3° IL SACRIFICIO DIVINO (Don Enrico Finotti, La Sacra Liturgia, ed. Cantagalli, 2025, pp. 105-159)
Capitolo II
II La «liturgia della Parola»
o «dei catecumeni»
Il concetto cattolico della «Parola di Dio» deve essere accuratamente definito per non indulgere al concetto errato degli eretici, che riducono la Parola, da un lato alla formulazione materiale contenuta nelle sacre Scritture e dall'altro alla Scrittura stessa come unica fonte della Rivelazione divina, senza l'apporto della sacra Tradizione e l'interpretazione autentica del Magistero della Chiesa.
Ed ecco che la fede cattolica sa che la Parola con cui Dio rivela il Suo pensiero agli uomini è la Persona viva e adorabile del Verbo incarnato, presente nel santissimo Sacramento e operante nel Sacrificio incruento dell'altare. Il fedele cattolico sa che nella santissima Eucaristia pulsa di vita soprannaturale e di grazia salvifica la stessa Parola eterna e sussistente (Logos) dell'Onnipotente, vero Dio e vero uomo, Dio con noi e Parola ultima e definitiva della Rivelazione cristiana. Davanti al Figlio unigenito del Padre, adorato sub specie sacramenti, il «pensiero di Cristo» (cfr.1 Cor 2, 12) è misteriosamente comunicato «cuore a cuore» ai fedeli che lo invocano con l'umiltà penitente dei figli di Dio: «Dalla sua pienezza, infatti, noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1, 16). Certo che il silentium dell'adorabile Sacramento esige l'ascolto costante, degno e competente, della Parola proclamata, che dà contenuto e definizione al «pensiero di Cristo», così come fu proclamato con divina autorità dal Figlio di Dio, ispirato prima ai Profeti, consegnato poi agli Apostoli e custodito perennemente nel depositum fidei trasmesso alla Chiesa.
Inoltre il «pensiero di Cristo» è contenuto in una duplice ed inscindibile fonte: la sacra Tradizione e la sacra Scrittura e il senso autentico di tale «pensiero divino» lo si attinge senza errore e confusione dal Magistero vivo della Chiesa, che è custodito dall'infallibile assistenza dello Spirito Santo. Per questo il Concilio Vaticano II ebbe ad affermare:
«è chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter sussistere indipendentemente l'uno dall'altro e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione del medesimo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime»[1].
Solo su questa necessaria base dogmatica si potrà impostare una vera comprensione della liturgia della Parola, così come fu sempre celebrata e sviluppata nella tradizione liturgica della Chiesa.
1. Dalla liturgia ebraica alla liturgia cristiana
I sacrifici e gli olocausti stabiliti dall'antica Legge e celebrati con fedeltà incomparabile nel tempio di Gerusalemme raggiungono il loro compimento e superamento nell'unico Sacrificio redentore del Figlio di Dio, che si immola in modo cruento sulla croce e in modo incruento sui nostri altari. Ebbene, l'intero complesso rituale del Tempio ebraico sbocca nella nuova ed eterna liturgia cristiana, nella quale è lo stesso Verbo incarnato il Sommo Sacerdote, l'Altare e il Sacrificio, che in eterno soddisfa la giustizia divina «ed è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1 Cor 1,30) per i nostri peccati. Dopo il Sacrificio della croce cessa la funzione sacra e sacrificale del Tempio, infatti «il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo» (Mt 27, 51) e nel 70 dopo Cristo fu distrutto dall'esercito romano, secondo la profezia pronunziata dal Signore: «Non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Lc 21,6).
La liturgia eucaristica, vertice del Sacrificio sacramentale, è quindi il pieno e definitivo compimento della liturgia sacrificale del Tempio, ombra e figura dell'unico Sacrificio valido e accetto a Dio in eterno.
La Chiesa, tuttavia, fin dalle sue origini più remote, conservò, con i dovuti adattamenti, anche la liturgia della Sinagoga, che si svolgeva ogni sabato e consisteva nella lettura della Legge, dei Profeti e nel canto dei salmi. Gesù stesso vi intervenne, come ci riferiscono i Vangeli (Cfr. Lc 4, 15 ss.). Egli stesso «si alzò a leggere» e si accinse, secondo il costume liturgico, a darne la spiegazione: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
La comunità cristiana non cessò mai di seguire questo esempio e da subito, dopo la risurrezione del Signore, «ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio» (At 2,46) e l'apostolo Paolo «nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio» (At 9,20), pur celebrando con assiduità innanzitutto la fractio panis: la nuova liturgia istituita dal Signore. Infatti «erano assidui […] nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42).
2. Dalla liturgia della sinagoga
alla liturgia della Parola
Ebbene il divin Sacrificio cristiano fu ben presto corredato da una celebrazione della Parola nella quale alla lettura delle Scritture si intrecciavano i salmi e ai testi profetici si aggiunsero gradualmente le lettere apostoliche, fino a giungere alla proclamazione dei santi Evangeli. Come fece il Signore, anche gli Apostoli e i loro successori, per suo mandato, spiegavano la Scrittura e con la loro testimonianza ne dichiaravano la realizzazione in Cristo. Si definiscono a questo punto le linee portanti della struttura liturgica della liturgia della Parola, che nella sua piena maturità si svolgerà secondo la nota regola: Profeta, Apostolo, Vangelo. L'omelia, che nei Padri della Chiesa assurgerà ad una perfezione insuperata, continuerà a riprodurre nella celebrazione quell'omelia normativa, che il Signore pronunziò a Nazaret all'esordio della sua vita pubblica.
Ed ecco che il Sacrificio sacramentale cristiano raccoglie in sé, in modo mirabile, l'eredità della liturgia del Tempio (liturgia sacrificale o eucaristica) e quella della Sinagoga (liturgia didattica o della parola), portandole al loro pieno compimento.
Sappiamo poi come la liturgia cristiana avesse il suo tempo celebrativo nella notte domenicale, quando nella veglia si leggevano i profeti e si ascoltavano gli apostoli e al sorgere del sole si celebrava il Sacrificio eucaristico. L'antica Veglia pasquale ne è viva testimonianza e continuo referente.
Nei primi secoli, quando il catecumenato risplendeva nella sua forma classica, i catecumeni partecipavano con i fedeli alla parte didattica della Messa, che per questo motivo, fu denominata «Messa dei catecumeni». Poi venivano congedati, affinché ai soli fedeli (battezzati) fosse consentito partecipare al Sacrificio, detto per l'appunto «Messa dei fedeli». Il passaggio tra le due parti avveniva col canto della «Litania», che a guisa di «prece universale» per le necessità della Chiesa, del mondo e dei sofferenti, poteva essere elevata, per diritto battesimale e crismale, soltanto dai fedeli. La litania dei Santi con tutte le sue parti specifiche ne è la testimonianza più eloquente, matura e insuperata.
La liturgia della Parola, anche se fondamentalmente ha un carattere didattico al fine dell'istruzione dei fedeli e degli eventuali catecumeni, non può mai ridursi ad una mera catechesi, senza alcuna dimensione sacra. Infatti, tutta la Messa, e in essa anche la liturgia della Parola, costituisce un unico atto di culto (cfr. SC n. 56), nel quale Dio si rende presente e parla al suo popolo e il popolo risponde col canto e la preghiera (cfr. SC n. 33). Questo è il motivo per cui le letture bibliche sono proclamate o cantate con solennità, i salmi eseguiti con pietà, i gesti compiuti con nobiltà, i ministri vestono e agiscono con proprietà e la stessa omelia si presenta con i caratteri specifici di una sacra meditazione e non di una istruzione intellettuale o conferenza scientifica o arringa sociologica: l'annunzio della Parola di Dio è intriso di orazione e di devoto ascolto e raccoglimento interiore.
Il luogo proprio e tradizionale della Liturgia della Parola è l'ambone dal quale si proclamano le lezioni bibliche, la «prece universale» e si tiene eventualmente l'omelia. Il rispetto di questo luogo sacro implica che sia evitato ogni altro uso per discorsi e comunicazioni profane, allo stesso modo che sull'altare non vengono mai compiute azioni estranee al suo alto carattere sacro. Altare e ambone infatti non sono luoghi funzionali, ma celebrativi.
Oltre al sacerdote, a cui compete l'omelia, e al diacono a cui è tradizionalmente assegnata la proclamazione del santo Vangelo, vi sono i lettori e i salmisti, che per la natura sacra e la dignità degli atti dovrebbero opportunamente indossare l'alba[2]: tutti i ministri, infatti, agiscono nel nome del Signore e prestano la voce, il gesto e la loro persona a servizio dell'azione invisibile del Signore e del suo Santo Spirito. Una vasta profanazione ha purtroppo già investito questa prima parte della Messa, riducendola ad una banale e furtiva lettura dei testi sacri e recitazione dei salmi, oltre che aver dato accesso alla zona sacra del presbiterio con abiti e movenze del tutto profane.
3. La liturgia della Parola e le sue parti
Ed ecco gli elementi che compongono la liturgia della Parola secondo il vigente rito Romano.
Le letture bibliche
Le letture bibliche[3] costituiscono l'oggetto principale attorno al quale si sviluppano gli altri elementi che si relazionano al tema stesso delle letture del giorno. Il lezionario domenicale prevede tre lezioni secondo il noto schema: Profeta (1° lett.), Apostolo (2° lett.) e Vangelo. Quello feriale si riduce a due. La prima lettura propone con un preciso ordine testi dell'Antico Testamento, che nel tempo pasquale si sostituiscono con gli Atti degli Apostoli; la seconda lettura è tratta dai testi del Nuovo Testamento; infine il santo Vangelo, che rappresenta il vertice di questa prima parte della Messa. Nelle solenni veglie di Pasqua e di Pentecoste e in altre analoghe, il numero delle letture profetiche aumenta alquanto: le 12 lezioni dell'antica Veglia pasquale ne erano un esempio classico. Il lezionario offre gli schemi relativi a ciascuna domenica, festa, giorno liturgico e rito specifico. La composizione delle letture è fatta dall'autorità della Chiesa, che ne garantisce la correttezza nella continuità della tradizione liturgica. È evidente che i testi ispirati della Sacra Scrittura non ammettono in alcun modo una loro sostituzione con altri testi per quanto edificanti: si tratta, infatti, della proclamazione della Parola di Dio.
Il salmo responsoriale
Il salmo responsoriale[4] ha la funzione di rispondere alla Parola proclamata e di meditarla con testi (i salmi) ispirati da Dio. La sua efficacia dipende dalla sua corretta esecuzione da parte di salmisti preparati, che eseguono il salmo e sostengono la risposta intercalare dell'assemblea[5]. L'esecuzione melodica, dovrebbe imporsi dovunque almeno nella Messa domenicale e festiva, in modo che la liturgia della Parola non scada in una recitazione incolore e troppo repentina, priva di quella solennità che è richiesta dal carattere sacro di tale azione liturgica. Non è mai consentito sostituire il salmo con un altro canto alternativo, anche se di grande spessore spirituale o artistico: è Dio infatti che ci ispira le parole e i sentimenti adatti a rispondere alla sua Parola divina. Nelle grandi Veglie (es. Pasqua) ad ogni lettura corrisponde un salmo adatto, che è concluso con l'orazione salmica.
Il canto al Vangelo
Il canto al Vangelo è l'Alleluia, che nel tempo di Quaresima è sostituito dall'acclamazione: Laus tibi, Christe, rex aeternae gloriae! Il termine Alleluia non viene mai tradotto e per questo da un lato suscita la percezione del mistero ineffabile (jubilus), e dall'altro ci mette in comunione con le generazioni cristiane che si sono succedute nei secoli, fino a raggiungere quel canto (grande Hallel), che il Signore stesso fece nel cenacolo dopo l'istituzione dell'Eucaristia (cfr. Mc 14, 26). L'Alleluia è canto celeste ed anticipa sulla terra il canto dei beati secondo i ben noti testi dell'Apocalisse (cfr. Ap 19, 1-8). Per questo nel tempo penitenziale della Quaresima si sospende e si riprende con grande letizia nella notte di Pasqua, quando il sacerdote lo intonerà con novello vigore, col triplice ascendere del tono della voce.
Il santo Vangelo
Il santo Vangelo riceve una venerazione del tutto speciale, che si manifesta con chiari simboli di onore: è proclamato dal diacono o dal medesimo sacerdote, è venerato, baciato, incensato e opportunamente cantato (cantillatio). L'Evangeliario prezioso viene portato in processione dall'altare all'ambone, preceduto dal turibolo e dai ceri, e con esso il vescovo benedice il popolo.
L'omelia
L'omelia, che compete unicamente al ministro ordinato (vescovo, presbitero e diacono) in quanto investito, secondo il grado gerarchico, dell'autorità magisteriale del Signore, espone con fede e devozione i contenuti della Parola proclamata[6]. Nell'omelia deve risuonare la sacra Tradizione, che completa, interpreta e approfondisce il dato rivelato udito nella sacra Scrittura. I Catechismi della Chiesa (Catechismo tridentino, di S. Pio X e CCC) ne sono un utile compendio e una sicura guida[7]. La responsabilità pastorale impone ad ogni omileta una preparazione dottrinale e spirituale adeguata, che viene sostenuta dall'Alto con la grazia di stato, che fluisce dal carattere dell'Ordine sacro impresso nell'anima. La prece che il sacerdote recita prima del Vangelo chiede di poter assolvere ad un annunzio «degno e competente» (digne et competenter). Le omelie dei Padri rappresentano il referente più luminoso per la catechesi al popolo di Dio, che trova proprio nella liturgia il luogo più idoneo e nella mistagogia la modalità più completa: in essa la forza del rito e l'eloquenza dei simboli manifestano un'efficacia insuperabile, che precede la successiva esplicazione omiletica. Anche l'applicazione morale nella vita dei fedeli e nell'attualità degli eventi ha la sua importanza, ma l'omileta deve costantemente vigilare sulle pericolose derive ideologiche, sociologiche e politiche, che inquinano la dottrina di Cristo e mettono a repentaglio la salvezza delle anime.
Il sacro silenzio
Il sacrum silentium, che segue all'omelia, è un rito a sé stante e vuole interiorizzare i contenuti dottrinali e gli impegni morali che ne scaturiscono. Ogni fedele è chiamato a consultare il Signore nell'intimo del suo cuore per applicare a se stesso, secondo la divina volontà, gli insegnamenti impartiti a tutti i presenti. L'actio communis della liturgia diventa nel sacrum silenzium risposta personale ed individuale di ciascuno. Il sacrum silentium è da un lato un silenzio colmo di laboriosità interiore sotto la mozione dello Spirito Santo, dall'altro una opportuna pausa celebrativa per dare respiro e stacco ad un'azione rituale, che potrebbe diventare meccanica, abitudinaria e spiritualmente sterile.
La Professione di fede
La «Professione della fede» ha nel «Credo niceno-costantinopolitano» la sua più alta ed insuperabile espressione, stabilita dall'autorità del Magistero supremo della Chiesa nei primi due Concili ecumenici. Pur essendo un imprescindibile compendio del dogma cattolico a fondamento della catechesi di tutti i tempi, il Credo è in realtà un testo liturgico impiegato fin dall'origine nella liturgia battesimale ed entrato ben presto anche nella santa Messa domenicale e festiva. Il Credo, infatti, da un lato integra i contenuti particolari della liturgia del giorno nell'insieme coerente e indissolubile dell'intero dogma della fede, dall'altro celebra la fede offrendola a Dio come un sacrificio (rationabile obsequium) che l'intelletto, la volontà e il cuore dei credenti presenta con gratitudine a Dio che si rivela e parla al suo popolo. Per questo la tradizione liturgica stabilisce che il Credo nella Messa solenne sia cantato e divenga pertanto un atto di culto nel modo stesso col quale si canta il Prefazio e le grandi eucologie della Messa[8]. Il carattere cultuale e ancor più sacrificale del Credo è chiaramente attestato dalla liturgia ambrosiana e orientale che pone il Credo nei riti offertoriali, cantandolo all'altare in immediata connessione con la presentazione delle oblate. Il Credo niceno-costantinopolitano è impostato su un fulcro centrale che suscita sempre lo stupore della fede: è il versetto - et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est -. Tale versetto è cantato con somma venerazione stando profondamente inchinati e nelle due solennità di Natale e dell'Annunciazione tutto il popolo si inginocchia. Una così profonda adorazione nel cuore del Credo allude alla Consacrazione nel cuore del Canone, quando il Verbo incarnato professato nel Credo si rende realmente presente nel Sacramento. Il Credo inoltre è la tessera per poter accedere all'offerta del Sacrificio e alla recezione del Sacramento. Senza la fede teologale non è possibile partecipare fruttuosamente al Sacrificio incruento e al Convivio sacramentale. Per questo vengono prima congedati i catecumeni e non è dato in alcun modo ai pagani di intervenire nel Sancta sanctorum della liturgia eucaristica. Non è mai consentito a nessuno e per nessun motivo sostituire, mutare, aggiungere o togliere alcunché dal testo del Credo. È un patrimonio della Chiesa universale ed è custodito e difeso dall'autorità della Chiesa. Il Credo come «regola della fede» (lex credendi) e il Canone come «regola del sacramento» (lex orandi) sono due testi monumentali, testimoni certi della Tradizione apostolica (sacra Traditio), strettamente correlati e perciò richiedono un rispetto assoluto per i delicatissimi equilibri che contengono.
La preghiera universale
La «preghiera universale o dei fedeli» conclude la liturgia della Parola e fa parte degli elementi più antichi della Messa. Il suo significato è espresso dai due nomi: è preghiera dei fedeli in quanto è fatta dai battezzati, che a differenza dei catecumeni hanno col carattere battesimale la dignità del sacerdozio regale, che li abilita all'esercizio cultuale dei figli di Dio; è preghiera universale perché si manifesta l'orizzonte veramente universale del Sacrificio divino, che la Chiesa offre per tutte le necessità degli uomini e del mondo intero. Occorre chiarire che tale preghiera non si deve intendere come un intervento dei fedeli laici rispetto ai ministri sacri, ma è un atto cultuale dell'intero popolo di Dio ordinato gerarchicamente. Ciò risulta dal fatto, costante nella tradizione, che compete al diacono cantare o pronunziare le suppliche a nome di tutta la Chiesa. Attestata dalle prime fonti liturgiche (cfr. san Giustino martire II sec.) si sviluppa nella «litania» che caratterizza i più grandi momenti liturgici, dalla Veglia pasquale, alle Stationes quaresimali, ai più insigni atti sacramentali (cfr. Ordinazioni). Entrata successivamente nel Canone Romano e condensandosi in alcuni embolismi (cfr. Hanc igitur), viene riproposta nel novus ordo Missae nella sua forma più estesa e nel suo posto tradizionale a cerniera tra la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. La prex universalis ha propriamente un carattere domenicale e festivo, quando la grande assemblea liturgica del popolo di Dio viene convocata. Il suo uso feriale, pur possibile, la espone ad una recitazione non raramente fredda e ripetitiva. La libertà di formulazione ha provocato una serie preoccupante di abusi, sia nei contenuti, sia nella forma. La «prece universale» non è la manifestazione soggettiva e libera delle tante intenzioni personali dei fedeli o delle molteplici necessità della comunità locale, bensì la preghiera pubblica e ufficiale della Chiesa in quanto tale, che si rivolge orante al Padre in Cristo nello Spirito Santo. Ciò implica oggettività di contenuti e proprietà liturgica nella forma. L'attenzione alla Chiesa locale e ai fedeli presenti è certo prevista, ma non al punto da escludere il carattere di universalità che è tipico e specifico della prece universale. Quanto alla forma il modello classico è fornito dalla litania che, nella sua brevità, concisione e ripetizione, suscita il moto orante e potenzia la forza dell'intercessione. La struttura discorsiva delle intenzioni, rivolte al popolo dall'ambone, induce, da un lato a formulare richieste farraginose simili a riflessioni spirituali o considerazioni umanitarie, dall'altro a trasformare la prece in un discorso orizzontale simile ad una comunicazione ai presenti più che ad una orazione verticale che si innalza a Dio. Il tono contemplativo e l'intensità della supplica sono vanificati sia nell'orientamento ad homines, sia nella prolissità dei contenuti. Il canto della litania, che l'intera assemblea compie in ginocchio versus Deum, resta il miglior referente per intendere questa Prece nel senso più vero e conforme alla tradizione secolare della Chiesa. La prece universale non è, né cronaca di avvenimenti, né poesia dei sentimenti, né interpretazione di eventi, né programma di intenti, né meditazioni devozionali, ma sobria ed essenziale invocazione di luce, di grazia e di intercessione per la Chiesa, i ministri sacri, l'autorità legittima, i sofferenti di ogni ceto e condizione, le necessità locali e del mondo intero. Si dovrà lavorare molto per comporre formulari adatti, conformi al tema del mistero del giorno, validi nella espressione linguistica e idonei a suscitare la preghiera. Tali formulari non dovranno cedere all'effimero, creati volta a volta secondo l'estro soggettivo, ma dovranno diventare testi normativi, durevoli e riferimento stabile e valido per comprendere il pensiero dottrinale e cogliere il senso autentico della preghiera liturgica relativa alle feste e ai tempi sacri. Questa oggettività, comune a tutta l'eucologia, assicurerà nei fedeli la percezione che il vero soggetto dell'azione liturgica è Cristo e la sua Chiesa e non in primo luogo il «noi qui convocati».
III I riti di «inizio» e di «congedo»
La Messa Romana è composta di quattro parti ben distinte. Oltre alle due parti principali - liturgia didattica e liturgia sacrificale - vi sono dei riti brevi che la introducono e che la concludono: i «riti di inizio» e i «riti di congedo». Sono riti importanti per una degna e cosciente entrata nei santi misteri e per una altrettanto degna e fruttuosa conclusione del rito sacro.
1. I «riti d'inizio»
I «riti d'inizio» comprendono questi elementi: il canto introitale, il bacio e l'incensazione dell'altare, il segno della croce e il saluto liturgico, l'atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria in excelsis, la colletta.
L'«introito» è normalmente cantato ed accompagna la processione dei ministri che, preceduti dal turibolo, dalla croce e dai due ceri, procedono verso l'altare. Il Graduale Romanum è il libro liturgico che contiene i canti del Proprio della Messa (introito, offertorio e comunione) desunti dal salterio, il libro che Dio stesso ha ispirato per la perfezione del culto della sua Chiesa. L'antifona d'introito se non viene cantata sarà recitata o impiegata anche come monizione iniziale. Nel novus Ordo è consentito sostituire l'introito con altri canti approvati., tuttavia si deve evitare che l'antifona stabilita dal Messale sia del tutto abbandonata. La varietà tematica e melodica degli introiti romani offre un patrimonio di grande valore teologico e musicale, che interpreta fin dal suo esordio il mistero della Messa del giorno.
L'altare è il segno di Cristo presente nella sua Chiesa, il luogo del suo Sacrificio incruento e la mensa del suo Convivio sacramentale. Solennemente dedicato o almeno benedetto, riceve la venerazione mediante il bacio e l'eventuale incensazione.
Il sacerdote presiede la celebrazione eucaristica (esclusa la parte sacrificale) alla sede, segno permanente del Buon Pastore che, per mezzo dei suoi sacerdoti, guida e conduce il suo popolo. Dalla sede il sacerdote introduce il rito col segno della croce e il saluto liturgico, che riflette e attualizza il saluto pasquale del Risorto: Pax vobis. L'eventuale monizione, facoltativa, deve essere brevissima per non indulgere ad una fastidiosa prolissità che abbassa il ritmo e turba il carattere cultuale del rito.
L'atto penitenziale è elemento primordiale della Messa e intende predisporre nel pentimento l'anima dei presenti: senza conversione e penitenza non si può «celebrare degnamente i santi misteri». La prostrazione che ancor oggi si compie nell'azione liturgica del venerdì santo è la forma romana più antica ed eloquente di atto penitenziale, che si sviluppa successivamente nel Confiteor, splendido esempio di orazione penitenziale pronunziata profondamente inchinati davanti allo sguardo di tutta la Chiesa, trionfante e militante. Vi sono altre forme alternative, che però non hanno la forza e la consistenza teologica di queste classiche. Desta perplessità che l'atto penitenziale nel novus Ordo sia fatto alla sede anziché nel suo luogo proprio ai piedi dell'altare e prima di salire ad esso e venerarlo. L'atto penitenziale, infatti, è rivolto a Dio e prepara ad un accesso purificato al «santo dei santi», come si esprime l'apologia Aufer a nobis.
Il Kyrie è il cuore dei riti d'inizio, il momento vertice, permanente anche nei tempi penitenziali. È un'acclamazione solenne e potente rivolta al Kyrios, il Signore immolato e glorioso, onnipotente (pantocrator), la cui venuta incombe sovrana sopra i tempi e gli eventi. Questa acclamazione è comune alla liturgia orientale e occidentale. A Roma dall'antica litania gelasiana in cui il Kyrie aveva una funzione intercalare, si giunge ai nove Kyrie assoluti fissati da san Gregorio Magno con carattere cristologico, trinitario e anche in riferimento ai nove cori angelici, per arrivare alla mirabile complessità dei melismi gregoriani e alla grandiose creazioni polifoniche. L'importanza del Kyrie è attestata nella liturgia ambrosiana nel dodici Kyrie cantati all'ingresso del presbiterio nella Messa pontificale (cfr. divina liturgia bizantina). Duole che tale elemento, così centrale e costante nella tradizione liturgica universale, abbia subito una indebita riduzione, sia entrando nell'atto penitenziale dal quale ne è sempre stato estraneo, sia perdendo la sua intrinseca carica di acclamazione solenne e atto a se stante, sia infine per essere stato privato del suo ruolo liturgico di canto che accompagna l'ascesa e la venerazione dell'altare. La sua facoltatività come canto autonomo e la sua esecuzione alla sede in contiguità immediata col Gloria in excelsis hanno tolto l'identità e notevolmente abbassato il valore e la grandezza liturgica del Kyrie, come da sempre la liturgia della Chiesa lo ha conosciuto. Da ciò le ragionevoli perplessità e il dibattito nel merito. Non è da escludere quell'interpretazione mistica che vede nel Kyrie l'invocazione accorata dei secoli che precedettero il Salvatore in vista del Messia venturo, che il Gloria in excelsis saluta nella pienezza del tempo.
L'inno angelico Gloria in excelsis Deo porta alla sua massima espansione quel giubilo acclamatorio che ha nel Kyrie il suo esordio. Per questo l'inno degli angeli contrassegna il carattere festivo e solenne delle domeniche e delle feste e la sua assenza, in modo analogo all'Alleluia, configura il carattere austero dei tempi di Avvento e Quaresima e delle esequie. Da antico inno dell'Ufficio mattutino entra nella Messa natalizia in sintonia col mistero della nascita del Signore, quando tale canto fu intonato dagli Angeli, per passare poi nella Messa pasquale e gradualmente in tutte le domeniche e feste. Quando infatti i fedeli odono questo inno sanno che quel giorno la Chiesa è in festa. Come si disse per il Kyrie, anche al Gloria si riconosce un certo significato mistico in ordine al mistero dell'Incarnazione che si celebra nel santo Natale, ma che si attualizza in ogni Messa nel mistero del Sacramento. Opportunamente il Gloria viene intonato dal sacerdote alla sede conforme al rito della Messa pontificale, che ha sempre previsto tale modalità. Infatti il sacerdote, come gli angeli nella notte santa, si volge all'assemblea e annunzia «la grande gioia per tutto il popolo» (Lc 2,10) del mistero celebrato in quella festa.
La tradizione offre un prezioso tesoro musicale per questo inno e le scholae cantorum sono chiamate a far risuonare con generosa competenza e devota dedizione il grande contributo della musica sacra per l'edificazione dei fedeli e l'affermazione del senso del sacro, ed anche per essere luce ad ogni uomo di buona volontà, che viene a contatto con la liturgia cattolica.
La «colletta» (collecta) conclude i riti d'inizio. La sua funzione è singolare: con l'invito «preghiamo» (oremus) si consente a tutti i presenti, in un breve silenzio, di formulare interiormente le speciali intenzioni di ciascuno; quindi, raccolti idealmente i silenti voti individuali, il sacerdote pronunzia o canta l'orazione del giorno, che esprime pubblicamente la preghiera della Chiesa intonata al mistero celebrato. Si comprende, quindi, come il significato del nome collecta (da colligere = raccogliere) dipenda dalla sua funzione liturgica. Le tre orazioni (collecta – superoblata – postcommunio) costituiscono con i Prefazi l'eucologia del Proprio della Messa. In esse risuonano la fede e i sentimenti della Chiesa in relazione alla molteplicità dei misteri celebrati nell'Anno liturgico e nelle memorie dei Santi. Le collette classiche romane sono riconosciute come una creazione altamente geniale, sia per la densità dei contenuti dogmatici, sia per la perfezione della forma letteraria, conforme alla sobrietas e concinnitas romana.
Quando la Messa inizia con un'altra azione liturgica (es. benedizione delle palme) i «riti d'inizio» di norma si omettono totalmente, salvo indicazioni liturgiche specifiche.
2. I «riti di congedo»
I «riti di congedo» sono molti sobri e prevedono questi elementi: la benedizione, il congedo e l'antifona mariana (facoltativa). Si svolgono ordinariamente alla sede.
La benedizione attualizza quella stessa benedizione che il Signore risorto impartì ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo e congedarsi da loro visibilmente (cfr. Mt 28, 16-20). Allo stesso modo il sacerdote benedice il popolo prima del congedo e della missio in mundo. Il Messale offre dei formulari per la benedizione solenne, di origine gallicana, che premettono alla benedizione tre embolismi relativi al tema del mistero o del santo celebrato. Il sacerdote li pronunzia tenendo le mani stese sul popolo e l'assemblea acclama col triplice Amen. Il carattere perlopiù trinitario dei tre embolismi potenzia la natura della benedizione, che è sempre invocazione delle tre Persone divine. Nel nome della Trinità, quindi, inizia e termina il divin Sacrificio. La tradizione quaresimale romana propone una speciale preghiera detta super populo, che il sacerdote, stendendo le mani sul popolo, premette alla benedizione in ciascun giorno (domeniche e ferie) del tempo di Quaresima.
L'antico congedo - Ite, Missa est - è impartito dal diacono o, in sua assenza, dal sacerdote. Non si tratta di una monizione solo funzionale, ma riveste anche un carattere mistico in relazione al mandato missionario, che il Signore risorto consegnò ai suoi apostoli prima di ascendere al cielo: Euntes in mundum universum (Mc 16,15). Non a caso il Messale latino (editio tertia) prevede anche queste altre formule: Ite, ad Evangelium Domini annuntiando oppure: Ite in pace, glorificando vita vestra Dominum.
La tradizione romana usa concludere eventualmente il divin Sacrificio col canto dell'antifona mariana. Antifone splendide impreziosiscono il patrimonio liturgico: Sub tuum presidium, Inviolata, Ave Regina caelorum, Alma Redemptoris Mater, Regina caeli, Salve Regina. Sarebbe quanto mai opportuno che queste preziose invocazioni venissero assegnate a tempi liturgici specifici, secondo la tradizione romana. Tali antifone non dovrebbero essere sostituite da canti popolari mariani allo scopo di mantenere alto nel popolo cristiano il livello di qualità della tradizione teologica, liturgica e musicale romana.
Possiamo dire che il breve complesso dei riti di congedo conclude la celebrazione eucaristica nel modo stesso col quale il Signore concluse l'opera della nostra redenzione: nell'ascendere al cielo li benedisse e li inviò. Subito dopo gli apostoli si riunirono con Maria nel cenacolo prima della grande uscita di Pentecoste. Analogalmente la Chiesa, prima di sciogliere la santa assemblea sosta con Maria presso l'altare invocandola quale Mater Dei et Mater Ecclesiae.
Si deve ricordare che qualora alla Messa seguisse immediatamente un'altra azione liturgica, i riti di congedo si omettono totalmente.
[1] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dei Verbum, costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione, Roma 1965, in COD, p. 975.
[2] Cf. OGMR, n. 336.
[3] Cf. OGMR, nn. 57 – 60.
[4] Cf. OGMR, n. 61.
[5] L'esperienza celebrativa attesta che la proclamazione o la cantillazione diretta del salmo (una delle forme attualmente previste) appare come un'ulteriore lettura e il popolo viene privato da un intervento responsoriale importante.
[6] Si deve chiarire che l' 'omelia' tenuta da laici o religiosi non ordinati, cessa di essere tale, restando soltanto una testimonianza su base battesimale, che non ha facoltà di sostituire l'omelia come la Chiesa l'ha sempre intesa e il popolo cristiano si attende. Vi é una diversità sostanziale tra l'autorevolezza di una testimonianza e l'autorità dell'omelia liturgica.
[7] I Catechismi editi in epoche diverse restano perennemente validi nella sostanza dottrinale che espongono e perciò sono un referente perpetuo. I Catechismi più recenti, tuttavia, integrano quel progresso dogmatico che inerisce allo sviluppo organico e coerente del dogma.
[8] L'uso del Credo apostolico é pure permesso nel Messale Romano vigente. Tuttavia esso viene dalla liturgia battesimale latina e la sua assunzione nella Messa può comportare un indebito abbandono del Credo maggiore. Occorre perciò valutare con equilibrio le circostanze e i tempi nei quali sia opportuno tale uso.
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