Contraccezione, i motivi del divieto dimenticati da Praglia

Tommaso Scandroglio in "La Nuova Bussola" – 17 novembre 

 

Torniamo sull'intervista che monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilasciato a Christopher Lamb, vaticanista di The Tablet. In quell'intervista Paglia faceva intendere che la Chiesa prima o poi concederà delle aperture in merito al tema della contraccezione nei rapporti coniugali.

 

A tal proposito è bene ricordare i motivi per cui i metodi contraccettivi nei rapporti coniugali sono sempre moralmente illeciti, costituendo dei mala in se. Per spiegare questi motivi, in modo preliminare, è necessario rammentare che solo nel matrimonio sono leciti i rapporti sessuali: il divieto della contraccezione nei rapporti coniugali è dunque legato al divieto di rapporti sessuali fuori dal matrimonio. Possiamo solo qui accennare alle motivazioni che fondano questo asserto e non abbiamo spazio a sufficienza per superare alcune obiezioni classiche relative al divieto di rapporti sessuali fuori dal matrimonio.

 

Due sono le finalità principali dell'atto sessuale: il fine procreativo e quello unitivo. In merito al primo aspetto, l'atto sessuale per sua natura apre alla vita. A tal proposito un figlio ha tutto il diritto di crescere all'interno di una relazione stabile, duratura, fondata su promesse che vincolano, tutti elementi che si trovano solo nell'istituto matrimoniale e non nella convivenza. Perciò è doveroso che quell'apertura alla vita si verifichi solo all'interno di un rapporto di coniugio.

 

In merito al secondo aspetto, che attiene al fine unitivo, amare è volere il bene dell'altro tramite una donazione totale di sé e un'accoglienza totale dell'amato. La totalità dell'amore comporta che questo sia esclusivo ("Ci sei solo tu") e indissolubile ("Ti amerò per sempre"). Ora, se solo l'amore matrimoniale è totale, cioè unico e che per sua natura deve durare tutta la vita, solo nel matrimonio ci potrà essere anche una donazione fisica totale, quindi solo nel matrimonio potranno aversi dei rapporti sessuali. La donazione fisica totale - cioè il rapporto sessuale - comporta l'esistenza, a monte, di un amore totale: se mi dono fisicamente in modo totale a te significa che, prima, ti stavo amando in modo totale, cioè ti amavo e ti amo con amore matrimoniale. Di converso, esprimere con il linguaggio del corpo una donazione completa che non c'è stata è atto menzognero.

 

Se dunque il rapporto sessuale è ragionevole solo nel matrimonio, va da sé che il divieto assoluto di contraccezione non può che riguardare i rapporti coniugali. La contraccezione è contraria alla morale naturale soprattutto per due motivi. In primis perché la contraccezione, intesa quindi come atto che vuole impedire il concepimento, contraddice la finalità naturale del coito, del rapporto sessuale e quindi contraddice una delle finalità principali del matrimonio, ossia la procreazione. In secondo luogo è illecita perché contraddice anche la seconda finalità del rapporto sessuale, la finalità unitiva. Amare, abbiamo visto, è donazione totale di sé e accoglimento totale dell'altro. Ma la contraccezione contraddice la natura dell'amore perché impedisce di donare la parte generativa di sé e di accogliere la parte generativa dell'altro. Non c'è totalità della donazione perché la parte generativa viene volutamente tenuta per sé.

 

Che dire invece dei rapporti coniugali avuti durante i periodi infertili? C'è chi afferma che anche in quei casi, affinché l'atto sia moralmente lecito, i coniugi dovrebbero comunque perseguire il fine procreativo, sebbene irrealizzabile. Ciò non è condivisibile. In merito alla finalità procreativa, sarebbe irragionevole perseguire una finalità che l'atto concreto non può soddisfare. Chiedere l'impossibile è contrario a ragione. In merito alla finalità unitiva, il fine della donazione totale può venire soddisfatto anche durante i periodi infertili o anche in condizioni fisiologiche dove è impossibile il concepimento (menopausa, isterectomia, etc.). Amare, lo ripetiamo, è volere donare tutto se stesso e accogliere tutto dall'altro. Nei rapporti coniugali durante i periodi infertili gli sposi donano vicendevolmente tutto quello che "hanno" (meglio dire "tutto ciò che sono") in quel momento e tale donazione rimane totale, seppur privata, non per volontà di nessuno, della componente generativa. La moglie non può donare al marito la sua fertilità perché attualmente ne è priva, ma la sua donazione può essere comunque totale perché dona tutto ciò che "ha" (meglio: "tutto ciò che è") in quel momento. Dunque deve donare tutto ciò che ha/è e nessun rilievo le può essere mosso in merito a ciò che non può donare perché appunto esula dalla sua volontà. "Non può donare" è cosa diversa dal "Non vuole donare". Ciò non intacca minimamente la totalità della donazione che rimane presente perché questa non può che riferirsi a ciò che si possiede, non a ciò che non si possiede. Se una persona povera dona ad un altro tutto ciò che ha, la donazione sarà comunque totale, seppur di grado minore della donazione totale di un ricco.

 

Che dire invece di quei coniugi che non vogliono figli e quindi hanno rapporti solo nei periodi fertili? Lo scenario, lo sappiamo bene, è più teorico che pratico, però rimane interessante da analizzare per comprendere meglio il significato profondo del divieto di metodi contraccettivi nei rapporti coniugali. In questo caso abbiamo due azioni che ricevono due giudizi morali distinti: l'atto omissivo di non avere rapporti nei periodi fertili e il rapporto nei periodi infertili.

 

La scelta di non avere figli, non legittimata da motivazioni gravi, è immorale perché contraddice una delle finalità principali del matrimonio. Si tratta dunque di un'omissione riprovevole dal punto di vista morale. L'atto sessuale compiuto nei periodi infertili, di suo, è invece atto moralmente buono perché l'infertilità del periodo della donna obbliga a non perseguire il fine procreativo e perché, in ipotesi, la donazione completa, per i motivi sopra esposti, potrebbe esserci. Però il problema sta nel fatto che anche quell'atto è informato da un fine secondo, ciò che tecnicamente si chiama intenzione, che è quello non solo di non avere figli in quel momento in cui si ha un rapporto infertile, ma anche di non avere mai figli. Dunque avremmo un atto che in astratto per sua natura è buono, ossia ha fini intrinseci buoni, però orientato in ultima istanza ad un fine malvagio, finalità quest'ultima capace di corrompere tutto l'atto. Così come se Tizio insegnasse a Caio il funzionamento di una serratura (primo fine di carattere educativo e dunque buono) ma al fine di introdurre Caio all'arte dello scasso (fine secondo malvagio): l'atto nel suo complesso è moralmente riprovevole e dunque l'atto "insegnare" da astrattamente buono diventa concretamente malvagio perché orientato in ultima istanza a scelte malvagie.

 

Nell'intervista a The Tablet, il giornalista Lamb ad un certo punto riporta: «C'è anche il rischio, suggerisce [Paglia], di applicare Humanae Vitae in modo troppo strettamente legalistico. Una coppia potrebbe usare metodi contraccettivi naturali e non avere figli, per esempio. Paglia fa notare che "potrebbero essere molto corretti nell'applicazione dei metodi naturali" e potrebbero dire di "rispettare la regola - ma in realtà tradisce la sostanza" dell'insegnamento della Chiesa». Forse Paglia - unico passaggio condivisibile dell'intervista - intendeva dire proprio questo: alcune coppie fanno sì uso dei metodi naturali, ma per finalità contrarie a quelle del matrimonio. Insomma si rispetta la forma, ma non la sostanza. Ciò detto, speriamo che Paglia non abbia tirato fuori dal cappello questo esempio, che nella realtà concreta sfiora la rarità, per compiere un'analogia indebita: come i metodi naturali possono essere adoperati in modo legalistico, così il divieto della contraccezione potrebbe essere interpretato in modo ugualmente legalistico e dunque sarebbe necessario disfarsi di questo approccio eccessivamente normativo e formale.

 

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