Papa Francesco: "Come Paolo VI, Wojtyla e Ratzinger vedo il celibato come una grazia decisiva"

Papa Francesco:" Sono convinto che il celibato sia un dono, una grazia e, camminando nel solco di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, io sento con forza il dovere di pensare al celibato come a una grazia decisiva che caratterizza la Chiesa cattolica latina. Lo ripeto: è una grazia, non un limite"

Luigi Maria Epicoco in "La Verità" del 7 febbraio 2020 

"La Verità" del 7 febbraio, per gentile concessione dell'editrice San Paolo, pubblica stralci del libro San Giovanni Paolo magno, in uscita l'11 febbraio. È a firma di papa Francesco con don Luigi Maria Epicoco: si compone di ricostruzioni ragionate sulla vita di Giovanni Paolo II, inframezzate con domande e risposte rivolte al Papa, che partono dai ricordi personali nell'anno dell'elezione (1978). C'è spazio anche per informazioni interessanti sugli ultimi due conclavi ("Molti dicono che nel conclave del 2005 avevo preso diversi voti", spiega Francesco, "ma la verità è che il papa giusto in quel momento era Ratzinger. Io ne ero convinto e l'ho sostenuto. Nel conclave del 2013 mi reputavo già vescovo in pensione che non correva nessun rischio") e si avverte l'intento "politico" di ribadire un po' forzatamente la continuità tra Wojtyla, Benedetto XVI e Bergoglio stesso. Restano però frasi potenti sul celibato, che ovviamente entrano nel dibattito apertosi con il Sinodo amazzonico e soprattutto con il libro – appena edito da Cantagalli – del cardinal Sarah e dello stesso Ratzinger. "Sono convinto che il celibato sia un dono, una grazia e, camminando nel solco di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, io sento con forza il dovere di pensare al celibato come a una grazia decisiva che caratterizza la Chiesa cattolica latina. Lo ripeto: è una grazia, non un limite". Ma a una domanda sulla natura del male – all'interno del capitolo sul magistero di Wojtyla, qui parzialmente pubblicato – arriva la risposta forse più secca: per il papa la teoria gender è la prima tra le "modalità più specifiche attraverso cui il male si fa presente" nel contemporaneo. Una frase che stride con l'immagine di un Pontefice allineato con la mentalità comune. A suo avviso, il gender "distrugge alla radice quel progetto creaturale che Dio ha voluto per ciascuno di noi: la diversità, la distinzione. Far diventare tutto omogeneo, neutrale. È l'attacco alla differenza, alla creatività di Dio, all'uomo e la donna". Chissà se Scalfari lo correggerà. 

Padre Santo, è vero che non basta una semplice somma o sottrazione matematica per capire la realtà. Del resto, lo stesso Giovanni Paolo II è descritto come un uomo che leggeva tutto con uno sguardo profondo, spirituale. Anzi, qualcuno lo ha persino accusato di esagerare in questa visione eccessivamente profonda della realtà. Ad esempio, riguardo all'attentato, da alcuni è stato stigmatizzato il modo attraverso cui Giovanni Paolo II ha pensato che la profezia dei pastorelli di Fatima si riferisse a lui, soprattutto all'attentato subito in piazza San Pietro nel maggio dell'81. Cosa pensa lei di questa interpretazione?

"Io penso che Giovanni Paolo II era un uomo di Dio, un uomo di preghiera. Bastava guardarlo pregare a immergersi completamente nel mistero di Dio. Chi prega riesce a leggere gli eventi sempre in una maniera trascendente, non si accontenta più semplicemente dell'analisi che riesce a fare con i propri ragionamenti. Giovanni Paolo II ha mostrato quello che ho tentato di dire ai vescovi quando ho chiesto loro di lasciarsi interrogare da quello che stiamo vivendo in questo momento storico, e di domandarci che cosa il Signore vuole dirci attraverso l'esperienza della debolezza, del male, dello scandalo; in che cosa dobbiamo convertirci, che cosa dobbiamo cambiare della nostra vita? Quindi non credo che Giovanni Paolo II abbia sofferto di esagerazione, semmai sono gli altri che hanno uno sguardo eccessivamente superficiale sugli eventi della storia".

Cosa pensa del messaggio di Fatima? Pensa che sia ancora attuale per la Chiesa?

"Ci sono messaggi e messaggi. Fatima, Lourdes sono, ad esempio, esperienze di altissima spiritualità con cui la Chiesa si è trovata a dover fare i conti, ma il più delle volte i messaggi sono locuzioni interne, così ci spiega la teologia mistica. Queste locuzioni interne sono come un ventaglio: esse vanno dalla mera ispirazione che riguarda un po' tutti noi, a quello che è un vero e proprio dialogo, appunto una locuzione che a volte può avere come meta la visione".

Ma allora, perché consegnare un messaggio che non può essere decifrato con chiarezza?

"È lo stesso sguardo che noi abbiamo ad esempio nei confronti dell'Apocalisse. A una prima lettura ci sembra di non comprendere nulla di tutta la simbologia, di quelle storie, di quelle immagini a volte anche eccessive, eppure in ciò che ci appare oscuro man mano si fa spazio un messaggio. Penso che dovremmo avere lo stesso sguardo di fede anche davanti a questo tipo di esperienze".

Il fenomeno pastorale legato alle apparizioni mariane è qualcosa che la Chiesa non può trascurare?

"Evidentemente no. In Argentina ci sono due casi abbastanza importanti. La Chiesa ha studiato anche attraverso medici, psicologi i veggenti, ma ha sentito subito la prima responsabilità nei confronti dei fedeli, cioè quella che io chiamo il fatto pastorale. Se queste locuzioni sono vere o non vere lo dirà la Chiesa con il tempo, ma certamente c'è il fatto pastorale. La gente va lì in pellegrinaggio si confessa, passa da una vita indifferente a una vita di fede. Questo la Chiesa non può ignorarlo ed è giusto che dia il suo apporto, il suo accompagnamento, la sua parola".

Perciò, a Medjugorje ha incaricato un vescovo di occuparsi in maniera specifica di questo?

"Sì, perché è evidente che, al di là di quello che potrà essere il giudizio definitivo della Chiesa su quest'esperienza di Medjugorje, il fatto pastorale è un fenomeno così grande che non può rimanere indifferente alla cura della Chiesa".

Gli stessi criteri interpretativi valgono anche per l'esperienza del male? Molte volte abbiamo sentito che Lei ha parlato chiaramente dell'esperienza del male come di un'esperienza concreta, non semplicemente suggestiva, psicologica dell'uomo, intendendo il male come un ente efficiente che agisce nella storia, che agisce contro ogni uomo senza eccezione. Paolo VI diceva che il fumo di Satana era persino riuscito a entrare nella Chiesa. Secondo Lei qual è il vero scopo del male?

"Distruggere. E tutti noi ne facciamo esperienza, anche quelli che dicono di no, se guardano bene la propria storia si accorgono che è così. Tutti noi facciamo esperienza del male. Basta guardare i grandi personaggi della Bibbia, tutti sono caduti nonostante la loro saggezza, nonostante la loro apparente lealtà. Quello che all'inizio può sembrare un bene, a un certo punto si trasforma in male perché subentrano l'orgoglio, la superbia, le ferite, il dolore. Pensiamo alla sensualità, alla dipendenza, alla mancanza di libertà, all'attaccamento al denaro. Il male è bugiardo, è seduttore e porta sempre alla distruzione dell'uomo".

In ogni epoca storica il male si è manifestato in diverse maniere. Secondo Lei, in questo momento storico qual è la modalità più specifica attraverso cui il male si fa presente e agisce?

"Una di queste è la teoria del Gender. Voglio subito precisare che dicendo questo non mi sto riferendo a coloro che hanno un orientamento omosessuale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci invita anzi ad accompagnare e a prenderci cura pastorale di questi fratelli e di queste sorelle. Il mio riferimento è più ampio e riguarda una pericolosa radice culturale. Essa si propone implicitamente di voler distruggere alla radice quel progetto culturale che Dio ha voluto per ciascuno di noi: la diversità, la distinzione. Far diventare tutto omogeneo, neutrale. È l'attacco alla differenza, alla creatività di Dio, all'uomo e alla donna. Se io dico in maniera chiara questa cosa, non è per discriminare qualcuno, ma semplicemente per mettere in guardia tutti dalla tentazione di cadere in quello che è stato il progetto folle degli abitanti di Babele: annullare la diversità per cercare in questo annullamento un'unica lingua, n'unica forma, un unico popolo. Questa apparente uniformità li ha portati all'autodistruzione perché è un progetto ideologico che non tiene conto della realtà, della vera diversità delle persone, dell'unicità di ognuno. Non è l'annullamento della differenza che ci renderà più vicini, ma è l'uguaglianza dell'altro nella sua differenza, nella scoperta della ricchezza nella differenza. È la fecondità  presente nella differenza che fa di noi degli esseri umani a immagine e somiglianza di Dio, ma soprattutto capaci dia cogliere l'altro per ciò che è e non per ciò in cui lo vogliamo trasformare. Il cristianesimo ha sempre dato priorità al fatto più che alle ide. Nel Gender si vede come un'idea vuole imporsi sulla realtà e questo in maniera subdola. Vuole minare alle basi l'umanità in tutti gli ambiti e in tutte le declinazioni educative possibili, e sta diventando un'imposizione culturale che più che nascere dal basso è imposta dall'alto da alcuni Stati stessi come un'unica strada culturale possibile a cui adeguarsi".


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