No, il popolo non ha sempre ragione

"Il popolo ha sempre ragione". Questa frase è rimbalzata in molte interviste sull'esito del referendum sulla giustizia, soprattutto dalla parte che ha perso, come dichiarazione di democraticità. "Il popolo ha parlato" è stato anche detto, come se si trattasse di un pronunciamento oracolare. E davanti al popolo che parla, tutti devono tacere, perché quella è la verità.

Il realismo, però, mostra chiaramente che, in questa votazione come in altre occasioni, il pronunciamento popolare non è stato motivato da esigenze razionali, quanto piuttosto da una anarchia dei ragionamenti o addirittura da nessun ragionamento. Una stretta minoranza ha votato sul merito del quesito referendario. Altri hanno votato per i più disparati motivi. Molti hanno votato No perché "la Meloni è complice del genocidio a Gaza" o perché è "amica di Trump che ora bombarda l'Iran". Altri perché la Costituzione non si tocca. La cantante Fiorella Mannoia perché "chi sono io per giudicare la Costituzione?". Molti magistrati hanno votato no per mantenere le loro posizioni all'interno dei tribunali. Chi ha seguito le indicazioni di partito ha votato No per ottemperare alle indicazioni di partito. Però c'è anche stato chi ha votato No per creare problemi al proprio partito: i riformisti del Partito Democratico hanno detto di votare per il merito della questione ma certamente volevano anche creare qualche disturbo alla Schlein e alla sua linea politica. Una eguale defezione interna c'è stata anche in Forza Italia e Lega. I napoletani hanno forse votato per Gratteri, le cui intemperanze in campagna elettorale hanno certamente portato voti al fronte del No. Ci sono poi quelli che votano perché Tizio o Caio sono simpatici, oppure perché sono antipatici. C'è chi ha voluto essere coerente con il proprio passato, e chi invece ha scelto l'incoerenza e mentre un tempo era a favore della divisione delle carriere ora, per inediti motivi, si è schierato contro. Forse qualcuno ha votato No perché, secondo lui, la Premier non doveva esporsi. Molti cattolici avranno votato No perché avevano capito che Zuppi e la Cei questo volevano e forse anche nelle loro parrocchie avevano percepito sottili indicazioni. Ai referendum si vota, o non si vota, anche perché l'amico vota o non vota. Durante la campagna elettorale sono state dette molte bugie e molti hanno votato in un certo modo perché conquistati da delle bugie.

Jurgen Habermas aveva dedicato la sua vita di pensatore a tracciare le linee della democrazia come un dibattito pubblico razionale aperto a tutti. Ma non teneva conto che l'uomo moderno, spesso, nello spazio pubblico non ragiona. Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato.

Ci hanno abituato a pensare che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa, invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. Anzi, spesso, i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello. Però la democrazia moderna ha bisogno di "credere" nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote dell'infallibilità.

A proposito di costruzioni artificiali, non si pensi che questo concetto di popolo sia nato il giorno prima del recente referendum. Nel XVII Secolo Thomas Hobbes scriveva nel De Cive che «Nella democrazia i singoli pattuiscono tra di loro di obbedire al popolo, il popolo stesso non è obbligato verso nessuno». Un patto convenzionale sta sotto sia all'obbedienza al popolo, sia al principio che il popolo ha sempre ragione. Di conseguenza si capisce la conclusione che ne trae Carl Schmitt: «La maggioranza non commetterà mai ingiustizia, ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità». Davanti a queste assolutizzazioni del popolo, colpisce per il suo triste realismo il rammarico di Chesterton: «La fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza». A fine Ottocento Leone XIII aveva già visto questi esiti quando parlava nella Immortale Dei della «moltitudine arbitra e moderatrice di se stessa».

Il tema del recente referendum, alla fin fine, non toccava problemi etici fondamentali. Si trattava di questioni importanti per la vita politica ma che rientrano nelle problematiche che "possono stare anche diversamente", ossia che si possono affrontare in modi diversi. Il principio, però, del popolo che ha sempre ragione viene ormai abitualmente applicato a temi ben più dirompenti dal punto di vista morale, antropologico e religioso. Mi riferisco ai temi della vita e della famiglia. Nei giorni scorsi il "popolo che ha sempre ragione" ha deciso che nel Regno Unito si può uccidere il concepito fino alla nascita. In Spagna i rappresentanti di quel popolo vogliono inserire l'aborto nella Costituzione. È quindi importante non dimenticare che il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e che la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione.

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