In carcere per difendere la vita. Intervistaa Mary Wagner

"Molti anni fa, avevo 23 anni, Gesù ha conquistato il mio cuore verso i bambini nel grembo delle loro madri che li hanno dimenticati e che gridano silenziosamente perché li ami in Gesù".

"Messa in latino" 4 aprile 2020

Il totale degli anni che ha trascorso in prigione è di sette. Addirittura risponde alla nostra intervista dal carcere, perché vuole diffondere in ogni istante, anche in quelli più difficili, la causa pro-life. Stiamo parlando di Mary Wagner, canadese convertitasi al Cattolicesimo ed alla battaglia per la vita poco più che ventenne.

Insieme ad un gruppo di altri amici eroici, offre rose rosse e mostra piccoli feti fuori dalle cliniche abortive.

Nonostante abbia ricevuto molte volte la prescrizione di non avvicinarsi più a tali strutture, Mary Wagner, appena fuori dal carcere, lo fa comunque.

Il suo è un apostolato che si basa sulla preghiera e che scaturisce dall'amore verso Cristo, presente nei bambini indifesi senza voce.

Parla con le donne intenzionate ad abortire, prega ed offre loro aiuto: «Un importante insegnamento della nostra fede, troppo poco apprezzato, è che abbiamo il dovere di rifiutarci di cooperare a leggi o direttive ingiuste», ci ha detto.

Non possiamo restare in silenzio, dobbiamo diffondere sempre più il Vangelo della Vita: se infatti non siamo noi cattolici ad alzarci in piedi, chi porrà mai fine al crimine dell'aborto?


In cosa consiste il suo apostolato per la vita?


Essenzialmente è preghiera e presenza. Preghiera perché Dio nel Suo amore fa venire in noi il desiderio di servirLo ed attende l'elevazione del mio, del nostro cuore e della nostra mente a Lui.

Molti anni fa, Gesù ha conquistato il mio cuore e la preghiera è vitale per me tanto quanto per chiunque sia consacrato a Dio.

La presenza, che non può essere separata dalla preghiera, è l'altra componente: deriva dal fatto che Gesù ha promesso di rimanere con noi fino alla fine dei tempi e la Sua presenza costante in mezzo a noi si manifesta in particolare nel Santissimo Sacramento e nel nostro prossimo, non importa quanto sia «penoso il travestimento» (Madre Teresa). Ci attende, ci ama ed è amato da noi. I bambini più piccoli di Dio, nel grembo delle loro madri che li hanno dimenticati, gridano silenziosamente, perché qualcuno sia con loro e li ami. Per la maggior parte di loro, è significativo questo versetto del Salmo 69, versetto 21: «Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati».


Il mio apostolato non riguarda la protesta contro l'aborto o la ricerca diretta di un modo per porvi fine, anche se questo lavoro è molto importante.

Si tratta di riconoscere la presenza di Gesù nel bambino (e nella madre ed in tutti coloro che incontriamo avvicinandoci ai più piccoli) e di rimanere con loro, con Gesù, quando Lui è più da solo.


A ciò segue di solito l'arresto da parte della Polizia, che comporta lunghi periodi di detenzione.

In carcere è nato un apostolato all'interno di un apostolato. Trascorro la maggior parte della giornata con molte altre donne, il che significa incontri, conversazioni, occasioni di preghiera insieme.

Poiché la maggior parte delle donne che incontro, di solito, mi dice che ha abortito, c'è la sfida ad aiutarle. Sento un grande bisogno di raggiungere queste donne che soffrono ed hanno bisogno di ricevere misericordia e di guarire.


Perché l'arrestano?


L'aborto è stato depenalizzato in Canada quasi cinquant'anni fa e dal 1988 non ha restrizioni.

È permesso per qualsiasi motivo ed in qualsiasi momento prima della nascita. Gli aborti sono praticati negli ospedali, ma anche in molte cliniche private, soprattutto nelle città.

Ogni volta che vado vicino ad una di queste strutture, io ed altri siamo passibili di arresto. Restare nel perimetro delle loro proprietà può comportare l'accusa criminale di «danno per interferenza ad operazioni legali/andamento dell'impresa».


Sono stata ripetutamente imputata di tale reato odioso, così come di violazione alla libertà vigilata, per aver sfidato l'ordine del tribunale di astenermi dall'andare vicino a questi luoghi di morte. Cerco di coinvolgere gli agenti di polizia, che vengono sul posto, quando li chiamano dalle cliniche abortive. Noi – io e quelli che come me hanno preso parte ad iniziative simili – vogliamo sfidare le forze dell'ordine, affinché riconoscano il loro ruolo nell'uccisione istituzionalizzata di bambini indifesi.


La prima volta che sono arrivata a Toronto, quando la polizia è intervenuta in seguito alla denuncia della clinica, gli agenti non mi hanno portata in prigione. Erano cattolici e contro l'aborto. Un agente mi ha detto che ha scelto di rispondere alla chiamata della clinica perché temeva che altri poliziotti non avrebbero capito cosa stavamo cercando di fare. Mi ha portato via due volte dall'edificio; la seconda volta abbiamo attraversato Toronto e mi ha portato in una chiesa cattolica che conosceva.


A chi si ispira?


A Joan Andrews Bell e Linda Gibbons, due donne americane arrestate varie volte per aver cercato di convincere le madri a non abortire: sono state le ispiratrici del movimento Red Rose Rescue, in cui i membri consegnano rose rosse e libri pro-life alle madri, che intendano abortire. Sono state per me dei modelli, modelli nell'amore per Cristo e per i suoi bambini più piccoli. Entrambe hanno attirato la mia attenzione sulla necessità di agire, tenendo conto che dei bambini vengono uccisi.


Madre Teresa mi ha ispirato molto, perché non si è concentrata sul problema da superare, ma sulla persona da amare. Santa Teresa di Lisieux mi ha insegnato tanto attraverso la «piccola via». Non credo che camminerei su questa strada senza le sue indicazioni e senza l'aiuto dal Cielo. Dio è stato paziente con me.


Quando ha capito che questa era la sua vocazione?


A 23 anni, Dio mi ha aiutata a riporre la mia fiducia in Lui in modi importanti, dimostrandomi che arrendersi a Lui, fiduciosa nella Sua bontà, è fondamentale per una relazione con Lui. Fu nell'anno successivo che i rudimenti della mia vocazione presero forma, anche se ci vollero molti più anni per capire. In un certo senso, la scoperta della vocazione continua.


Qual è il ruolo dei cattolici nella battaglia pro-life?


Come cattolici, ci è stato affidato il più grande tesoro. Quindi, abbiamo la grande responsabilità di vivere il Vangelo della vita: «A chi è stato dato molto, molto sarà chiesto». Ognuno di noi può prendere a cuore le parole di due santi: «Diventa chi sei» (san Giovanni Paolo II) e «Se tu sarai quello che dovrai essere, incendierai il mondo» di santa Caterina da Siena.


Per noi, la battaglia per la vita non è isolata perché fa parte della battaglia di cui Gesù Cristo è il vincitore. L'aborto è una terribile ingiustizia, ancora più orrenda perché diffusa. Tuttavia, è solo il risultato dell'ingiustizia primaria del non aver adorato Dio. Una volta che non adoriamo più il nostro Creatore, è facile disprezzare le altre creature, i nostri fratelli e sorelle.


L'aborto si verifica uno alla volta, ma è facilitato da molti, sia direttamente che con le omissioni.

Un importante insegnamento della nostra fede, troppo poco apprezzato, è che abbiamo il dovere di rifiutarci di cooperare a leggi o direttive ingiuste.

Credo che se ci fossero più persone che si rifiutassero di essere coinvolte in mali come l'aborto, meno bambini verrebbero uccisi, meno donne segnate. Non dobbiamo mai tacere … Il Vangelo della Vita è sempre la buona novella.


A cura di Chiara Chiessi,


Questa intervista, Mary Wagner l'ha rilasciata dal carcere, da cui entra ed esce da sette anni.

Sempre per lo stesso reato: farsi trovare all'esterno delle cliniche abortive e donare rose rosse e piccoli feti alle madri, che vi si stanno recando.

L'accusa rivoltale è quella di «danno per interferenza ad azioni legali».

Ma, come cattolici, «abbiamo la grande responsabilità di vivere il Vangelo della vita».


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