Attribuire tutto più alla grazia di Dio

Contrarre l'abitudine di prendere ogni cosa dal lato di Dio e di considerare ogni cosa dal punto di vista di Dio e di considerare ogni cosa dal punto di vista di Dio, perché coloro che amano Dio si schierano sempre dal suo lato

Cristiana de Magistris in "Corrispondenza Romana" 27 Gennaio 2021

Uno dei primi padri dell'Oratorio, compagno di san Filippo Neri, sul tema della grazia soleva preferire quegli scrittori che attribuivano più alla sovranità di Dio che alla libera volontà umana. Con ciò, questo santo prete dell'Oratorio non solo dimostrò di essere un fedele discepolo di san Tommaso, ma riuscì a trasfondere questa posizione teologica nella sua vita spirituale. Perciò, scrive il padre Faber, «aveva contratto l'abitudine di prendere ogni cosa dal lato di Dio e di considerare ogni cosa dal punto di vista di Dio», perché coloro che amano Dio si schierano sempre dal Suo lato.

Così, spiega il padre Faber, se un buon uomo è oppresso da ingiusta persecuzione o da crudele calunnia, il primo pensiero di coloro che davvero amano Dio dovrebbe essere non al compatimento – pur doveroso –dell'infelice, quanto «alla piaga inflitta all'onore di Dio con la persecuzione del Suo servo e il peccato quasi certamente commesso dal persecutore». Ciò vale in ogni circostanza dolorosa, come i peccati pubblici, le calamità naturali, i disastri politici; ma anche negli avvenimenti positivi, come i successi della Chiesa, la liberazione delle anime del purgatorio, la conversione dei peccatori: il primo istinto dovrebbe essere sempre per la gloria di Dio prima che per il vantaggio o la disgrazia del prossimo.


Mettersi dal lato di Dio è stata la pratica di molti Santi, benché in diversi gradi. «Considerate in sé stesse – scriveva san Francesco di Sales – le pene non possono essere certamente amate, ma considerate nella loro origine, cioè nella Provvidenza e volontà divina che le hanno ordinate, sono infinitamente amabili. Guardate la verga di Mosè: per terra è uno spaventoso serpente; in mano a Mosè una bacchetta di meraviglie. Così le tribolazioni, considerate in sé stesse sono orribili, ma considerate nella Volontà di Dio sono amore e delizia!». Sant'Agostino afferma: «Sei consolato? Riconosci il Padre che ti accarezza. Sei tribolato? Riconosci il Padre che ti corregge». Un religioso della Compagnia di Gesù – riporta sant'Alfonso de' Liguori – quando Dio lo visitava con qualche infermità, dolore o persecuzione, domandava ogni volta tra sé: «Dimmi, infermità – oppure dolore o tribolazione – chi ti manda? Ti manda Dio? Allora benvenuta, benvenuta!», e così stava sempre in pace. Il padre Pietro Faber, uno dei primi gesuiti, diceva che non bastava che la gente si umiliasse sotto la potente mano di Dio nelle pubbliche calamità, ma che bisognava renderGli sincere grazie per la carestia, per le guerre, per le inondazioni, per le pestilenze e per tutti gli altri flagelli celesti; si affliggeva profondamente nel vedere che in tali avvenimenti non si riconosceva apertamente la misericordiosa intenzione di Dio. L'anima veramente grata a Dio – diceva sant'Antioco – si riconosce quando Lo ringrazia nelle calamità.


Questo atteggiamento dell'anima, questa pratica eccellentissima, si fonda sulla certezza che la Provvidenza di Dio tutto regola e governa secondo i misteriosi piani della Sua bontà infinita, che mai permette il male se non per trarne un bene più grande. È in effetti la perfezione dell'abbandono alla divina Provvidenza, perché consiste non solo nel fare perfettamente la Volontà di Dio ma nel desiderarla, mettendosi sempre dal Suo lato.


Il Padre Garrigou-Lagrange, che ha dedicato alla Provvidenza un mirabile studio, previene le accuse di quietismo che potrebbero essere mosse dai meno saggi alla dottrina dell'abbondono nelle mani della Provvidenza, distinguendo – secondo la tradizione – la Volontà di Dio significata da quella di beneplacito. La prima, rappresentata soprattutto dai comandamenti e dalle proibizioni, è il campo dell'obbedienza; la seconda, che consiste in tutto ciò che Dio permette al difuori dei nostri doveri e della nostra volontà, è il campo dell'abbandono confidente. Dunque, solo dopo aver compiuto perfettamente la volontà di Dio significata possiamo e dobbiamo abbandonarci alla Sua volontà di beneplacito. Mettersi dal lato di Dio sembra l'ultima perfezione dell'abbandono confidente.


L'esempio forse più eloquente di questa pratica la troviamo narrata nella vita di Taulero, celebre domenicano vissuto nel XIV secolo, il quale – nonostante la sua alta teologia e il suo acutissimo intelletto – pregò Dio per otto lunghi anni affinché gli mostrasse la via della verità. Un giorno, in cui questo desiderio era particolarmente intenso, udì una voce dal cielo che gli disse: «Esci e va' sui gradini della chiesa: vi troverai un uomo che ti insegnerà la via della verità». Taulero uscì e trovò sulla soglia della chiesa un mendicante con i piedi feriti, nudi e fangosi, coperto di vesti lerce e poverissime. Lo salutò dicendo: «Che Dio ti conceda una buona giornata». Il mendicante gli rispose: «Non mi ricordo di aver mai avuto una giornata cattiva». «Che Dio ti renda felice», riprese Taulero. E il povero: «Non sono mai stato infelice». «Dio ti benedica – riprese il teologo domenicano –,ma parla più chiaramente perché non capisco ciò che dici». «Lo farò volentieri», disse il povero. «Tu mi hai augurato una buona giornata e io ti hi risposto che non ricordo di averne mai avuta una cattiva; infatti, quando la fame mi tormenta, lodo Dio; se sento freddo, se grandina, nevica o piove, se il tempo è calmo o in tempesta, lodo Dio; quando sono nell'indigenza, lodo Dio; quando ricevo ingiurie e disprezzo, lodo ugualmente Dio. Di conseguenza, non ho mai avuto un giorno cattivo. Mi hai poi augurato una vita felice, e ti ho risposto che non sono mai stato infelice, e questo è vero, perché so vivere con Dio e sono certo che tutto ciò che fa è ottimo. Per questo qualunque cosa io riceva da Dio, o che Egli permette che riceva da altri, prosperità o avversità, dolcezza o amarezza, la considero come una vera fortuna e l'accetto con gioia dalla Sua mano. Del resto, sono ben deciso ad aderire solo alla Volontà di Dio, e ho talmente fuso la mia volontà con la Sua che tutto ciò che Egli vuole lo voglio anch'io. Di conseguenza non sono mai stato infelice». «Ma cosa diresti, ti prego, se Dio volesse gettarti in fondo all'abisso?». «Gettarmi in fondo all'abisso? Se Dio volesse giungere a questo, ho due braccia con cui Lo terrei strettamente abbracciato: col braccio sinistro, che è la vera umiltà, prenderei la Sua santissima umanità e mi attaccherei ad essa; con il braccio destro, che è l'amore, afferrerei la Sua divinità e la terrei ben stretta; così, se volesse precipitarmi all'inferno, dovrebbe venirci con me, ed io preferire essere all'inferno con Lui che in cielo senza di Lui». Il grande domenicano comprese allora che la vera umiltà unita al più filiale abbandono è la via maestra per andare a Dio. E proseguì chiedendo: «Da dove vieni?». «Vengo da Dio». «Dove L'hai trovato?». «Là dove ho lasciato le creature». «Dove risiede?». «Nei cuori puri e negli uomini di buona volontà». «Chi sei dunque?». «Sono un re». «Dov'è il tuo regno?». «Nell'anima mia, perché ho imparato a dominare i miei sensi esterni ed interni, in modo che tutti gli affetti e tutte le forze dell'anima mi siano sottomesse; e questa regalità – nessuno può dubitarne – vale più di tutte quelle della terra». «Che cosa ti ha fatto raggiungere questa sublime perfezione?». «Il silenzio, le mie profonde meditazioni e l'unione con Dio. Non ho potuto aver riposo alcuno in ciò che non è Lui; ed ora ho trovato il mio Dio e in Lui possiedo un perfetto riposo e una pace inalterabile». Taulero rimase ammirato da tanta divina sapienza nascosta in così umili spoglie, e comprese che la più alta perfezione, la vera regalità dell'uomo, consiste nel mettersi sempre, amorevolmente, dal lato di Dio.


Nei difficili tempi che viviamo, in cui i diritti di Dio vengono sistematicamente calpestati a favore dell'uomo, mettersi dal lato di Dio rappresenta una pratica di somma sapienza. «Come creature – scriveva il padre Faber –, ci troviamo al nostro vero luogo schierandoci dal lato di Dio, difendendo i Suoi interessi, proteggendo la Sua maestà, promuovendo la Sua gloria. In tal modo impegnati, troviamo la felicità nella più abbietta condizione sociale, e pace nella più triste sventura».


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