San Giovanni, aquila del Vangelo e il maestro della carità
San Giovanni, aquila del Vangelo e maestro della carità
Nella Divina Commedia, dopo san Pietro e san Giacomo, Dante incontra l'autore del quarto Vangelo, che lo interroga sulla carità. Ma per il poeta non è solo un esame, è l'incontro con il testimone privilegiato dell'amore divino.
San Giovanni Evangelista è il più giovane e, al tempo stesso, il più longevo degli Apostoli. Figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, abbandona le reti sul lago di Tiberiade per seguire Gesù, diventandone presto uno dei compagni più intimi. È il discepolo prediletto, colui che nell'Ultima Cena posa il capo sul petto del Maestro, gesto che la tradizione ha interpretato come segno di confidenza mistica. Ai piedi della Croce è l'unico apostolo presente, accanto a Maria, che Cristo gli affida come madre.
Primo a credere nel Risorto davanti al sepolcro vuoto, Giovanni accompagna la Chiesa nascente con ardore e saggezza fino alla vecchiaia trascorsa a Efeso. Sopravvissuto miracolosamente alla caldaia d'olio bollente, vivrà l'esilio a Patmos, dove riceverà le visioni dell'Apocalisse, libro profetico del Nuovo Testamento. È anche autore del Vangelo più teologico e contemplativo, e per questo è rappresentato con l'aquila che osa fissare il sole della divinità.
Insieme a san Pietro e a san Giacomo, san Giovanni Evangelista è tra gli apostoli più vicini a Gesù nei momenti decisivi della sua vita terrena: la Trasfigurazione sul Tabor, la resurrezione della figlia di Giairo, l'agonia nel Getsemani.
L'incontro con Dante: l'apostolo nel cielo delle Stelle Fisse
Non sorprende che Dante scelga i tre apostoli come esaminatori delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Dopo san Pietro e san Giacomo, l'ultimo a entrare in scena è proprio san Giovanni, chiamato a interrogare Dante sulla carità. Il poeta lo introduce dopo aver citato l'Apocalisse, quasi a preparare il suo ingresso nell'ottavo cielo, quello delle Stelle Fisse. Una luce intensissima si avvicina, e Beatrice presenta l'apostolo con i celebri versi:
colui che giacque sopra 'l petto
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto.
Giovanni è il discepolo al quale Gesù, morendo, affida sua Madre. Il pellicano è un'immagine medievale: si credeva che l'animale si aprisse il petto per nutrire i piccoli col proprio sangue, simbolo perfetto dell'Eucaristia.
Abbagliato dalla luce dell'apostolo, Dante tenta di scorgere se Giovanni sia presente anche con il corpo. Nel Medioevo era diffusa la credenza che fosse stato assunto in cielo come Maria; lo stesso san Tommaso la menziona nella Summa Theologiae. Ma Giovanni corregge il poeta: il suo corpo è ancora sulla terra, e solo Cristo e la Vergine sono saliti in cielo in anima e corpo. La luce è così intensa che Dante rimane temporaneamente accecato. Il poeta si volge indietro verso Beatrice e non riesce più a vederla.
L'esame sulla carità
San Giovanni invita Dante a compensare la sua momentanea cecità con l'uso della ragione. In pratica l'apostolo sottopone il poeta all'esame mentre è temporaneamente cieco. Lo interpella dunque: a cosa tende la tua anima? A cosa aspira? Dante risponde che Dio, che appaga di Sé tutto il Paradiso, è principio e fine di tutto il suo amore. San Giovanni invita Dante a spiegare meglio, chiarendo chi abbia indirizzato la sua anima verso Dio. Il poeta allora aggiunge che il bene, in quanto tale, suscita amore: Dio, che è il sommo bene, è l'oggetto primario dell'amore. Questa verità gli è stata rivelata sia dagli studi filosofici che dalla rivelazione divina. In particolare, il poeta indica tre fonti: un filosofo che ha spiegato come tutte le anime immortali tendano a Dio (forse Aristotele), la voce stessa di Dio che dichiara a Mosè «Io ti farò vedere ogne valore» (nell'Esodo leggiamo «Io ti mostrerò ogni bene»), infine il Vangelo stesso di san Giovanni che rivela sulla Terra i misteri celesti più di tutti gli altri Vangeli.
Allora san Giovanni chiede a Dante se si senta attirare verso Dio da altri stimoli. Gli stimoli che hanno condotto il poeta ad amare Dio sono l'universo stesso (che dimostra la bontà e la bellezza del Creatore), la sua stessa esistenza (che è un dono gratuito di Dio che l'ha creato), la morte patita da Cristo per la salvezza e la redenzione dell'umanità, il desiderio della vita eterna che lui, poeta, brama ardentemente. Tutti questi motivi hanno indirizzato Dante verso l'amore vero, distogliendolo dalle passioni illusorie.
Il canto dei beati che in coro all'unisono intonano: «Santo, santo, santo!» sancisce il superamento del terzo esame e il conseguimento della laurea in virtù teologali. Dante potrà così proseguire il suo viaggio verso l'ultimo atto: la visione di Dio.
L'aquila che prepara lo sguardo all'Assoluto
Con san Giovanni Evangelista, Dante non affronta solo un esame: incontra il testimone privilegiato dell'amore divino, colui che ha visto più lontano di tutti. La carità, ultima delle virtù teologali, è la porta che introduce alla contemplazione finale. Superata questa soglia, il poeta è ormai pronto a sostenere lo sguardo che nessun uomo può reggere da solo: quello del volto di Dio.
Commenti
Posta un commento