aquino, il più grande filosofo della civiltà cristiana e uno dei più grandi, se non il più grande, di tutti i tempi, quando non riusciva a venire a capo di un problema di natura razionale, posava la penna e si recava in chiesa a pregare, piangendo e supplicando il Santissimo e  chiedendo a Dio la grazia d'illuminare la sua mente.

 

Il concetto che la sapienza umana viene dalla Sapienza divina, e vi giunge sotto la forma di un'ispirazione soprannaturale che si chiama grazia, è ribadito nella maniera più esplicita da san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (1,17-31; 2, 1-16):

 

2, 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

 

18La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti:

 

Distruggerò la sapienza dei sapienti

e annullerò l'intelligenza degli intelligenti.

 

20Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. 30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

 

1 Anch'io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza. 2Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. 3Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. 4La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

 

6Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. 7Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. 8Nessuno dei dominatori di questo mondo l'ha conosciuta; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9Ma, come sta scritto:

 

«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,

 

né mai entrarono in cuore di uomo,

 

Dio le ha preparate per coloro che lo amano».

 

10Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11Chi infatti conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. 12Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. 13Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14Ma l'uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. 15L'uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare?Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

 

Iddio, dunque, ha scelto la debolezza e non la forza, la semplicità e non l'intelligenza, per rivelare la sua sapienza agli uomini che la cercano con cuore puro, affinché nessuno possa vantarsi d'esservi giunto da sé stesso, con le proprie forze. Ecco dunque l'inganno di ogni forma di cristianesimo gnostico ed esoterico: ciò presuppone che gli uomini possano giungere ad un sapere segreto, quello che Gesù Cristo avrebbe realmente rivelato, ma solo a pochi, per mezzo d'un proprio sforzo intellettuale e di una particolare iniziazione: ma si tratta di un capovolgimento della  verità. Non per merito della propria ragione soggettiva, e meno ancor per mezzo di una iniziazione particolare e segreta, che Gesù avrebbe riservato ai pochi, l'uomo può innalzarsi alla vera sapienza. E se è vero che Gesù ha detto in più occasioni che gli uomini odono senza udire e guardano senza vedere, sì che sono ciechi e sordi davanti alla verità, non intendeva affatto dire con ciò che esiste una dottrina segreta da Lui annunziata, parallelamente a quella pubblica ed essoterica, bensì, al contrario, che condizioni imprescindibili per giungere all'autentica comprensione del Vangelo sono l'umiltà e la semplicità del cuore.

 

San Tommaso d'Aquino, il più grande filosofo della civiltà cristiana e uno dei più grandi, se non il più grande, di tutti i tempi, quando non riusciva a venire a capo di un problema di natura razionale, posava la penna e si recava in chiesa a pregare, piangendo e supplicando il Santissimo e  chiedendo a Dio la grazia d'illuminare la sua mente!

 

 

 

Ecco infatti come Gesù spiega la parabola del seminatore, citando il profeta Isaia (Mt 13, 10-17):

 

 10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

 

 

 

Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!

 

16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

 

 

 

In altre parole: agli uomini orgogliosi, i quali pretendono di comprende da sé stessi e di non aver bisogno di chiedere a Dio, Dio stesso manda una potenza d'inganno, come la chiama san Paolo laddove preannuncia l'incredulità ostinata degli ultimi tempi, quando si manifesterà, nell'Anticristo, il mistero dell'iniquità (2 Tess. 2,7-10):

 

7 Infatti il mistero dell'empietà è già in atto, soltanto c'è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo. 8 E allora sarà manifestato l'empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l'apparizione della sua venuta. 9 La venuta di quell'empio avrà luogo, per l'azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, 10 con ogni tipo d'inganno e d'iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati.

La ragione deve essere illuminata dall'alto, altrimenti diviene follia!

Dove nell'espressione quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati c'è il terribile monito contro la superbia umana: chi vuole capire da solo, chi vuol salvarsi da sé perirà, perché Dio lo acceca e gli toglie il ben dell'intelletto; concetto ribadito in Rom 1, 22: mentre si dichiaravano sapienti, sono diventato stolti; e ancora (1,28): Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata. La ragione deve essere illuminata dall'alto, altrimenti diviene follia.

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