1° IL SACRIFICIO DIVINO (Don Enrico Finotti, La Sacra Liturgia, ed. Cantagalli, 2025, pp. 105-159)


 

Introduzione

 

Il Sacrificio cruento, che il nostro Signore Gesù Cristo compì una volta per sempre (semel) sulla croce, operando la Redenzione del genere umano decaduto per il peccato, si perpetua in modo incruento e sacramentale sui nostri altari, sicché «ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del Signore, si compie l'opera della nostra redenzione»[1].

 

Il Concilio Vaticano II esordisce la trattazione del mistero eucaristico con queste mirabili parole:

 

« Il nostro Salvatore nell'ultima cena, nella notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, "nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura" » (SC, 47)[2].

 

Il Sacrificio incruento dell'altare è l'atto centrale della liturgia cattolica, culmine e fonte di ogni altro atto liturgico e di ogni altra azione apostolica della Chiesa.

 

Il Codice di Diritto Canonico, infatti afferma:

 

« Il Sacrificio eucaristico, memoriale della morte e della risurrezione del Signore, nel quale si perpetua nei secoli il Sacrificio della croce, è culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana, mediante il quale è significata e prodotta l'unità del popolo di Dio e si compie l'edificazione del Corpo di Cristo. Gli altri sacramenti infatti e tutte le opere ecclesiastiche di apostolato sono strettamente uniti alla santissima Eucaristia e ad essa sono ordinati » (CIC - Can. 897).

 

Questa assoluta centralità del Sacrificio divino è esposta in modo ancor più chiaro ed esteso nei Praenotanda del Messale Romano:

 

« La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli. Nella Messa, infatti, si ha il culmine sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello Spirito Santo. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno, i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate » [3].

 

Come si vede il Sacrificio eucaristico costituisce il centro della vita della Chiesa universale, della Chiesa locale e di ciascun fedele.

Inoltre nella Messa si realizza al suo più alto vertice, sia il movimento ascendente del culto che il popolo santo eleva, in Cristo, alla divina Maestà, sia il movimento discendente di quella santificazione che Dio opera, in Cristo, nei cuori dei suoi fedeli.

Per concludere: quella centralità che è assegnata alla liturgia rispetto all'intera azione apostolica della Chiesa, è propria, in modo ancor più intenso e specifico, del Sacrificio sacramentale rispetto agli altri atti liturgici[4].

Per questo si usa paragonare la Messa al «sole» che risplende sovrano in ogni giorno liturgico, circondato dai suoi «pianeti», ossia gli altri Sacramenti, i Sacramentali e le Ore dell'Ufficio divino[5].

 

Come entrare in questo grande Mistero della fede (Mysterium fidei) e come averne una retta comprensione teologica?

 

È necessario accedere idealmente, con umiltà e spirito di adorazione, nel Cenacolo e contemplare l'istituzione del grande Mistero da parte del Signore nella notte in cui fu tradito.

 

Cosa vediamo e cosa udiamo?

 

Vediamo i gesti, che il Signore opera, ed udiamo le parole, che egli pronunzia sul pane e sul vino.

Ebbene, sono questi nobili gesti e queste mirabili parole, che manifestano e contengono interamente in tutta la sua infinita profondità divina il sacrosanto mistero dell'Eucaristia.

 

In particolare:

- i gesti eucaristici attestano il rito e lo delineano nelle sue parti fondamentali;

- le parole eucaristiche attestano il mistero, che si compie sub specie sacramenti nelle sue coordinate essenziali.

 

Si compie nel Cenacolo quell'intreccio di gesti e parole, che sempre si ritrova negli interventi divini nell'intero arco della storia della salvezza, secondo la nota espressione conciliare:

 

«Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi…» (DV, 2).

 

Nell'istituzione del grande Sacramento tale intreccio raggiunge la sua più alta e definitiva realizzazione e fonda la struttura essenziale di ogni rito liturgico, che opera sempre per ritus et preces (cfr. SC, 48).

 

San Tommaso d'Aquino, in piena continuità con l'insegnamento dei Padri, in una coerente sintesi dottrinale, unita ad una mirabile definizione terminologica, in piena fedeltà al dogma, fisserà i termini precisi della teologia eucaristica cattolica: i gesti e le parole sono da lui intesi come la materia e la forma del Sacramento.

 

1. Alle radici del «mistero» eucaristico: le «parole»

 

La nostra è un'epoca di grande sconvolgimento ideologico e dottrinale. Urge perciò un coraggioso ritorno all'essenziale per individuare il nocciolo delle questioni e cogliere ciò che in esse è permanente, distinguendolo dal marginale e transeunte. Anche riguardo all'Eucaristia insorge legittima la domanda: Cosa avviene quando sull'altare si attua il Mistero eucaristico? Nel ventaglio vasto delle opinioni teologiche odierne, nel variegato incontro con le altre confessioni cristiane e nel delicato sforzo dell'inculturazione della fede tra i popoli si sente la necessità di individuare l'essenza del Mistero: ciò che il Signore ha consegnato e che non può essere perduto. La ricerca - previa ai successivi sviluppi storici e teologici - si concentra opportunamente sulla fonte originaria e insuperabile dell'Eucaristia: le stesse parole del Signore con le quali Egli ha creato e istituito questo grande Mistero. Eccole come sono riportate nell'attuale Messale romano in lingua italiana:

 

- sul pane: «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi»; - sul calice: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza versato per voi e per molti in remissione dei peccati». «Fate questo in memoria di me».

 

L'analisi delle Parole del Signore - sia quelle sul pane, come quelle sul calice - rivela immediatamente e chiaramente la compresenza dei tre aspetti esclusivi, indissolubili e simultanei dell'Eucaristia. L'unico Mistero eucaristico si esplica in tre dimensioni, che stanno all'origine dei tre capitoli fondamentali dello sviluppo teologico successivo, che li denominerà come: reale Presenza, Sacrificio e Convito. Una semplice sinossi lo dimostra:

 

«Prendete, e mangiatene tutti:

(Eucaristia come Cibo)

questo è il mio Corpo

(Eucaristia come Presenza reale)

offerto in sacrificio per voi»

(Eucaristia come Sacrificio)

 

«Prendete, e bevetene tutti:

(Eucaristia come Cibo)

questo è il calice del mio Sangue

(Eucaristia come Presenza reale)

per la nuova ed eterna alleanza

versato per voi e per molti in remissione dei peccati» (Eucaristia come Sacrificio)

 

Queste tre dimensioni sono geneticamente impresse nell'evento eucaristico in quanto tale e perciò costituiscono parti essenziali e ineliminabili per l'integrità stessa dell'Eucaristia. Come tali si realizzano sempre in modo simultaneo ogni volta che viene celebrata validamente l'Eucaristia e la perdita di uno solo di questi tre elementi rende inesistente (invalido) l'evento misterico. Il Signore nel medesimo istante che si rende presente, si offre in sacrificio ed è disponibile nella forma di cibo e bevanda.

 

Risulta allora evidente che una comprensione corretta del mistero eucaristico e una catechesi completa su di esso implicano l'approfondimento indissolubile ed equilibrato di questi tre elementi: il senso della reale Presenza, che suscita lo stupore adorante; il senso dell'Offerta sacrificale di Cristo, che raccoglie quella della Chiesa e dei singoli fedeli; il senso del Convivio, che induce alla Comunione sacramentale. Presenza, Sacrificio e Comunione sono realtà ontologiche fondamentali, che richiedono le abilitazioni catechistiche, spirituali e rituali necessarie per ogni cristiano adeguatamente iniziato alla celebrazione eucaristica.

 

2. Alle radici del «rito» dell'Eucaristia: i «gesti»

 

Il tempo ecclesiale postconciliare è segnato dall'esperienza di una riforma plenaria della liturgia cattolica, che coinvolge forme consolidate da secoli e uniformi in tutta la Chiesa. Tale trasformazione ha provocato una profonda riflessione e un forte impegno nel realizzare le nuove espressioni rituali. Insieme ad una recezione universale e grata della riforma liturgica non sono mancate le difficoltà, sia come fenomeno di ritorno, sia come spinte abusive. Assistiamo anche ad un vasto incontro e confronto con i vari riti che il movimento ecumenico accoglie e promuove e la trasmigrazione dei popoli offre nelle contrade delle nostre città. Questa singolare situazione pone al cristiano attento una domanda mirata ad individuare - nelle molteplici mutazioni rituali prima e dopo il Concilio, nel processo di inculturazione in corso e nei diversi riti storici ammessi nella Chiesa - gli elementi fondamentali e le linee essenziali che mantengono il rito nella fedeltà all'istituzione del Signore senza mai perdere alcunché della propria integrità.

La risposta la si trova risalendo all'origine del rito stesso: i tre gesti eucaristici del Signore. Infatti, nell'ultima cena, Egli: - prese il pane - disse la benedizione - lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli. E dopo aver cenato: - prese il calice - disse la benedizione -  lo diede ai suoi discepoli.

Come si vede l'istituzione dell'Eucaristia consta di tre gesti fondamentali. Essi identificano i lineamenti essenziali ed insuperabili per l'integrità della celebrazione rituale dell'Eucaristia nella successione dei secoli e nella varietà dei popoli e delle famiglie liturgiche. In altri termini ogni Eucaristia autentica, valida e legittima, deve assicurare, pur in forme diversificate, la realizzazione dei tre gesti eucaristici del Signore. La secolare formazione storica dei riti - orientali e occidentali - determinerà, con caratteristiche simboliche e stilistiche variabili, il modo di celebrare questi tre gesti del Signore e la liturgia romana li individuerà con termini precisi e sintetici: Offertorio -  Canone - Comunione.

Uno schema elementare evidenzia la relazione tra i gesti del Signore e i riti liturgici che li contengono e li sviluppano:

 

- prese il pane (riti di offertorio)

- disse la benedizione (la prece eucaristica)

- lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli (riti di comunione)

- prese il calice (riti di offertorio)

- disse la benedizione (la prece eucaristica

- lo diede ai suoi discepoli (riti di comunione).

 

Questa essenzialità ha il merito di indicare le parti inalienabili di quel rito col quale il Signore nella notte in cui fu tradito ci donò il grande Mistero della sua Pasqua. Ogni Chiesa nei secoli passati e in quelli futuri ha avuto ed avrà la libertà di espressioni rituali conformi al genio culturale, teologico e spirituale proprio, ma dovrà sempre vigilare affinché non venga mai soppresso uno solo di questi gesti, ai quali il Signore stesso ha legato la realizzazione sacramentale del Mistero della nostra redenzione.

 

Si comprende l'analogia con i tre aspetti del Mistero contenuto nelle parole del Signore: come il Mistero assume forma e completezza nelle tre dimensioni distinte e indissolubili della reale Presenza, del Sacrificio e del Convito, così tale Mistero si attualizza nei tre riti distinti e indissolubili dell'Offertorio, della Consacrazione e della Comunione. E come il Sacrificio attua nel medesimo istante la reale Presenza nella forma del Cibo, così la Consacrazione realizza sacramentalmente tutto l'evento eucaristico, preparato dall'Offertorio e consumato nella Comunione.

 

È allora evidente come alla base del sublime dono divino dell'Eucaristia vi siano le parole del Signore, che ne fondano il mistero e i suoi gesti, che ne stabiliscono il rito. 

 

 

 

 

 

 

Capitolo I

 

Il mistero dell'Eucaristia [6]

 

 

Le tre dimensioni del Mistero, che si esplicano nella Presenza, nel Sacrificio e nel Convivio, si realizzano in modo simultaneo all'atto stesso della Consacrazione. Infatti, pronunziate le Parole del Signore, nel medesimo istante si attualizza la sua Presenza, si eleva il suo Sacrificio al Padre e si rende disponibile il Pane vivo disceso dal cielo, fatto per noi cibo e bevanda.

Una realtà così profonda e complessa tuttavia, richiede dalla nostra mente limitata di essere analizzata per parti distinte e successive e approfondita in modo graduale. Per questo è necessario che la trattazione teologica e la esposizione catechistica si organizzino nei tre capitoli tematici fondamentali, che ne espongano la vasta dottrina eucaristica, raccogliendo con ordine le grandi conquiste teologiche dei secoli cristiani: , non si crede nemmeno alle sue azioni

-          Il Sacramento

 

Questa divisione è ratificata dal Codice di Diritto Canonico (can. 897): «Augustissimo Sacramento è la Santissima Eucaristia nella quale lo stesso Cristo Signore è contenuto (reale presenza) offerto (sacrificio) ricevuto (sacramento)».

 

Riguardo all'ordine dei capitoli, dal momento che «l'agire segue l'essere» (agere sequitur esse) conviene trattare innanzitutto la reale Presenza, che ci dà la Persona divina del Signore; poi il Sacrificio, che è l'azione salvifica che egli compie; e infine la Comunione, che stabilisce la modalità con la quale il Signore stesso e il suo Sacrificio ci vengono comunicati[7].

La precedenza necessaria della Presenza sull'azione nel sacramento è bene espresso da sant'Ambrogio che afferma:

 

Credi  dunque che là vi è la presenza della divinità. Crederesti infatti alla sua azione e non crederesti alla sua presenza? Come potresti seguirne l'azione se prima non precedesse la presenza?[8]

 

Occorre anche mettere in luce che la categoria di «sacramento», ossia quel segno visibile che significa e comunica una realtà invisibile, è propria di ciascuno dei tre aspetti del mistero eucaristico. Infatti si parla correttamente di Presenza sacramentale, di Sacrificio sacramentale e di Comunione sacramentale[9]. In realtà tutti e tre questi aspetti intrinseci al mistero si realizzano sub specie sacramenti, cioè mediante segni visibili ed efficaci che ci comunicano la Grazia. Se il Concilio tridentino riserva il termine di sacramento al solo aspetto conviviale è perché vuole indicare il momento specifico in cui il Sacramento tocca l'anima e produce l'effetto della Grazia, e ciò avviene propriamente nella santa Comunione.

 

I  La reale «Presenza»

 

«Questo è il mio corpo/questo è il mio sangue»

 

Il mirabile mistero si compie in modo istantaneo appena il sacerdote in persona Christi ha pronunziato le parole del Signore, prima sul pane e poi sul calice. In quei misteriosi istanti la Parola di Cristo (Logos) indissolubilmente unita alla potenza (dinamis) dello Spirito Santo realizzano la transustanziazione del pane e del vino, che diventano il corpo, il sangue, l'anima e la divinità del Signore nostro Gesù Cristo, morto e risorto per noi. È il mistero della Presenza reale del Verbo incarnato, immolato e glorioso, che sta al contempo alla destra del Padre e sui nostri altari[10].

 

Come definire meglio tale mistero?

Il Concilio tridentino usa tre importanti termini in proposito:

 

«Se qualcuno negherà che nel santissimo Sacramento dell'Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo come in un simbolo o in figura, o solo con la sua potenza: sia anatema»[11].

 

Questi termini - veramente, realmente, sostanzialmente - sono necessari per intendere tale Presenza nella sua tipicità e profondità.

 

«Vera»: una presenza oggettiva, esterna, non frutto di una nostra percezione soggettiva. Il Signore si rende presente al di là della nostra fede e della nostra capacità di comprensione. Egli è lì, personalmente vivo e vero e aspetta la nostra adorazione e il nostro umile ringraziamento. Non si tratta quindi di un simbolo, né di un semplice strumento per trasmetterci la sua grazia operando per mezzo delle oblate unicamente nel momento in cui ci comunichiamo (in uso), come vorrebbero gli eretici. Il Tridentino, infatti, afferma:

 

«Se qualcuno dirà che, una volta terminata la consacrazione, nel mirabile sacramento dell'Eucaristia non vi sono il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, ma che vi sono solo durante l'uso, mentre lo si riceve, ma né prima né dopo; e che nelle ostie o particole consacrate, che si conservano o avanzano dopo la comunione, non rimane il vero Corpo del Signore: sia anatema»[12].

 

«Reale»: è certo un rafforzativo del termine precedente, tuttavia possiamo fare anche una considerazione specifica. Con l'Incarnazione il Verbo eterno ha assunto in modo indissolubile la natura umana: Egli è vero Dio e vero uomo e tale resta in eterno. Ciò significa che la sua Persona divina e le sue azioni salvifiche si comunicano a noi nella realtà viva della sua carne, ora glorificata, che opera nella fisicità dei segni e delle parole sacramentali. Per questo i Padri affermano: Caro cardo salutis. La rigenerazione e la santificazione del genere umano passano ormai in modo assoluto attraverso l'umanità del Salvatore, che si rende in qualche modo visibile nei santi Sacramenti e soprattutto nel santissimo Sacramento dell'Eucaristia. «Reale» quindi significa la realtà della «carne» assunta dal Verbo eterno con la sua Incarnazione e continuamente presente ed operante sub specie sacramenti.

 

«Sostanziale»: la presenza eucaristica è unica e ad essa soltanto si può applicare il termine «sostanziale», come ben si espresse il papa Paolo VI:

 

«Tale presenza si dice "reale" non per esclusione, quasi che le altri non siano "reali", ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente»[13].

 

In realtà ogni presenza del Signore è «vera», ossia oggettiva e non frutto della nostra percezione soggettiva; ogni presenza del Signore è «reale», in quanto si realizza ed opera sempre in indissolubile unione con la carne assunta dalla Vergine Maria ed ora glorificata alla destra del Padre; ma soltanto la presenza eucaristica può essere detta «sostanziale» in quanto, mediante la «transustanziazione» tutta la sostanza del pane diventa il Corpo di Cristo e tutta la sostanza del vino diventa il Sangue di Cristo, secondo le definizioni dogmatiche del Concilio tridentino:

 

«Se qualcuno dirà che nel santissimo Sacramento dell'Eucaristia con il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo rimane la sostanza del pane e del vino e negherà  quella meravigliosa e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo, e di tutta la sostanza del vino nel Sangue, mentre rimangono solamente le specie del pane e del vino, conversione che la Chiesa cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione: sia anatema»[14].

 

In altri termini, mentre negli altri Sacramenti possiamo parlare di una presenza «vera, reale e virtuale», solo nel santissimo Sacramento dell'Eucaristia vi è una presenza «vera, reale e sostanziale» del Signore in stato di gloria. Nei Sacramenti infatti il Signore è veramente presente ed agisce realmente con la virtù che esce dal suo corpo glorioso. In questa azione soprannaturale, tuttavia, non muta l'«essere» (substantia) della materia impiegata (acqua, olio, ecc.), ma il Signore trasfonde in questa la sua virtù divina, che dopo aver operato nell'anima ciò che il Sacramento significa, passa, lasciando la materia usata nella sua condizione naturale. Tali materie (acqua e olio) sono conservate dalla Chiesa con venerazione, non perché in esse vi sia stata una trasformazione singolare, ma perché sono state assunte momentaneamente come strumento dalla virtus divina per comunicare la grazia sacramentale[15].

Le oblate, invece, presentate all'altare nell'Offertorio come pane e vino, dopo la Consacrazione, mutano in modo istantaneo la loro sostanza profonda e non sono più tali, ma sono il Corpo e il Sangue adorabili del Verbo incarnato e ora glorificato[16]. Tale nuovo stato è permanente fino a che rimangono le specie (species), ossia le apparenza esteriori del pane e del vino. Per questo la Chiesa conserva la SS. Eucarestia in un prezioso ciborio e la depone nel tabernacolo, vigilando notte e giorno almeno con la presenza della lampada perenne accesa.

 

Da questa fede inconcussa e perenne nascono nel corso dei secoli le molteplici forme dell'adorazione eucaristica, che è un aspetto necessario ed intrinsecamente connesso alla realtà stessa del mistero, secondo le parole di sant'Agostino d'Ippona:

 

«Di questo culto sant'Agostino scrive: "In questa carne il Signore ha qui camminato e questa stessa carne ci ha dato da mangiare per la salvezza; e nessuno mangia quella carne senza averla prima adorata… sicché non pecchiamo adorandola, ma anzi pecchiamo se non la adoriamo"»[17].

 

le dichiarazioni dogmatiche del Concilio tridentino:

 

«Se qualcuno dirà che nel santo sacramento dell'Eucaristia il Cristo, unigenito Figlio di Dio, non deve essere adorato con culto di latria, anche esterno; e perciò non deve neppure essere venerato con una particolare solennità; né deve essere portato solennemente in processione, secondo il lodevole e universale rito e consuetudine della santa Chiesa; o che non deve essere esposto pubblicamente all'adorazione del popolo; e che coloro che l'adorano sono degli idolatri: sia anatema»[18].

 

e quelle più recenti del papa Paolo VI:

 

«Del resto la Chiesa cattolica non solo ha sempre insegnato, ma anche vissuto la fede nella presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nella Eucarestia, adorando sempre con culto latreutico, che compete solo a Dio, un così grande sacramento»[19].

 

Le principali forme dell'adorazione eucaristica sono:

 

- l'elevazione eucaristica all'interno della Consacrazione nella Messa;

- l'esposizione e la benedizione eucaristica;

- la processione eucaristica, soprattutto quella annuale del Corpus Domini;

- le sacre Quarantore;

- l'adorazione perpetua diurna e notturna.

 

Lo sviluppo omogeneo e coerente del dogma eucaristico non consente più di eliminare queste forme liturgiche, che invece devono essere praticate con devota solennità nei ritmi e secondo le norme stabilite dalla Chiesa.

È vero che il Signore agisce nell'anima soprattutto quando il sacramento è ricevuto nella santa Comunione, tuttavia la Chiesa sa che dal SS. Sacramento fluisce una mirabile grazia soprannaturale anche nella sua contemplazione adorante, come si dichiara nel santo Vangelo: «da lui usciva una forza che sanava tutti» (Lc 6,19).

 

II  Il «Sacrificio» incruento

 

«Offerto in sacrificio per voi -

versato per voi e per molti in remissione dei peccati».

 

Nella Consacrazione, con la pronunzia delle Parole del Signore sulle oblate (pane e vino) e in perfetta sincronia con la realizzazione della reale Presenza, mediante la transustanziazione, si compie anche il Sacrificio incruento, quello medesimo che nostro Signore Gesù Cristo offrì al Padre in modo cruento sulla croce una volta e per sempre per la redenzione del genere umano. Reale presenza e immolazione sacrificale si attuano in modo sincronico e indissolubile nel medesimo duplice atto consacratorio in modo che, nel momento stesso in cui il Signore si rende presente, si offre pure in sacrificio come vittima santa e immacolata al cospetto della divina maestà. Le parole di Cristo che dichiarano e realizzano la sua reale Presenza («Questo è il mio Corpo / mio Sangue») proclamano e realizzano pure il suo atto sacrificale («offerto in sacrificio per voi / versato per voi e per molti in remissione dei peccati»). Ed è così che la Consacrazione è il cuore pulsante della Messa nel quale l'intero mistero è contenuto e dal quale ogni grazia fluisce. La centralità della Consacrazione eucaristica deve in tal modo emergere sovrana nella celebrazione della santa Messa.

 

Ora il contenuto del Sacrificio di Cristo consiste in quell'atto di perfetta adorazione, di lode, di ringraziamento e di espiazione vicaria che il Figlio di Dio offre liberamente al Padre per la purificazione dei peccati e per la nostra salvezza eterna. La disobbedienza di Adamo è cancellata dall'obbedienza di Cristo, nuovo Adamo, e l'apostasia del primo Adamo è redenta dall'adorazione del secondo Adamo. Tale atto di culto perfetto ed insuperabile, compiuto sulla croce, si attualizza sull'altare ogni volta che si celebra il Sacrificio incruento sub specie sacramenti.

 

La Chiesa, nella sua attenta pedagogia liturgica, ha voluto esprimere in modo visibile il moto interiore ed invisibile dell'offerta sacrificale col rito della duplice «elevazione» (del Corpo e poi del Calice), in modo che, non appena si è compita la Consacrazione, subito si manifesti quell'ascesa sacrificale che il sommo nostro Sacerdote ha compito nella sua mistica oblazione. L'elevazione eucaristica, pur di istituzione ecclesiastica, rappresenta un apporto quanto mai geniale e opportuno per far percepire ai sacerdoti e ai fedeli il mistero del Sacrificio, che per sua natura è rivolto al cielo e presentato sull'altare d'oro davanti alla sublime Maestà infinita. La genuflessione, con la quale il sacerdote conclude ciascuna delle due consacrazioni, intende adorare al contempo, sia la Presenza reale, sia l'Olocausto sacrificale.

 

Il vetus ordo con la duplice genuflessione relativa a ciascuna delle due consacrazioni (ostia e calice) distingue i due aspetti, adorando con la prima genuflessione (statim dopo le parole consacratorie) la reale presenza e con la seconda (dopo l'elevazione) il gesto sacrificale. La duplice genuflessione si ripete anche riguardo al calice. Il novus ordo, invece, comandando un'unica genuflessione conclusiva, prima al Corpo e poi al Sangue di Cristo, evidenzia l'unità e la sintonia intrinseca tra la presenza reale e l'atto sacrificale ad essa connesso e con l'unica genuflessione adora il mistero nella sua realtà indissolubile.

 

III  Il «Convivio» sacramentale

 

«Prendete e mangiatene tutti/prendete e bevetene tutti».

 

Realizzata la Presenza reale della Vittima in stato sacrificale, mediante la santa Comunione, i fedeli si uniscono sacramentalmente al Corpo e al Sangue del Signore divenendo in tal modo, sempre più intensamente, membra vive del suo Corpo mistico ed unendosi alla sua oblazione sacrificale, che li rende un sacrificio vivente e accetto a Dio. La Chiesa, amministrando ai suoi fedeli la comunione sacramentale, obbedisce al comando del Signore: «Prendete e mangiate / prendete e bevete».

Il mistero si è già compiuto pienamente nella Consacrazione, ma nella Comunione viene appropriato ai fedeli che si accostano al sacro Convivio.

In qualche modo, come la Pasqua realizza pienamente il mistero pasquale di morte e risurrezione del Verbo incarnato e la Pentecoste lo interiorizza, mediante l'effusione dello Spirito Santo nel cuore dei discepoli, così, mentre la Consacrazione attualizza nel sacramento la presenza viva del Verbo incarnato morto e risorto, la Comunione lo interiorizza in ciascun comunicando.

La tradizione latina allude a questi due interventi dello Spirito Santo col ricorso alle due epiclesi presenti nella Prece eucaristica: quella antecedente e quella susseguente alla Consacrazione. La prima chiede l'intervento dello Spirito Santo per realizzare la transustanziazione, la seconda per santificare, mediante la santa comunione, il comunicando.

 

Nella santa Comunione si attualizzano le parole del Signore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54).

Tuttavia la comunione sacramentale implica anche la partecipazione al Sacrificio di Cristo in modo che non solo la sua carne e il suo sangue siano nostro nutrimento, ma divenga nostra anche la sua virtus sacrificalis, ossia il comunicando, non solo diventa concorporeo e consanguineo di Gesù Cristo, ma anche coofferente con Lui nell'offerta esistenziale di tutta la sua vita. Tale offerta si realizza nell'osservanza dei suoi comandamenti secondo le sue parole: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21).

Ciò significa che la grazia che scaturisce dalla Comunione sacramentale non consiste unicamente nell'unione ontologica del nostro essere con la sostanza viva del suo Corpo e del suo Sangue secondo l'immagine evangelica della vite e dei tralci (cfr. Gv 15, 1-8), ma implica pure avere in noi i medesimi sentimenti di Cristo (cfr. 1 Fil 2, 5), il suo stesso pensiero (cfr.1 Cor 2, 12) e le sue medesime scelte esistenziali per cui il comunicando pensa e agisce come il suo Signore secondo le parole dell'Apostolo: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Su questo principio si fonda la necessità dello stato di grazia santificante per ricevere una Comunione fruttuosa. La grazia santificante infatti implica essere in Cristo un sacrificio gradito al Padre con una vita degna dei figli di Dio. Se si accede alla santa comunione senza possedere la stessa virtus sacrificalis del Signore, ossia se ci si comunica al sacramento senza essere in sintonia col suo Sacrificio che è adorazione, lode, obbedienza, sottomissione filiale alla volontà divina, la comunione è indegna e si diventa rei del Corpo e del Sangue del Signore, mangiando la propria condanna (cfr. 1 Cor 11, 23-29). Ecco perché la santa Comunione è al contempo fusione intima con la Persona divina del nostro Redentore e conformazione profonda al suo Sacrificio che ci rende graditi al Padre. Possiamo così affermare che la Comunione comunica al cristiano in grazia un duplice effetto ontologico e spirituale: diventa una sola carne col Signore e assume un solo sentire con Lui. L'adozione divina e la virtus sacrificalis del Signore sono sempre più potenziate nell'assunzione degna di questo mirabile Sacramento.

È quanto mai conveniente, quindi, che il novus Ordo suggerisca, dopo la santa Comunione, il canto di un inno di lode, che dia forma liturgica non solo all'adorazione dell'«Ospite divino» ricevuto, ma anche a quell'atto di culto sacrificale e perfetto, che Egli imprime nell'anima di coloro che si sono cibati di Lui.

L'unione del Corpo e del Sangue di Cristo con la sua virtus sacrificalis è indissolubile in modo che ogni volta che si riceve il Sacramento si effonde nell'anima pure la virtù del Sacrificio. Perciò si dice giustamente che sempre in ogni Comunione, anche extra Missam, si realizza la comunione al Corpo e Sangue del Signore e la partecipazione al suo Sacrificio. Il peccato mortale estingue nel peccatore la virtus sacrificalis di Cristo e perciò l'unione ontologica col Corpo e Sangue del Signore diventa sacrilega in quanto incompatibile con la santità della Persona divina di colui che è ricevuto nel sacramento.

Alla luce di queste considerazioni si comprende la sapienza del Concilio tridentino che distingue opportunamente i tre diversi modi di ricevere la santa Comunione: - sacramentaliter - spiritaliter - sacramentaliter et spiritaliter:

 

«Quanto all'uso poi, i nostri padri distinsero giustamente e saggiamente tre modi di ricevere questo santo sacramento. Insegnarono, infatti, che alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori; altri solo spiritualmente, e sono quelli che mangiando quel pane celeste solo con un atto di desiderio, per la fede viva, che opera per mezzo della carità, ne traggono frutto e vantaggio; i terzi lo ricevono sacramentalmente e insieme spiritualmente, e sono coloro che prima si esaminano e si preparano in modo da accostarsi rivestiti dell'abito nuziale a questa mensa divina» [20].

            



[1] MR, Missa in Caena Domini, superoblata.

[2] In COD, p. 830.

[3] OGMR, n. 16.

[4] C. Vagaggini, «Caro salutis est cardo, Corporeità, Eucaristia e liturgia», Vita monastica, supplemento al n. 243/luglio – dicembre 2009, Ed. Camaldoli, p. 110: «Se nell'ordine dell'esecuzione e dell'uso pratico viene prima il Battesimo come preparazione all'Eucaristia, questa viene prima del Battesimo nell'ordine dell'intenzione. Perciò non si nega che nel trattato scolastico bisognerebbe trattare in primo luogo l'Eucaristia, se si vuole seguire l'ordine ontologico che considera prima ciò che é determinante e solo dopo ciò che che ne consegue».

[5] Idem, p. 135-136: «La liturgia infatti non é altro che la celebrazione del mistero eucaristico, circondata dagli altri sei sacramenti, da Cristo stesso voluti con funzione preparatoria al medesimo, e inquadrata nella celebrazione dei piccoli sacramenti o sacramentali, istituiti dalla Chiesa per valorizzare al sommo, nello stile stesso dei sette maggiori sacramenti, il contatto salvifico degli uomini con la carne vivificante di Cristo e con ciò che egli fece e patì nella sua carne, ossia, con l'unica fonte dalla quale é loro permesso di attingere la salvezza».

 

[6] Cf. E. Finotti, La liturgia romana nella sua continuità, pp.151-162; Cf. «Il Triduo Pasquale» Liturgia culmen et fons, n. 2 (2009).

[7] A. Piolanti, Il mistero eucaristico, Libreria Editrice Vaticana, 1983,  p. 15.

[8] N. Bux, Con i Sacramenti non si scherza, pp. 24-25: «Qui Ambrogio (De Mysteriis) spiega che i misteri di Cristo sono la sua presenza, da cui dipendono le azioni. E' così anche per ognuno di noi. Una persona prima è presente e poi agisce. Se non si crede, dunque, prima la presenza, come si può credere all'azione? I sacramenti sono le azioni di Colui che è presente; ma se non si crede a Colui che è presente non si crede nemmeno alle sue azioni. Ecco allora che bisogna, prima di tutto, affermare che nei sacramenti il Signore Gesù è presente; in secondo luogo, che nei sacramenti il Signore Gesù agisce, con tutti i suoi misteri, dall'incarnazione all'ascensione; ma se non ci fosse la presenza, non ci sarebbe neppure l'azione. A questo punto comprendiamo perché tutti i sacramenti dipendono dal grande sacramento dell'eucaristia, che è il sacramento della presenza. Tutti i sacramenti sono quindi collegati: conducono e riconducono all'eucaristia».

[9] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, lettera enciclica (4 marzo 1979) in EV, VI, n. 1254: «Esso è nello stesso tempo sacramento-sacrificio, sacramento-comunione, sacramento-presenza».

[10] Paolo VI, Il Credo del popolo di Dio, omelia del 30 giugno 1968, in EV, III, n. 560.

[11] Concilio Tridentino, Decreto sul santissimo sacramento dell'Eucaristia, sessione XIII, can. 1, in COD, p. 697

[12] Id., can. 4.

[13] Paolo VI, Mysterium fidei, lettera enciclica (1965) in EV, II, n. 424.

[14] Concilio Ecum. Tridentino, Decreto sul santissimo sacramento dell'Eucaristia, sessione XIII, can. 2, in COD, p. 697.

[15] L'acqua benedetta è conservata nel battistero e i sacri oli sono deposti in uno speciale tabernacolo nella sagrestia.

[16] N. Bux, Con i Sacramenti non si scherza, p. 84: «L'idea di una graduale trasformazione del pane e del vino, in eucaristia, non è sostenibile più di quanto chi sostiene che un embrione non sia un essre umano all'atto del concepimento e lo diventi gradualmente».

[17] Paolo VI, Mysterium fidei, lettera enciclica (1965) in EV, II, n. 432.

[18]Concilio Ecum. Tridentino, Decreto sul santissimo sacramento dell'Eucaristia, sessione XIII, can. 2, in COD, p. 698.

[19] Paolo VI, Mysterium fidei, lettera enciclica (1965) in EV, II, n. 432.

 

[20] Concilio Ecum. Tridentino, Decreto sul santissimo sacramento dell'Eucaristia, sessione XIII, can. 2, in COD, p. 696.


Commenti

Post popolari in questo blog

Don Enzo Boninsegna, una geniale esperienza pastorale fondata sulla Tradizione e sulla Scrittura

I peccati che mandano più anime all'inferno

Leone XIV, Esorcismo e Protezione divina