Per mezzo di questi tre, Maria, Giuseppe, Gesù, il mondo è salvato

"Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa oggi ha bisogno di padri" (Patris Corde)

Cristina Siccardi, da "Corrispondenza Romana" 4 Marzo 2021

 

(Cristina Siccardi) Nella lettera apostolica Patris Corde, stilata in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di san Giuseppe quale patrono della Chiesa Universale, papa Francesco scrive: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. È sempre attuale l'ammonizione rivolta da San Paolo ai Corinzi: "Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri" (1 Cor 4,15); e ogni sacerdote o vescovo dovrebbe poter aggiungere come l'Apostolo: "Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo" (ibid.). E ai Galati dice: "Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!" (4,19)».

 

I figli sono spesso orfani di padre perché le istanze perlopiù di matrice femminista hanno creato una tragica distorsione dell'essere madre e, dunque, dell'essere padre, minando il concetto di famiglia nella sua essenza naturale. Anche la Chiesa è stata minata dalla rivoluzione femminista e, come tutte le rivoluzioni, porta con sé distruzione e macerie. Siamo una società spesso orfana di padri, è vero, e ne osserviamo tutti gli effetti sulle nuove e smarrite generazioni; ma non vorremmo rimanere neppure orfani dell'autorità che custodisce e difende la Fede, il Vicario di Cristo. San Giuseppe, dichiarato patrono della Chiesa dal beato Pio IX l'8 dicembre 1870, è modello per tutti i padri cristiani, è il pater familias per eccellenza: paternità autorevole, protettiva, stabile, sicura, sapiente. San Giovanni Crisostomo afferma che san Giuseppe, da quando accolse la sposa Maria «divenne ministro di tutta l'economia [del mistero]» (Matthaeum, 5, 3: PG 57, 57-58). San Girolamo sostiene che «rimase vergine colui che meritò di essere chiamato padre del Signore» (Adversus Helvidium, 19: PL 23,213). Sant'Agostino, invece, dichiara con convinzione: «Giuseppe è sposo (maritus) di Maria, sua coniuge non per l'amplesso carnale, ma per l'affetto (non concubitu, sed affectu); non per l'unione dei corpi, ma – ciò che vale di più (quod est charius) – per la comunione degli animi (copulatione animorum)» (Contra Faustum, 23, 8: PL 42, 470; cf. Contra lulianum, 5, 12: PL 44, 810); inoltre: «Come Maria era castamente coniuge, così Giuseppe era castamente marito; e come Maria era castamente madre, così Giuseppe era castamente padre… Perché padre? Perché tanto più vero padre, quanto più casto padre (tanto firmius pater, quanto castius pater). Il Signore non viene, dunque, dal seme di Giuseppe, anche se così era creduto; e, tuttavia, alla pietà e alla carità (pietati et charitati) di Giuseppe è nato dalla Vergine Maria un figlio, il quale è anche Figlio di Dio» (Sermo 51, 16.20: PL 38, 348.351; cf. De consensu Evang., 2,1: PL 34, 1071, s.).

 

Walafrido Strabone associa Giuseppe, Maria e Gesù: «I pastori trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino: per mezzo di questi tre il mondo fu salvato» (Lucam 2,16: PL 114, 896). A san Bernardo si deve il paragone fra il Giuseppe dell'Antico Testamento e Giuseppe di Nazaret, usato dal Breviarium Romanum come lettura del secondo notturno per la festa del 19 marzo (Homilia II super Missus est: PL 183, 69s.). San Tommaso pose i capisaldi della teologia giuseppina: il primo riguarda il matrimonio vero e perfetto fra Giuseppe e Maria, quanto all'essenza e prima perfezione, non però quanto all'uso (Summa Theologiae, III, q. 29, a.2; IV Sent., dist. 30, q. 2, a.2); il secondo tratta la verginità perfetta conservata da Giuseppe per tutta la sua esistenza (Ad Gal., c. 1, lect. 5; Super Mt. 12, 46 s.; Super Io., c. 2, lect. 3; cf. Summa Theologiae, III, q. 28, a.3 ad 5); il terzo verte sul voto di verginità sia in Maria che in Giuseppe, condizionato prima del matrimonio, assoluto dopo (IV Sent., dist. 30, q. 2, a. 1; Summa Theologiae, III, q. 28, a. 4 in c. et ad 1 et 3).

 

Ulteriori sviluppi teologici si devono alla scuola francescana: da san Bonaventura a san Bernardino da Siena, attraverso Pier di Giovanni Olivi, Ubertino da Casale e Bartolomeo da Pisa. Ma non dimentichiamo l'opera di santa Teresa d'Avila (+ 1582), che «onorò con una incredibile devozione l'esimia dignità di san Giuseppe, ne predicò il patrocinio, ne promosse il culto», come ebbe a dire papa Leone XIII, intitolando al «glorioso padre» il suo primo monastero di Avila (1562) e poi altri dieci, che divennero centri di irraggiamento di devozione a colui che, uomo giusto e puro, discendente di Re Davide, ebbe l'onore della patria potestà in terra di Gesù: Medina del Campo (1567), Magalón (1568), Toledo (1569), Salamanca (1570), Segovia (1574), Beas de Segura (1575), Siviglia (1575), Caravaca (1576), Palencia (1580), Burgos (1582). Sosteneva la riformatrice del Carmelo: «Qualunque grazia si domanda a San Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada» e lei ne ebbe dimostrazioni innumerevoli volte.

 

 

Padre Maria Giovanni Giuseppe Lataste, domenicano della Provincia francese, morto il 10 marzo 1869, offrì la propria vita per ottenere che san Giuseppe fosse dichiarato patrono della Chiesa universale e che il suo nome fosse inserito nel Canone, come sta scritto nella Vita del Reverendissimo FR, Alessandro Vincenzo Jandel (V, 4), Maestro generale dell'Ordine, scritta da padre Giacinto Maria Cormier OP. Lo rivelò Pio IX allo stesso padre Jandel, che gli aveva consegnato la lettera dove padre Lataste confessava al Pontefice il suo proposito. Aggiunse papa Mastai Ferretti: «Noi abbiamo ricevuto più di 500 lettere, nelle quali ci domandavamo di dichiarare S. Giuseppe Patrono della Chiesa; ma P. Lataste soltanto ha offerto la sua vita».

 

La devozione alla Madonna da parte del beato Pio IX, devozione che trovò la sua massima espressione nella definizione dell'Immacolata dell'8 dicembre 1854, non doveva essere disgiunta da quella verso san Giuseppe, testimoniata dalla presenza della figura di san Giuseppe nel grandioso affresco della Sala dell'Immacolata, realizzato da Francesco Podesti, dove il santo è posto accanto a Gesù immediatamente prima di san Pietro; inoltre, nell'allocuzione concistoriale Maxima quidem (9 giugno 1862), Pio IX invocò per la prima volta san Giuseppe davanti ai nomi degli apostoli Pietro e Paolo. Mentre nel discorso del 29 giugno 1867 dichiarò: «Maria e Giuseppe sono usciti dal cuore degli uomini e fino a quando non vi avranno ripreso il potere che vi esercitavano, il mondo non sarà salvato. Ma io spero bene per gli anni futuri. San Giuseppe è meglio conosciuto, più amato, più onorato; egli ci salverà».

 

Come si possono conciliare le rivendicazioni femministe dentro la Chiesa? È impossibile, perché la Chiesa è un'istituzione terrena e soprannaturale che deve rispecchiare la Sposa mistica di Cristo, dove la stabilità non può essere minata: Maria ne è Madre e san Giuseppe ne è Padre. Modello di riferimento delle religiose femministe non è, quindi, la Sacra Famiglia, bensì le donne delle fedi protestanti, come ha fatto in questi giorni suor Nathalie Becquart nominata, per la prima volta, sottosegretaria al Sinodo con diritto di voto, che ha dichiarato: «Una chiamata per tutte le donne. Il Papa ha ascoltato la voce di chi chiede una maggiore presenza femminile» e ha aggiunto: «È molto importante arrivare ad un cambiamento di mentalità. È una vera sfida ed è ancora in corso perché veniamo da un'esperienza di impronta patriarcale».

 

La suora francese, missionaria saveriana, pensa che con la sua nomina il Pontefice abbia voluto «ascoltare le voci e i desideri di chi chiede una maggiore presenza delle donne nella Chiesa a tutti i livelli. Credo che questo rientri pure nella visione ecclesiologica del Papa che tiene conto dell'importanza del Sensus fidei del popolo di Dio. Ecco, sì, penso che la mia nomina possa essere letta come un voler includere la considerazione del Sensus fidei nelle strutture», ma conosce suor Becquart cosa significa Sensus fidei? Oppure ne stravolge il significato come avviene spesso nel linguaggio neomodernista e come accade, anche, nell'interpretazione dei santi, compreso san Giuseppe, patrono della Chiesa?

 

Il Sensus fidei è un dono che riceve il battezzato, rendendo il figlio di Dio capace di essere cosciente della Fede che è stata trasmessa di generazione in generazione nella Chiesa con i suoi patriarcali – secondo l'ordine divino (che bellezza!) – pastori e proprio grazie a questa grazia dello Spirito Santo è in grado di avvertire quando i principi dottrinali vengono minacciati, perciò, quando vediamo, per esempio, che il Papa dà ascolto alle pretese femministe il Sensus fidei di molti battezzati e battezzate entra in allarme. Ma il patrono della Chiesa, come sempre, non verrà meno agli orfani oranti.

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