Habermas, alla ricerca di un fondamento per l'etica pubblica

Il filosofo tedesco morto a 96 anni rifiutava la metafisica ma presupponeva almeno la natura umana quale argine all'anarchia. L'assist di Ratzinger su quel "bisogno" inevaso che la democrazia non può soddisfare

Stefano Fontana nella "Nuova Bussola" -16 marzo 2026

Sabato scorso 14 marzo è morto a Stamberg, in Baviera, il filosofo Jürgen Habermas. Aveva 96 anni. Tutte le agenzie lo ricordano come il più grande filosofo contemporaneo della Germania e come l'erede della Scuola di Francoforte. La prima valutazione è forse eccessiva, perché si riferisce prevalentemente alla sua presenza nel dibattito delle idee – continua e massiccia – più che alla qualità teoretica del suo pensiero. La seconda è forse diventata ormai uno schema fisso che non rende piena ragione ad un impegno filosofico e sociologico di così lunga e articolata durata. Habermas era in effetti diventato un "monumento" e come tale sembra che oggi venga ricordato.

Egli fu un illuminista kantiano e tale rimase fino alla fine, pur con delle importanti variazioni su cui sarà utile soffermarsi. Influì sul movimento studentesco, come del resto gli altri componenti della Scuola di Francoforte, ma ponendo in guardia dai facili trasbordi ideologici. È stato il campione della sinistra liberal della Germania e dell'Europa che però ha cercato di moderare e indirizzare tramite un uso equilibrato e dialogico della ragione. Ha condiviso le linee portanti della modernità filosofica tutte fondate sul "principio di immanenza", vale a dire sulla priorità delle strutture della coscienza rispetto alla realtà e quindi sul soggettivismo borghese, aprendosi però a dialogare con i "comunitaristi" come Charles Taylor i quali, soprattutto dopo la riscoperta di Aristotele attuata da Alasdair McIntyre, avevano invece tentato di superare quell'individualismo.

Habermas, da buon illuminista kantiano, fu sempre contrario alla metafisica, e in ciò rimase pienamente legato alla modernità teoretica. Fu contrario alla metafisica che possiamo chiamare classica, ma anche a quella dello storicismo hegeliano. Il suo kantismo si fermava a Kant e non si evolveva nell'hegelismo e nelle altre forme di storicismo. Da Kant egli prendeva anche i principali spunti per le sue riflessioni politiche. Anche per lui l'ambito politico era il luogo ove trovavano un ordinamento e una regola i diversi interessi degli individui. In ciò Habermas rimase sempre un liberale. Non riteneva che lo spazio pubblico avesse dei valori propri che lo Stato dovesse garantire, ma pensava che lo Stato fosse solo un arbitro o un vigile che regola la circolazione in modo da evitare incidenti. Le aperture al comunitarismo a cui si è accennato sopra non indicano il cedimento verso qualche bene pubblico che preceda il confronto razionale tra i cittadini, perché il bene per lui era proprio questo confronto razionale.

Egli fu talmente contrario alla metafisica da ritenere che perfino le "categorie" dell'intelletto di cui parlava Kant fossero residui inutili di un atteggiamento metafisico. Non ammetteva che la nostra intelligenza avesse in se stessa delle modalità conoscitive a priori, né che questo ci permettesse di vedere tutti lo stesso mondo dei fenomeni. Trovava questo impianto kantiano della conoscenza troppo rigido e pretenzioso. Non che con ciò Habermas pensasse che noi vediamo mondi diversi, solo riteneva che questa idea di vedere lo stesso mondo dovesse essere presupposta come condizione della convivenza e non dimostrata, nemmeno alla maniera di Kant. Questa critica al Maestro permise ad Habermas di coltivare un più vivo senso della storia di quanto il razionalismo kantiano permettesse, senza tuttavia uscire dal razionalismo.

Habermas trasformò il razionalismo kantiano nella sua teoria dell'etica pubblica intesa come aperto dibattito, senza limiti e costrizioni. Sul presupposto che vediamo tutti lo stesso mondo si fonda la possibilità di parlare tra di noi, si fonda in altre parole l'etica pubblica. Egli dedicò grandi energie a studiare la formazione dell'opinione pubblica e a definire i termini di un "agire comunicativo", incentrando la sua attenzione soprattutto sul linguaggio. Per spazio pubblico egli intendeva uno spazio comunitario al quale tutti dovessero partecipare pariteticamente, senza che esistessero divieti di sorta o selezioni preventive. Questa era la sua concezione della democrazia, una specie di "dentro tutti", che lo spinse a criticare le ideologie assolutiste ma lo tenne anche prigioniero del relativismo e della convenzione. Il suo dibattito pubblico aperto a tutti, o almeno alla maggioranza, non garantisce con ciò alcune verità e bontà oggettive alle sue conclusioni.

Questo esito critico del suo pensiero fu forse percepito anche dallo stesso Habermas, quando estese i presupposti del dialogo pubblico anche al concetto di "natura umana". Questo concetto era completamente estraneo alla tradizione dell'illuminismo e di quello kantiano in particolare, perché era di ordine metafisico. Ci fu però un periodo del pensiero di Habermas nel quale egli si confrontò sulle problematiche inquietanti della biopolitica, della tecnologia genetica e dell'ingegneria tesa a riprogettare artificialmente l'uomo.  Egli pensò allora che bisognasse presupporre l'esistenza della natura umana per evitare l'anarchia dei discorsi nello spazio pubblico. È evidente, comunque, che anche tale presupposto non sarebbe altro che un patto convenzionale, privo di uno statuto superiore e vincolante rispetto al normale dibattito in corso.

La cosa interessante in Habermas è questo bisogno – rimasto inevaso – di trovare per la democrazia qualcosa di cui essa aveva bisogno ma che non riusciva a darsi da sé. Era in fondo, la stessa richiesta di Ernst-Wolfgang Böckenförde: lo Stato liberale ha bisogno di presupposti che non sa darsi da sé. Sulla scia di questa esigenza Habermas partecipò nel 2004 al famoso incontro pubblico a Monaco di Baviera con Joseph Ratzinger, il quale gli propose di intendere questo bisogno come il bisogno della religione vera. Qui il discorso si faceva spirituale oltre che filosofico. Speriamo che allora Habermas, in qualche maniera, avesse accolto lo spunto.

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