Sopravvissuta

Nel programma trasmesso domenica 7 febbraio dal Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, in occasione della Giornata per la Vita, è inclusa un'intervista a Loredana Franza, definita come una "sopravvissuta all'aborto", intervista che si è rivelata fuori luogo e pericolosa inserita in quel contesto.

Monica Grygiel da "La Nuova Bussola" 9 Febbraio 2021

Viene presentata una storia dolorosa e delicata, purtroppo senza approfondire aspetti ambivalenti e drammatici che possono facilmente essere oggetto di manipolazione. La superficialità con cui vengono trattati alcuni passaggi rischia di far precipitare significati profondi e forse ancora ricercati dai protagonisti stessi in una banalità costruita come difesa dall'angoscia o come facili slogan a uso e consumo di chi li necessita.  


In questa vicenda mi ha colpito la presentazione della madre che a 26 anni e con già due figli, appare come una ragazzina non preparata o troppo giovane per affrontare la vita, sempre "tanto stanca", forse molto sola.

Appare con tenerezza un padre, contrario all'aborto, ma ridotto e poco considerato perché "maschio" e come tale "per lui era tutto molto più facile". Solo quando "lascia la scelta" alla moglie viene definito "uomo abbastanza moderno".

Fondamentale la figura del ginecologo, che nonostante sia maschio anche lui, riesce a far vedere la gravidanza come "la più bella gravidanza mai vista" e a dare uno spiraglio rassicurante di vita sbilanciando l'ambivalenza della madre. È il medico che avvia un dialogo tra la madre e la figlia e in qualche modo ne è anche padre. Una donna nasce come madre, anche nello sguardo del suo uomo. Evitarlo non porta alla vita, ma ad una falsa convinzione di autonomia e modernità. Da soli è impossibile dare la vita.


Infine, la bambina, "il feto" come lo chiama la narratrice, aggrappata all'utero della madre, convince con questo attaccamento il ginecologo a fermarsi nelle pratiche mortifere e la madre a tenerla. Porta la vita. "Il feto" dice che vuole vivere e che ce la possono fare tutti insieme a far fronte alle difficoltà della vita.

Il senso di colpa della madre per aver pensato di abortire, che la protagonista racconta, è segno sia di una vitalità che la stessa madre deve aver sperimentato grazie alla bambina sia della gratitudine, forse nemmeno pensata in maniera cosciente, per averla salvata come madre dalla morte e dalla devastante nostalgia di un figlio abortito. 


Perché allora la bambina, forte e potente nel suo desiderio di vita, da donna adulta, che non è potuta diventare madre a sua volta, torna bambina nell'utero della madre e le dice "abortiscimi se questo non ti fa felice o ti complica la vita"?

Il desiderio di ogni bambino è vedere la propria mamma felice: una mamma felice di riconoscerlo come il dono più grande, compiuta nella sua maternità che fa rifiorire anche nella "molta stanchezza" del quotidiano. La prima ragione di vita di un bambino è la sua mamma, assieme al padre. Nel loro sguardo trova il suo senso e la misura del suo valore.

Sono convinta che la nascita biologica debba essere accompagnata da una nascita affettiva nel cuore e nella mente dei genitori. Si può anche talvolta far nascere un figlio, ma abortirlo emotivamente, cioè non avere sufficiente spazio mentale per poterlo accogliere.


Non sappiamo le ragioni di questo "abortiscimi" e lo vorrei lasciare all'intimità delle due. Come deve essere doloroso anche solo immaginare il binomio mors tua vita mea nel dialogo con la propria madre.


Trovo segno di insensibilità, oltre che fuori luogo e pericoloso, che una istituzione pontificia preposta a promuovere non solo l'idea cristiana del matrimonio e della famiglia, ma soprattutto un pensiero intelligente, paragoni le madri sante che con una scelta consapevole hanno sacrificato la loro vita per far nascere i figli ad un bambino che in utero non ha alcuna possibilità di scelta o la cui voce non viene quasi mai ascoltata.

Confondere una scelta d'amore con l'invocazione di un cuore disperato "uccidimi se non ti faccio felice", è grave.

Mettere sullo stesso piano il valore della vita e la felicità, di cui non sappiamo nemmeno il significato in questa storia, è gravissimo. 


Vorrei tuttavia suggerire come, nonostante la superficialità con cui è stata presentata questa vicenda così delicata, ad una lettura più profonda, la storia di Loredana sia un inno alla Vita: quella vita che è più forte delle nostre solitudini e del doloroso desiderio di morte proprio perché non ci appartiene e non ne possiamo decidere, quella vita che ci è donata da un amore che va oltre la nostra fragilità e il nostro grido di dolore.


La percezione di non essere padroni della nostra esistenza può essere vissuta come un limite doloroso e frustrante oppure come un'occasione liberante di fiduciosa apertura ad un amore vero.

Spero per la protagonista che, dopo tanto buio, possa "tornare la luce" nella sua storia, come quella luce annunciata da santa Lucia di cui ci racconta alla fine dell'intervista: luce portata da una bambina che non dice "abortiscimi", ma "schiarisce il cuore" e annuncia cantando una nascita

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