Domenica XIII

Il contatto personale con Gesù, oggi attraverso il sacerdote, può guarire anche fisicamente ma sempre spiritualmente


Riviviamo due episodi evangelici di allora per rafforzare la fede attraverso cui il Risorto agendo attraverso il ministero del sacerdote opera oggi anche fisicamente, ma sempre spiritualmente: Gesù si china su ogni sofferenza umana e può guarire il corpo ma soprattutto guarisce sempre il cuore di ogni uomo, di ogni donna che ha fede in Lui attraverso il prete.

Nel primo episodio, infatti, alla notizia che la figlioletta di Giàiro è morta, Gesù dice al capo della Sinagoga: "Non temere, soltanto abbi fede!" 8v.36), lo prende con sé dove stava la bambina ed esclama: "Fanciulla, io ti dico: alzati!" (v.41). Ed essa si alzò e si mise a camminare.

Il secondo episodio, quello della donna affetta da emorragie, mette nuovamente in evidenza, come Gesù sia venuto a liberare l'essere umano nella sua totalità. Infatti con il tocco di Gesù da parte della donna prima avviene la guarigione fisica, ma questa strettamente legata alla guarigione più profonda, quella che dona la grazia di Dio a chi si rivolge a Lui con fede. Gesù dice alla donna: "Figlia, la tua fede attraverso il tocco ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male!" (Mc 5,34). Questi due racconti di guarigione sono per me un motivo per raccontarvi quello che è avvenuto in me 61 anni fa, il 29 Giugno quando il Vescovo, mediante l'imposizione delle mani e la preghiera, mi ha introdotto, con 11 miei compagni, nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossi "consacrato nella verità" Gv 17,19), come Gesù nella sua preghiera sacerdotale, ha chiesto per me al Padre. Egli stesso è la Verità. E con gli undici confratelli dopo 13 anni di Seminario ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini.

Permettete vi racconti quello che è avvenuto in quel giorno perché abbiate coscienza di chi sono io e tutti i preti come preti con il compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue fino al suo ritorno. Al posto dell'agnello pasquale e di tutti i sacrifici dell'Antica Alleanza subentra il dono, il tocco del suo Corpo e del suo Sangue, il dono di sé stesso. Così il nuovo culto si fonda nel fatto che, prima di tutto, Dio fa un dono a noi, e noi colmati di questo dono, diventiamo suoi: la creazione torna al Creatore purificata.

Soltanto Lui può dire attraverso il prete: "Questo è il mio Corpo – questo è il Sangue". Il mistero del sacerdozio della Chiesa sta nel fatto che io, noi, miseri esseri umani, in virtù del Sacramento dell'Ordine possiamo parlare con il suo Io: agire in persona di Cristo, rendendo possibile anche oggi il suo tocco. Egli vuole esercitare il suo sacerdozio per mio, nostro tramite. E questo per operare anche fisicamente. Vi racconto quello che mi è successo nel 1966 al santuario della Madonna della Corona, dove ero rettore. Una mamma di Trento è venuta portando in braccio un figlio di 12 anni che non aveva mai camminato e dicendomi: "Lo prenda in braccio. Io ho fede che Cristo stesso, attraverso di lei, lo tocca davanti alla Sua e nostra mamma Addolorata della Corona". Mi tremano ancora le mani: mi è saltato giù e di corsa fino su a Spiazzi e noi dietro. Il giorno dopo è venuta con il medico documentando la straordinarietà del fatto. Non ho più perso la certezza che Cristo agisce attraverso il prete anche oggi. E credetelo perché i problemi del quotidiano non sciupi ciò che è grande in noi limitati c'è bisogno di ritornare al giorno dell'Ordinazione, anche qui nell'eremitaggio della Casa del Clero di Negrar, come l'epidemia ci ha costretti.

Vi racconto i segni nei quali il sacramento dell'Ordine mi è, ci è stato donato. Al centro il gesto antichissimo dell'imposizione delle mani del Vescovo, col quale Egli, Cristo, ha preso possesso di me dicendomi: "Tu appartieni totalmente nella Chiesa a Me, verginalmente, gratuitamente, gioiosamente per tutti, con preferenza per i peccatori che si convertono e i poveri". Ma con ciò ha anche detto: "Tu, con tutti tuoi limiti, stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani sempre nello spazio delle mie mani e dammi le tue".

Le nostre mani sono state unte con l'olio che è il segno dello Spirito santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La mano dell'uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non siamo più strumenti per prendere le cose, gli uomini, le donne, il mondo per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano in continuità storica il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore. Vuole che siamo strumenti del servire e quindi espressione dell'intera persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini, alle donne. Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue facoltà e, generalmente la tecnica come potere di disporre del mondo, allora le mani unte devono essere un segno della sua capacità di donare, della creatività nel plasmare il mondo con l'amore gratuito e per questo, senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Se Gesù si presenta oggi presente nel vangelo come l'Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce per missione del Padre e con l'unità dello Spirito Santo e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità, un nuovo sacerdozio, un nuovo modo di essere profeta, che non cerca sé stesso, ma vive per Colui, in vista del quale tutto è relativo e così garantisce la libertà di ogni prete. Mettiamo noi preti le nostre mani nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di prenderci sempre di nuovo per mano e garantire la nostra libertà personale, schiavi di niente e di nessuno, soprattutto non schiavi de potere culturale, economico e politico.

Nel gesto sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del Vescovo è stato il Signore stesso ad imporci le mani. Questo segno sacramentale riassume un intero percorso esistenziale. Una volta, come i primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola: "Seguimi da prete nella vita!". Forse inizialmente, come i primi discepoli, lo abbiamo seguito in modo un po' malsicuri con qualche affettività che premeva, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada fosse veramente la nostra. E in qualche punto del cammino abbiamo forse fatto l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa, siamo cioè rimasti spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito di preti e per l'insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare indietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5,8), affettivamente debole. Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé con segni particolari e ci ha detto: "Non temere! Io sono sempre con te. Non ti lascio con il mio amore che ti fa felice, tu non lasciare me con alternative che non sono per te!" E più di una volta ad ognuno di noi è forse accaduta la stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e che stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato: "Signore, salvami!" (Mt,14,30), sono tutti contro di me. Vedendo tutto l'infuriare della gente e dei confratelli, come potevamo passare le acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso e dello scorso millennio? Ma allora ho guardato, fraternamente, comunitariamente abbiamo guardato verso di Lui…ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato un nuovo "peso specifico" di preti: la leggerezza che deriva dalla fede di fronte alle difficoltà e che ci attrae verso l'alto. E poi ci dà la mano che sostiene e porta. Egli nella fraternità sacerdotale ci sostiene. Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui, soprattutto al momento della Consacrazione. Lasciamo che la sua mano ci prenda nella Confessione con il confratello, e allora non affonderemo anche dopo colpe, ma con il perdono serviremo la vita che è più forte della morte, e l'amore che è più forte dell'odio. La fede in Gesù che Figlio del Dio vivente, risorto agisce attraverso di me, di noi nel presente, è il mezzo grazie al quale sempre di nuovo ho, abbiamo afferrato il tocco della mano di Gesù e mediante il quale Egli prende le nostre mani, ci tocca sacramentalmente e ci guida. Una mia preghiera preferita in questi 61 anni, preghiera che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione: "…non permettere che sia mai separato da te". Chiediamo di non cadere mai fuori della comunione col suo Corpo che è la Chiesa, con Cristo stesso, di non cadere mai fuori del mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano…

Il Signore ha posto e continuamente pone la sua mano su di noi. Il significato di tale gesto nell'ordinazione lo ha espresso nelle parole: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto, lo faccio conoscere a voi" (Gv 15,15). Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole si potrebbe addirittura vedere l'istituzione del sacerdozio. Il Signore ci rende suoi amici: ci affida tutto; ci affida sé stesso, così che possiamo parlare con il suo Io – in persona Christi capitis. Che fiducia! Egli si è davvero consegnato nelle nostre mani. I segni essenziali dell'Ordinazione sacerdotale sono in fondo tutte manifestazioni di quella parola: l'imposizione delle mani; la consegna del libro – della sua parola che Egli rende attuale attraverso di noi; la consegna del calice col quale ci trasmette il suo mistero più profondo e personale a salvezza di molti. Di tutto ciò fa parte anche il potere di assolvere: ci fa partecipare anche della sua consapevolezza riguardo alla miseria del peccato e a tutta l'oscurità del mondo e ci dà le chiavi nelle mani per riaprire la porta verso la casa del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È grazie a questo il significato profondo dell'essere sacerdote. Diventare sempre più amico di Gesù Cristo, sempre più riempito del suo amore. Per questa amicizia impegnarci ogni giorno di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. In questa comunione di pensiero per 61 anni con Gesù ho avuto dinnanzi quello che san Paolo ci dice nella Lettera ai Filippesi (2,2-5). E questa comunione di pensiero non è mai stata una cosa solamente intellettuale, ma è comunanza di sentimenti e del volere e quindi anche nel tentare e ritentare di agire, a volte senza riuscire. Ciò significa puntare, anche a 87 anni, a conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui anche durante l'attività, trattenendomi spesso presso di Lui davanti al tabernacolo. Ascoltarlo ogni giorno nella lectio divina delle ore, delle letture e leggendo la Sacra Scrittura in un modo non accademico, ma spirituale; così impariamo a incontrare il Gesù presente che ci parla personalmente. Come è efficace anche per l'annuncio ragionare e riflettere sulle sue parole e sul suo agire davanti a Lui e con Lui soprattutto nel tabernacolo. Così la lettura della Sacra Scrittura è preghiera, deve essere preghiera – deve emergere dalla preghiera e condurre alla preghiera soprattutto sacramentale, eucaristica. Gli evangelisti ci dicono che il Signore ripetutamente – per intere notti – si ritirava "sul monte" per pregare da solo. Di questo "monte" abbiamo bisogno anche noi: è l'altura interiore che dobbiamo scalare, il monte della preghiera. Solo così si sviluppa anche sensibilmente l'amicizia con Lui, senza cedere affettivamente con altri. Solo così possiamo svolgere liberamente cioè con amore il nostro servizio sacerdotale, solo così possiamo portare Cristo e il suo vangelo agli uomini di oggi secolarizzati. Il semplice attivismo può essere persino eroico. Ma l'agire esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione con Cristo. Il tempo che impegniamo per questo, anche qui nella Casa del Clero, è davvero ancora tempo di attività pastorale, di un'attività autenticamente pastorale. Il sacerdote è soprattutto un uomo di preghiera. Il mondo nel suo attivismo frenetico perde spesso l'orientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano distruttive, se vengono meno le forze della preghiera, dalle quali scaturiscono le acque della vita veramente vita, anticipo della vita dell'anima oltre la morte, staccandosi da questo corpo.

Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l'essere amici di Gesù Cristo. Solo visti così possiamo veramente parlare di agire in persona Christi, anche se la nostra interiore lontananza da Cristo non può compromettere la validità del Sacramento celebrato come vuole la Chiesa per i fedeli. Essere amico di Gesù, essere sacerdote significa essere uomo di preghiera. Così lo riconosciamo e usciamo dall'ignoranza dei semplici servi anche laureati. Così impariamo a vivere felici da preti agendo sempre con Lui e per Lui, a soffrire da anziani e vicini alla meta. L'amicizia con Gesù è per antonomasia sempre amicizia con i suoi soprattutto preti. Possiamo essere amici di Gesù soltanto nella comunione con il Cristo intero, con il capo e il corpo; nella vite orgogliosa della Chiesa animata dal suo Signore. Solo in essa la Sacra Scrittura è, grazie al Signore, Parola viva ed attuale. Senza il vivente soggetto della Chiesa che abbraccia le età, la Bibbia si frantuma in scritti spesso eterogenei e diventa così un libro del passato. Essa è eloquente nel presente soltanto là dove c'è la "Presenza" – là dove Cristo resta in permanenza contemporaneo a noi attraverso la fede: nel corpo della sua Chiesa.

Essere sacerdote significa diventare sempre più amico di Gesù Cristo, e questo sempre di più con tutta la nostra esistenza. Il mondo secolarizzato di oggi ha drammaticamente bisogno di Dio-non di un qualsiasi dio, peggio ancora di una divinità non personale, ma del Dio uno trino di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è risorto e ha creato in sé stesso uno spazio di presenza per ogni uomo. Questo Dio vive in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti. Don Andrea Santoro, assassinato a Trebisonda, così pregava: "Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne…Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore condiviso, assorbendolo nella propria carne. Diamogli noi la nostra, in queto modo Egli può venire nel mondo anche oggi e trasformarlo. Amen". Così lo ha chiesto anche la Regina dell'amore, la Madre del lungo cammino nelle presunte apparizioni di Schio (Vicenza) e di Castel d'Azzano (Verona).

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