La Cina non fa sconti all'Occidente


LUCA Dalla Torre in "Corrispondenza Romana" 27 Gennaio 2021

 La vulgata massmediatica italiana di queste settimane ha insistito, con grossolano provincialismo, proprio del pensiero politicamente corretto, a guardare a Washington con le lenti deformate del pregiudizio ideologico. La ferocia individualistica e discriminatoria del sovranista Trump sconfitta dalla maturità ecumenica del progressista e democratico di Joe Biden: parole al vento, luoghi comuni, triti e ritriti, che purtroppo sono stati e sono le uniche miopi logiche argomentative dei salotti dei talk show politically correct. Da Lilli Gruber a Marco Travaglio, da Alan Friedman a Beppe Severgnini, da Repubblica al Fatto Quotidiano, ad Avvenire – il quotidiano cattolico della Conferenza Episcopale italiana – un coro di caudatari, di cantori ottusi e superficiali si è affrettato ad acclamare le magnifiche sorti degli USA di Biden, una sorta di immaginifica, utopica, democrazia universale, capace di dialogare armoniosamente con il mondo intero e porre rimedio alle devastanti divisioni nelle relazioni internazionali causate dall'arrembante aggressività di Donald Trump. Il tempo è galantuomo, si suol dire, e nel giro di pochissimi giorni ha sbugiardato la chiave di lettura della melassa politcally correct che dis-informa e de-forma la conoscenza della attuale drammatica condizione in cui versa la politica internazionale. Sosteneva il giurista e politologo tedesco Carl Schmitt che è proprio nel diritto internazionale che si realizza l'apice dello scontro tra la libera sovranità di uno Stato, di un popolo, di una società civile e le pulsioni strategiche delle ideologie nemiche, delle visioni politiche totalitarie o globalizzatrici, che ambiscono a schiacciare la libertà della persona. Così è effettivamente, e così sta accadendo in questi giorni, a seguito delle arroganti esibizioni di potenza muscolare che il governo di Pechino ha rivolto contro la nuova amministrazione democratica di Joe Biden.


Nelle cancellerie internazionali, occidentali in particolare, ha sollevato grave preoccupazione la prova di forza e esibita con gelida pacatezza dal Presidente della Repubblica popolare cinese pochissimi giorni orsono, lunedì 25 gennaio, al World Economic Forum di Davos, il più importante vertice mondiale annuale in cui si confrontano le linee-guida dei Paesi più potenti.


Il dittatore comunista cinese, Xi Jinping non ha atteso assolutamente un attimo per avviare un preciso attacco all'Amministrazione Biden ed alla road-map che il Presidente democratico intende seguire nei confronti del regime liberticida che si contrappone al sistema occidentale. Nel corso del suo intervento Xi Jinping ha riservato al Presidente Biden ed al modello politico-istituzionale USA parole di fuoco, denunziando l'arroganza americana ed occidentale basata sulla presunzione della superiorità del modello dello stato di diritto – la cosidetta Rule of Law, in virtù della quale lo Stato si limita a riconoscere che ogni uomo è titolare dei propri diritti fondamentali, e non già ne può godere solo in virtù della magnanima concessione da parte dello Stato, come accade viceversa proprio nei regimi totalitari, quelli di impronta marxista in particolare – e della democrazia parlamentare come sistema in cui ogni cittadino ha diritto di esprimere la sua partecipazione alla gestione della Res publica.


Xi Jinping ha rincarato la dose, affermando espressamente che non è lecito creare distinzioni e pregiudizi ideologici a livello di trattati internazionali tra sistemi democratici ed autoritari, in quanto – parole testuali – «non esistono al mondo due Paesi uguali e nessun modello è superiore, perché tutti riflettono la cultura e la storia di ciascuna nazione». Il richiamo per gli addetti ai lavori – diplomatici, giuristi, analisti – è evidente e drammatico: il Libro Bianco del Partito Comunista cinese pubblicato nel 2019, la summa programmatica della futura strategia di Pechino nelle relazioni internazionali, in cui i deliranti ideologi del regime pongono per la prima volta esplicitamente sotto accusa la piattaforma giuridica dei diritti umani ed esaltano la supremazia di potere del Partito comunista come incarnazione del bene supremo dello Stato, subordinano i diritti del cittadino all'interesse del Partito secondo il modello della cosidetta "Rule by Law". Ovvero il potere detta la legge, e non già è sottomesso alla legge.


Il leader cinese ha così espressamente condannato l'agenda di politica estera del Presidente Biden, e la linea strategica USA che da sempre, indipendentemente dall'indirizzo repubblicano o democratico della Casa Bianca, ha di realizzare una leadership multilateralista creando de facto una lega delle democrazie: auspicio sempre più in difficoltà e fallimentare proprio a causa – paradossalmente – degli splendori e delle miserie della globalizzazione. Se è vero che le parole sono pietre, la prova provata di questa vera e propria dichiarazione di una nuova "Guerra fredda" da parte "dell'Impero del Male" di Pechino si è avuta in questi stessi giorni: Taiwan ha denunciato una nuova incursione di aerei da guerra cinesi per il secondo giorno consecutivo, ed a poche ore da un avvertimento dell'Amministrazione Biden alla Cina comunista.


La decisione dell'Amministrazione democrat di invitare l'Ambasciatrice de facto del legittimo e sovrano Stato di Taiwan (Formosa) alla cerimonia di insediamento di Joe Biden ha mandato su tutte le furie il governo cinese. La posizione di Pechino su Taiwan «è coerente e chiara: c'è solo una Cina al mondo e Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese». Così il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian all'indomani della nota del Dipartimento di Stato Usa che ha definito "solidissimo" l'impegno verso Taipei, tanto da ammonire che il tentativo di intimidire Taiwan da parte di Pechino è una minaccia alla pace regionale. Quattro anni orsono, sempre a Davos, davanti ai vertici del potere politico, economico internazionale il dittatore comunista celebrò l'elogio della globalizzazione «Ci piaccia o no, l'economia globale è il grande oceano dal quale non si può scappare – disse – e qualunque tentativo di tagliare fuori i flussi di capitale, tecnologie, prodotti, settori o persone e incanalare le acque in laghi e ruscelli isolati è semplicemente impossibile». Il pensiero totalitario marxista e la filosofia confuciana, che sono il mix e la base granitica del criminale Grande Fratello di Pechino, si sono impossessati degli strumenti della tecnocrazia, ed hanno abilmente saputo piegarli ad un modello politico che – per quanto criminale e anticristiano, perché ha in odio la libertà della persona umana in quanto quid unicum – è infinitamente più determinato e monolitico delle balbettanti democrazie occidentali.


La sciagurata utopia della "fine della storia" , il sogno infranto del politologo USA Francis Fukuyama (celebre per gli studiosi il suo saggio "The end of History") e del pensiero liberal, democratico, progressista, laicista, di instaurare una magnifica democrazia universale, informe ed indistinta nei valori, nelle scelte, nelle decisioni proprio perché – come affermava il più illustre giurista del XX secolo, Hans Kelsen, «il relativismo è la base della democrazia», ora si ritorce contro il balbettante pensiero politico occidentale. Sintesi: Trump non era e non è mai stato il problema per la democrazia nel mondo, ben altre sono le sfide e a cui guardare. Che la dis-informazione e la de-formazione della conoscenza dei fatti e degli eventi politici in nome di questa utopica corrente di pensiero sia stata enfatizzata dai mass-media e dalla intellighenzia liberal, di sinistra, laicista ed atea è purtroppo comprensibile; non lo è affatto, né è tantomeno tollerabile che viceversa lo sia stata da un'emotiva malpancista quanto immatura stampa cattolica istituzionale.

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