Rivista Liturgia culmrn et fons - 2025,n 4
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Rivista Liturgia culmen et fons - 2025, n. 4
Et Verbum caro factum est
et habitavit in nobis
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Riflessione sulle solennità natalizie
Don Enrico Finotti
Le solennità natalizie, con la ricchezza simbolica dei loro riti, esercitano sempre un singolare fascino nei fedeli che ancora conservano la fede dei padri e non sono del tutto asserviti a quel natale mondano, che è ormai inquinato da costumi pagani e da sentimenti fiabeschi in un superficiale ed effimero sentimentalismo buonista e festaiolo.
E' opportuno allora riflettere ancora sui grandi misteri della nostra Fede, che stanno alla base dell'evento salvifico cristiano, e riconsiderare con sempre maggior attenzione e profondità i contenuti soprannaturali, sottesi alla ricchezza dei venerandi e antichi riti liturgici che li trasmettono.
Due possono essere le prospettive da cui guardare alle feste liturgiche: la catechesi precedente alla loro celebrazione, che prepara le menti e gli animi ad un'accoglienza consapevole e ben formata dei riti natalizi; e la catechesi successiva alla loro celebrazione, che offre elementi ancor più abbondanti di riflessione con quella maggior intelligenza, che deriva dall'esperienza viva e diretta dei riti già celebrati.
Il presente numero della Rivista offre le due possibilità: lo sguardo prolettico, che anticipa la comprensione del mistero, preparandolo nel tempo antecedente alla sua celebrazione; e lo sguardo mistagogico, che riflette sul mistero dopo la sua celebrazione.
La riflessione, postuma alla celebrazione, si chiama, secondo la tradizione liturgica classica, mistagogia: si tratta di approfondire il mistero, ripensando all'impressione che la celebrazione liturgica ha lasciato nelle nostre menti e alimentati da quella grazia che il mistero, già celebrato, ha prodotto nei nostri cuori.
Il criterio mistagogico definisce la posizione dell'omelia nella Messa: dopo l'annunzio diretto della Parola di Dio, che già illumina con luce immediata la mente dei fedeli, interviene la sua spiegazione, che fissa e precisa il contenuto di fede in modo che, per la virtù dello Spirito Santo, produca il maggior frutto spirituale nell'anima dei credenti. Al contempo l'omelia predispone alla successiva celebrazione sacramentale, alludendo ai simboli, ai gesti e alle preci, che rivestono il mistero della grazia e che la liturgia celebra sub specie sacramenti. Si nota allora il duplice valore dell'omelia: da un lato segue all'azione sacra e dall'altro la prepara.
I due tempi, che rispettivamente precedono e seguono la grande solennità, si ispirano a questa metodologia: il tempo di Avvento istruisce le menti dei fedeli per celebrare con frutto i misteri natalizi; il tempo di Natale riprende i medesimi misteri, introducendo i fedeli nei recessi più profondi dei simboli e dei riti sacri, sostenuti da quella grazia, che essi hanno ricevuto nelle avvenute celebrazioni liturgiche.
Modello ideale di questo procedimento catechetico/mistagogico è il ciclo pasquale: nella Quaresima vi è la catechesi preparatoria e nel Tempo pasquale quella mistagogica.
Ed ecco che questa riflessione si pone al servizio dei due versanti: letta prima delle feste natalizie, le prepara; ripresa dopo di esse, le approfondisce secondo il criterio mistagogico.
I Il dogma dell'Incarnazione:
Deus est ex substantia Patris ante saecula genitus;
et homo est ex substantia Matris in saecula natus
Il complesso delle solennità natalizie concorre a celebrare un unico fondamentale mistero: l'Incarnazione del Verbo eterno. Le varie feste evidenziano certamente aspetti diversi, ma in tutte vi è la contemplazione dell'unico grande evento dell'Incarnazione.
Ebbene tale mistero è contenuto nell'asserto centrale del Prologo del vangelo di san Giovanni, quando si dice: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis (Gv 1, 14).
Possiamo osservare che questa frase rappresenta il ritornello (leitmotiv) costante dell'intera liturgia natalizia. La Chiesa lo ripete continuamente in ogni snodo dell'Ufficio divino e lo pone sul candelabro più alto del complesso liturgico del tempo sacro: il canto del Prologo nel vangelo della terza Messa di Natale (Missa in die).
Ed è intorno a questo versetto strategico, per così dire, che vogliamo impostare la nostra riflessione e considerare come da questo scaturiscano, sia i contenuti del dogma della fede, sia la tipologia singolare dei riti della liturgia natalizia.
Per comprendere l'importanza assoluta e primaria dell'Incarnazione del Verbo basterebbero queste illuminate parole del card. Giuseppe Siri:
«L'unico fatto vero, che fa eccezione su tutta la storia umana, l'unico, che la domina e la dominerà, è il fatto dell'Incarnazione del Figlio di Dio, che cioè il Verbo si sia fatto uomo. Gli altri fatti rientrano nei corsi e nei ricorsi soliti della storia […] L'unico fatto vero è questo».
«E' il momento più grande di tutta la storia umana, perché il centro della storia umana sta a Nazareth, dove è avvenuta l'Incarnazione del Figlio di Dio. Il rimanente, grandissimo, è conseguenza e applicazione di questo primo gesto divino ed umano insieme».
Per conservare nella sua purezza e integrità la dottrina sull'Incarnazione del Verbo è necessario accogliere e rispettare i termini teologici che la Chiesa ha elaborato nei secoli sotto la mozione infallibile dello Spirito Santo. Se si altera il linguaggio si smarrisce inevitabilmente il significato vero e pieno del mistero contenuto. I termini precisi, consacrati dal magistero della Chiesa, sono dunque necessari per capire e per trasmettere il dogma stesso della fede rivelata. Tra contenuto ed espressione linguistica del medesimo corre un rapporto delicatissimo, che implica una fedeltà indissolubile, soprattutto riguardo a quei termini che la Chiesa ha elaborato con analisi profonde e ricerche secolari e che ormai fanno parte della formulazione stessa dei grandi dogmi della fede.
Il dogma dell'Incarnazione, quindi, esige la recezione di termini tecnici ormai consacrati definitivamente dai primi quattro Concili ecumenici (Nicea – 325; Costantinopoli – 381; Efeso – 431; Calcedonia - 451), che fanno parte del tessuto stesso nel quale è compreso e manifestato il mistero dell'Incarnazione.
Ed ecco il mistero secondo la definizione dogmatica del Concilio di Calcedonia (451), che conclude sostanzialmente la definizione del dogma cristologico:
«Seguendo i santi padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, (composto) di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato (Eb 4, 15), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità».
L'antico Credo detto Atanasiano proclama con mirabile sintesi:
La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo. E' Dio perché generato dalla sostanza del Padre fin dall'eternità; è uomo, perché nato nel tempo dalla sostanza della Madre (Deus est ex substantia Patris ante saecula genitus; et homo est ex substantia Matris in saecula natus). Uguale al Padre nella divinità, inferiore al Padre nell'umanità. E tuttavia, benché sia Dio e uomo, non è duplice ma è un solo Cristo. Totalmente uno, non per confusione di sostanze, ma per l'unità della persona.
Si parla allora di un'unica Persona divina, la seconda Persona della santissima Trinità, e di due Nature, integre e distinte: la natura divina e la natura umana.
«Ma ora noi […] predichiamo [ai fedeli], riassumendolo molto brevemente, che essi devono riconoscere che le indivisibili peculiarità delle due nature nell'unica persona di Cristo, Figlio di Dio, come permangono indivise e inseparabili, così inconfuse e immutabili, l'una della divinità, l'altra dell'uomo, l'una nella quale egli è stato generato da Dio Padre, l'altra nella quale egli è stato generato da Maria Vergine. Ambedue le generazioni sono complete, ambedue perfette; egli non ha nulla di meno dalla divinità, non prende nulla di imperfetto dall'umanità; non è diviso per la duplicità delle nature, non duplicato nella persona, ma, come Dio completo e uomo completo senza alcun peccato, è nella singolarità della persona l'unico Cristo.
Sussistendo come unico dunque nelle due nature, rifulge dei segni della divinità e soggiace alle sofferenze dell'umanità. Non fu infatti generato uno dal Padre, uno dalla madre, sebbene tuttavia sia nato diversamente dal Padre che dalla madre: tuttavia egli nelle due forme di natura non è diviso, ma unico e medesimo, Figlio sia di Dio che dell'uomo […]
Perciò se qualcuno a Gesù Cristo, Figlio di Dio, che nacque dal seno della Vergine Maria o toglie dalla divinità o sottrae dall'umanità qualcosa, eccetto solo la legge del peccato, e non crede sinceramente che egli esiste come vero Dio e perfetto uomo in una sola persona, sia colpito dall'anatema».
Occorre inoltre recepire quella che la teologia chiama communicatio idiomatum, ossia il fatto che le azioni compiute dal Figlio di Dio secondo la sua natura divina e quelle compiute secondo la natura umana sono azioni proprie dell'unica Persona divina del Verbo incarnato in modo che ciò che è divino è compiuto dal Dio-Uomo e ciò che è umano è compiuto dall'Uomo-Dio.
Possiamo così affermare che veramente Dio si è incarnato, ha sofferto ed è morto e al contempo che veramente l'Uomo è risorto, è salito al cielo e siede alla destra del Padre.
«Egli stesso vive, sebbene muoia, e muore, sebbene viva; egli stesso è non soggetto a soffrire pur soffrendo, non soggiacendo alla sofferenza, né soccombendo (ad essa) nella divinità, né si sottrae alla sofferenza nell'umanità; in base alla natura della divinità ha di non poter morire, in base alla sostanza dell'umanità ha sia di non voler morire come di poter morire; in base all'una condizione è ritenuto immortale, in base all'altra, quella dei mortali, si dissolve; ha nell'eterna volontà della divinità di usare dell'uomo assunto; ha nella volontà dell'uomo assunto che la volontà umana sia soggetta a Dio. Onde egli stesso dice al Padre: "Padre, non avvenga la mia, ma la tua volontà" (Lc 22, 42), e mostra così che l'una è la volontà di Dio, in forza della quale l'uomo è stato assunto, l'altra quella dell'uomo, con la quale si deve obbedire a Dio».
«E' un unico e un solo Dio, figlio di Dio in due nature, ma nella singolarità di una sola persona; impassibile e immortale nella divinità, tuttavia patì per noi e per la nostra salvezza nell'umanità, con vera passione della carne, e fu sepolto, e risuscitò dai morti il terzo giorno con vera risurrezione della carne; e a conferma di questa mangiò con i discepoli, non per bisogno di cibo, ma come atto di volontà e di potenza; il quarantesimo giorno dopo la risurrezione ascese al cielo con la carne, nella quale era risorto, e con l'anima e siede ora alla destra del Padre; di là il decimo giorno mandò lo Spirito Santo e di là, così come ascese, di nuovo verrà per giudicare i vivi e i morti, e darà a ciascuno secondo le sue opere».
Il mistero dell'Incarnazione è protetto e rettamente compreso dai dogmi mariani della divina Maternità di Maria e della sua perpetua Verginità.
Come cantare le tue lodi, santa Vergine Maria?
Oggi in te si compie la parola dei Profeti.
Tu, vergine hai concepito senza seme,
vergine hai partorito senza dolore,
e, inviolata, rimani vergine per sempre.
Gloria a te, Madre di Dio!
Dopo queste considerazioni si vede quanto sia denso il versetto del Prologo di san Giovanni: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, che contiene in nuce tutta la sostanza e la complessità del mistero dell'Incarnazione e come esso sia la fonte inesauribile da cui scaturisce la perenne e secolare riflessione teologica della Chiesa.
II Le tre Messe del Natale:
dal secundum carnem della Missa in nocte, al Verbum caro factum est della Missa in die
Il versetto del Prologo et Verbum caro factum est et habitavit in nobis (Gv 1, 14) genera non solo la teologia relativa all'Incarnazione (come abbiamo visto sopra), ma anche la liturgia che celebra il mistero nel complesso delle solennità natalizie.
Consideriamo innanzitutto lo sviluppo rituale e il contenuto misterico delle tre Messe del santo Natale. E' un'antica tradizione che a Natale ogni sacerdote abbia la facoltà di celebrare tre volte il divin Sacrificio in tre momenti ben determinati. Tale uso ha radici storiche nella tradizione liturgica natalizia romana.
Nell'Urbe il Papa con i suoi ministri e l'intero popolo romano si recava in luoghi diversi per celebrare in ore diverse il mistero del Natale del Signore, considerato sotto aspetti diversi.
Ed ecco che nel cuore della notte santa (a mezzanotte) il Papa celebrava la prima Messa di Natale ad praesepe, ossia nella basilica di santa Maria Maggiore, detta appunto santcta Maria ad praesepe, in quanto sotto l'altare maggiore custodiva le insigni reliquie della culla in cui fu deposto il Signore. Celebrando in prossimità di questa reliquia tanto venerata, si voleva imitare ciò che avveniva in Betlemme, dove i cristiani potevano veramente celebrare nella santa grotta. Era una statio notturna, che realizzava in qualche modo ciò che canta il salmo: «Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode» (Sal 118, 62), oppure si voleva rivivere ciò che si legge nel libro del Siracide: «Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale» (Sap 18, 14-15). E' la Missa in nocte (Messa della notte).
Verso l'alba il corteo papale raggiungeva le pendici del colle Palatino, dove stava ancora il palazzo imperiale dell'imperatore bizantino, e nella basilica di santa Anastasia, in omaggio all'autorità imperiale, celebrava una seconda Messa in onore della Santa, che in quel giorno aveva il suo dies natalis: è la seconda Messa natalizia, che sarà chiamata Missa in aurora (Messa dell'aurora).
Infine il Papa raggiungeva nella mattinata la basilica vaticana, dove celebrava con la più grande solennità il Natale del Signore: è la Missa in die (Messa del giorno).
Se storicamente queste furono le cause dell'insorgere delle tre Messe natalizie, la diffusione di tale costume in tutto l'Orbe cristiano, ha portato a conferire ad esse un significato mistico e ad interpretarle come una legittima drammatizzazione dell'evento nel modo stesso descritto dai Vangeli. Per di più il criterio della drammatizzazione liturgica già veniva spontaneo nei luoghi santi della Palestina, dove i cristiani potevano realmente celebrare nei medesimi siti dove si compirono gli eventi salvifici. In questa singolare prospettiva, le tre Messe di Natale intendevano celebrare fasi successive del racconto evangelico, proclamando le varie pericopi in relazione ai luoghi o alle ore della celebrazione.
Ed è in questo modo che nella liturgia vigente:
nella Messa in nocte si legge il vangelo della nascita del Signore con l'annunzio e il canto adorante degli Angeli;
nella Messa in aurora si legge il vangelo della visita e dell'adorazione dei pastori, avvenuta appunto dopo che gli Angeli si sono ritirati e verso il mattino;
nella Messa in die si canta il vangelo del Prologo di san Giovanni, che contempla il mistero del Verbo incarnato nella sublime luce del mistero ineffabile.
La Chiesa passa così da un uso storico, proprio di Roma, ad una liturgia drammatizzata secondo l'uso di Betlemme, che poteva conferire al Natale una ricchezza simbolica molto elevata e pastoralmente incisiva.
Possiamo allora intendere la liturgia natalizia come un itinerario stazionale, che mobilita idealmente il popolo cristiano in un pellegrinaggio in tre successive statio: dalla mezzanotte santa, alla mistica aurora, al vertice luminoso nel fulgido giorno del Natale.
In ogni statio la Chiesa si pone in comunione spirituale con gli stessi protagonisti dei vangeli, che guidano il cammino verso le profondità del mistero: nella notte santa la Chiesa adora il Verbo incarnato unendosi al canto degli Angeli: Gloria in excelsis; all'aurora si prostra davanti al Bambino divino imitando gli umili pastori; in pieno giorno alza lo sguardo e, guidata dall'aquila mistica, l'evangelista Giovanni, fissa il Sole divino fino alle altezze dei cieli, dai quali è disceso il Verbo eterno del Padre. Ed ecco che gli Angeli, i pastori e il grande Teologo, attualizzano nel mistero dei riti liturgici il loro ruolo di guida dei fratelli nella manifestazione sempre più piena dell'ineffabile Dono celeste.
Come si può costatare il versetto et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, cantato nel Prologo di san Giovanni nella terza Missa in die, rappresenta il vertice e il compimento dell'itinerario natalizio delle tre Messe, tappe di un cammino ideale in ore successive, che dall'umiltà della carne (secundum carnem), contemplata nel presepe nella notte santa, giunge all'estasi del mistero mirato, per così dire, nelle altezza celesti e nel fulgore della gloria divina.
I due termini essenziali e indivisibili del mistero dell'Incarnazione - vero Dio e vero Uomo - sono adeguatamente manifestati dagli eventi natalizi: l'umiltà del Bambino nel presepio e l'adorazione degli umili pastori attestano la verità della Natura umana; il canto degli Angeli e il Prologo di san Giovanni attestano la verità della Natura divina.
Ebbene questo intreccio mirabile, indissolubile e ben distinto, nella Persona divina del Dio-Uomo, celebrato nella solennità dei riti natalizi, è già tutto contenuto in nuce nel versetto: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis.
III I quattro riti singolari della liturgia natalizia
Dopo l'analisi della liturgia natalizia nel suo insieme, possiamo considerare alcuni riti singolari, che la caratterizzano, per scoprire come il mistero dell'Incarnazione, espresso nel versetto et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, che rappresenta il tema-guida della nostra riflessione, ne sia l'ispiratore e la segreta sorgente.
Ci riferiamo a quattro riti in particolare: - il canto della Kalenda; - l'inno angelico Gloria in excelsis Deo; - la prostrazione adorante al versetto del Credo: Et incarnatus est de Spiritu Santo ex Maria Virgine et homo factus est; - la processione e la venerazione al presepio.
Sono quattro riti che conferiscono un'importante qualificazione liturgico-pastorale alle celebrazioni natalizie, che incidono notevolmente sulla partecipazione e sulla devozione del popolo di Dio.
1. La Kalenda:
Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem
La Kalenda è la regina degli Elogi del Martirologio Romano, non solo per l'estensione del testo e per l'originalità compositiva, ma soprattutto per il suo significato teologico. Dopo lunghi secoli si macerazione nei monasteri medioevali, quasi perla preziosa avvolta dal silenzio monastico, entra nella liturgia della notte santa per edificare con la sua antica melopea gregoriana il popolo di Dio. Essa rappresenta il canto della sentinella notturna che annunzia alla Chiesa il mistico passaggio dall'attesa dell'Avvento alla nascita del Redentore: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio"» (Is 52,7). La mezzanotte santa è la sua Ora e il silenzio il suo grembo. Dopo il canto dell'Ufficio notturno e la trepida pausa dell'attesa vigilante, il diacono sale all'ambone ed annunzia il grande evento al quale fa eco, nel fulgore dello splendido lucernale, il canto dell'Inno angelico ad esordio della Missa in nocte.
Quanto è triste l'odierna incuria nel superficiale ed avvilente abbandono della mezzanotte per assecondare un'indebita secolarizzazione, che svuota i cuori e debilita il tenore sacro e commovente dell'Ora santa, scelta da Dio e testimoniata dalla tradizione secolare e dalle visioni dei mistici. Una frettolosa Kalenda, letta o a malapena cantata nelle ore serali della vigilia, perde totalmente il suo fascino e priva il popolo cristiano di quella qualità rituale e di quel misticismo di grazia, che dovrebbe pervadere la liturgia notturna del Natale.
Ebbene, quest'Elogio natalizio mette in piena luce e declina a diverse profondità il mistero contenuto nel versetto giovanneo: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis.
L'estesa rassegna storica delle date e degli eventi che precedettero il Redentore nella successione dei secoli, fin dalla creazione del mondo, attesta come il Bambino di Betlemme sia radicato intimamente nella nostra storia e tutto ciò che avvenne prima di Lui era orientato verso di Lui. Si tratta di una preparazione remota all'Incarnazione, a tutto campo, che coinvolge l'intero arco della vicenda umana, rendendosi sempre più vicino al tessuto storico del popolo eletto, che darà i natali al Salvatore del mondo. La precisione meticolosa delle date, più che determinare con sicurezza la loro corrispondenza storica, vuole trasmettere il rigore di quella storicità, che non può essere precaria ed incerta nel mistero dell'Incarnazione, quasi per scongiurare ogni deriva gnostica ed ideologica e garantire il fondamento reale degli eventi salvifici per non aver creduto invano (cfr. 1 Cor 15,2).
Nel solenne epilogo della Kalenda, poi, il mistero dell'Incarnazione viene sottolineato con intensità crescente: dall'espressione singolare che insiste sul fatto che il Messia trascorse i nove mesi nel grembo verginale della Madre, consacrando il valore assoluto della vita fin dalla gestazione nel grembo materno; alla lapidaria locuzione Nativitas Domini nostri Jesu Christi secundum carnem, che non lascia alcun indugio sulla verità della natura umana assunta dal Figlio di Dio, che antiche eresie, come il docetismo, insidiavano. La locuzione è talmente forte e univoca che sarà ripresa anche nell'Elogio della Pasqua, quando la Chiesa canta: Resurrectio Salvatoris nostri Jesu Christi secundum carnem
Veramente la Kalenda natalizia rappresenta il miglior commento liturgico al Prologo di san Giovanni, descrivendo con maestria e poesia sacra quanto sia vera e storicamente constatabile la scelta divina del Figlio Unigenito, che si fa uomo e venne ad abitare in mezzo a noi:
… nel quarantaduesimo anno dell'impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell'eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, (tutti genuflettono mentre il cantore elevando il tono della voce prosegue): nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne.
E' interessante osservare come nella proposizione delle avite date storiche si usi l'austera cantillatio propria delle lezioni profetiche, mentre per dare l'annunzio della nascita del Signore si ricorre alla cantillatio propria dell'epistola: il passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento risulta evidente nell'impiego dei toni musicali. Il corso dei secolari eventi che precedettero il Messia è descritto col tono profondo di note gravi, che alludono ad epoche lontane e fatti avvolti nell'ombra remota delle tenebre del peccato e nell'assillo crescente dell'attesa della salvezza; la nascita del Redentore è annunziata con sollievo dal leggiadro rialzo di note più alte e melodiose. Quando il cantore eleva il tono della voce per annunziare la nascita del Redentore tutti si inginocchiano (Hic vox elevatur, et omnes genua flectunt) in analogia a ciò che avverrà un poco più avanti nel cuore del Credo. Anche qui l'adorazione del mistero coinvolge il corpo e l'abbassamento del Signore viene partecipato dal gesto umile del flectamus genua. Non si comprende perché nel vigente Martirologio tale genuflessione non sia contemplata.
2. Il canto degli Angeli:
Gloria in excelsis Deo et pax hominibus bone volumptatis
Tutti comprendono l'importanza di questo Inno, cantato con solennità, soprattutto nella Missa in nocte. Infatti gli Angeli sono i protagonisti celesti della notte santa, che è notte angelica per antonomasia. Ogni volta che nei giorni festivi la Chiesa canta questo inno, siamo idealmente connessi alla santa notte di Natale, quando gli Angeli lo intonarono, offrendoci l'incipit nelle parole Gloria in excelsis Deo et pax hominibus bone volumptatis. La Chiesa poi, guidata dallo Spirito Santo, ne ha continuato il canto con quel testo così antico e poetico, che da secoli caratterizza la liturgia domenicale e festiva. Una spontanea drammatizzazione ha portato ad accompagnare questo inno anche col suono delle campane, come si fa nella notte di Pasqua e da talune parti nella stessa notte di Natale.
Ciò che però interessa al riguardo è il significato di questa misteriosa discesa degli Angeli presso la grotta di Betlemme, esaltando col loro canto e con i bagliori della luce superna la notte di Natale. Nella sacra Scrittura frequentemente intervengono gli Angeli per annunziare i messaggi divini e molti profeti e giusti sono stati confortati dal loro intervento. Il Signore stesso è continuamente servito dagli Angeli: dall'Annunciazione all'agonia del Getzemani, dall'annunzio della Risurrezione alla sua mirabile Ascensione al cielo. Tuttavia, il ministero angelico è alquanto sobrio, con l'intervento in genere di uno o due Angeli, ma nella notte di Natale, e soltanto in essa, assistiamo ad una plenaria discesa delle schiere angeliche, quasi organizzate nella gerarchia dei loro cori, per annunziare la nascita del Redentore. Un fenomeno questo che sembra unico, senza precedenti nella storia della salvezza.
Certo le antiche visioni profetiche e quelle dell'Apocalisse contemplano in varie epifanie l'imponenza del culto angelico che si svolge nei cieli nella maestà della gloria divina a cui gli Angeli concorrono con riti degni della liturgia eterna, ma tali visioni aprono ai veggenti lo scenario del paradiso e tale realtà si svolge lassù nelle altezze celesti.
Nella notte di Natale, invece, la liturgia grandiosa di quella lode incessante, che normalmente s'eleva presso il trono divino, esce in qualche modo dalle sedi superne e irrompe sulla terra, adombrando il cielo di Betlemme e illuminando la notte santa.
Anche il patriarca Giacobbe vide discendere dal cielo gli Angeli nella mistica visione di quella scala, che dalla terra saliva al cielo, ma pure tale visione era un sogno misterioso, che in realtà introduceva il santo patriarca nei misteri celesti.
Nella notte di Natale, dunque, l'intero mondo angelico discende in massa sulla terra e la liturgia del cielo sembra cambiare sede, discendendo con grande solennità per adorare il Verbo eterno nell'umile Bambino nato dalla Vergine Maria e che giace in una mangiatoia.
In realtà qui si compie un mistero a cui la tradizione della Chiesa ci richiama quando, secondo il pensiero di molti Padri, la prova degli Angeli consistette nella scelta che dovettero fare davanti al decreto divino dell'Incarnazione del Verbo eterno, che volle nascere dalla sempre Vergine e Madre Maria.
Tale decreto innalzava la natura umana al di sopra della stessa natura angelica, in quanto la seconda Persona della santissima Trinità avrebbe assunto, nella pienezza dei tempo, la nostra natura umana. Il decreto divino, quindi, risuona nel versetto natalizio, che continuamente ritorna: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis.
Davanti a tale disegno eterno gli Angeli si divisero e, mentre Michele difese con forza i diritti e il decreto di Dio prostrandosi in adorazione del Figlio unigenito incarnato ed a Maria santissima sua Madre, Lucifero e i suoi opposero in piena lucidità il loro Non serviam. Da quel momento l'angelo di luce, irreversibilmente caduto, divenne satana, re delle tenebre.
Le schiere angeliche si divisero davanti al mistero del Verbo incarnato, iniziando una lotta implacabile nei cieli secondo la nota visione dell'Apocalisse della Donna vestita di sole, intenta nel parto divino del Figlio, coronata di stelle e vittoriosa sul drago infernale e sul quel terzo delle stelle del cielo, che con la sua coda trascinava sulla terra (cfr. Ap 12).
Ebbene cosa succede nella notte santa?
Che le schiere degli Angeli fedeli scendono sulla terra in ordinato e imponente esercito per adorare nella grotta di Betlemme quel Verbo incarnato e quella sua virginale Madre, che furono oggetto della loro contemplazione e della loro adorazione nella prova che subirono prima dei secoli per decidere della loro sorte eterna.
Al contempo la notte di Betlemme è notte di orrore e di terribile spasimo per i demoni, che rifiutano visceralmente, fin dall'inizio, quel Figlio divino con accanto la Regina Madre a cui opposero un irreversibile rigetto.
Ecco le profondità del mistero che sollecitano la nostra presa di posizione.
La Chiesa nella notte santa, unendosi al canto degli Angeli, Gloria in excelsis Deo, sceglie di mettersi dalla loro parte, ossia sceglie l'adorazione del decreto divino dell'Incarnazione del Verbo. Il canto dell'inno angelico è una presa di posizione della Chiesa e dei fedeli davanti al decreto divino. In qualche modo il canto del Gloria in excelsis è un potente esorcismo: è un dichiarare la contrarietà col Non serviam del Maligno e un'acclamazione adorante e grata della divina volontà, proclamata con esultanza dalle schiere fedeli degli Angeli buoni. Il canto del Gloria è la proclamazione lieta e la celebrazione liturgica della sostanza stessa del mistero contenuto nel versetto: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis.
3. La prostrazione adorante al versetto del Credo:
Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est
Abbiamo detto che, dopo che gli Angeli erano partiti, i pastori si dissero: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2, 15).
La Chiesa imita questa decisione e questo gesto dei pastori, soprattutto nella seconda Messa di Natale, la Missa in aurora, quando si legge il vangelo dell'adorazione dei pastori, detta anche per questo Messa pastorale. Ed è a questa umile adorazione che si ispira il bel rito natalizio della prostrazione adorante durante il Credo, quando si canta con solennità il versetto: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est. All'adorazione dei pastori si aggiungerà in seguito quella ancor più esplicita dei Magi, che secondo il vangelo: «prostratisi lo adorarono» (Mt 2,11).
Questo rito lo abbiamo spiegato in precedenti numeri della Rivista, tuttavia, anche in esso si realizza un modo del tutto singolare di proclamare il versetto, che è tema della nostra riflessione.
Ciò che si legge nei Vangeli riguardo ai pastori nella notte santa e dei Magi nel giorno dell'Epifania, la Chiesa lo drammatizza nel rito della prostrazione con cui l'intera assemblea liturgica accompagna il canto sommesso del versetto del Credo: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est.
Se ben si riflette, in modo implicito, sia i pastori come i Magi riconobbero per l'ispirazione interiore della grazia, che il Bambino, che contemplavano nella concretezza di una vera carne umana, era il Dio con noi (l'Emmanuele).
Tale omaggio adorante non poteva restare una semplice notizia, comunicataci dai Vangeli, che interessava solo la pietà dei pastori e dei Magi, lontana nella storia, ma doveva diventare un'esperienza di fede viva, che si attualizzava nel rito liturgico, compiuto nell'oggi della celebrazione.
Per questo l'intuito soprannaturale della Chiesa ha voluto imitare in modo fisico e corporale quella prostrazione adorante, che doveva poter coinvolgere anche noi oggi nel medesimo gesto di adorazione, che allora fu compiuto dai pastori e dai magi.
Nessun momento era più adatto per fare questo rito come quello in cui si canta il versetto Et incarnatus est nel cuore stesso della Professione di fede.
La prostrazione degli Angeli, che cantano presso la grotta del mistero, è trasmessa ai pastori, che obbedienti al comando celeste vanno a Betlemme, ed essi stessi, imitando gli Angeli, adorano il Signore. Verrà poi ripresa dai Magi e, in ogni celebrazione natalizia, tale gesto si ripete e diventa espressione sincera e solenne della nostra prostrazione davanti al Redentore.
E' un unico movimento di fede e di umile sottomissione al decreto eterno di Dio, che volle che il Verbo si facesse carne e venisse ad abitare in mezzo a noi.
Si comprende allora come l'articolo di fede et Verbum caro factum est sia l'ispiratore e il contenuto interiore del rito della prostrazione natalizia, che rende l'evento del Natale pulsante e vivo nella stessa celebrazione liturgica.
Quella singolare grazia della fede, che fu donata agli angeli, ai pastori e ai magi, è pure elargita a noi sotto i veli dei riti natalizi, che ne divengono la visibile manifestazione.
Ed ecco allora che giunti alla soglia di questo singolare versetto tutti si inginocchiano per un breve e intenso silenzio adorante nel mezzo del quale la schola canta con unzione spirituale il versetto: Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est, a cui seguono brevi istanti meditativi e quindi tutti si rialzano per proseguire nel canto del Credo.
In quel momento, così commovente, i fedeli devono essere educati ad unirsi ai sentimenti interiori dei cori angelici, degli umili pastori e dei santi magi, per ripetere, qui ed ora, quell'adorazione del mistero, che è la fonte eterna della nostra Redenzione.
Occorre ricordare che tale venerazione dovrebbe essere fatta, ogni volta che si recita il Credo, proprio con un profondo inchino quando si pronunziano le parole Et incarnatus est… Ciò che purtroppo è largamente dimenticato nella prassi liturgica.
Ci si potrebbe infine chiedere: perché una simile prostrazione deve riguardare unicamente questo articolo del Credo e non altri? Rispondo in questo modo:
«Occorre osservare che circondare di stupore il Mistero dell'Incarnazione del Verbo è assicurare alla radice di ogni altro Mistero l'ammirazione adorante di tutto il complesso misterico della nostra fede. Infatti è l'unione ipostatica dell'Uomo-Dio, che fonda le dimensioni infinite e salvifiche di ogni altro evento della nostra Redenzione. La tremenda passione e morte assumono un valore soprannaturale dall'unione ipostatica. Senza di essa la stessa passione si perderebbe in una ennesima vicenda dei tanti dolori umani, che intessono la storia. Così la lavanda dei piedi, se non fosse un atto compiuto dal Verbo incarnato, sarebbe un'espressione delle infinite umiliazioni, che scorrono nella triste vicenda dell'umanità-serva. Senza l'unione ipostatica non sarebbe possibile né la risurrezione, né l'ascensione, né il dono dello Spirito. Ecco allora come la Chiesa, facendo prostrare i suoi figli nell'Ora santa dell'Incarnazione, immette nel loro animo il senso dello stupore adorante alla radice stessa dell'opera della Redenzione, che accoglie nel suo primissimo e mistico esordio nella notte santa»..
4. La visita di venerazione al presepio:
Contempliamo nel presepio Colui che abbiamo ricevuto nel Sacramento
Un terzo rito interessante e commovente è la visita devota al presepio, che, partendo dalla Messa di mezzanotte, prosegue nei giorni fra l'ottava del Natale. Una pratica che dalla liturgia potrebbe passare anche alla preghiera in famiglia e alla devozione individuale.
Il versetto evangelico Et Verbum caro factum est trova una sua declinazione eloquente nella contemplazione del presepe e in particolare del Bambino Gesù, che fa il suo ingresso nella processione introitale della Missa in nocte e presiede alle celebrazioni natalizie nell'arco dell'intero tempo sacro. La sua immagine attesta la verità della carne assunta dal Verbo di Dio nel modo stesso che le antiche icone furono difesa del dogma dell'Incarnazione. Portato solennemente al presepio nella notte santa e deposto nella culla, giace nello scenario del nostro mondo creato, per raffigurare in modo immediato che veramente Egli è il Dio con noi. La pietà popolare ha trovato proprio nel presepio la modalità più semplice e amata per descrivere il contenuto del versetto Et Verbum caro factum est, che in tal modo con diverse forme e molteplici espressioni abbraccia in modo trasversale tutto il tempo natalizio.
Anche la processione e la sosta adorante davanti al presepio, icona plastica del grande mistero, rinnova nei fedeli quell'adorazione del Verbo fatto carne, che gli angeli ribelli rifiutarono per la loro eterna perdizione.
La visita al presepio non si riduce ad un semplice atto di devozione, ma pone davanti ai devoti adoratori una scelta di campo: riconoscere umilmente il dogma del Verbo incarnato o apostatare da esso, riducendo l'atto devozionale in uno sterile folclore sentimentale. Ciò che purtroppo avviene nell'odierna società, un tempo cristiana, che continua a mantenere le tradizioni natalizie, anche quelle più sacre e attinenti al mistero come il presepio, ma per svuotarle del loro contenuto soprannaturale lasciando un involucro freddo di un evento evanescente confinato in una fiaba.
E' allora necessario che i cristiani veri salvino il carattere soprannaturale delle feste e conservino con pietà e venerazione i misteri contenuti nei sacri riti ricevuti dai padri. In questa rinascita di fede e di rigenerazione spirituale potrebbe essere utile dare al rito della visita al presepio una forma adeguata che abbia la dignità della liturgia e la sacralità di un'autentica preghiera.
Ed ecco la proposta di un rito possibile da celebrare nei giorni fra l'Ottava del santo Natale, in chiesa o anche nelle case nel contesto di una liturgia domestica, che dia vita interiore ai simboli natalizi votati altrimenti ad essere dei souvenir mondani, comuni anche ai pagani del nostro tempo.
RITO DELLA PROCESSIONE E VENERAZIONE AL PRESEPIO
Dopo la benedizione il diacono all'ambone o, in sua assenza, il sacerdote alla sede, invita:
Fratelli, come i pastori, andiamo anche noi fino a Betlemme
e contempliamo nel presepio Colui che abbiamo ricevuto nel Sacramento.
Il sacerdote con i ministri e anche i fedeli, se il tragitto e lo spazio lo consentono, si recano al Presepio. Durante la processione si canta l'Adeste fideles. Giunto al Presepio il sacerdote lo può venerare con l'incenso e quindi proclama:
Ecco io pongo in Sion
una pietra angolare,
scelta, preziosa,
e chi crede in essa non resterà confuso.
Il bue conosce il proprietario
e l'asino la greppia del padrone,
ma Israele non mi conosce
e il mio popolo non comprende.
A quanti però l'hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.
Si canta o si recita a cori alterni il Prologo.
In principio era il Verbo, +
il Verbo era presso Dio *
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio *
presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui, *
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita *
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre, *
ma le tenebre non l'hanno accolta.
Veniva nel mondo la luce vera, *
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo, +
e il mondo fu fatto per mezzo di lui, *
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, *
ma i suoi non l'hanno accolto.
A quanti però l'hanno accolto, +
ha dato potere di diventare figli di Dio: *
a quelli che credono nel suo nome.
Lui che non da sangue, +
né da volere di carne,
né da volere di uomo, *
ma da Dio è stato generato.
Nel cantare o recitare il seguente versetto si genuflette.
E il Verbo si fece carne *
e venne ad abitare in mezzo a noi;
Tutti si rialzano e si prosegue col canto.
e noi vedemmo la sua gloria, +
gloria come di unigenito dal Padre, *
pieno di grazia e di verità.
Gloria …
Il diacono o, in sua assenza, il sacerdote proclama: Mt 13, 16-17
Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l' udirono.
Il sacerdote canta il versetto e l'orazione:
Il Verbo di Dio si è fatto carne. Alleluia!
E venne ad abitare in mezzo a noi. Alleluia!
O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa' che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.
Si conclude con l'Antifona mariana:
Invioláta, integra, et casta es Maria: Inviolata, integra e casta sei, o Maria,
Quae es effécta fulgida caeli porta. tu divenuta fulgida porta del cielo.
O Mater alma Christi carissima: O nobile Madre di Cristo, carissima,
Suscipe pia laudum praeconia. accogli il pio canto delle lodi.
Te nunc flágitant devota corda et ora: I cuori e le labbra devoti ora ti invocano,
Nostra ut pura péctora sint et corpora. rendi puri i nostri cuori e i nostri corpi.
Tua per precata dulcisona: Per le tue dolcissime preci,
Nobis concédas véniam per saecula. ottienici il perdono per sempre.
O benigna! O benigna!
O Regina! O Regina!
O Maria! O Maria!
Quae sola inviolata permansisti. Tu che, sola, rimanesti inviolata.
Il rito presenta alcune evidenze pregevoli: - l'invito iniziale collega il presepio al Sacramento in modo da ricordare che la vera celebrazione del santo Natale deve portare ai Sacramenti che ne attualizzano il mistero nelle anime; - la monizione iniziale pone il fedele davanti alla duplice scelta di vita davanti al Redentore: se le creature riconoscono il loro creatore, gli uomini lo possono respingere, tuttavia quelli che lo accolgono ricevono l'adozione filiale; - il Prologo di san Giovanni, dopo la sua inaugurazione nel vangelo della Messa del giorno di Natale, viene ripetuto costantemente davanti al presepe in modo da unire alla contemplazione fisica del Bambino, che attesta la sua natura umana, la contemplazione mistica della fede che lo riconosce come il Verbo eterno generato dal Padre prima dei secoli; - il testo del Prologo si limita ai versetti che direttamente interessano il mistero dell'Incarnazione, omettendo quelli relativi al Precursore la cui figura è stata considerata nel tempo di Avvento; - il versetto tredicesimo del Prologo, nell'intera Ottava, si pronunzia al singolare, secondo un antico codice che riferisce il versetto direttamente e personalmente a Cristo: Lui che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato; - il breve capitolo evangelico attesta la dignità del cristiano che, a differenza dei Padri e dei Profeti, può contemplare fisicamente il Redentore atteso dai secoli; - l'orazione conclusiva è quella della Missa in die di Natale e prolunga nell'intera Ottava il sapore mistico del giorno santo spuntato per noi; - l'antifona mariana Inviolata è quanto mai adatta a commentare il mistero natalizio celebrando la divina maternità e la perpetua verginità.
Questa singolare unione di elementi, pervasi da profondi contenuti teologici, ha la salutare funzione di imprimere nella mente, con una pratica così semplice ed amata come la visita al presepe, i diversi aspetti del dogma della fede, che adora nell'unica Persona divina del Verbo incarnato l'unione delle due Nature, umana e divina.
In conclusione possiamo veramente comprendere come il versetto et Verbum caro factum est sia il leitmotiv ricorrente nei risvolti dell'insieme rituale del santo Natale: dall'espressione densa e breve secundum carnem della Kalenda, cantata nella notte santa; attraverso la reiterata prostrazione adorante nel canto del Credo, che interessa le tre Messe natalizie; fino al vertice del canto del versetto stesso nel cuore del Prologo di Giovanni nella Messa del giorno.
IV Un potente esorcismo:
Ecce cucem Domini, fugiant partes adversae: vicit Leo de tribu Iuda, Radix David
Possiamo concludere questa riflessione natalizia con una considerazione alquanto singolare, che non facilmente viene ribadita e spiegata. Si tratta del carattere esorcistico, che assume il versetto Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, che ha costituito il tema di questo numero natalizio..
Mettiamo in evidenza varie modalità con le quali il versetto può essere inteso e praticato in senso esorcistico. Già la ripetizione devota del solo versetto è un vero esorcismo, in quanto si proclama l'adesione adorante al decreto eterno di Dio di salvarci, mediante l'Incarnazione del suo unigenito Figlio fatto uomo. Pronunziare con fede questo versetto è alzare uno scudo contro il demonio, che proprio questo decreto divino ha voluto avversare con un rifiuto irreversibile e pieno, che è il motivo della sua eterna dannazione.
Coloro che stanno dalla parte del Verbum caro factum est stanno dalla parte di Dio, dalla parte degli Angeli buoni e dalla parte di tutti gli Eletti. Coloro, invece, che avversano il Verbum caro factum est stanno dalla parte di Lucifero e dei demoni e avranno parte con i dannati nell'inferno.
L'Apostolo san Giovanni infatti è, in proposito, alquanto esplicito quando afferma:
Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo (1 Gv 4, 2-3).
Ebbene la Chiesa propone in diverse modalità l'uso esorcistico del versetto evangelico, tra le quali tre sono emergenti:
Il canto o la recita del Prologo di san Giovanni in vari riti liturgici: gli inizi dei quattro Vangeli cantati rivolti ai punti cardinali nelle Rogazioni e nelle processioni penitenziali; la recita del Prologo al congedo della Messa come benedizione propizia e scudo di difesa al termine del rito della Messa (cfr. vetus Ordo Missae); il costante uso del Prologo nel rito degli esorcismi.
L'inchino adorante nella recita del versetto durante il Credo nella Messa domenicale implica anche un carattere esorcistico in quanto si adora quel decreto eterno di Dio che volle stabilire nell'Incarnazione del Verbo l'inizio della nostra Redenzione: ogni volta che tale inchino viene fatto con coscienza vigile e fede profonda diventa un'efficace difesa contro il nemico infernale.
La triplice recita giornaliera dell'Angelus Domini (mattino, mezzogiorno e sera). Recitando il versetto Et Verbum caro factum est il cristiano lodevolmente si traccia un triplice segno di croce sulla mente, sulle labbra e sul petto, come si fa all'inizio del Vangelo nella Messa. Anche questo gesto, che dà spessore corporeo al versetto Et Verbum caro, potrebbe essere inteso e praticato come un utile esorcismo giornaliero.
***
Abbiamo così concluso questa ruminatio natalizia, al contempo prolusione e conclusione del tempo di Natale, che potrebbe essere coronato con la bella antifona mariana che, nella splendida lingua latina, esalta il medesimo mistero nella contemplazione di Colei che di tale evento è la suprema garante e l'invincibile difesa:
Gaude, Maria Virgo,
cunctas haereses sola interemisti.
Quae Gabrielis Archangeli dictis credidisti.
Dum Virgo Deum et hominem genuisti
et post partum, Virgo inviolata permansisti.
Dei Genitrix, intercede pro nobis .
Rallegrati, o Vergine Maria,
tu da sola hai distrutto tutte le eresie.
Tu hai creduto alle parole dell'arcangelo Gabriele.
Tu, restando Vergine, hai generato l'uomo-Dio
e dopo il parto sei rimasta Vergine inviolata.
Madre di Dio, intercedi per noi.
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