Livatino sarà beato, esempio di fede contro le mafie

Il 9 maggio sarà beatificato Rosario Angelo Livatino, giovane magistrato brutalmente ucciso da Cosa Nostra il 21 settembre 1990. Ancora dopo il suo martirio, le mafie provano ancora ad impossessarsi della devozione popolare, come gli "inchini" nelle processioni, per legittimarsi. Ma le condanne degli ultimi tre pontefici sono chiarissime

Nico Spuntoni, da "La Nuova Bussola", 23 Marzo 2021

Il prossimo 9 maggio sarà beatificato ad Agrigento il Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, giovane magistrato brutalmente ucciso dai sicari di Cosa Nostra il 21 settembre 1990. La firma ad un ordine di sequestro di beni appartenenti alle cosche gli costò la vita a soli 38 anni lungo la strada statale 640.

 

Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto che riconosce il martirio, in odio alla fede, del 'giudice ragazzino', dando un segnale importante di come l'impegno civile possa essere una via percorribile della santità. La data ed il luogo scelti per la beatificazione non sono casuali: Agrigento, dove Livatino era sostituto procuratore, fu anche il luogo del famoso "convertitevi" di San Giovanni Paolo II ai mafiosi pronunciato proprio il 9 maggio 1993. Da allora la Chiesa ha continuato a percorrere la strada della lotta alla mafia senza ambiguità, perché - come disse Benedetto XVI in un'omelia a Palermo nel 2010 - "la mafia è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo". Quello stesso Vangelo che il magistrato di Canicattì teneva nel cassetto della sua scrivania con sopra il Rosario.

 

In questi 31 anni dalla morte del futuro Beato non si sono estinti gli episodi di 'inchini' davanti alle case dei boss durante le processioni religiose. Atti di prepotenza blasfema a cui la criminalità organizzata fa ricorso per rappresentare in pubblico un fantomatico status di superiorità nella comunità d'appartenenza e che bene ha inquadrato Papa Francesco ricordando che "i gesti esteriori di religiosità non bastano per accreditare come credenti quanti con la cattiveria e l'arroganza tipica dei malavitosi, fanno dell'illegalità il loro stile di vita". Il Santo Padre ha tirato giù la maschera ai malavitosi affezionati agli 'inchini', spiegando loro che "i gesti esteriori di religiosità non accompagnati da vera e pubblica conversione non bastano per considerarsi in comunione con Cristo e la sua Chiesa". Sappiamo, infatti, che il Codice di diritto canonico stabilisce il mancato accesso alla Sacra Comunione a coloro i quali ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto. E' il caso dei mafiosi la cui affiliazione criminale è pubblica e pubblica deve quindi essere anche la dichiarazione del proprio pentimento per tornare in comunione con la Chiesa.

 

I cosiddetti uomini d'onore da sempre attingono alla religiosità popolare per autolegittimarsi agli occhi delle loro vittime, dirette o indirette che siano. Indirette perché il giogo della malavita non grava soltanto sui malcapitati che finiscono nelle grinfie delle attività illecite delle cosche, ma anche su coloro i quali - sia pur non vessati sulla propria pelle - si ritrovano oltraggiato il nome della comunità d'appartenenza. Tra di loro ci sono anche quei parroci costretti tante volte a fare da spettatori inermi ad ignobili teatrini come quelli degli 'inchini' davanti alle case dei boss. Qualcosa è sicuramente cambiato negli ultimi anni: le parole ed i gesti antimafia degli ultimi tre Pontefici hanno segnato una linea di demarcazione talmente netta da non lasciare alibi ai malavitosi che amano strumentalizzare il patrimonio simbolico della fede.

 

Le condanne di San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno funzionato da deterrente sociale nelle aree più a rischio, finendo per irritare i clan che, talvolta, se la sono presa con i pastori che hanno osato alzare la testa contro la loro prepotenza. In un piccolo centro calabrese, ad esempio, la casa di un priore è stata presa a revolverate a seguito della sua decisione di far estrarre a sorte il nome dei paesani che avrebbero dovuto portare a spalla la statua della Madonna durante una processione locale, togliendo agli affiliati la possibilità di esercitare un privilegio che davano per scontato. Queste manifestazioni di religiosità popolare sono un patrimonio prezioso per la Chiesa a cui sarebbe ingiusto dover rinunciare a causa di "interessi meschini".

 

La partecipazione dei fedeli alle processioni e alle altre espressioni di pietà popolare dovrebbe aiutare a sviluppare quel senso di fratellanza di cui il crimine organizzato è il principale nemico. Esempi di fede come quello del futuro Beato Livatino esortano ad impegnarsi sulla strada della purificazione della devozione popolare estirpando le odiose infiltrazioni mafiose attraverso un'opera incessante di nuova evangelizzazione. Lo dobbiamo alla memoria del giovane magistrato ucciso a 38 anni da chi pretende ancora oggi di calpestare il diritto più sacro dell'uomo, quello alla vita.

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