Domenica IV di Pasqua

C'è originariamente in tutti gli uomini una pluralità di vocazioni in risposta all'amore del Dio vivente cioè all'umanizzazione del Figlio del Padre nello Spirito Santo e tra queste la chiamata a progettare la vita nel sacerdozio, che celebriamo oggi


Nel Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua Gesù risorto, convenendo a Messa con il popolo e speriamo che questa libertà di culto non ci venga tolta, ci parla della porta e del pastore: "Chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Ma chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore", gode, anche tra tante sofferenze, cento volte tanto già in questa vita verso la meta del Paradiso oltre la morte. Poi, facendo l'applicazione di questa parabola, dice: "Io sono la porta delle pecore", e: "Io sono il buon pastore". Ma pastori non sono i genitori, non sono i preti? Ma prima di loro, a fondamento di loro c'è Lui il tutto nella pluralità di vocazioni. I germi di vocazione al sacerdozio diocesano, che oggi celebriamo, possono essere benissimo accompagnati dal desiderio di sposarsi e di formare una famiglia. Ma porta di ogni vocazione, di ogni risposta ad un amore vero, è Lui, la porta delle pecore, di noi. "Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo". Invece, chi entra in una scelta di vita senza passare per la porta, è un ladro e un brigante. Come dobbiamo interpretare questa definizione a fondamento di ogni vocazione all'amore suo in noi?

Nella prima lettura, vediamo che le persone che hanno ascoltato, congiungendo all'udire la disponibilità ad obbedire, il discorso di Pietro dopo la Pentecoste, si sentono trafiggere il cuore e domandano: "Che cosa dobbiamo fare?". Pietro risponde indicando la vocazione, il progetto di vita per tutti, fondamentale: "Pentitevi cioè cambiate mentalità e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione di tutti i peccati, fin da quello originale di Adamo ed Eva, cioè rinascete come figli nel Figlio di Dio che è Padre per opera dello Spirito Santo. Ecco la vocazione cristiana per tutti, il modo essenziale per passare attraverso la porta: essere battezzati, divenire fraternamente cristiani. Tutta la vita è una vocazione continua per quello che è avvenuto nel battesimo di acqua, una rinascita, e quindi assimilarsi a Lui prima di tutti e di tutto, anche con il battesimo di lacrime della Confessione per  peccati che possono continuamente accadere dopo il Battesimo di acqua, nonostante tutto l'impegno.

Nella seconda lettura Pietro ci dice "Cristo ci ha lasciato per la vocazione di tutti un esempio, perché ne seguiamo le orme. Questo è un altro commento alla definizione di Cristo come "porta" per tutti e per tutto. Si tratta di ascoltare ogni giorno Lui che ci parla e almeno la domenica riceverlo nella sua presenza sacramentale dell'Eucarestia. E quindi Pietro dice per amare fino al perdono con il dono del suo amore occorre sopportare con pazienza la sofferenza che non può mancare ogni giorno, senza mai rispondere alla violenza con la violenza, al male con il male, ma puntando a vivere come Gesù: "Egli non commise peccato e non si trovò inganno nella sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta, non escludeva nessuno, anche escluso, rimettendo tutto al Padre che giudica con giustizia. Arrivò ad amarci senza misura portando i nostri peccati sul legno della croce e risorto attualizzando sacramentalmente quello che è avvenuto, una volta per sempre sul calvario attraverso l'esercizio della vocazione sacerdotale di agire nella persona di Lui nella Messa e in tutti i sacramenti. E qui ci sono diverse modalità di rendere visibile nella Chiesa Lui come porta. Due soprattutto: il modo verginale di tante vocazioni di consacrazione che pure oggi ricordiamo, quella del celibato sacerdotale, quella di sposarsi e formare una famiglia.

A questo punto vorrei in modo narrativo descrivervi la mia vocazione sacerdotale come la memorizzo a 85 anni accentuando più la parte positiva che i limiti.

Avevo 6 anni e già ero chierichetto: non dimentico quel giovedì santo. Il sacerdote, nella liturgia di allora, consacrava due particole grandi. Una la consumava il giovedì e un'altra la deponeva nel calice per il venerdì, davanti alla quale tutta l'adorazione eucaristica. Deposta nel calice lo copriva con il velo. Bisognava legarlo e aveva bisogno di aiuto. Voltandosi verso destra mi invita a salire sull'altare accanto a lui. Ricordo ancora la commozione di trovarmi così vicino alla presenza sacramentale di Gesù. Ci ho pensato tutto l'anno, andando ogni mattina a servire la Messa. Nell'anno successivo mi sono preparato a destra per rivivere. Ma don Armando Scattolini, il mio parroco, invece di voltarsi a destra, si voltò a sinistra e diede questo dono ad un altro. Andai a casa piangendo e mia mamma:  ma se vuoi garantire questa possibilità chiedi alla Madonna di diventare prete. Questo fatto, così forte sentimentalmente non l'ho più dimenticato, fino a riemergere interiormente a livello personale, anchenegli studi teologici.

Ma adolescente, in seminario, ritornando in parrocchia con tanti giovani, si è presentata l'alternativa tra il celibato per la vocazione sacerdotale e la prospettiva matrimoniale. E qui l'entusiasmo per l'incontro liturgico con Lui, il canto fino all'amicizia con Padre Pelagio Visentin della Abbazia benedettina di Praglia e quindi la porta monastica. Ho passato settimane di liturgia con i monaci benedettini. Ma la gioia che provavo in parrocchia con i giovani amando tutti e tutte senza preferenze mi portava al sacerdozio diocesano. Constatavo che quando mi lasciavo prendere dal preferire qualcuna non constatavo più la gioia che esperimentavo nell'essere per tutti senza particolarità, soprattutto per i bambini nella catechesi e nel gioco, per i poveri, per gli ammalati ed ero entusiasta della felicità di don Giuseppe, il curato, che viveva felice il suo celibato. Ho esperimentato anche nel cedere alla simpatia e all'affetto di Maria, con lettere. Ma la gioia di essere la porta di Cristo senza preferenze particolari mi ha dato anche la forza di superare l'alternativa. Il momento pubblico era la vestizione clericale: la Chiesa piena di giovani, il parroco ti levava la giacca e la buttava via, vestendo la veste. Ma è stata una celebrazione più grande di quella di un matrimonio, anche se pure una vocazione, una porta attraverso cui passa Cristo. E oggi, vicino alla meta ultraterrena, dico grazie per i trenta sacerdoti che ho accompagnato nei sessant'anni di sacerdozio e due ancora in teologia che naturalmente  posso seguire solo spiritualmente dalla Casa di riposo.

Sentendo la scarsità di sacerdoti, parroci di più parrocchie, prego tanto perché i giovani possano esperimentare il di più della porta celibataria del sacerdozio, pur con tutte le difficoltà, le debolezze. Non c'è solo il bisogno che aspetta ma anche la gioia personale, il molto di più di chi esperimenta questo modo di amare, molto di più per la Chiesa e anche per chi si sposa. Quanti fidanzati, sposi, famiglie ho potuto aiutare con la vocazione celibataria al sacerdozio ministeriale.

Certo la maternità di Maria è veramente la mediatrice.

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