Come prevenire la crisi dei sacerdoti
Il segreto pere prevenire le crisi dei sacerdoti
Ermes d'Ercole nella "Nuova Bussola" – 24 febbraio 2026
Unione profonda con Cristo e fraternità: i primi rimedi per evitare altri abbandoni del ministero sacerdotale. L'uso dei media: quando è buono? Il rapporto vescovo-preti, la castità, le vite dei santi. Dal video incontro con mons. D'Ercole.
Perché diversi sacerdoti lasciano l'abito? C'è un problema di formazione nei seminari? E quali sono i rischi di una sovraesposizione mediatica? Queste e altre domande hanno caratterizzato il Venerdì della Bussola di ieri, intitolato Preti in crisi d'identità. Una diretta guidata da Andrea Zambrano, che ha avuto come ospite monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo emerito di Ascoli Piceno, formatore di aspiranti sacerdoti e già conduttore di trasmissioni televisive come Sulla via di Damasco.
Spunto per la diretta è stato l'abbandono del ministero da parte di don Alberto Ravagnani, peraltro non l'unico caso del genere emerso in Italia nelle ultime settimane. Don Ravagnani, in virtù del sacramento, nonostante la sua attuale scelta, «è sacerdote per sempre», come ricorda mons. D'Ercole, che richiama la propria esperienza personale: «Come vescovo posso dire che ogni volta che ho visto un sacerdote abbandonare ho sofferto come soffre un padre. Quello che mi colpisce nel libro di don Ravagnani è proprio l'assenza del vescovo».
Oltre a manifestare tutta la sua vicinanza ai sacerdoti in crisi, D'Ercole ricorda che la missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, che è contrario allo spirito del mondo. E invita i preti a non scoraggiarsi di fronte alle sconfitte, perché «Dio non vi chiede di essere dei supereroi, vi chiede semplicemente di essere suoi amici, amici di Gesù», a vivere intimamente con Lui. Ed è proprio «mantenere il rapporto fondamentale con Gesù» ad essere «il segreto della loro perseveranza» e a rendere possibile di portare la luce di Dio anche agli altri.
Rispondendo a una domanda sul rapporto tra vescovo e sacerdoti, D'Ercole ha spiegato: «Ho sempre considerato i miei sacerdoti la mia prima preoccupazione. Non so se ci sono sempre riuscito, però ogni mattina, quando mi alzavo, pregavo: "Signore, aiutami a far sentire a ogni prete che gli sono accanto"». Anche negli ultimi anni trascorsi in Marocco, «il mio unico lavoro è stato quello di stare accanto ai preti, di andarli a trovare, di far sentire che non risolvi i loro problemi ma che sono con loro». Pur nelle difficoltà che ha ogni rapporto tra sacerdoti e vescovo, D'Ercole sottolinea l'importanza che i preti vedano nel loro vescovo una persona con cui vivere la propria fede. Perché, in fondo, questa crisi sacerdotale «è un problema di fede». E l'unica risposta che un uomo di Chiesa può trovare al perché del suo essere sacerdote o vescovo è rimanendo «in silenzio davanti all'Eucaristia».
Tutto ciò si lega alla fedeltà, fondamentale tanto nel matrimonio quanto nel sacerdozio. Eppure, la fragilità umana può intaccarla. «Un prete come qualsiasi persona sbaglia, può peccare, può cadere», afferma D'Ercole, che aggiunge: «Ai sacerdoti quando posso dico: "Non ti preoccupare, vienimi a dire anche i tuoi errori, non ti giudicherò mai perché non ne ho il diritto e anche perché prima dovrei essere io a essere giudicato, però sappi che Dio ti ama, non dimenticare mai che il segreto della tua vita è che Dio ti ama"». E fidandosi di Lui ci si può rialzare.
Riguardo alla formazione, D'Ercole spiega che è fondamentale far capire ai seminaristi – spesso giovani pieni di entusiasmo – che andranno incontro a incomprensioni e fatiche che solo l'amore di Dio può trasformare. In particolare, ricordando che «il primo responsabile della formazione dei suoi preti è il vescovo», D'Ercole evidenzia due dimensioni: «Ai ragazzi che si preparano a diventare preti bisogna dire chiaramente che il segreto della loro vita sarà soltanto l'unione profonda con Cristo e la fraternità che riusciranno a realizzare con i confratelli». Mancando queste due dimensioni, si incorre in due rischi: quello di essere un sacerdote-funzionario e la solitudine. Un rischio, quest'ultimo, che il vescovo emerito indica come «il più tremendo per un prete». Come farvi fronte? Attraverso quella che D'Ercole chiama «autoformazione», che si basa sull'invocare lo Spirito Santo, ascoltare la Parola di Dio e leggere le vite dei santi, tutti «mezzi molto importanti: li ho visti usare in alcuni seminari e mi sono rallegrato di questo».
Nella gran parte dei casi assurti agli onori delle cronache, il problema comune è legato all'osservanza della castità, di cui troppo poco si sottolinea il valore. È un problema che «spesso è legato al rapporto con una donna, ma molto più spesso al rapporto con uomini», fa presente mons. D'Ercole, che invita ancora una volta a guardare alle vite dei santi, per i quali «la castità è sempre stata un punto importante». E i santi indicano la strada giusta: «La castità si custodisce con la carità, con un amore vero per Dio e per gli altri. Allora, castità significa non voler possedere nessuno ma lasciarsi possedere da Dio», spiega il vescovo.
Capitolo "preti influencer": qual è il modo retto di servirsi dei media? A Zambrano che gli chiedeva se avesse mai avuto la tentazione di usare la TV più per sé stesso che per portare Cristo agli altri, D'Ercole ha risposto: «Ho cominciato ad andare in televisione perché Giovanni Paolo II mi disse: "Vedi, tu hai il dono della parola, mettilo al servizio del Vangelo". E io compresi che doveva essere un servizio, per cui non ho mai fatto una trasmissione senza prima aver trascorso almeno un'ora di adorazione eucaristica». Una lezione, questa, che D'Ercole ha appreso dal più celebre dei telepredicatori: il futuro beato Fulton Sheen. E a proposito di tentazione, il vescovo emerito di Ascoli Piceno ricorda che «una prova molto dura» per lui fu quando un rotocalco lo presentò come il personaggio televisivo più amato dalle donne: «Evidentemente questo a me non faceva piacere e mi faceva riflettere. Molti hanno cercato di intervistarmi, ma io non ho risposto a nessuno perché ho sempre concepito che il mio essere in televisione era come essere sull'altare». Il fine, cioè, deve essere sempre la gloria di Dio, quindi la salvezza delle anime.
Al riguardo mons. D'Ercole, orionino, confida: «Ho chiesto la grazia che don Orione, il fondatore della mia congregazione, ha chiesto nel giorno della sua ordinazione, cioè che con tutti coloro che mi vedono o che mi sentono parlare o con cui in qualche modo entro in contatto possiamo ritrovarci in Paradiso
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