Draghi - Vaticano

Nico Spuntoni in "La Nuova Bussola" 4 Febbraio 2021

L'incarico conferito a Mario Draghi dal presidente della Repubblica dovrebbe aver posto fine alla stagione di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. L'ex "avvocato del popolo", specie nel passaggio tra l'esecutivo gialloverde e quello giallorosso, ci ha tenuto spesso a rimarcare la sua appartenenza al cattolicesimo democratico così come la stampa amica non ha mai smesso di ricordare la sua familiarità con Villa Nazareth - spesso amplificata e mal raccontata - e le sue presunte entrature ecclesiastiche. Questa narrazione di premier gradito Oltretevere è stata riproposta frequentemente dai media nei giorni della crisi di governo di fronte alla prospettiva della formazione di un Conte Ter. Ma l'apprezzamento delle gerarchie ecclesiastiche, più che essere portato in dote esclusiva dalle relazioni personali dell'uomo di Volturara Appula come più di qualcuno ha creduto, è apparso sin dall'agosto del 2019 espressione del consenso per la formula politica di cui l'ex premier è stato sintesi insostituibile fino a poche ore fa.

 

E' vero che Conte piaceva a Papa Francesco come dimostrato dalle lodi pubbliche già ai tempi del governo gialloverde e dalla sponda nemmeno troppo velata alle politiche dell'esecutivo giallorosso per contenere la diffusione del coronavirus. Ma sarebbe difficile immaginare che a Santa Marta si stiano strappando i capelli per la sua defenestrazione adesso che il presidente Mattarella ha individuato in Mario Draghi il suo possibile successore. Lo scorso luglio, infatti l'ex presidente della Bce è stato nominato membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, l'organismo istituito nel 1994 da San Giovanni Paolo II per promuovere lo studio - tra le altre - delle scienze economiche alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Non va sottovalutato il fatto che questa nomina è stata l'unica accettata da Draghi tra la fine del suo mandato alla Bce e l'accettazione con riserva dell'incarico di costituire un governo conferitogli da Mattarella. Nel periodo sabbatico dopo il congedo da Francoforte, il presidente del Consiglio incaricato ha rifiutato persino la presidenza della Goldman Sachs.

 

Mario Draghi ha incontrato ufficialmente Papa Francesco già nel 2013 in un'udienza concessa con la sua famiglia ed era presente nel 2016 alla cerimonia per la consegna del premio Carlo Magno al Pontefice. Non è escluso, però, che in questi otto anni tra i due ci siano stati altri faccia a faccia mantenuti riservati. Ma sbaglia di grosso chi pensa che la stima di cui l'economista romano gode nei Sacri Palazzi sia il frutto dell'attuale pontificato: già con Benedetto XVI regnante, infatti, c'era stata una "corrispondenza di amorosi sensi" con il Vaticano manifestatasi in un articolo a firma dell'allora governatore di Bankitalia pubblicato il 9 luglio del 2009 su L'Osservatore Romano. Si trattava di un commento entusiastico della Caritas in veritate nel quale, oltre a citazioni di Papi ed encicliche del passato, il banchiere con fama lib citava Keynes così come avrebbe poi fatto undici anni dopo nella famosa lettera sul Financial Times.

 

Da almeno un quindicennio il nome di Draghi è un evergreen ad ogni crisi di governo e un premier predestinato di un governo istituzionale può permettersi di coltivare buoni rapporti con l'altra sponda del Tevere. Tra il 2009 ed il 2011, nel periodo delle montagne russe della maggioranza di centrodestra, molti retroscenisti lo cominciarono ad immaginare a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi e contemporaneamente s'intensificò la sua consuetudine con le gerarchie ecclesiastiche. Un avvicinamento non solo culturale, come dimostrato dall'articolo sull'enciclica di Ratzinger, ma anche politico con la conoscenza dell'allora cardinale Segretario di Stato incontrato a cena nella casa del giornalista Bruno Vespa. E fu proprio durante il pontificato di Benedetto XVI che da governatore di Bankitalia si recò per la prima volta al Meeting di Cl dove sarebbe tornato nel 2020 per quella che, secondo molti commentatori, è stata una sorta di anticipazione della discesa in campo a cui stiamo assistendo in questi giorni. A Rimini Draghi, parlando di etica e sviluppo agganciandosi ancora una volta alla Caritas in veritate, venne travolto dagli applausi e rimase sinceramente colpito dalla realtà ciellina con cui, fino a quel momento, non aveva familiarità.

 

Un avvicinamento, dunque, cominciato da tempo e che gli ha consentito di togliersi di dosso l'etichetta di banchiere laico con cui nel 2005 era arrivato a Palazzo Koch nel segno della discontinuità per prendere il posto del cattolicissimo Antonio Fazio. Nella partita per la successione dell'ultimo governatore a vita di Bankitalia, quello di Draghi non era il nome prediletto dal Vaticano e dalla Cei che gli preferivano l'allora preside della facoltà di Scienze Politiche della Cattolica di Milano, Alberto Quadro Curzio e successivamente, quando la terna dei nomi si restrinse, il direttore generale dell'epoca faziana Vincenzo Desario che poteva garantire continuità. La nomina di Draghi, comunque, risultò meno sgradita all'interno delle Mura Leonine rispetto a quella dei contendenti Tommaso Padoa Schioppa e Mario Monti, sebbene una delle prime decisioni prese nello studio di via Nazionale fu quella di togliere il ritratto di San Sebastiano martire trafitto dalle frecce che il suo predecessore teneva appeso sopra la scrivania.

 

Un gesto indicativo di una cattolicità rigidamente sobria, probabilmente figlia della formazione spirituale oltre che scolastica ricevuta dai gesuiti nell'istituto Massimiliano Massimo. Dieci anni in una scuola dove la giornata iniziava con la celebrazione della Santa Messa e la didattica non aveva ancora conosciuto le influenze del Sessantotto. Draghi ha sempre mostrato gratitudine per quella formazione, recandosi nel primo giorno da governatore di Bankitalia a salutare nella chiesa del Gesù il suo ex preside, padre Franco Rozzi e poi ricordandolo dopo la scomparsa su L'Osservatore Romano con queste parole: "il suo messaggio educativo che ha inciso in profondità generazioni di alunni (era); la responsabilità di compiere al meglio il proprio dovere non è solo individuale, ma sociale, non solo terrena, ma spirituale". In questi ultimi anni alcuni noti gesuiti italiani hanno commentato con entusiasmo l'eventualità di un suo impegno diretto in politica, segno di come l'ex alunno del Massimo piaccia ai gesuiti di oggi pur essendo legato più che altro a quelli di ieri.

 

L'autorevolezza di Draghi gli rende superflua la ricerca di 'buoni uffici' in Vaticano di cui, lui sì, può già disporre grazie all'esperienza e senza bisogno di dichiarare l'appartenenza o la vicinanza ad una determinata sensibilità ecclesiale. Nelle relazioni italo-vaticane il suo eventuale approdo a Palazzo Chigi dovrebbe quantomeno archiviare la stagione delle ostentate entrature nei Sacri Palazzi sbattute dalla stampa amica sul bilancino della politica per cercare di dimostrare l'indispensabilità dell'ex premier nello scacchiere politico.

 

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