Preghiera per la pace

Cristina de Magistris in "Corrispondenza Romana" -17 novembre 2022

Con l'invasione del Donbass da parte delle forze armate russe lo scorso febbraio, si è aperto uno scenario mondiale preoccupante che minaccia una conflagrazione nucleare. Non sorprende allora che la preghiera per la pace si levi quasi ovunque, a partire dal Papa fino alle parrocchie, a gruppi e ai singoli. È senz'altro giusto pregare per la pace. Ma con qualche distinguo.

 

Anzitutto, che cosa è la pace? La pace non è l'assenza di guerra. Il "cessate il fuoco" e il "deponete le armi" non equivale al raggiungimento della pace. La pace, afferma sant'Agostino nella Città di Dio, è «la tranquillità dell'ordine» (De Civitate Dei, 19, 13). «Fuori dell'ordine regna l'inquietudine, nell'ordine la quiete». E poiché nell'uomo esiste un triplice ordine: con sé stesso, con Dio e col prossimo, si può dire che esistano tre forme di pace: la pace interiore, la pace con Dio, e la pace relativa al prossimo.

 

San Tommaso, nella sua Somma, sviluppa l'idea agostiniana di pace. Non a caso ne tratta in relazione alla virtù teologale per eccellenza, che è la carità, di cui la pace, secondo l'Aquinate, è un effetto. La vera pace – secondo san Tommaso – sussiste laddove vi sia un vero amore a Dio e al prossimo, cosa che può aversi solo nell'anima in grazia. E conclude affermando che «senza la grazia santificante non può esserci una pace vera, ma una pace solo apparente» (Summa Theologiae, II-II, q.29, a.3, ad 1). «Dalla tesi tomistica che fa della carità la causa propria della pace – commenta il teologo mons. Amato Masnovo (1880-1955) –, sgorgano subito due conseguenze. Poiché la carità suppone la grazia santificante, la vera pace, che suppone la carità, suppone la grazia santificante e quindi l'assenza del peccato. Perciò dov'è la colpa sociale o, forse più esattamente e più modernamente, la colpa dell'ente pubblico «Stato», ivi non può essere la vera pace sociale. 

 

La seconda conseguenza della tesi tomistica, che fa della carità la causa propria della pace, è che la pace non è effetto della giustizia. San Tommaso dichiara esplicitamente che la giustizia è, nei rapporti con la pace, solo un removens prohibens: vale a dire che essa rimuove gli ostacoli della pace e perciò, ne è una condizione, ma nulla più» ("Rivista di Filosofia Neo-Scolastica", n. 4 (30 agosto 1918), pp. 356-357). 

 

La pace individuale è dunque fondata sulla carità e solo l'anima in grazia, possedendo la carità, può goderne realmente. La pace collettiva è fondata sull'ordine stabilito da Dio, e solo lo Stato che, con le sue leggi, lo promuove, o almeno lo rispetta, può goderne.  

 

Pregare per la pace significa dunque pregare perché l'ordine voluto da Dio sia ristabilito nei singoli e nella società. Solo in questo modo può ottenersi la vera pace. Non v'è chi non veda che, di conseguenza, non si può invocare la pace con una bandierina arcobaleno in mano, perché quella insegna è un invito al disordine morale, che è l'esatto opposto dell'ordine voluto da Dio, dal quale solo discende la pace. Né si può invocare la pace in fuorvianti incontri ecumenici e interreligiosi, i quali sono un invito al disordine soprannaturale, veicolando il perniciosissimo messaggio che tutte le religioni sono uguali. Men che meno si può teorizzare una tanto indefinita quanto chimerica "fratellanza universale", fondata su illusori ed effimeri valori sociali, come se la pace fosse il risultato di accordi umani. Queste iniziative per la pace vanno esattamente all'opposto dell'ordine naturale e soprannaturale stabilito da Dio.

 

Si vuole la pace, ma non si vogliono i mezzi per la pace. Si chiede la cessazione della guerra, ma non si vuole provvedere a rimuoverne le cause, con un invito al pentimento, con atti di espiazione pubblici e privati, con la dovuta riparazione delle offese fatte a Dio, con la penitenza pubblica e privata, con l'invito alla conversione. 

 

Si vuole la pace, ma non si vuole che Cristo, il Principe della pace, regni sui singoli e sulle nazioni. Finché continuerà ad echeggiare il grido che il Venerdì Santo di duemila anni fa risuonò a Gerusalemme: «non vogliamo che Costui regni su di noi» (Lc 19, 14), la pace rimarrà una lontana utopia e la preghiera per la pace sarà forse una lodevole iniziativa umana, ma rimarrà certamente incapace di raggiungerla. L'anima davvero cattolica, invece, chiede la pace a Cristo, suo Signore, il Re pacifico e il Principe della pace, l'unico che possa dare la vera pace fondata sulla carità e sulla grazia, e al grido blasfemo «non vogliamo che Costui regni su di noi», risponde: «Adveniat regnum Christi adveniat per Mariam».

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